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I PESCI IN AGITAZIONE

Lo Stregone Del Mare — liberliber.it · All chapters

I PESCI IN AGITAZIONE

I PESCI IN AGITAZIONE

I.

Una pesca miracolosa

Nella grande sala-veranda, di forma rettangolare assai allungata, della «Stazione biologica» di Roscoff gravava, malgrado la stagione già molto avanzata poichè si era alla fine di ottobre, una temperatura da serra; un calore afoso ed umido come se un uragano fosse prossimo.

La folla quotidiana degli studenti, accorsi da ogni parte del mondo per trascorrere le loro vacanze alla «Stazione biologica» nello studio della fauna pelasgica, se n’era andata e la grande sala-acquario, quasi vuota, vibrava come una cassa armonica nella quale risuonavano, amplificati, i passi degli ospiti permanenti del laboratorio marittimo.

Nelle tinozze allineate lungo le vetrate e nelle quali ogni studente, cui ognuna era assegnata, conservava il frutto della propria pesca, non si vedevano che pochi esemplari di pesci; ed anche le vasche comuni, in cemento, comunicanti col mare, non erano più affollate dei loro consueti abitanti.

* * *

Cessata la quotidiana animazione studentesca del salone, che tanto gli piaceva, «Papà Anthime», com’era chiamato, occupava, leggendo, il tempo di riposo.

Arrampicatore d’istinto, amante delle «posizioni elevate», egli leggeva in quel momento un trafiletto del Bollettino della Società Zoologica stando a cavalcioni sull’ultimo piolo d’una scala doppia, e manifestava la sua soddisfazione muovendo i pollici dei piedi coperti dalle sole calze di lana perchè aveva lasciato gli zoccoli sul pavimento.

Portava una grossa maglia di lana bruna e dei pantaloni di tela color marrone tanto stinto da avvicinarsi più all’arancione, ed assomigliava più ad uno scimpanzè che ad un uomo, con quegli occhietti brillanti sprofondati nell’orbite sormontate da sopracciglia folte come baffi ed irrequiete, e con quelle gambe corte contrastanti con le braccia lunghe: a compiere la rassomiglianza venivan, poi, le orecchie enormi e mal orlate.

Per soddisfare il suo istinto d’arrampicatore tutto gli serviva, proprio come alle scimmie: alberi, rocce, scale, tetti, perfino i carri colmi di alghe raccolte sulla riva del mare: egli si sentiva sempre in perfetto equilibrio tanto sopra un ramo quanto sul culmine di un muro; stava sospeso per un braccio mentre si grattava un fianco o si spenzolava reggendosi con le gambe mentre gesticolava come qualunque altro misero mortale rimasto nel «piancito dei cani» come usava dire per indicare il suolo. E quando aveva raggiunto qualche punto inaccessibile, vi si rannicchiava, soddisfatto, gridando: «Venite qui!» come per far partecipe il prossimo alla sua gioia perchè, occorre dirlo, era davvero un buon uomo.

A cavalcioni dell’ultimo piolo della scala, dunque, papà Anthime leggeva un trafiletto del Bollettino della Società Zoologica ed era assai soddisfatto di quella lettura come lo provava il continuo agitarsi dei pollici dei suoi piedi, e lo era perchè si trattava del suo amatissimo superiore, di Yves Dunois direttore del laboratorio, da poco eletto membro corrispondente dell’Accademia delle Scienze.

Aveva percorso davvero una strana carriera quello scienziato di cui il compilatore del bollettino si compiaceva di tracciare in forma elogiativa l’«ascesa».

Dapprima ufficiale di marina e, come tale, aiutante di campo del Principe Alberto di Monaco, e membro delle ultime spedizioni oceanografiche le quali, a bordo del «Principessa Alice» avevano tentato di precisare l’itinerario dei banchi di pesci migratori, egli si era poi dimesso dal grado per dedicarsi soltanto alle ricerche scientifiche. Dottore in scienze naturali a ventisett’anni, si era fatto notare per le sue ricerche sui ricci di mare fatte in unione all’illustre Delage.

Durante la guerra era stato un ottimo pilota d’idrovolanti e, subito dopo l’armistizio, aveva ripreso i suoi studî di biologia e veniva posto a capo del laboratorio di Roscoff dove la sua scienza marinara assecondava le sue capacità di ricercatore.

Papà Anthime leggeva ad alta voce per meglio comprendere e gustare quel curriculum vitae , che pur già sapeva a memoria, quando nel salone entrò Yves Dunois in persona vestito d’una giacca di panno azzurro e d’un paio di pantaloni da pescatore, abito, questo, che egli prediligeva, a Roscoff.

In un battibaleno papà Anthime scese dalla scala e strinse la mano al «padrone».

Vicino all’ex-ufficiale di marina, dai lineamenti regolari, dalle proporzioni armoniose, dal tratto signorile e pur semplice, papà Anthime pareva lo scimmione Consul presentato dal suo educatore.

Dunois pescò un riccio in una delle due grandi vasche di cemento che si trovavano alle estremità del vasto quadrilatero vetrato e, certamente per tenersi in esercizio, cominciò la sezione dell’echinoderma sul tavolo di marmo nero che stava vicino ai gradini...

Anthime raccolse un tramaglio rotto ch’era lì vicino e, seduto sul pavimento, cominciò ad accomodarlo: i suoi movimenti lesti e secchi rammentavano con tanta verità quelli d’un quadrumane che il suo capo non seppe trattenersi dal sorridere, e quel sorriso dolcissimo era il grande fascino di quel viso grave e bello illuminato da due occhi azzurri, le cui pupille erano cerchiate di nero, ed il cui sguardo era dritto e penetrante.

Improvvisamente il preparatore domandò

— Signor Yves, sapete la notizia?

— La saprò – rispose tranquillamente il biologo – quando me l’avrete comunicata, Anthime.

Questi incrociò le gambe quasi volesse appallottolarsi.

— Bene; vostro zio, Le Hélo, è tornato stamane a Roscoff con la barca nuova.

— Buon per lui!

Dunois andava frugando con grande attenzione nel suo riccio, ma il silenzio non era nelle intenzioni del preparatore che continuò:

— È però un bel tipo vostro zio Le Hélo, signor Dunois!... Mai visto nulla di simile... e sì che di gente e di paesi ne ho visti! Quello è un orso: un orso bianco! Niente di più feroce... non gli allungherei un dito... lo morderebbe.

— Mio vecchio Anthime – osservò il direttore con la sua voce calma – voi siete comunicativo e benevolo... in generale... ed è questo che non vi permette di perdonare a mio zio la sua «orsaggine». Bisognerebbe però comprendere che non tutte le persone sono eguali e che la misantropia di un Le Hélo ha certamente le sue scuse. Chi vi dice ch’egli non abbia avuto di che lagnarsi degli uomini nei suoi primi rapporti con loro, e che queste impressioni iniziali non abbiano influito su tutta la sua vita? È un originale, ma voi ne siete un altro; e come voi avete i vostri meriti, anch’egli ha i suoi. Anzitutto non si troverebbe in tutta la Bretagna, terra di marinai per eccellenza, un marinaio migliore di lui, nè più coraggioso.

