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VII. o La Sila in rapporto all’Italia

La Quistione Della Sila — liberliber.it · All chapters

VII. o La Sila in rapporto all’Italia

VII. o La Sila in rapporto

all’Italia

«Art. 8. Ogni prestazione di fida, giogatico, o granetteria, terratico, canone o censo pagato per qualsiasi titolo allo Stato, come pure la servitù dell’alberatura verso lo Stato medesimo è abolita e convertita in credito a favore del Demanio verso i possessori dei fondi, o loro aventi causa, corrispondente al capitale, che si comporrà di 20 volte la prestazione netta di fondiaria, e sarà per l’alberatura eguale al valore degli alberi, determinata da due periti, l’uno eletto dal demanio, l’altro dal possessore del fondo, ed in caso di deficenza di questo secondo perito, o disaccordo di tutti e due, da un terzo perito, nominato dal pretore» È questo l’ottavo articolo del progetto, che Sella, ministro presentava al Senato ai 21 novembre 1865 — Prima di lui era stato egualmente, ai 28 maggio 1863, presentato dal ministro delle finanze, Minghetti, un altro progetto sulla Sila: dell’uno e dell’altro non si è tenuto conto. Non è nostra mente far l’esame, come altri ha praticato, dei progetti ministeriali; ci rifugge l’animo dall’apparir legulei minuziosi. Abbiam riferito l’articolo, affinchè ognuno intenda, che la Sila si prende come un affare di finanze da alcuni, e come un’usurpazione birba e fiscale dagli altri. Sia come si voglia, ognuno abbia il dritto di pensare a grado proprio, tranne a scapito della storia, del buon senso, e della giustizia.

Noi ci facciam qui una dimanda: — quale era lo stato militare delle forze marittime nella Magno-Grecia? La storia ha lasciato ben poco di preciso su quelle forze navali: solo può argomentarsi da alcuni fatti, che esse non erano di poca levatura. Da Taranto a Temesa sul Tirreno, contemporaneamente, o presso a poco, fiorenti erano sul mare Taranto, Sibari, che avea un circuito di 5 miglia, Cotrone, che s’allargava sino a 12 m. , Caulonia, Locri, Reggio, Temesa e Terina: città tutte marittime divennero doviziose meglio pel commercio estero, che per l’interno: quando non valsero più a sostener quello, caddero, o languirono: argomento certo, che la vita e la potenza loro cresceva con l’ambiente del commercio esteriore, che sarebbe stato impossibile, se non fosse stato protetto da sufficienti squadre navali. Cartagine commerciò su tutto il Mediterraneo, perchè le sue numerose e formidabili flotte stanziavano in tutt’i paraggi. Siffatta induzione non è un azzardo, nè un sogno; è la condizione essenziale per tutti tempi, e massime quando il dritto internazionale non avea altra sanzione, nè altra guarentigia, se non quella della forza. Può bene aggiungersi, che allora le città erano essenzialmente battagliere, come quelle, che trovavansi spessissimo all’urto vicendevole di forze e d’interessi, che chiedevano aprirsi e dilatarsi.

