VI. o La Sila in rapporto alla Calabria
VI. o La Sila in rapporto alla Calabria
VI. o La Sila in rapporto
alla Calabria
Vorremmo mettere in luce un mistero, cui la storia ha temuto inchiarire come di un fatto, che soverchiamente si nasconde nelle tenebre d’un tempo, che non ha rimasto bastanti tracce tra le immani ruine che fece, e lasciò confuse. Quale fu nella Magno-Grecia la popolazione nel primo periodo romano, e quali sono le cagioni, che ne spiegano la differenza con la statistica attuale? La è paruta sempre un’ardua quistione, poichè sembra che involga un controsenso al movimento progressivo delle popolazioni presenti e delle future ancora. Fra i decessi ed i nati annualmente si vede un accrescimento a favore degli ultimi: calcolando, giusta la Lancet, gli abitanti della terra tra i 1200 e 1300 milioni, ed i morti annualmente a 32 milioni, s’ha nei nati un di più in 10 milioni.
Ma, senza distrarci in computi generici, ci sia dato considerar diligentemente le cose nostre più da vicino. Molti sì nel passato, che nel secol nostro hanno studiato cercar le popolazioni antiche di questa parte meriggiana: tra i molti vengono con rispetto citati i nomi dell’Abate Cagnazzi, del Tupputi, dell’annalista Grimaldi, ed anche ricordiam noi con riconoscenza il dotto statista, di fresco morto, il Catanzarese, Luigi Grimaldi. Inutilmente facciam capo alla Politica di Aristotile per sapere, se gli antichi stati aveano censimenti periodici. Il primo censimento regolare fu ai tempi di Augusto, censimento famoso, che servì a chiudere provvidenzialmente la statistica dell’umanità avvilita per colpe e servitù, ed aprir quella della gente nuova a fede ed a libertà riabilitata.
Mancando il censimento, in quale forma, e per quali, mezzi puossi ricavar la popolazione antica? Si è creduto stabilire un criterio, assunto dalle forze militari, di cui hanno gli storici lasciato memoria, assumendo, come fa il Cagnazzi il 20 per 1000, o l’annalista Grimaldi, il decimo della popolazione. E per questa strada son riesciti a calcoli così stemperati, che essi hanno dovuto rincularvi: misero quindi per le provincie napolitane il Grimaldi 18,000,000, il Galanti 12,000,000, il Tupputi dai 19 milioni si raccolse ai 12. Parve giusto per tutti accettare l’ultima cifra, dando tre milioni ai Messapii, ai Peucezii, ed agli Appuli; ed altrettanti alle tre Calabrie, cioè ai Sibariti-Crotoniati-Scilacesi più di un milione, poco meno ai Reggini Locresi-Cauloniati, ed il rimanente per i Brezii, a ridosso delle montagne, dal Pollino alla Serra, lungo ed a traverso l’antico agro silano.
Quale è la popolazione attuale delle Puglie e delle Calabrie? Il notammo; per le prime 1,351,438, per le seconde 1,160,235, in tutto 2,511,673, che non tocca neanco la metà della popolazione, che aveasi due mila e dugento anni dietro! Ecco il mistero della quistione: tutte le regioni della terra sono visibilmente progredite e progrediscono nell’accrescimento delle popolazioni, tranne l’Italia, in gran parte rispetto all’antica, e nell’Italia specialmente le Calabrie e le Puglie, e, tra queste ultime, in prima la Capitanata! Donde dunque tanto enorme malanno, quale incubo schiaccia continuamente le nostrane popolazioni? quale vampiro loro succhia il sangue ed innanzi tempo le divora la morte? Ritorno a me; ecco la tremenda e spaventevole quistione. Mi si permetta considerare un fatto, od un capriccio sulle sorti delle idee, delle parole, e delle cose.