Il preparatore si grattò la testa con tutto suo agio passando il braccio destro sotto il ginocchio sinistro alzato: lanciò due o tre esclamazioni gutturali che nessuno scimmiotto avrebbe sconfessato e protestò:

— Coraggioso!... coraggioso!... tutti coraggiosi in Bretagna! Nessuno più coraggioso d’un altro. E poi che significa esser coraggiosi?... non impedisce d’essere gentili!... Noi due, per esempio, siamo simili (esagerava alquanto, veramente)... ma lui non è un uomo: è... un rinoceronte!

— Anthime – disse ridendo Yves Dunois – non siete molto gentile con mio zio... un rinoceronte!..,

Lo zoologo abbandonò il riccio che, almeno pel momento, non gli aveva rivelato nulla di nuovo e, passando fra le tinozze di vetro dove cantavano le cascatelle dei rubinetti di rinnovamento dell’acqua ed ove camminavan di traverso dei granchi, raggiunse la vetrata affacciantesi sul mare verso l’isola di Batz e si mise a tamburellare con le dita sui vetri.

Di fuori il cielo era grigio, l’aria limpida, ed il mare verde ed un po’ mosso.

Con un balzo strano, così che non parve nemmeno che avesse mosso le gambe, Anthime s’era trovato seduto sulla sponda della tavola ana tomica.

Colà appoggiò il mento ad un ginocchio e riprese a chiacchierare:

— Non è forse necessario essere un rinoceronte per rifugiarsi solo con un servo cinese in quella capanna rossa, decrepita, sulla cima di Roch’Illievech, in capo al mondo come un cormorano sulla sua pietra?

— Anthime – rispose Dunois ostinatamente – mettetevi d’accordo con voi stesso: rinoceronte o cormorano? E poi, quando avete mai visto un rinoceronte od un cormorano abitare una casupola con un servo cinese?

— Ah! Ah!... certamente i Cinesi pescano ancora coi cormorani!... – strillò trionfante lo scimmiesco preparatore che si ributtò sul tramaglio e ne riprese la riparazione. – Le Hélo avrebbe fatto meglio a rimanersene cristianamente nella casa dei suoi vecchi qui, sulla piazza della chiesa!

— Ognuno ha i suoi gusti, caro papà Anthime!

— Sì, ma lui non ha quello di frequentare i vecchi compagni di scuola! Eppure eravamo marmocchi tutt’e due, quando ci siamo conosciuti, mozzi per la pesca costiera... Un bel giorno è filato pel lungo corso, e per un colpo di testa. Quarant’anni è stato via!... Torna al paese senza avvertire... un altro colpo di testa, forse... Vuol una barca per sè e pescare... giusto! Tutti i padroni di qui, contenti di rivederlo... volevano consigliarlo per la costruzione della barca... e condurlo nei punti favorevoli; dappertutto dove il pesce abbonda... Ah! Ah!... Come li ha accolti bene!... Sapete quello che ha detto loro?

— Sì, me l’ha raccontato Luigi Frout.

— Ha detto loro stizzosamente che se ne infischiava dei consigli di una simile banda di mammalucchi: «Ne so più di tutti voi, per quanto riguarda la pesca, capite, razza di somari? Ed io avrò sempre pesce anche quando voi ritornerete senza nemmeno una sardina, col naso lungo un palmo e le barche vuote! Dunque tutto quello che vi chiedo è di filare al largo e col vento in poppa! Capito?!».

Dunois parve ascoltare per un momento i fili d’acqua che dai rubinetti cadevano nelle tinozze, poi dichiarò:

— Ma, papà Anthime, non è egli forse padrone di pescare a modo suo? Vedremo poi se sia il modo migliore!

— Bene; ma non è però il modo di fare, quello!... Che facce avevano i vecchi!.... Del resto peggio per loro... Chi porge il dito al pappagallo sa lo fa beccare!

* * *

Ma tutto ciò non rappresentava una novità per Dunois: suo zio era sempre stato così, misantropo e duro; e non aveva mai risparmiato a nessuno quelle sue rispostacce.

Durante la guerra, quando comandava un battello per la caccia ai sommergibili, si era creato una riputazione di vero porcospino o, se preferite, di cinghiale: chiunque avesse a che fare con lui, gli fosse superiore, pari od inferiore, si riduceva in breve a non saper più come trattarlo: ne aveva per tutti.

Con quel suo caratteraccio si sarebbe attirato una infinità di «grane» se non avesse saputo meritarsi indulgenza affondando da solo più tedeschi che non tutte le pattuglie di anti-sommergibili operanti fra Gibilterra e Biserta, fra Brindisi e Salonicco.

Se i trasporti e le navi da carico non avevano subìto maggiori danni nella traversata dei mari latini certamente egli aveva buona parte del merito: si diceva, allora, che egli avesse un «sistema» per «individuare» i sommergibili e poi mandarli a picco; ma nessuno aveva mai conosciuto quel sistema, nemmeno i suoi marinai ed, interrogato sull’argomento, egli aveva risposto seccamente che il metodo non aveva nessuna importanza purchè il risultato della caccia fosse buono... e bisognava riconoscere che i suoi risultati erano magnifici!

Perciò gli erano state perdonate delle levate di testa che altri, meno capaci di lui, avrebbero dovuto pagar caro.

Nulla gli aveva mai impedito di dire sulla faccia, anche dei suoi superiori più elevati, quello ch’egli pensava per sgradevole che il suo pensiero potesse apparir loro; e si era dovuto rinunciare a fargli usare espressioni meno crude. Lo stesso ammiraglio fingeva di non udire le parolacce ch’egli usava, e rilevava soltanto le sue brillanti azioni.

Quando Le Hélo era ritornato a Roscoff, Dunois aveva creduto suo dovere di recarsi a visitare quell’amatissimo fratello di sua madre, ma al piede della scala di pietra che saliva alla casupola arrampicata sulla vetta di una roccia ergentesi sulla costa deserta e selvaggia, aveva trovato un cinese dagli occhi sfuggenti ed opachi il quale gli aveva dichiarato insolentemente:

— Il padlone non vuol vedele nessuno. Tu fila al lalgo col vento in poppa!

«Filare al largo col vento in poppa» era l’espressione favorita del vecchio Le Hélo.

* * *

Mentre regolava l’erogazione dei rubinetti che portavano l’acqua marina alle tinozze, Dunois andava rievocando a decine gli aneddoti che documentavano l’insocievolezza di suo zio ed intanto, sempre borbottando fra sè e muovendo le orecchie, Anthime faceva correre svelta la spola fra le maglie della rete che stava accomodando.

— L’avete vista la barca del vostro Le Hélo? – domandò.

— No, non ancora.

— Pfff!... una paranzella a motore ausiliario; l’ha portata da Dunkerque... marea di iermattina... può rassomigliare ad una piccola goletta normanna!... La paranza è abbastanza grande... vuol manovrarla con due uomini... Pazzo da legare. Ridevan tutti da torcersi, come lombrichi, quelli della Punta di Bloscon, quando l’hanno visto arrivare in quel modo... Qui non c’è che la pesca colle corde che renda, lo sapete!... Bene, vorrei vederlo dopo la prima retata!... Pesce quanto sulla mia mano!... Ci sarà da ridere...

Ancora una volta Anthime abbandonò il tramaglio e si pose vicino al suo direttore per osservare il panorama marittimo del quale non si stancava mai. Davanti a loro si stendeva, a semicerchio sul mare, il vivaio del laboratorio, quello per gli esemplari di maggior mole.