Di Taranto non è da mettersi in dubbio una potenza marittima come quella, che si trovava più vicina ad influire tra le lotte greche. Per Sibari la storia serba un grande silenzio, che non la offende; se avea potuto mettere in campo 300 mila soldati contro Cotrone, perchè non dovea avere una flotta quando la concorrenza commerciale delle altre città, ora rivali, ed ora alleate, gliene facea una necessità di vita? Cotrone mandò in soccorso degli Ateniesi tre navi, comandate da Faillo ed ebbero la ventura di combattere e vincere a Salamina: nel 361 raccolse navi confederate nel suo porto, donde ne mandò 60 in soccorso di Reggio, travagliata per terra e per mare da Dionigi siracusano, la di cui flotta attaccata vigorosamente perdette sette triremi con un equipaggio di 1500 uomini. E Dionisio avea quindi armamenti navali; poichè «Dionisio al porto di Siracusa fece arsenali scompartiti con 160 edifizii, sotto ciascuno de’ quali potevano stare due navili;» (Bart. Arch. Alb. VII 9) mentre nell’arsenale terrestre «in pochi giorni vi ripose più di 120 mila scudi ed una infinita moltitudine di spade». Anche quando l’Esaro non più passava per mezzo della città e la fortissima rocce vi rimase lontano distaccata, Cotrone dava un contingente di navi ai Romani – I Locresi sul mare possono chiamarsi gl’Inglesi de le repubbliche italiote: in lega con i Siracusani nel IV secolo muovono contro la flotta combinata degli Ateniesi e Leontini, si gittano quindi contro le squadre Reggiane e le vincono, e pure contro il naviglio dei Messinesi. Anche quando Locri cominciava a decadere, osserva Tucidide, nel 443, di conserva ai Tarantini, manteneva delle navi in osservazione nei mari di Laconia, e più, tra il 563 al 589, sussidiava di navi i Romani — Prima dei Locresi Reggio ebbe un’ascendenza marittima, per la quale non solo tenne in soggezione, e, qualche volta, anche in servitù Messina, ma nel 276, a Taranto assediata poderosamente dai lapigii mandò sulla sua flotta aiuti di soldati e di danaro, perdendo 3000 combattenti. Le sue navi con le alleate imperavano su tutt’i mari italici: quando, dopo le fortunate ladronerie su gran parte della Magno-Grecia, Dionisio potè più fieramente mettere alle strette i Reggiani, dieci delle loro navi furon da lui depredate – I Temesini sin dai tempi iliaci ebbero nome e potenza marittima, i Cauloniati, ed i Tirinesi barcheggiarono tra le maggiori città or con le une, ed or con le altre.

Per le cose accennate possiamo dedurre, che sulle coste dell’ampio bacino ionio, e sulle spiagge tirrenie-sicule la forza militare navale fu della maggiore importanza, e vinceva in potenza, ordine e numero di naviglio le altre marine militari del mediterraneo, pria che Cartagine e Roma avessero con flotte poderosissime ed agguerrite contrastatosi il dominio dei mari. Non stiamo per ricordare la marina mercantile, poichè, l’abbiam già detto, le città italiote commerciavano per tutt’i porti e rade mediterranee, sostituendosi all’antichissimo traffico orientale di Sidone e Tiro.

E donde uscivano tante e sì temute squadre, onorarie e navi commercianti tanto numerose? Dai porti italioti, i cui cantieri erano a dovizia provveduti per legnami solidissimi e svelti, e per ottima pece dagli abeti e dai pini della Sila, la quale non scemò di valore e d’interesse, anzi l’accrebbe, quando Roma costrusse innumere e potenti flotte nei cantieri di Ostia, di Ancona, e di Brindisi. Dalla Sila si tolsero le immani e svelte travature dei tempii pagani di Roma, e, nel tempo posteriore, del San Pietro e Paolo, e del massimo S. Pietro ancora, comunque in quei secoli l’Italia non fosse povera di altre robuste selve. Quando le provincie meridionali cominciarono ad essere napolitane, i re ed i vicerè costumarono trarre anche dalla Sila i legnami per costruzioni navali sino a che si formarono a bello studio le camere chiuse ad uso della marina nazionale, poichè le severe prammatiche de incisione arborum , per le condizioni e cose notate, si tennero in non cale dall’indole devastatrice ed incendiaria degli occupatori delle difese. Prima della battaglia di Lepanto, fortunato inizio della decadenza musulmana, il Napolitano crebbe la flotta, in gran parte costruita dai legnami silani, che mantenne spesso gloriosa la nostra bandiera contro i Turchi ed i pirati. I Cavalieri di Malta traevano anche dalla Sila il necessario per le loro veliere e terribili galee.

