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VIII. La Sila futura

La Quistione Della Sila — liberliber.it · All chapters

VIII. La Sila futura

VIII.

La Sila futura

È necessario dunque, che la quistione della Sila si risolva per un verso qualsiasi, e cessi di turbare il sonno del piccolo proprietario, e di alimentare la immodesta speranza degli addoviziati. Non avverrà mai, che da noi si dica, che il Fisco termini il litigio leoninamente; ancorchè v’intervenisse una decisione parlamentare, che non sarebbe difficile ottenere a condizione che se ne mostrasse un bisogno. Sventuratamente il Fisco è divenuto il Saturno, che divora i figli, e dopo il pasto n’ha fame maggiore, e la libertà stessa divora freddamente peggio che il dispotismo, ed i popoli, adulterata la moralità della coscienza, s’addolorano dai voti onorevoli più tristamente, che dalla spia del gendarme, Nè sarà colpa della libertà stessa, ch’è condannata a prestar la maschera alle avidità legali sino a che i popoli, rientrati nel sentimento della giustizia, non si faranno rimorchiare dalla scaltrita ciurmeria dei gridatori plateali.

Di chi sarà dunque la Sila? Vorremmo sperare, che fosse delle Calabrie. I governi hanno alcuni dotaggi, che, sotto il nome di demanio, sono il patrimonio immobile, donde si prendono le risorse per i bisogni comuni della nazione. I Comuni hanno pure il loro demanio: perchè le provincie e le regioni non dovrebbero averlo? La Sila potrebbe, o meglio, dovrebbe essere un demanio regionale delle Calabrie sotto la vigilanza suprema dello Stato.

Ma le condizioni storiche e giuridiche hanno, a traverso dei secoli, così involta la proprietà silana, che molti e diversi interessi vengono in tanto urto e conflitto, che rendono difficilissimo, se non impossibile, il considerarla nella integrità sua, come una cosa, che possa avere un’unica e chiara soluzione. Il Fisco, i Comuni, i particolari proprietarii accampano per ogni verso pretensioni e dritti, che senza un grande atto di generosità e di sacrificio, o senza un’aperta ed ingiusta violenza, non possono mettersi prestamente in pace. Nè l’una cosa, comunque nobile, nè l’altra possono attuarsi. Solo che si considerino i diversi scrittori delle cose silane, tirati per diversi criterii e disegni, si vede, che per acquietare gli animi, bisognerà venire a quelle composizioni arbitrali, che se non contengono la giustizia, valgono almeno a dare alcune permanenti guarentigie, che assicureranno da litigi o dissidii soverchiamente inquietanti.

Abbiamo esaminato quale valore contenga la Sila in rapporto alle Calabrie ed all’Italia; considerandola non solo per quello, che può dare nel presente, ma più per quanto riguarda l’avvenire. Sarebbe nostro desiderio, che le cose dette venissero seriamente considerate, specialmente perchè scevre di quella passione, che sovente nasce dall’interesse della famiglia, o del municipio, cui s’appartiene. Il valore storico di quelle foreste, continuate per più di due mila anni, è segno evidente, che il farle scomparire dalle Calabrie sarebbe sacrilego e dannevole quanto quegli, che attentasse ad un monumento e disseccasse una sorgente di vita. Dopo continue e pertinaci devastazioni con la marra, e financo selvaticamente col fuoco, la Sila stremata per ogn’intorno ai lembi, si è raccolta, ma ha durato, risorgendo vigorosa dalla cenere sua sì, che là tanto aggiustato è il suolo e la temperatura che, per riprodursi una boscaglia, non è necessario aspettare lunghi secoli, nè interessare l’uomo a cure perduranti. La natura non invano ha provveduto alle cose diverse, ordinandole per guisa, che potessero ben prosperare nel loro posto. Invertire questo ordine, comporre l’arteficio invece di secondare la direzione spontanea delle cose è come il sopraimporsi violentemente alle cose stesse, che perciò non dureranno, nè saranno a lungo promettitrici di bene. Il disegno di colonizzarla in tutte parti mena alla completa distruzione della Sila; l’agricoltura non può prosperare all’ombra degli alberi silvani, nè questi all’urto continuo della marra, e tra lo sfibramento della terra. Nè tutti i terreni silani possono aprirsi ad ogni sorta di granaglie, le cui semenze irrigidite dalle nevi e dal freddo morrebbero innanzi tempo. V’ànno però contrade stupende per alcune produzioni agricole, che richiedono una temperatura aleggiante, e la irrigazione, che torna facilissima per la copia mirabile delle sorgive. Il nostro intento però non dirigendosi a far dettagli agronomici, diciam solo, in una maniera generale, che pure forse è utile, che quelle parti silane, buone per l’agricoltura, si accomodino alla stessa. Ma ciò non risolve la quistione di rialzare la condizione dei contadini, mercè i terreni della Sila; poichè il proletario non si redime dalla miseria, nè dalla sudditanza al ricco, se non diviene proprietario, od operajo indipendente, e proficuo, con il salario, a sè ed alla famigliuola.