A sinistra del vivaio, ed a qualche distanza da esso, si spingeva verso il largo il piccolo molo del Vile al quale si amarravano le barche per l’isola di Batz che si stendeva, priva di ogni vegetazione, a circa due miglia marittime fra loro e l’alto mare.

A trecento metri di distanza, al massimo, c’erano l’isola Verde, le due rocce dei Borgognoni e tutto l’arcipelago di frangenti che popola il mare da Roscoff alla maggiore delle isole.

Improvvisamente Anthime lanciò un grido:

— Oh! questa è bella: si parla del diavolo e se ne vedono le corna; eccolo il battello che vostro zio, tanto per non nasconderci le sue buone intenzioni, ha battezzato Il Divoratore.

Proveniente dal porto e navigando perfettamente sotto la brezza di nord-est, una paranzella s’era infilata nello stretto canale dell’isola Verde.

Sarebbe passata a meno di cento metri dal laboratorio.

Alla ruota del timone si distingueva perfettamente la figura tozza del capitano Le Hélo con un berretto in capo, ed al disopra della piccola camera dei motori appariva la testa del servo sormontata dalla consueta calotta cinese.

La scìa spumosa che l’imbarcazione lasciava dietro a sè indicava che l’elica aiutava la velatura; per di più si udiva chiaramente il battere ed il russare del motore, ma quel rumore era caratteristicamente diverso da quello delle macchine consuete. A tratti il ronfare si accoppiava ad una specie di muggito alquanto fischiante e continuo il quale irritava straordinariamente i nervi come lo stridore di un’unghia sul vetro smerigliato.

Quel rumore lo si sentiva vibrare in se stessi e, per l’irritazione che provocava, induceva a chieder grazia per qualche istante; poi si ampliava come il grido roco ed ululante di una sirena e così si manteneva per qualche momento martirizzando i timpani, indi decresceva fin che si udiva soltanto il russare del motore simile a quello di un grosso felino che facesse le fusa.

— Lo zio non ama vivere cogli uomini – disse Dunois che stringeva i denti e si torceva le dita – ma sa come avvelenar loro l’esistenza tanto da vicino quanto da lontano.

Forse meno sensibile alle impressioni auditive, Anthime aveva aperto la porta e ne aveva scalato il battente in cima al quale si era issato per godersi quello spettacolo, ma lo aveva fatto con tutta naturalezza e senza pensare a stupire il prossimo con la sua abilità.

La paranza avanzava navigando con perfetta regolarità sotto la spinta del fiocco, di due stragli, della mezzana, e della maestra: rassomigliava infatti abbastanza alle barche normanne dell’Havre o di Honfleur così dipinta di nero con un bordo rosso, e le vele di color ruggine la cui tinta calda s’intonava tanto coll’azzurro del cielo. E lo sguardo di Anthime esaminava successivamente e con attenzione tutti i particolari della sua navigazione

— Oh! – gridava – dev’esser proprio pazzo!... Ah! ah! ah!... c’è di che scoppiar pel ridere!... ne ho fin male al ventre!... ah! ah! ah!... trascina la rete, to’!... Ah! ah! ah! quest’è buffa! Venir a pescare nel canale dell’isola Verde!... ah! ah! ah!

Egli fu scosso da tanta ilarità che finì col perdere l’equilibrio e sarebbe precipitato a terra se, con una agilità incredibile, non si fosse riaggrappato al battente senza nemmeno aver sfiorato coi talloni i vetri della porta. E riprese a ridere:

— Ma guardate un po’!... È matto, è matto! Matto da legare! Ma per pescare in quel punto, il pesce bisogna portarvelo appositamente!... qualche pesciolino disperso vi si può trovare tutt’al più... Ora farà una buona raccolta di ciottoli e strapperà la rete... ah! ah! ah!... son proprio contento d’aver visto anche questa, prima di morire!...

Come si sa, l’acqua è un’ottima conduttrice delle vibrazioni sonore e la distanza era tanto poca che il capitano Le Hélo poteva benissimo udire qualcuna delle facezie che gli venivan lanciate; ma pareva non vi facesse caso come se nulla udisse.

Guidava il battello, con la sicurezza del vecchio marinaio, ad una velocità assai superiore a quella consueta delle paranze e dei bragozzi che in pesca si vedon sempre procedere con una velatura ridotta; lui invece, andava a tutta velocità.

— Forza, dunque! – gridava Anthime estasiato – forza più che potete!... Ti corron dietro, i pesci, per entrar nella tua rete!... Le Hélo! son proprio come i cittadini che rincorrono il tram!... Vi dico che un pescatore non ne ha mai sognati tanti!... Quante ce ne devon essere in quella rete di ombre di pesci, di speranze di pesche future e di ricordi di pesche passate!...

Le amarre che trascinavan la rete si tendevano come se una resistenza si opponesse al cammino del battello il quale però riusciva a mantenere la sua velocità paradossale.

E quello spettacolo insolito, d’una paranza alla pesca nel canale dell’isola Verde che tutti sapevan privo di pesce; d’una paranza alla pesca navigante a tutta velocità, non dava da pensare soltanto a papà Anthime ed al suo direttore Yves Dunois.

* * *

Sulla calata del Vile i traghettatori dell’isola di Batz stavano caricando nelle loro barche una carrettata di pane per il rifornimento dei concittadini, e delle isolane in cappellino, scialle e grembiale di stoffa marezzata bordata di velluto, aspettavano che essi partissero per esser trasportate all’isola. Si erano recate al mercato di Roscoff e ritornavano a casa coi panieri pieni che pel momento avevano posato a terra per aiutare i barcaioli ed affrettare la partenza.

Mentre lavoravano così, tutte quelle donne chiacchieravano a gran voce mentre i loro grandi piedi scalzi, forniti sotto la pianta di una vera suola di pelle indurita, andavano e venivano sulle pietre umide.

Naturalmente, chi faceva le spese della conversazione era Le Hélo il quale dava rappresentazione a tutta la popolazione di Roscoff: le mani di quella gente, vaste e pesanti come cosciotti di montone, battevano sulle sode cosce strette nella tela gialliccia o color ruggine, e tutti si torcevan per le risa:

— Ha fretta di pescare! Pare che vi faccia conto per il pranzo! – andava gridando un giovanottone burlone dal labbro superiore accuratamente raso, dall’occhio verde come le penne del cormorano e dalla dentatura fortemente incastrata nella canna della pipetta come quella di un terranova nel pezzo di legno ripescato nell’acqua.

— Se fossi sua moglie – gridava un’isolana – non metterei ancora il burro al fuoco: temerei che bruciasse prima ch’egli mi portasse il pesce.

— Ah! ma io non vorrei essere invitata a quel pranzo – ribatteva un’altra piccola burlona dal viso di madonna e dal sorriso candido – temerei troppo di dovermi rimpinzare di pan secco.

— Orza un pochino, Le Hélo – comandava un conoscitore della manovra – i pesci sono a babordo... Bravo... così, proprio così, caro.

— Sta forse cercando dei merluzzi quel furbacchione. Mia nonna mi diceva che ce ne dovevan essere nel canale qualche cosa come quattrocent’anni fa! Le Hélo s’è svegliato un po’ tarduccio!