Chi il niega? La scienza ha compiuto scoperte, che si credevano un dì piene di azzardo e di fallacie; la società, spesso lordandosi la mano nel sangue dell’uomo, trascinata tra delirii ed utopie, è riuscita a rivendicare alcuni dritti dall’ignoranza oscurati, e dall’oscena scaltrezza dei pochi furfanti malignamente contesi, comunque non anche a sufficienza sicuri. Ma quello, che rincresce si è, che non di rado, lungo le convulsioni sociali, il buon senso scapita, le idee si adulterano, i sentimenti generosi, col continuo trescar, che fanno i babbei trascinati ed i ciurmadori matricolati e da caprestro, perdono il prestigio dell’ammirazione e del comando, e le idee con le espressioni si mascherano così, che riesce difficile indovinar più la convenienza loro. Certi uomini hanno l’invidiabile vantaggio d’inverniciare le cose vecchie e le tarlate, e, col sussidio di una stampa da belletta, fanno vendere a prezzi enormi quello, ch’è propriamente fradicio, e scemo d’assennatezza. E però nel complesso è l’alto ed il basso della società, che pretende sempre di far bene tutto quello, che fa, solamente perchè lo fà così.
I nostri vecchi dicevano quistione , quell’energico sforzo, o pellegrinaggio della mente nella ricerca del vero, che non s’affacciava al pensiero con la chiarezza, che vince. Noi ci ridiam dei vecchi, facciam loro la boccuzza, perchè vogliamo essere pratici, positivi; dicano pure quello, che vogliano, se preferiamo l’utile all’onesto, le cose di quaggiù a quelle di lassù, il fatto al vero. Ecco in campo le quistioni . Vi sono state quelle, che hanno commosso i milioni di abitanti, fatto puntare i cannoni, versar sangue a torrenti, e quelle che hanno prodotto il riso: vi sarà pure la quistione delle levatrici, e delle fruttaiole. E tra l’infinite quistioni pullulate e pullulanti, havvi pure, da buona pezza, la quistione della Sila , che abbiam dovuto accettare nominalmente. Ma quale è la base della quistione silana? V’ha chi la ricerca come divisione agraria socialista, chi come una bocconcellata per feudi doviziosi, chi per ingrandire l’agricoltura calabra, chi l’armentizia, chi nel lato fiscale, chi nell’interesse cosentino, altri infine la mascherano per segno, che a traverso il bene di tutti, vi scerni cupamente la voluttuosa e diuturna speranza dei pochi. Vorrei che la quistione silana si elevasse alla quistione dei boschi e la formolarei così: Quale interesse deve avere la società per l’accrescimento e conservazione, o per la distruzione dei boschi? Alzata così entrerebbe nel dominio della morale, dell’igiene, dell’economia, della politica, dell’agricoltura, dell’armentizia, del commercio.
Vero è che studi lunghi e severi sonsi fatti all’uopo, e la insaziabile voracità del presente ha ingiuriato la storia, negandola, e messo l’avvenire in un punto, che farà delle generazioni future una gente, che avrà il dritto, correndo velocemente alla tomba, di maledire gli avi suoi. L’uomo oggi si affretta a distruggere tutto, e come se temesse mancargli il tempo a compiere le stragi ed ammassar ruine, s’affanna a trovar i mezzi, che valgono ad accelerarle. E perchè ? — perchè da un pessimo passato bisogna sortir presto e progredire. — Così tra la storia e l’avvenire si scava un abisso, che inghiotte rancori, odii, e deliranti speranze. Facciam sosta alle increscevoli considerazioni per ritornare alla quistione silana riguardandola dal punto dell’interesse calabro.
Sono ormai cose raffermate, che i boschi richiamano periodicamente le piogge a ritemprar l’aria, che viziasi, e la terra, che per sole disseccata niega alimento alle piante, neutralizzano e assorbiscono l’evaporazioni e le correnti miasmatiche, succhiansi il soverchio acido, micidiale alla vita, traspirano l’ossigeno, sotto l’azione della luce, all’atmosfera procurano salubrità, e freschezza, avvicinano le molecole nevose, si abbeverano e saziansi di acque, che conservano, alleggeriscono, e trasfondono a grado a grado giù per le vene montane, danno il capo alle sorgenti, aprono le fontane, alimentano i fiumi, con le fronde, che cadono, o che son rapite dal vento concimano i campi sottostanti ed i vicini, purifican l’erbe, producono il combustibile, danno i mezzi alle costruzioni permanenti, ed a quelle di trasporto e di commercio; amministrano mezzi infiniti alla vita ed all’agiatezza della società, specialmente ai poveri, nella pace, ed esorbitantemente agli eserciti anche nella guerra. La terra senza i boschi sarebbe l’universale deserto, ed il deserto è la morte di ogni cosa. La grande ubertosità delle Indie dipende dalle vaste e verdissime selve dell’Imalaya, del Tibet, e dalle robuste foreste, che coprono i dorsi di quelle contrade incantevoli; l’America si è arricchita e giganteggia sì per i boschi, che per le miniere; il Nilo corre gonfio di acque, e feconda di limo il ricchissimo bacino egizio per le selve dell’Abissinia e delle Montagne della Luna: il basso Egitto ha cominciato a ricevere sovente le piogge, da che vaste e vegetanti piantagioni sono cresciute. Se l’Africa avesse delle grandi ed immani foreste, scomparirebbero i deserti, sarebbe ricca ed abitabile quasi quanto l’Asia e l’Europa meridionale. La zona equatoriale dell’America è ben diversa da quella dell’Africa; poichè l’una ha grandi vegetazioni di alberi, di cui manca l’altra. Ma per non andar numerando cose, che si mostrano chiare di sè stesse, asserviam solo, che in Italia ancora, la Provincia di Capitanata ordinariamente per sei mesi non è rinfrescata dalle acque, perchè nell’interno manca di alberi; e se le colline, che la guardano a nord, e la Basilicata venissero pure a mancare di boschi, diventerebbe un lembo di deserto.