Fu tempo, in cui si pensò eliminare il brigantaggio, e migliorare la condizione dei comuni silani, raccogliendo nei migliori siti delle foreste le colonie, che avrebbero avuto terreni ed aiuti per coltivarli e costruire paesetti novelli. Nell’occupazione francese, vi fu un decreto, 2 luglio 1810, che stabiliva cinque villaggi con dritti di semina, di pascolo e di combustibile per ogni famiglia. Quel decreto rimase come cosa morta non tanto per i tempi, che successero turbinosi, ed i promessi aiuti, e gli assegni, e le guarentigie, su carta concesse, e gl’incoraggiamenti annunziati non vennero giammai efficacemente promossi, quanto perchè i luoghi da assegnarsi a future sedi agricole, erano occupati dalle difese, o tenuti in mira dagli aspiranti ad infeudarseli: poichè per spostare anche un solo villaggio, o per attirare in un posto la concorrenza degli scapoli, e dei proletarii è necessario, che almeno la speranza di sorti migliori sorrida. Non si creda, che anche sminuzzata la Sila in quote moltissime, la miseria dei contadini usuarii sarebbe scemata: dopo pochi anni le quote sarebbero inesorabilmente ingoiate dai grossi possidenti ed a prezzi, che si potrebbero dire meretricii, come è avvenuto a parecchi Comuni, che guardano il Marchesato. La gran parte della Sila non può essere utile, se non in grande estensione: le piccole proprietà si mantengono e si tramandano religiosamente quando il padrone può sperar compensi sufficienti alle fatiche, e d’estate e d’inverno guardarle, lavorarle, trarne frutto. Molte parti silane per la rigidezza del clima terrebbero, almeno per la metà dell’anno, lontana la famigliuola posseditrice, che, distratta a cercare altrove le risorse necessarie, non sposa al campo quell’affetto assiduo, che fa della proprietà e del padrone quasi come una cosa sola. E tutto ciò nel caso, che la Sila ridotta a frazioni non tornasse a danno generale delle Calabrie ed anche dell’Italia. Resterebbe dunque, che la Sila o deve rimanere a latifondi particolari; o a patrimonii comunali, o provinciali.

Ma ancorchè l’agro silano potesse ricevere delle colonie permanenti, vi si dovrebbe innanzi tutto non raccoglierle colà per inselvatichirle, e circondarle di miseria quasi relegate tra gli orrori e la fierezza dei boschi, ma avvicinarle al consorzio di altre genti, proteggerle dal marasmo dell’inerzia, facile a regnare nelle solitudini, assicurar loro il possesso dei campi, e propagar l’industria lucrosa di alcuni mestieri, che sono più convenienti ad un luogo, in cui le foreste possono dare una speciale ricchezza. Ciò importerebbe, che gli attuali ed i futuri villaggi silani dovrebbero essere uniti mercè i vincoli delle strade commerciali.

Fatta la liquidazione dei beni della Sila, gl’introiti, che il Fisco esigeva fino al 1860, e che notammo essere circa centomila lire, dovrebbero essere annualmente impiegati ad aprire le strade di comunicazione tra i diversi villaggi con le due marine, diramandole sino alle frontiere delle grandi foreste per agevolare il trasporto del combustibile, degli alberi segati, che annualmente potrebbero dare non meno di altre centomila lire. Addoppiato l’introito, e create piccole colonie di operai taglialegna e costruttori, tutta la popolazione silana avrebbe tre vie di ricchezza, dall’agricoltura, dall’armentizia, e dal legname, le quali ajutandosi a vicenda, e crescendo di valore, mercè il facile trasporto loro su strade ampie e carreggiabili, eliminerebbero ciò, che rende fiere ed indomite quelle genti, la povertà, l’isolamento e le concussioni. Innanzi tutto però converrebbe creare una qualsiasi istruzione tecnica per quelle tre diverse industrie, e dare mezzi sufficienti per creare qualche stabilimento necessario, specialmente per il taglio e l’accomodamento del legname.

Una severa ed inflessibile legge silvana dovrebbe regolare l’amministrazione delle foreste, affinchè un’intemperante voracità di lucro non producesse lo sterminio dei boschi, tanto necessarii non solo ai bisogni della marineria militare e mercantile, ma al benessere igienico, agricola ed armentizio delle Calabrie.