E siccome non ignoravano in qual modo egli avesse accolto i padroni pescatori quando s’eran recati benevolmente da lui per consigliarlo, gridavano:

— Ah! è quello il vostro meraviglioso modo di pescare? Quello col quale dovete raccogliere tutto il pesce dei dintorni senza lasciar nulla per noi poveri sventurati? Sarà davvero una bella retata per coloro cui piaccion le alghe, le scarpe sfondate, le conchiglie e le scatole arrugginite!...

Ma mantenendo la sua velocità, la paranza continuava a trascinare allegramente la sua rete.

Quando non fu più che a due gomene circa dal palo di segnalazione di Carrech-Logoden, la sirena cessò di muggire e di scorticar nervi ed orecchie, mentre il motore continuava a russare.

Gli schernitori ripresero i loro schiamazzi:

— S’è rotto qualcosa?

— Oh! già stanco? tanto presto?

— Se sapessimo dove sbarcherà la pesca andremmo tutti a dargli un aiuto: non si tratterebbe che di trasportar le ceste fino alla stazione. Altrimenti sarebbe in perdita!

In quel momento la voce sonora ed aspra del capitano Le Hélo volò sul mare ed i curiosi udirono questo comando che li fece sobbalzare per la gioia:

— Issa la rete, Yen-Fu!

Innestato sul motore, il verricello cominciò ad agire con lo stridore ed il fracassìo proprio di quelle macchine: e si vide ergersi lentamente l’albero di carico mentre la tacca della rete, dalle maglie serrate, cominciava ad uscir dall’acqua e ad innalzarsi nell’aria.

— Io – gridò il vecchio Menguen che aveva novant’anni ma che scherzava ancora – io mi metto i miei occhiali, che ingrandiscono, per veder quel pesce!...

* * *

Anche al laboratorio quella pesca era seguita sempre col massimo interesse.

— Pare che sia pesante! – esclamò improvvisamente Dunois: ma Anthime rispose colla sua intonazione di scherno:

— Ma nessuno ha mai detto che le pietre siano leggere!

— Sì – ribattè Dunois – ma la rete non è piena di ciottoli.

— Di alghe?

— Guardate meglio, vecchio mio.

Il più delle volte i marinai hanno vista ottima così che i pescatori sulla calata spalancavano gli occhi contemporaneamente ad Anthime.

A circa sessanta metri di distanza, la tacca della sciàbica, gonfia da scoppiare, appariva piena di qualcosa di plastico e di luccicante che non rassomigliava affatto a ciottoli e neppure a scatole da sardine, vuote.

E quando un gherlino ne alzò il fondo, ed il contenuto del sacco si versò nella barca come una valanga argentea invece del «qualche pesciolino smarrito» che tutti si aspettavano, l’occhio di papà Anthime non si ingannò: erano centinaia di sgombri iridati, di caponi, gallinelle, di orate che piovevano nella paranza tanto derisa del capitano Le Hélo.

Si sarebbe detto che con una gigantesca retata questi avesse saputo dragare verso la sua barca miracolosa la maggior parte degli animali acquatici che vivevano sparsi da Astan a Duon, le due rocce ergentisi a quattro miglia marine l’una dall’altra.

Quell’uomo spazzava il mare. Se ogni sua pesca fosse tanto fruttifera ben presto non vi sarebbe più nulla di vivo nel mare di Roscoff.

Fra i traghettatori isolani, raccolti sulla calata del Vile, lo stupore era tale ch’essi non parlavan più che sottovoce:

— Che colpo, ragazzi!

— Quanti fanno la pesca costiera fra Bloscon e Tisaozon, come pure nella baia di Morlaix, non prendon tanto pesce in un mese quanto ne ha preso in dieci minuti questo cane malnato.

E si congetturava:

— È impossibile! Bisogna ch’egli abbia trovato un’esca la quale attiri il pesce da molto lontano perchè di solito nel canale non ve n’è...

— Oppure potrebbe anche essere quel suo strano fischio che attiri il pesce... Quando navigavo di lungo corso ho visto nell’India alcuni di quei malesbiancati che sapevano incantare i serpenti suonando uno zufolo... dev’essere qualcosa di simile...

— Ma è certo che c’è qualche trucco...

— Già, ma qualche trucco poco pulito...

Ed allora, con voce che tremava un poco, papà Menguen riassunse l’opinione generale:

— Vi dirò: per prendere il pesce dove non se ne trova, dove certamente non ce n’è, ed anche colla sciàbica che nessuno può adoperare in queste acque, occorre che quell’uomo laggiù sia uno stregone. Ecco tutto!

Nel paese, Menguen aveva la fama di miscredente, ma quella volta, ad ogni buon conto, egli si fece il segno di croce, e, attorno a lui, tutti gli altri marinai lo imitarono mentre un brivido percorreva le loro schiene; ciò che nelle loro superstizioni significava essere il Demonio vicino.

II.

Uno strano fenomeno

Papà Anthime che per un istante era rimasto letteralmente a bocca aperta, era sceso dal battente della porta con una comica aria sconfitta e contemplava il Divoratore scrollando il capo.

— Dunque, Anthime – disse Dunois – ecco qualcosa che chiude a bocca!

— Sono istupidito! – confessò il preparatore. – Le-Hélo conosce il pesce e le sue abitudini meglio ancora di noi. È un vero stregone; parola d’onore!

Dunois protestò:

— Come! Voi, uomo di laboratorio, parlate di stregoni? Credete ad una potenza sovrannaturale?

— Lo credete, padrone? – replicò Anthime non senza una punta di vanità. – È buona pei pescatori quella spiegazione... ma però vostro zio ha cavato una retata colma dal canale che di solito non ha pesce, o quasi.

— Questo è un fatto! Quegli animali che non vivono certamente in queste vicinanze, sono stati attratti fin qui... come «succhiati».

Anthime aveva ripreso il suo tramaglio, ma ora non vi lavorava più che con una lentezza attenta: scosse ancora il capo:

— Ciò vuol dire che Le Hélo possederebbe una misteriosa forza di attrazione... la dirigerebbe a suo piacere... ecco tutto. Per conto mio egli ipnotizza il pesce!

— Il vero uomo di scienza – continuò Dunois – non nega mai nulla per partito preso: sa che un fenomeno il quale avvenga senza possibilità d’inganno dipende da cause naturali per quanto inverosimile esso appaia. Prima della scoperta delle onde hertziane e del coherer , la sola idea del telegrafo senza fili sarebbe apparsa pazzesca: ma l’utopia d’ieri è una realtà oggi. Noi ci sentiamo prossimi a molte scoperte meravigliose in ogni campo; può dunque essere sorprendente che un uomo possegga simile potere, ma non è impossibile... Non ridete più, Anthime?

— Non rido più – rispose Anthime con voce velata. – Pensate: a memoria d’uomo non si sono mai trovati sgombri nè orate davanti a Men-Braz ed a Men-ar-Charen, i due fuochi che indicano il passaggio alle navi che vengono dall’Inghilterra e che sono anche a più di un miglio al di là dell’isola Verde...

Altrettanto metodico, anche Dunois sentiva, come il suo preparatore, la necessità di riassumere i dati del problema, ed aggiunse:

— La paranza di mio zio veniva direttamente dal porto e non è passata di là...

— Non vi è passata... e nella rete c’erano anche delle orate... Nessuno ha mai preso un’orata nel tratto ch’egli ha percorso dal porto a qui…

— La conclusione si presenta spontanea...

— Certamente; Le Hélo non ha potuto «farsi seguire» dal pesce ed allora lo ha attirato! ... Non c’è che dire... è certissimo che lo attira... Ma come?