La premura dei quistionanti per la Sila è di volerla tutta colonizzare, abbattendone gli alberi, che sono rimasti, e di aver facoltà per mettere a cultura le difese transatte e le transigibili, esistenti ancora in saldo, per trarre dai contadini agricoltori il fitto, messo a piacimento e per concorrenza. I villaggi e le città interessate al godimento degli usi civici, giusta la dichiarazione del Commissario civile per la Sila, 31 agosto 1853, sono 35 nel Cosentino con una popolazione di 87,353, ed 8 nella Calabria media con 10,163, in tutto gli usuarii silani sarebbero 98,516. Ma i veri utilizzantisi dei pascoli, delle legna, e della cultura nella Sila sono i possidenti delle difese, cioè pochi, come il dicemmo, poichè le plebi povere non hanno armentizia, che possa dai pascoli ricevere nutrimento, e per l’agricoltura si legano alle glebi dei ricchi. Non dimendicando le considerazioni fatte, ci vien meglio conceduto il guardar la Sila nell’interesse generale delle Calabrie.
Raffrontiamo la Sila attuale con la Sila dei tempi gloriosi della Magno-Grecia, e dei Brezii, e ne trarremo ragioni, cui il buon senso almanco non deve luttare. Oggi la Sila non misura più di 33 miglia italiane di lunghezza, e 23 di larghezza; la metà circa coltivasi per segala, granone, lino, civaie; le spalle ed i fianchi dei monti sono in parte nudi di cespugli ed a cultura, qui e colà isterilita ed abbandonata; molte creste hanno lasciato l’antico indumento arboreo e pratense, mostrando lo scheltro ringhioso e brusco delle rocce screpolanti e cadenti; i medesimi alberi, per le pendici, scalzati dalla marra, dalle piogge violenti, dall’unghie degli animali, e dalla rapina dei venti, mettono a nudo le radici, che si disseccano, s’immagriscono, e spezzansi dalla scure del nomade mandriano e dal tempo; le acque sia cadendo a gronda dalle altissime chiome degli alberi, sia rovinando nei giorni di uragani, fanno il resto a spazzar il terreno, e portarlo innanzi. L’effetto di tali rovine è stato duplice, e tremendo per l’agricoltura e per la salubrità. Le acque e le nevi non rattenute, nè succhiate a grado dalle erbe, e dai cespugli, non hanno avuto l’agio d’insinuarsi nei meati montani, ed abbondanti conservarsi per la stagione estiva; sono impetuosamente precipitate a valle, trascinando gli strati vegitativi per modo, che i fiumi, gonfii d’acqua e terriccio, hanno qua deviato il corso, là colmato il letto, ivi impaludato, colà affogati i campi e le vegetazioni agricole. L’altro, che disseccate alcune e minorate altre sorgive, i fiumi, perduta agilità e freschezza, sono divenuti torrenti, che ritirando dagli ampii letti invernali le acque decrescentisi, generano all’intorno il miasma, e propagano la secchezza nei campi con una vegetazione nana e tisica. Guasti tanto terribili accadono annualmente nelle Calabrie, nelle cui valli in poche ore t’addolora il veder distrutti fondi magnifici e belli, intorno ai quali da molti anni si erano consacrate le cure, i quotidiani salarii, e le lusinghiere speranze di numerose famiglie. Dai dissesti silani originano la insalubrità delle plaghe marittime, e la distruzione di campi naturalmente fecondi.