Ma che cosa resterebbe allo Stato, se per vantaggio dei Comuni concedesse alle Calabrie l’amministrazione della Sila? — Rimarrebbero le camere chiuse , ed i dritti fondiarii, che per l’accresciuto valore delle proprietà silane, prenderebbero altro augumento.

È poi necessario, che lo Stato non esageri la sua influenza, e metta, al più ch’è dato, le diverse popolazioni italiane, egualmente chiamate al tributo del sangue e delle tasse, in una specie di livello nei beni della vita, come in quelli della libertà e della civiltà! Quale dritto maggiore hanno i Liguri, i Marcheggiani, i Toscani, cui quotidianamente si concedono vie ferrate e nazionali, istituti, e cento altri vantaggi, dirimpetto ai Calabresi, cui manca tutto? I beni ed i mali debbono equamente distribuirsi: l’eguaglianza innanzi alla legge non deve essere un’astrazione, ma un fatto. Quando una parte della nazione si trova più delle altre aggravata, ancorchè avesse contro se i dritti storici del Fisco, lo Stato vi deve cedere per serbare integra l’eguaglianza di tutte, o pure ricavar d’altronde mezzi equivalenti alle proprietà, che lo Stato si volesse conservare. Gli enti morali particolari debbono essere egualmente considerati negli oneri e nei beni, che hanno relazione comune con l’ente morale primario, che si chiama Stato. Se le popolazioni Calabresi e specialmente le silane, avessero compensi commerciali e finanziarii egualmente, che le altre provincie, lo Stato potrebbe conservarsi i dritti sulla Sila, il cui effetto tornerebbe a vantaggio comune. Nella quistione silana la cosa va ben altrimenti: sicchè, giusta il nostro modo di vedere, se il Governo introita centomila lire da quei latifondi demaniali, che tornano a prò dell’amministrazione generale, dovrebbe dalla stessa prendere l’assegno di altre centomila per compensi generali a quelle popolazioni regionali.

La Sila però offre una condizione speciale, come quella, che interessa tutte le Calabrie, e l’Italia; per questo lato il Governo vi deve mettere un’ingerenza, per la quale salva dagl’interessi particolari l’interesse generale. Da ciò siamo stati condotti ad affermare, che la Sila deve essere severamente protetta nella condizione silvana, la quale si perderebbe, se le foreste andassero a libito dei particolari ed anche dei Comuni utilitarii, che, per attivare un guadagno immediato, non mancherebbero, come dolorosamente accade ogni giorno, appiccar l’incendio e devastare un immenso capitale di alberi.

All’intento di agevolare la soluzione della quistione silana converrà, che tutti gl’interessati facciano, se pure occorre, un sacrifizio sulle pretese esagerate, guardando, nell’agitazione comune della società, il movimento del proletario, che chiede lavoro e salario proporzionato. La legge agraria si trasforma e minaccia: la sua trasformazione più tranquilla e pacifica è il lavoro. La ricchezza immobiliare non è l’unico, nè il primario desiderio specialmente quando la si guarda disanguata, ed immagrita dalle tasse. Per converso la ricchezza mobiliare cresce di rilievo e di premure: ed essa va compagna al lavoro. Dicevam dunque, che la quistione silana si risolve meglio, senza che la si divori, o si sbocconcelli, ponendo quelle popolazioni in uno stato, in cui, mercè un combinamento dell’agricoltura, dell’armentizia e del commercio, possano, impiegando le diverse forze e capacità loro, trarre il vantaggio, ch’è necessario per vivere con qualche agiatezza — Ma se crederassi perpetuare l’inattiva selvatichezza di quelle genti, e la ribellante ed irosa miseria loro, la proprietà dei latifondi sarà precariamente produttiva, ed il malcontento fazionario sarà accresciuto sino alla tremenda e continuamente risurgente rappresaglia del brigantaggio.

Volendo poi riassumere le nostre idee, diciamo che 1.° la Sila, come complesso di foreste, deve essere energicamente conservata — 2.° Che essa potrebbe dare all’agricoltura solamente quelle parti piane e le irrigabili – 3.° che i prodotti di una sapiente amministrazione silana dovrebbero annualmente consacrarsi a benefizio di quelle popolazioni in quella maniera, che si crederebbe migliore — 4.° il Governo s’abbia il dritto dell’alberatura, necessaria ai cantieri ed agli arsenali militari — 5. o si terminino i litigi della liquidazione delle difese, restringendo il più che è dato i latifondi quistionabili dei particolari — 6.° converrebbe rimboschire le zone a pendio, la cui coltura ha prodotto devastamento nelle valli e nelle contrade marittime — 7.° in fine civilizzare la Sila, per così dire, aprendovi a traverso e per i fianchi strade provinciali, che metteranno in comunicazione i villaggi silani con le altre genti.