Intanto, giunto al palo di segnalazione di Carrech-Logoden, l’oggetto di questa conversazione giudicava opportuno di mutare la sua rotta. Riprese la scotta e a tutte vele si lanciò verso nord-ovest puntando sulla torretta di Perroch che segna l’ingresso del canale dell’isola di Batz, mentre la corrente lo deviava leggermente verso ovest.

L’asse del Divoratore venne così a formare un angolo di 40-50 gradi con la direzione generale del laboratorio, dal quale non distava più di duecento metri, quando Le Hélo ordinò al domestico di rimettere in acqua la sciàbica.

Il piccolo verricello girò, la rete discese e scomparve nelle onde e le corde che la sostenevano si tesero.

— Il bis! – mormorò Anthime che ormai non sapeva più star tranquillo ed aveva ancora abbandonato il tramaglio.

Il fischio della sirena si unì nuovamente col ronfare del motore ed i rumori si distinguevano ancora chiaramente. Dunois ed il suo preparatore erano tutt’occhi e tutt’orecchi.

Il biologo mormorò:

— Il fischio riprende quando la rete è in acqua.

* * *

Improvvisamente Anthime venne colpito da un’idea: si volse verso l’interno del laboratorio e gettò un’occhiata nella vasca che si trovava più vicina a lui e Dunois, se fosse stato meno intento ai movimenti del Divoratore , si sarebbe accorto che il suo preparatore trasaliva e percorreva con lo sguardo il bacino di cemento scavato nel pavimento all’estremità della sala e poi, come se fosse incapace di resistere ad una attrazione, accorrervi. Poco dopo Anthime, spaventato, ritornava presso il suo direttore per dirgli quasi balbettando:

— Signor Dunois, guardate dunque nel bacino di destra... avviene qualche cosa di straordinario.

Gli animali marini che si trovavano nella parte del bacino più vicina al giardino; granchi, ricci, stelle di mare, ecc., manifestavano improvvisamente un’agitazione insolita di mano in mano che la poppa della paranza giungeva all’altezza della vastissima tinozza nella quale si trovavano .

Tutti, senza eccezione, abbandonavano le pietre o il fondo sui quali si trovavano e, con una fretta proporzionata ai loro mezzi di locomozione, si dirigevano verso la parete più vicina al mare e quando vi eran giunti facevano sforzi disperati per superare quell’ostacolo contro il quale pareva che si volessero schiacciare; perfino i ricci, le asterie e le oloturie apparivano scossi da una specie di tremito; si arrampicavano come potevano, si affollavano al piede della parete verticale e cercavano di compierne l’ascensione mediante le loro ventose ed i loro tubi di deambulazione.

Lo strano fenomeno si prolungò per qualche secondo; poi, improvvisamente, nella seconda vasca avvenne uno strano dramma. Vi si trovava un pesce gatto di dimensioni insolite. È noto questo squalo grigio pichiettato di nero il quale non è che un pescecane in edizione ridotta pel maggior terrore dei pesci piccoli: or dunque esso nuotava solitario ed indifferente a quanto avveniva attorno a lui quando, a sua volta, venne preso da una agitazione che dapprima apparve quasi febbrile e che poi raggiunse tale intensità da sembrare epilettica. La trasformazione istantanea che avvenne nei suoi movimenti fu davvero quasi emozionante.

Nel momento in cui il fenomeno avvenne l’animale stava dirigendosi verso la parete della vasca opposta a quella rivolta al mare, ed il suo slancio venne rotto di netto come se il pesce avesse urtato in un ostacolo invisibile. Il piccolo squalo da acquario ne parve stupito; rinculò, prese lo slancio e ritornò all’assalto ma inutilmente: incontrò lo stesso ostacolo invisibile che lo respinse. Pareva un ciprino che, dal suo boccale di vetro, volesse uscire attraverso la parete.

Allora l’animale, che colla sua intelligenza animalesca non comprendeva nulla di quanto avveniva, fu preso da un brivido, fece un fulmineo dietrofront e filò a tutta velocità in direzione contraria ma dovette subito fermarsi davanti alla parete di cemento che ostacolava il suo slancio ed allora, non trovando modo di superare quell’ostacolo, cominciò un movimento di andirivieni come una sentinella dinanzi alla sua garretta, strisciando fortemente contro l’ostacolo posto fra sè e la forza che l’attirava.

Una seppia, galleggiante alla superficie della vasca, ed incapace di comprendere quel che provava, si credette certamente aggredita perchè vuotò improvvisamente il sacco dell’inchiostro circondandosi di una nube artificiale atta a sviare il supposto aggressore; ma improvvisamente ebbe come un sussulto e, con tutta la velocità consentitale, nuotò a sua volta nella direzione seguita poco prima dallo squalo; ma urtò essa pure contro la parete che spinse con tutte le sue forze senza, naturalmente, riuscir a rimuovere l’ostacolo.

Degli anemoni di mare, che aprivano i loro tentacoli come petali multicolori, quasi sensitive irritate da qualche contatto, si contrassero e si richiusero dapprima nel loro piede carnoso... ma questo contegno durò poco; essi si aprirono di nuovo e con forza come per strapparsi dal fondo, tendendo disperatamente i loro tentacoli verso quella forza che li attraeva come una calamita.

Finalmente lo squalo e la seppia vennero presi da una specie di follìa; trascinati da quella potenza ignota ed invisibile volevano superare il muro di cemento che li divideva dal mare nel quale, trenta metri appena più in là, pareva che delle sirene, dal canto irresistibile e melodioso, li chiamassero con insistenza.

Quell’agitazione disordinata finì coll’attirare l’attenzione di Anthime il quale si chinò ancora sul primo bacino.

— Oh! il pesce gatto!... – gridò.

Questo dava uno spettacolo che forse mai attraverso i secoli nessun animale della sua specie aveva offerto agli uomini. Preso da vera frenesia faceva dei balzi formidabili nell’aria per ricader sempre nel bacino dove si metteva a girare su se stesso come una foca ammaestrata, come un cagnolino che rincorra la sua coda, da pesce gatto assolutamente impazzito.

Finalmente, con un ultimo ed inverosimile balzo, riuscì ad abbandonare il suo elemento naturale per cadere sul pavimento dove, pur soffocando, fece ancora qualche sforzo per dirigersi verso quel Divoratore tanto ben battezzato; ma si trattava di un esemplare davvero prezioso perchè aveva servito per parecchie esperienze di uno degli studenti del laboratorio, e papà Anthime non fece che un salto precipitandosi sull’animale il quale faceva degli esercizi così poco salutari di respirazione polmonare; lo afferrò e, sgridandolo mentre si divincolava fra le sue mani, lo lanciò nuovamente nell’acqua dove le sue branchie ripresero con gioia il loro lavoro vivificante.

— Che ti piglia, Virginio?... – gridò il preparatore. – Ti gira la cocuzza? Bei modi questi!

— È incredibile – esclamò in quel momento Dunois – parrebbe che l’abbiate gettato nell’acqua bollente!

Infatti l’animale pareva preoccupato soltanto di sfuggire all’elemento nel quale era pur nato; aveva ripreso a balzare con tutte le sue forze fin che, momentaneamente affranto, rimase colle pinne in lieve movimento e col muso appoggiato alla sponda alla quale già si affollavano, schiacciandosi, la seppia e tutti gli altri abitatori della vasca come le massaie alla porta del fornaio in tempo di carestia.