Tutt’altra cosa era la Sila nei tempi antichi. Se ai tempi di Strabone misurava 87 miglia in lunghezza e 43 in larghezza, nel periodo italo-greco forse si allungava e si allargava in più, rotta solamente dai villaggi e dalle nascenti città brezie. Plinio parlando dei fiumi, che prendevano capo dalla Sila, dice ch’erano navigabili: amnes ibi navigabiles: Carcines (Cecina) Crotalus (Corace), Semirus (Simari) Arocha (Crocchio) Tarcines (Taccina) — Hist. Nat. 1, III. c. XV; senza ricordare il Nieto, ch’è il maggiore, e ricevette all’imboccatura la flotta greca, reduce di Troja. Chi oggi guarda questi fiumi non aggiusterà fede all’autorità di Plinio, che li vide e li passò, ma bisogna che la nieghi egualmente anche a Strabone, che descrivendo la Sila la dice aquae copia praedita . La Sila allora e per le nevi, che duravano spesso, era un immenso serbatoio, che alimentava gli affondati e stretti corsi dei fiumi: l’agricoltura era pienissima su tutto il Marchesato, ed i frutteti lungo le spiagge marittime, ed intorno alle città. I prodotti agricoli erano sì abbondanti, che alimentavano eserciti sterminati, anche ai tempi di Annibale, che vi campeggiò a lungo, ed un milione e mezzo di abitanti, senza contare l’esportazioni commerciali, — e la salubrità dei climi siffattamente vivificatrice, che dava seme ad una popolazione numerosa, robusta e bella. Strabone riferisce all’uopo una credenza generale in quei tempi sì nella Magno-Grecia, che in Oriente, che la salubrità climale della regione cotronese era la causa, che nelle donne creava una bellezza invincibile, e negli uomini un valore ed una robustezza atletica: una enim Olympiade septem, qui stadio vicere, omnes Crotoniatae fuerunt, ut non injuria dictum videatur. extremum Crotoniatarum, reliquorum Graecorum esse primum. Inde quoque ductum ajunt proverbium-salubrior Crotone: quod ex athletarum moltitudine colligeretur, locum istum ad sanitatem ac firmam corporis constitutionem conferre (1 VI c. 1 § 12).
Le relazioni commerciali tra i Brezii silani ed i popoli marittimi vengono accennate dall’Alicarnassi. I Brezii vivevano di latte e di carne, cibo ordinario di tutte le genti montanare e boscarecce: importavano dagl’italo-greci le granaglie, alcune armi, e panni per vestimenti; loro importavano legname per costruzioni navali, pertiche per remi, e per le armi ed i campi militari, pece e resina, pelli di animali, cuoi e ferro grezzo. Le coverture dei tempii, come quelli di Giunone sul Capo Lacinio e di Proserpina in Locri, e tutti gli altri, ch’erano nelle città e nei santuarii rivierani, come i cantieri militari e mercantili di tutta Italia, e specialmente quelli sul Jonio e sul Tirreno, erano provveduti dalla Sila per gli alberi, che messi su zattere o navi scendevano per i fiumi al mare.
Per la frequenza di un commercio attivo, sul corso dei fiumi, tra i monti e la marina, per la copia dei frumenti, delle frutta, delle carni, e del latte, per la serenità freschissima del clima è facile intendere come tanto prospera augumentasse la popolazione da vincere più del doppio quella, che attualmente a stento cresce, massime nelle zone marittime. Fra breve la vedremo meglio con i confronti statistici.