Non siam certo chiamati a tessere la storia delle costruzioni navali napolitane per legnami tolti dalla Sila, poichè comunque non usi a maledire ed incriminare chicchessia, sarem costretti a deplorare l’incuria, e l’indirizzo dei governi, che mentre sentivano il bisogno della Sila, non la garantirono vigorosamente. Si tacquero, o lasciaron fare per altrui e per proprio conto; stoltamente non aprirono strade sufficienti pel trasporto dei grandi alberi, non scavarono nè munirono sul Jonio almeno un porto solo, che per la vastità sua, per i fortalizii, per i cantieri avesse potuto essere un posto efficace per guardare le coste, minacciare, sorvegliare l’oriente, risparmiare spese ingenti al ministero di marina, risollevare il lustro antico, ed incoraggiare a vita attiva le popolazioni calabresi, che invece di pericolo, sarebbero state di gloria e grandezza al trono. Incriminare il passato senza preparare l’avvenire, se non malcreata e stolta cosa, è sterile almeno. Voglia Iddio che i torti del passato non siano ancora la stoltizia del presente, e la incriminazione dell’avvenire! L’art. 8 trascritto, se fosse accettato anche nella sordidità fiscale, sarebbe la sentenza di morte della Sila, e noi crediamo pure, la continuazione dello sprezzo e dell’abbandono disonesto delle Calabrie. Il ripetiamo, perchè ne sentiamo il convincimento, la Sila non è la quistione d’interessi mercimoniali di poche famiglie gaudenti, e di 43 villaggi mezzanamente, o apparentemente usuarii, ma è la quistione delle Calabrie, e d’un importantissimo interesse italiano. Oggi forse tutti comprendono, che rinserrar le flotte italiane tra i fortalizii della Spezia ed i baluardi Malamocco è come mettere la base d’un esercito operante cento leghe lontano dalla fronte del nemico. Il quatrilatero è il campo trincerato ed inespugnabile dell’occidente, da Brindisi a Messina dovrebbe essere il nuovo quatrilatero navale dell’oriente. La Camera ha suscitata la quistione della valigia dell’Indie, e n’ha menato tanto chiasso e scalpore, comunque per parte minima tocchi i profondi interessi nazionali; noi vorremmo, che si fermasse la quistione meridionale italiana in rapporto all’oriente, ove il commercio e la guerra dovrà risolvere quesiti vitali per tutto il mondo antico.

Ci si potrà dire — voi fate della Sila un affare così vasto, che trascende esorbitantemente il proprio carattere e valore — Oltre dell’economia, che si trae dalla Sila, noi vi guardiamo un’altra cosa, le nuove correnti, che debbonsi prendere per invigorire il commercio e la politica. Bigna dimandare —ha l’Italia un emporio per costruzioni e per combustibile simile alla Sila, ed in una regione sì grandemente interessante? — Le antiche floride selve scandinave provvedono di legnami e di tavole molti arsenali europei ed anche italiani, e le folte pinete dalmate mandano provigioni in molti depositi nostrali del versante adriatico. La marina napolitana, che dal 1830 prese incremento e sviluppo così rimarchevole, che la fè porre tra le secondarie di Europa, crebbe mercè la Sila, che a buon mercato, e con grande vicinanza agli arsenali di Castellammare, e di Napoli, mandava abeti e pini giganteschi. Da quel tempo ancora per le medesime agevolazioni la marina mercantile fu più che raddoppiata sia per il numero, sia per la portata delle tonnellate.

Ora l’armata italiana, affinchè avesse potuto prendere il quarto posto tra l’europee, ha dovuto riunire e modificare i navigli divisi degli stati annessi, e commettere nei cantieri inglesi, francesi ed americani la costruzione di altri legni. Quanti milioni costa al popolo italiano questo accrescimento navale? Quanta ricchezza s’è tolta al proprio paese e si è gittata a ribocco nell’altrui? È fosse stato almeno lo sciupo monetario solo! Quanto giova attivare i cantieri nazionali l’abbiam sciaguratamente imparato a Lissa: se le nostre flotte fossero uscite dagli arsenali nostrali, avremmo saputo quel che valevano, ed i milioni sprecati sarebbero rimasti al popolo balzellato!