Poi, quale che ne fosse la causa, quel fenomeno inesplicabile cessò di botto: il disgraziato squalo cessò i suoi sforzi e, quasi completamente sfinito, salì alla superficie dove, dopo tre o quattro convulsioni supreme, rese la sua anima senza nemmeno aver compreso chi dovesse rendergli conto della sua morte.

Poco dopo lo raggiunse la seppia ed in seguito la superficie dell’acqua si popolò di altre bestiole uccise da uno sforzo che non perdonava; morte per non aver potuto arrendersi.

— Ecco – commentò Dunois – le nostre barche avranno da farne del lavoro per procurarci degli altri soggetti! si direbbe che fra gli animali del laboratorio sia scoppiato il colera o qualche altra epidemia! Se devo questo al fratello di mia madre, il meno che posso fare è di non benedirlo!

* * *

Ma tutto non era ancora finito: il fenomeno si trasferì nel vivaio grande dove folleggiavano due magnifici delfini catturati due giorni prima dal Pluteus , una delle barche del laboratorio.

— Benone – disse papà Anthime – ecco che ora attacca coi delfini. Povere bestie!

I due cetacei giocavano, come usano, immergendosi e risalendo a galla, gareggiando in velocità e lanciandosi, l’un dopo l’altro, in direzione del muro del vivaio parallelo al laboratorio; ma d’un tratto vennero visti far dei balzi fuor d’acqua simili a quelli che fanno i loro simili quando siano assaliti da orche, pescispada o pescisega.

Non erano ancora ricaduti in acqua che, proprio come lo squalo della vasca, facevano un improvviso dietrofront e filavano a tutta velocità in direzione della paranza che continuava il suo andare, il suo ronfo ed il fischio snervante.

Non si curavano affatto del muro di pietra che sbarrava loro il cammino verso il mare; nuotando con tutta la forza delle loro natatoie, sempre più rapidi di mano in mano che aumentava la forza ignota che li attirava, si precipitarono contro le pietre del muro e rimasero storditi col muso sanguinante. Ma non si fermarono che per un solo attimo; parevan scossi da scariche elettriche e cominciarono a sussultare ed a contorcersi in tal modo da poter essere paragonati a persone sotto l’influsso di una potente corrente elettrica.

Tutt’attorno a loro l’acqua ribolliva come in vicinanza dell’elica di un piroscafo quando, di colpo, quegli animali che parevano impazziti si calmarono e ripresero il loro consueto comportamento.

In distanza la paranzella aveva virato di bordo e ritornava girando al largo, verso il porto di Roscoff. La poppa non era dunque più rivolta verso il laboratorio.

Il preparatore fece subito questa osservazione nel momento in cui la barca di Le Hélo scompariva dietro l’isola Verde sottraendosi per un momento alla sorveglianza sua e di Dunois.

Essi allora si rivolsero l’un verso l’altro e si guardarono col più profondo stupore; ed Anthime si sentiva anche un poco confuso per aver tanto riso alle spalle di un uomo il quale possedeva un simile segreto.

— Perbacco!... – disse Dunais accompagnando la parola con un moto del capo e delle braccia che diceva assai di più.

— Eh!... – rispose il suo subordinato con lo stesso gesto.

Ed intanto il loro cervello seguiva la rotta della paranza dietro l’isola Verde. Ormai non potevan più, nè l’uno nè l’altro, disinteressarsi delle azioni di quello straordinario Le Hélo e di comune accordo, salirono precipitosamente la scala conducente al primo piano dove era il laboratorio personale del direttore.

L’isola Verde non si eleva di molto sull’acqua e di lassù avrebbero potuto scorgere ancora il Divoratore .

Dunois entrò nel suo gabinetto tanto impetuosamente quanto papà Anthime e, senza preoccuparsi della possibilità di fracassare coppelle e boccali racchiudenti preziose preparazioni biologiche in corso di studio, si precipitò al finestrone che s’apriva sul mare: staccò dalla parete, dov’era appeso, il suo cannocchiale e lo puntò avidamente verso la paranza che stava allora ritornando a buona velocità verso il porto.

Di nuovo il fischio della sirena cessò e Dunois osservò subito che i suoi nervi irritati provavano un vero sollievo, il paesaggio marino che aveva sotto gli occhi gli appariva ancora ammirevole e familiare ed egli godeva finalmente della calma di quella giornata d’autunno tanto turbata dalla pesca inesplicabile del capitano Le Hélo. Non si udiva più che il russare regolare del motore.

Il verricello stridette ancora e la rete venne ancora sollevata interamente, almeno altrettanto piena quanto poco prima, presso l’isola Verde: gonfia da schiattare e da rallegrar l’anima di ogni pescatore.

La distanza non permise, malgrado il binocolo di Dunois ed il cannocchiale di Anthime, di discernere la qualità dei pesci raccolti, ma era facile constatare che ve n’era una quantità straordinaria.

Le Hélo ed il suo domestico avevano le gambe immerse fino al ginocchio in un formicolìo di esseri argentei e brillanti.

— E – osservò Anthime – il canale dell’isola di Batz non è più ricco in fatto di pesci, di quello dell’isola Verde.

— Ma come diavolo può fare? – mormorava Dunois che, perplesso, andava frugando in tutte le sue cognizioni scientifiche per raccapezzare delle ipotesi capaci di spiegare quanto aveva visto, e visto coi suoi occhi; proprio visto!

Papà Anthime pareva disorientato: nel gabinetto privato del direttore, dove il soffitto era tanto basso da poter essere toccato col dito, non vedeva nulla su cui potersi arrampicare ed egli pareva, in quel momento, un pesce fuor d’acqua: non potendo far di meglio sedette sopra uno sgabello che aveva vicino, tirò i talloni presso le natiche, si grattò la testa arruffandosi i capelli e, finalmente, dichiarò:

— Come fa? Riuscirò a saperlo...

* * *

Intanto, sempre intento alla manovra del timone, il capitano Le Hélo sorrideva col più sarcastico dei suoi sorrisi: sapeva, e vedeva, che a terra si spiavano tutti i suoi gesti ed in quel momento assaporava lo stupore ch’era certo di provocare e viveva uno di quegli istanti di immensa soddisfazione che valgono una vita intera.

Egli godeva e, manovrando il timone con la stessa civetteria di una dama che muova il ventaglio, provava le qualità dell’imbarcazione di cui era soddisfattissimo.

— Ottima navicella! Porta magnificamente le vele, è sensibilissima, obbedisce perfettamente al timone e trascina la rete come un bue trascina l’aratro. Non c’è che dire: Le Hélo ha sempre un buon occhio e sa scrutare una nave e fare una scelta. I sensali di «ciabatte» non sono ancora in grado d’imbrogliarlo!

Largo di spalle e muscoloso, vestito di tela impermeabilizzata, calzato di zoccoli, colui che tanto godeva nello stupire i roscoviti, aveva, sotto il berretto da yachtman e fra due occhi grigi d’espressione alquanto dura, un nasino microscopico in mezzo ad una faccia schiacciata come il muso d’un bull-dog ed allargata verso le tempie da un paio di favoriti che parevan costolette.