La Calabria sta tra i gradi di lat. nord 38 e 40, e nella sua massima lunghezza misura dal nord-nord-est al sud-sud-owest 250 chilometri; mentre la sua larghezza dall’Est all’Owest varia moltissimo: la long. Est è tra 15 a 16. Per le posizione si trova esposta a due grandi correnti atmosferiche, che mettono in pericolo la igiene e l’economia rurale. Il ponente dal Tirreno al Ionio si precipita con un impeto irresistibile; irrompendo tra le gole dei monti ammassa cumoli e nembi, che si squarciano sovente in furiose procelle e grandine, che spezzano e schiantano piante robuste e vigorose, abbattono ogni vegetazione, e senza rattento portano via gli assottigliati strati delle colline. Da questo strepitoso vento intieri monti, un giorno coperti di erbe, appena perduto lo schermo degli alberi, sono apparsi nella loro lurca e corrosa nudità; e le vallate sono rimaste sommerse dalle correnti fangose, che scendevano, a guisa di lava, dalle montagne. I danni arrecati, da che le coste della Sila si dissodarono, anche a memoria di uomo, sono stati terribili, ed a mille tanti maggiori dell’utile momentaneamente ricavato dall’agricoltura montanara. Quella furia renderebbesi maggiore e più ustulante, se nell’altopiano silano venissero rasi gli altissimi e ramosi alberi , che ne spezzano la vigoria, la minorano, e ne temperano la ruinosa secchezza.
L’altra corrente più molesta alla vita animale e vegitativa è quella, che viene dall’Africa. Giorni penosissimi per le zone meridionali d’Italia son quelli, in cui l’atmosfera s’infosca, si aggrava, e malinconica s’impregna d’un’aria miasmatica. Uomini e piante ne sentono l’incubo, che comprime il respiro. I deserti africani s’alleggeriscono della morte, che slanciano verso settentrione, nunziatrice di morbi. Gli africani chiamano Samaum questo vento secchissimo dei deserti, che rapina monti di arena e porta via: passando pel bacino mediterraneo s’impregna di vapore aqueo, e giunge sull’Italia col nome di Scirocco. Quando esso domina, ordinariamente si verifica un notabile abbassamento nel barometro, che indica una diminuzione di pressione atmosferica; e quindi un soverchio esaurimento di forze nella vita vegetativa ed animale. Le Calabrie, che si trovan prime per il flusso del Ionio, provano dolorosamente l’influenza di quei miasmi vaganti, che non di rado lasciano sul loro passaggio la morte repentina 1 , che non risparmiasi in altre contrade, che, sebben più lontane, la risentono egualmente per mancanza di principii vitali, che valgono a temperare l’ardore malefico di quei venti. Crediam fermo, che se nelle Calabrie si scemasse la rigogliosa vegetazione, massime della Sila, l’insalubrità crescerebbe a tanto doppio. Da quelle ossigenanti e verdissime foreste i venti micidiali smettono gran parte della morbosità loro, e ritemprati arieggiano meno molestamente di ciò, che sarebbero, se nelle coste e negli alti vertici silani non trovassero le piante e le erbe olezzanti.
Le notate cose a taluni parranno poetiche paure, o fisime puerili, o innocenti delirii. Se tutto ci diniegasse ragione, anche la scienza sulle influenze climali, non sapremmo farci dar torto nè dalla storia, nè dalla statistica. Come spiegare lo squilibrio tra l’attuale e l’antica popolazione, tra la nostra floscida sanità, miseranda per la pochezza di forza e di anni, con la bellezza artistica, con la vigoria atletica, e la lunga senilità nelle genti antiche? Son forse i tempi moderni soldatescamente più micidiali dei primi, e i mezzi artificiali a conservar la vita sono perduti? La storia è inesorabile, la statistica un poco di più, ed il buon senso, se infermasi nell’avidità di taluni, non mancherà di ottemperarsi negli altri alla necessità delle cose.
Computando il numero dei morti tra le provincie più meridionali, e le più settentrionali d’Italia, s’avrà, che nelle prime è maggiore nella stagione estiva, in cui le notate cagioni hanno influenza più pronunziata, nelle seconde la morte miete più risoluta la vita nel periodo invernale per cagione di freddo, e forse di miseria ancora. Le Calabrie nel 1864 ebbero, per una popolazione di 1,160,235, nati 44,060, e morti 35,460 ripartiti così per stagione, in primavera 7,539, estate 8,913, autunno 9,588, inverno 9,416. Dalle osservazioni mediche risulta, che il maggior numero muore per malattie contratte dal miasma, le quali, allungando la infermità, uccidono nel periodo invernale: le stagioni quindi più pericolose sono l’estate e l’autunno.