Ma non sia che per noi si rinnovellino dolori disperati quando sono necessarii la calma, la rassegnazione, ed anche l’oblio. Diciam solo, che le Calabrie non rimarranno in eterno sequestrate così dal consorzio nazionale, da sembrarne divelte. Fra breve, se il desiderio e gli uomini sono sinceri, esse da un canto s’apriranno per Reggio nel commercio del Tirreno, dall’altro s’allacceranno alle Puglie, e di là all’altre parti italiane. Allora le città marittime, e da queste anche le interne, potranno ritrarre dalla Sila sì quanto è necessario alle costruzioni navali; sì tutto ciò, che si domanda dall’industria pubblica e privata, e dalle manifatture. I tronchi ferroviarii, che si potranno insinuare a traverso di qualche vallata silana, accresceranno a quella selva famosissima, oggetto or di simulato sprezzo, ed or d’avidità inquieta, quel valore che viene anche dalla necessità del combustibile.

A contenere fuori d’inquietitudine il popolo, insieme al lavoro non gli deve mancare il buon mercato del pane e del combustibile, che è, come per dire, il compenso alla nudità del povero, e l’elemento indispensabile a dar vita al piccolo focolare del tugurio, ed al deschetto della miseria. Chi poi considera la distruzione dei grandi boschi dalle Alpi alle spalle dell’Etna, compiuta in un mezzo secolo, vede con rincrescimento grandissimo, e con prognostici sinistri, in alcuni luoghi la povera gente avventarsi ai frutteti, riscaldarsi all’insalubre vampa della paglia ammuffita, e preparar l’incondita ministra tra l’ammorbante fumo dell’acceso concime dei bovi e dei cavalli. L’igiene e la morale ne patiscono, e richiedono provvedimenti indispensabili, se non si desidera, che il male inciti a colpevoli intenti. L’Italia sente qua e là tali strettezze: e la Russia comincia dalle nordiche sue selve a mandarci il carbone! I municipii ed il Governo debbono seriamente non dimenticare, che l’imboschimento dei monti, e di alcune correnti fluviali, giusta quanto si osservò, appartiene ad interessi primarii delle popolazioni, specialmente se considerasi, che a cagione delle ferrovie, molti boschi rimarranno distrutti. I bisogni crescenti della società, se da un verso domandano quotidianamente ingente consumo di legnami, vogliono imperiosamente dall’altro, che si provveda al danno per un non lontano avvenire.

Se anche in ragion del combustibile si miri la quistione silana, appare sempre più terribile e dannevolissima la devastazione arborea, che in quelle selve, compiesi in ogni dì. Qualunque possa essere il progetto e la soluzione della controversia silana, saranno sempre pericolosi ed improvvidi quei mezzi, che invece di conservare ed accrescere le condizioni silvane, le guasteranno sempre in peggio.

Una delle aspirazioni dei possessori delle difese , e di altri ancora sarebbe quella di voler ceduti a buon agio i dritti fiscali sull’alberatura sia per avere a loro prò l’immenso capitale del legname, sia per soleggiar meglio i pascoli, sia per dare frutto maggiore alla dissodazione dei prati, ed alla coltura attuale del lino e di altre semenze. Dicono pure, che non c’è da far assegno sul combustibile della Sila; poichè ognuno n’ha a josa, e non si trova nè anche chi voglia accettarlo a presente. Costoro veramente son di quelli, che agognerebbero perpetuato in sempiterno l’isolamento dei comuni calabresi, o vedono sì foscamente nel loro avvenire, che s’imbiancano per una paura solitaria e pia — La Sila non rimarrà più inviolato ricettacolo di briganti, nè un’Arcadia di spiensierati mandriani: senza che la scure ed il fuoco malandrinescamente la consumino, essa, giova sperarlo, sarà un emporio di legnami, donde i numerosi cantieri ed arsenali marittimi d’Italia s’addovizieranno per dare incremento massime alla marina mercantile, ed il commercio interno invece di far capo alle importazioni di Triste, e di Fiume, chiederà alla Sila tutto il necessario alle costruzioni, ed al combustibile. Questa speranza però è subordinata a due condizioni —1.° che la Sila entri nell’ambiente del commercio per strade opportune —2.° che una legge mandi colà una colonia, reclutata nelle Calabrie stesse, che con operai attivi ed intelligenti, e con mezzi e strumenti convenienti faccia di quella contrada come un gigantesco cantiere di tutta Italia.