Questa soluzione non andrà a sangue di taluni, che forse ruminano altri disegni. Non crediam d’imporre la nostra opinione a chicchessia, la quale sincera, e libera da fine secondario potrà essere accolta, o rigettata a grado. Per un’inconsulta liberalità, dal 1860 in poi il Demanio ha trascurato esigere molti dritti dagli usuarii, dai quali spera rinfrancarsi, chiedendone compensi, o forse forzandoli a pagamenti sommarii. Quelle prestazioni trascurate sono rimaste disperse, senza che le condizioni locali ed individuali fossero migliorate. Per converso se annualmente si fossero erogate per strade, ed altre cose durature, quelle popolazioni oggi ne sentirebbero immenso prò 4 . Per questo unico modo le Calabrie potranno cessare di essere credute lo spauracchio dei passaggieri, la terra dell’abituale malcontento, la regione dell’ira e del sangue, il deserto della civiltà. Altrove protestammo contro queste ultronee e bugiarde accuse; ma non sapremmo negare, che la condizione delle Calabrie non richieda provvedimenti serii a migliorarle: sonvi luoghi, in cui le accuse non mancano di verità, e per questo appunto crediamo, che i Calabresi stessi debbono studiare il popolo loro, rilevarne i bisogni e prudentemente, senza ira ed esagerazione, richiedere, che vi si provveda.

Nei MONTI DELLA CALABRIA intendemmo inspecchiare la Calabria moderna a traverso l’antica. Ci fu dolce contemplare in quei remoti secoli le istituzioni, il commercio, le arti, le scienze, le discipline, la grandezza, la gloria di quelle genti, da cui l’Italia imparò ad essere grande e civilizzatrice. Da tante grandezze come si discese sì basso? Il notammo, che anche nelle comuni miserie ed incursioni le Calabrie, quando ebbero uomini, che le seppero commovere e guidare, non vennero meno a loro stesse. Accennammo pure al loro avvenire, che non mancherà di essere splendido solo che le ricchezze naturali non vengano dimenticate.

Una di queste ricchezze, non sapremmo assicurare se per malizia, o per qualsiasi altra cagione dimenticate, ci parve la Sila, il cui concetto storico-giuridico e la cui destinazione era uopo rilevare senza preoccupazione di sorta: La quistione della Sila ci apparve come uno dei comenti dei MONTI DELLA CALABRIA, che confidammo alla svelta intelligenza della gioventù calabrese, cui è riservato dare luce a molte altre quistioni, se con buona ed efficace volontà si spinge a rialzare il credito e la gloria patria. Bisogna, che le Calabrie siano studiate: vi sono alcuni punti oscuri, che fanno ombra e paura, come certe notturne visioni. Una grande missione civilizzatrice spetterebbe al clero, che sventuratamente è nullo, fuori l’ambiente civile, senza prestigio religioso. In certi luoghi e con certe genti il sentimento, e la civile educazione del clero può operare prodigii, mentre le nullità e le plateali spavalderie non valgono, che ad irritare gli animi, e rassodare i pregiudizii e l’odio contro la libertà. Cassiodoro, S. Bruno, e Gioacchino Abbate con lo zelo ed istituzioni loro valsero mille tanti per le Calabrie, alle quali sono di massimo momento due cose – le associazioni di forze materiali, e l’operosa educazione del popolo – Se verrà tempo, e forse non sarà lontano, che il commercio interno aprirà operose e fruttifere braccia sue per queste contrade opime, le Calabrie rinvigorite dalla vita propria e da quella, che loro comunicherassi di fuori, si rialzeranno col minuto popolo, ed a gara con le altre terre italiane. Si conoscerà allora la ricchezza e la importanza della Sila, che nutrendo armenti, preparando pascoli, ammassando e dispensando combustibile e legnami, ampliando la coltivazione del lino, manterrà i versanti marittimi freschi ed irrigati d’acque perenni e salutari, la sanezza d’un’atmosfera facile ad avviziarsi, ed una popolazione robusta e bella 5 .

Avviso

I Monti della Calabria L. 1

Filosofia delle Letterature P. I. a L. 3

Queste altre due opere del Prof. L. Agnelli si vendono presso i librai

G. Caruso e G. Mazzocca —in Catanzaro.

Giacinto Marietti — Torino — Piazza S. Carlo N° 10.

Giacomo Agnelli – Milano — Largo S. a Margherita N.° 4.

Morano Antonio — Napoli — Largo Carità.

Paggi— Firenze – Via Proconsoli.