Queste dolorose verità prendono evidenza maggiore, se paragonansi le Calabrie, avventurosamente protette dalle foreste della Sila, con la Capitanata, ch’è quasi deserta di boschi. Essa trovasi tra 41° 4’ e 41° 57’ lat. e 12° 38’ e 13° 54’ long. est. Nei tempi antichi la Daunia Apulia , quando l’Ofanto per le acque piene e perenni romoreggiava in lontananza e vi si navigava 2 , ed il Cervaro ( Cerbalus ) ingrossato dalla Carapella, era per lungo tratto navigabile; (Strabone VI. c. IV § 9) 3 ; quando sulle paludi del Salpi commerciava Salapia, e tra Arpi , Lucera e Bovino e lungo i fiumi selve robuste davano ombra e pascoli freschissimi alle razze equine, ed all’armentizia, allora quella regione, che ora appena numera 312,820 abitanti, n’avea più di un milione. Nel 1864 sopra 12,991 nati s’ebbero 12,601 morti, in parte grandissima per malattie endemiche, contratte nell’estate e nella prima metà di autunno: il movimento mortuario fu — primavera 2,244 – estate 3,357 — autunno 3,877 — inverno 3,123, In Calabria, in cui la florida vegetazione equilibra l’atmosfera, 6 morirono per fulmine, nelle Puglie, per ragioni opposte, 14!
Comechè l’agiatezza, il movimento commerciale, gli aiuti della medicina fossero maggiori e più solleciti nella Puglia, le condizioni sanitarie per converso valgono in meglio nelle Calabrie; e perchè? — Con pienissimo convincimento l’abbiam detto, che la conservazione dei boschi non che inceppare ed infiacchire l’agricoltura, vi s’attaglia a proteggerla e fecondarla sia perchè la provvedono d’acque fluviali, e di piogge, sia perchè difendono i terreni avvallati ed ubertosi dai repentini inondamenti; ma il benefizio maggiore, e di grandissimo momento è la salubrità delle regioni, la freschezza ossigenata dei climi, l’igiene pubblica, specialmente per le classi agricole, che travagliate intorno alle glebe, sperandone vitto alla figliuolanza, e conforto nelle fatiche, vi respirano la morte, ed un malessere, che propagano nei figli. Non è giusto, che il buon senso d’intiere popolazioni si perverta e si perda, chiedendo la distruzione dei boschi, disonesta speranza di pochi speculatori sulle infermità della gente povera. La società provveda a se stessa, nè si faccia tirare a rimorchio dall’irrequieta avidità di sfruttare inconsultamente quelle terre, in cui invece della vita si propaga la morte. Le plebi agricole, tribulate dall’ignoranza e dalla miseria, siano prudenti: la ricchezza dei campi non sorge da una coltura lata ed immagrita, ma dalla coltura pingue e bene accomodata: la vita animale e la vegetale saranno prospere, se andranno di conserva. Dai campi si richiede bene quando non tornano a danno della vita umana, nella quale, paralizzate le forze per il miasma bevuto, dimezzasi egualmente il guadagno. La famiglia è veramente povera se è visitata dalle febbri: quindi teniamo risoluti, che lo scemare i mezzi della salubrità, sia che venga dai Governi, sia dagli speculatori, è sempre un delitto enorme contro la società, ed una grande sventura per i comuni rurali, da cui deve quotidianamente emigrare gente vigorosa per rinsanguare l’avviziata ed esile generazione delle città.
Stiano in guardia le Calabrie contro le seduzioni devastatrici dei boschi: la ricchezza può e deve venire per altro verso, non dalla coltura della Sila. La Sila per più generazioni è stato il campo trincerato contro le invasioni italo-greche, romane, saracene ed altre minori: sarà meglio un fortalizio inespugnabile contro le invasioni dei morbi, se, invece di cadere incendiata e distrutta, sorgerà per alberi vigorosissima.
La Capitanata da parecchi secoli scemasi di popolazioni: i suoi fecondi piani divengono deserti malinconici, i suoi abitanti, avviziati nelle visceri per insalubrità delle acque, impallidiscono innanzi tempo sotto un cielo, che saetta fuoco, e sopra una terra, che pare riscaldata dai vulcani: non un’ombra, non una verzura, non una linfa per quei piani sconfinati. L’avvenire per quella ferace contrada sarà tremendo sino a che le lontane colline, i corsi dei torrenti e degli antichi fiumi non saranno ricoverti di boschi, o di qualsiasi arborea vegetazione.