Il suo sguardo rapido coglieva tutto quasi contemporaneamente: i pericoli, il palo di segnalazione, la forza della corrente che lo trascinava, il comportamento delle vele e quello di Yen-Fu al quale parlava ora in francese, ora in lingua cinese del Mezzodì.

— Svegliati, Yen-Fu, cane malnato, maledetto fannullone, altrimenti ci metto poco a «mandarti un’amarra a bordo»!

Non era affatto paziente, il capitano Le Hélo, e quanti, un tempo avevano navigato ai suoi ordini, avevano potuto accorgersene. Le sue grosse mani villose rassomigliavano a pinze d’aragosta, e Yen-Fu si guardava bene dal mettersi in contatto con quella specie di «amarre» quando scorgeva certi bagliori negli occhi grigi del padrone.

Vicino a quell’orso tozzo, villoso e intrattabile, il cinese aveva l’aria d’un fanciullo. Sottile, dall’apparenza gracile, scalzo, vestito d’una giacca di tela e di calzoncini corti larghissimi, si serviva con grande destrezza delle sue membra dalla musculatura deficiente. Parlava poco, non si alterava mai e si sforzava di non passar mai troppo vicino al capitano per evitare quelle «amarre» che Le Hélo scaraventava volontieri in ogni direzione con tanta generosità quanto con poco discernimento.

Di solito Yen-Fu teneva gli occhi bassi, ciò che gli permetteva di non lasciar trasparire i suoi sentimenti seppure la sua flemma poteva, in qualche circostanza, essere scossa. Era ben difficile cogliere al volo qualche sguardo dei suoi occhietti neri affogati nella sclerotica giallastra.

Ma all’apostrofe del padrone egli affrettò alquanto il suo lavoro di ripartizione dei pesci catturati nei numerosi panieri e poi accumulò i panieri stessi così da sgombrare per quanto possibile il ponte della piccola nave.

Le Hélo, che masticava una «cicca» grossa quanto una palla da golf, schizzò un gesto di saliva a qualche centimetro dai piedi del domestico: Yen-Fu si ritrasse precipitosamente ed il capitano senza nemmeno pensare a scusarsi cominciò a parlare fra sé:

— Pare che quei somari volessero insegnarmi a pescare... a me... già... a me!... C’è proprio di che ridere!... Vogliono insegnar a vivere al babbo... insegnare ad un vecchio scimmione come si faccian le boccacce... Ah, via!... Proprio come quegli animali di ingoiatori di rosbiffe che, a Malta, pretendevano d’insegnarmi come si affondano i sottomarini! Papà Le Hélo ha più cervello nel suo mignolo di quanto ne abbiate in tutte le vostre zucche messe assieme; razza di ciuchi impagliati!... Diciotto ne ha mandati a fondo, di sottomarini, lui! Dove sono i sottomarini che avete affondato voi?

«E queste retate son forse piene di vento? Mi van cantando che non c’è pesce nel canale dell’isola Verde! Ma fatemi il piacere!... Ce n’è dovunque io voglia!... Ne prendo ovunque mi trovi, io... Guardate se non ce n’è!... Ne prenderei anche sul sagrato, io, del pesce!... Yen-Fu, devo forse venir io ad aiutarti, lumacone?

«A che cosa pensi mentre vai confondendomi i dentici cogli aselli? Sta’ zitto; ci vedo bene, io!...

Yen-Fu rimediò alle conseguenze della sua piccola distrazione e rimise i dentici coi dentici e gli aselli con gli aselli; poi, lentamente, volse la schiena al suo temibile padrone e chi gli fosse stato vicino l’avrebbe udito pronunciare qualche parola nella sua lingua materna, e non dovevan essere parole molto rispettose e neppur benevole a giudicare dal lampo che era scaturito improvviso dai suoi occhietti minuscoli e stretti.

Ma Le Hélo non si preoccupava affatto di quello che potesse pensare o dire quel figlio del Cielo ed aveva ripreso il suo monologo per sua propria soddisfazione perchè non gli piaceva parlare che con se stesso.

— Va bene questo battello; funziona, non c’è che dire! Proprio nulla da dire in tutto il sistema. Occorrerà forse ancora qualche piccolo adattamento e poi il pesce è nostro: tutto il pesce! Gli altri potranno seguire il Divoratore per raccogliere le squame. Capisci, Yen-Fu (e questi non gli badava affatto e si abbandonava alle proprie riflessioni) capisci? Da quando mondo è mondo; da quando esistono i mari, i pescatori e le reti sciàbiche, si è sempre detto che queste posson lavorare soltanto su fondi sabbiosi e ben piatti. Coloro che lavoravan di sciàbica fra le rocce, vi lasciavano le reti con annessi e connessi: restava tutto impigliato alle rocce no? Ora la mia rete non ha bisogno di scendere fino al fondo; basta che si trovi fra due acque; non va a cercare il pesce, è il pesce che cerca lei... e vi si sente meglio che altrove! Ecco come son fatto, io!

«Dovunque non troverete pesci, voi, io ne prenderò a retate colme; dove voi ne prenderete due panieri, io ne prenderò duecento... Avete capito, furbacchioni?

E non aveva finito di monologare quando virò: mise il Divoratore con la prua al vento ed abbordò, con manovra impeccabile, una piccola imbarcazione a motore che serviva da canotto alla sua paranza e che aveva lasciato nel canale di Tisaozon all’estremità della gettata di Pénarville.

Con poche parole dette con voce nasale, diede gli ordini al domestico il quale rispose con un cenno del capo.

A bordo di quella navicella perfezionata, tutte le drizze, tutto quanto si imbarcava, tutto ciò che si sollevava era mosso per mezzo del verricello messo in moto dal motore.

Il verricello lanciò il suo caratteristico rumore di molinetto e la velatura fu subito abbassata, in ordine, ed accuratamente serrata.

Allora Le Hélo lanciò tutt’attorno lo sguardo del «padrone dopo Dio» e si assicurò che su nulla vi fosse da ridire, quindi, rimpiangendo forse fra sè che gli mancasse l’occasione per «lanciare un’amarra a bordo» a Yen-Fu, scomparve per qualche istante nella piccola cabina ricavata a poppa della navicella di cui si era riservato l’uso esclusivo.

Quando ne uscì portava due grandi scrigni di cuoio, simili a quelli che servono pei compassi di precisione e per le argenterie di costo. Con quei due scrigni, che portava con tanta precauzione quanta ne userebbe un violinista per uno Stradivari, trasbordò nel piccolo canotto, ne avviò il motore, innestò l’elica, partì, e, non appena ebbe doppiato Bloscon, puntò sul suo nido di cormorano di Roch’ Illievech.

Per un istante Yen-Fu lo seguì con lo sguardo scrollando la testa, poi, sempre freddo, impassibile ed enigmatico, si rimise al lavoro con la coscienziosità minuziosa della sua razza composta di lavoratori lenti, ma attenti e scrupolosi.

Egli fece agire una leva dentata che manovrava due antenne, composte di tubi rientranti come quelli dei cannocchiali, le quali sporgevano a poppa della nave di circa due metri e si immergevano nell’acqua dove stavano quasi orizzontali. Esse erano, nella parte più voluminosa, grosse press’a poco come canne da pesca ed andavano, com’esse, assottigliandosi gradatamente fino all’estremità.

Per effetto del moto della leva rientrarono rapidamente nello scafo e scomparvero così che, poi, non altro si scorgeva che due piccoli fori al di sopra della linea di galleggiamento.

Fatto questo, il cinese staccò la barca dal gavitello che rimase a galleggiare nel canale e, rimesso pianamente il motore in marcia ritornò a Roscoff dove un altro gavitello gli permise di attraccare nel porto non lontano dalla calata dei pescivendoli.

* * *

La voce della pesca miracolosa si era rapidamente sparsa in tutto il villaggio; quanti, dalla riva, avevano potuto osservare le manovre di Le Hélo non parlavan d’altro ed essi costituivano una vera piccola folla di donne, ragazzi e di quei vecchi pescatori che ormai son ridotti a non poter far altro che chiacchierare.

Tutta quella gente aveva occupato la spiaggia, il terrapieno ed anche una parte della calata mentre la pescivendola Maria Lachaux protestava vivacemente contro l’invasione di quella banda di donne in cuffia, di pescatori in berretto ed abito da lavoro e di marmocchi mal lavati. E tutta quella gente si sfogava chiacchierando, e commentando, felice del nuovo argomento sorto nella monotonia del paesello.

Quando Yen-Fu, alzando il braccio, fece segno ai facchini di avvicinarsi per prendere il pesce, il movimento della folla fu tale che uno dei marmocchi più irrequieti si trovò scaraventato nell’acqua, in quel punto profonda, donde dovette cavarsi nuotando a grandi bracciate fra le risa e le beffe degli altri. Ma presto l’attenzione di tutti fu distolta da lui che potè scuotersi quanto volle come un cane fradicio senza esser disturbato da alcuno chè nessuno pensava più a lui ed un gran fremito aveva percorso tutta la folla.

I garzoni pescivendoli avevan raggiunto con le loro chiatte il Divoratore ed ora, che stavano spostando i panieri, si poteva vedere che eran colmi.

Ci fu dapprima un «Ah!» di sorpresa che aveva anche una leggera intonazione scandalizzata e molti mormoravano a mani giunte:

— Ma guardate un poco che razza di carico ha fatto quell’animale!

— Che montagna di panieri!...

— Ed erano soltanto in due con una barchetta simile: si deve proprio dire che sia stata per loro una bella giornata!

Ci fu nuovamente un gran movimento nella folla; gli scaricatori dovevano attraversarla per andar a prendere i carri perchè la quantità del pesce era assai superiore a quanto avessero creduto. C’erano nientemeno che ventidue panieri pieni!

Poco dopo due carrette trainate da cavalli scesero nell’acqua e si appoggiarono col posteriore allo scafo del Divoratore. I garzoni afferravano i panieri, tanto pesanti che due uomini li portavano ad uno ad uno a stento, e li trasportavano dall’imbarcazione sui carri.

Il cinese, che li aveva seguiti, li aiutava colle labbra atteggiate ad un leggero risolino sdegnoso; non tentava nemmeno di nascondere che lo stupore di tutta quella gente gli pareva assai buffo e che egli se ne divertiva quanto è permesso alla dignità di un cinese.

Intanto i pescatori, e tutti gli altri roscoviti, a bocca aperta, guardavan passare quella quantità straordinaria di pesce che a memoria d’uomo non s’era mai vista raccolta, in una volta sola, nel paese: ed il vecchio Roignant diceva:

— Val proprio la pena di conoscere come le proprie tasche tutti i rifugi dei pesci per quindici miglia tutt’attorno! Basta si faccia innanzi un orbo il quale peschi e tutto quanto abbiamo imparato durante tutta la vita non val più un soldo!

A poco a poco la meraviglia si mutava in rabbia; si cominciava a mormorare ed anche a minacciare, e le donne gridavano:

— Non sarebbe forse il caso di ributtare tutto quel pesce in mare?

Ma Maria Lachaux, sempre padrona di sè e piena d’autorità, seppe indurre alla ragione quegli scalmanati.

— State dunque zitti, sciocconi! Osservate ed imparate; poi farete come lui! Quegli che sa migliorare il modo di produzione facilita il commercio e si rende utile a tutti.

Maria era tenuta in considerazione e perciò tutti si calmarono e soltanto qualcuno mormorò sottovoce:

— Ma chi è dunque quel Le Hélo? È nato qui come noi, alla fin dei conti... gli basta dunque chiamare il pesce coi suoi scongiuri per prenderne quanto vuole? Lui, che è ritornato qui dopo quarant’anni di assenza, sa sfruttare il nostro mare meglio di noi che non ci siamo mai mossi dal paese?

Yen-Fu era prudentemente saltato in un’imbarcazione che si trovava sulla spiaggia ed era ritornato a nascondersi sul Divoratore accontentandosi di rimandare a terra la barca di cui si era servito e che tornò ad arenarsi senza che nessuno si fosse accorto ch’egli l’aveva adoperata.

Anche di lui si mormorava; anche lui veniva votato a tutti i diavoli dell’inferno e non si era lontani dal considerarlo come il demone familiare di colui che si diceva avesse venduto l’anima a Lucifero.

— Quando vi guarda, quel limone, gli si scorgon delle forche negli occhi... Stregone e demonio vanno d’accordo; ecco tutto. Dio li fa e poi li appaia.

* * *

Intanto Le Hélo era giunto fino al piede della roccia sulla vetta della quale era costruita la capanna di Roch’ Illievech sopra un tratto di costa deserto e selvaggio; abbordò col suo canotto ad una specie di pontile sommariamente costruito con massi crollati, legò l’imbarcazione, prese i suoi due scrigni e superò agilmente la breve salita che portava all’ingresso del suo dominio.

Dopo aver aperto la robusta porta che aveva fatto mettere ai piedi della scala che conduceva al suo nido di cormorano, sostituendo quella tarlata che un tempo vi esisteva, fu subito al sommo, e guardò se i cocci di vetro, da poco fissati sulla cresta del muro di cinta, fossero ben a posto e lo difendessero efficacemente contro ogni pericolo di invasione.

Poi tolse, da un mazzo simile a quello di un carceriere, tre chiavi per aprire la porta della casupola che, sebbene apparentemente in cattivo stato, era solidissima, e potè così entrare nell’interno di essa diviso da una fitta stuoia in due compartimenti.

Subito, chiunque altro vi fosse entrato, si sarebbe accorto di trovarsi in casa di un marinaio; per constatarlo non v’era che osservare la scrupolosa pulizia regnantevi, come per ogni cosa fosse stabilito il posto, ed ogni cosa a quel posto si trovasse.

Una sola finestra, alquanto stretta, bastava ad illuminare la stanza alquanta piccola anch’essa.

Nella parte più lontana dalla porta, in fondo, il capitano aveva creato la sua camera da letto che era, in pari tempo, anche il suo gabinetto da lavoro e dove una grande cassaforte era fissata al muro.

Egli ne fece minuziosamente agire la serratura, l’aperse e vi depose i due astucci; verificò che fossero nella posizione abituale e poi tolse da uno scompartimento più alto un grosso registro chiuso a chiave, lo portò sul tavolino che si trovava in quella specie di cabina ammobiliata come quella di un capitano di nave mercantile a bordo del suo bastimento, lo aperse, ne voltò alcune pagine e, impugnata una penna, vi scrisse delle indicazioni sommarie e dei numeri.

Mentre scriveva sembrava che la sua soddisfazione non avesse limiti.

Quando ebbe finito rimise il registro al suo posto, richiuse la cassaforte, disfece con ogni cura la combinazione di lettere e cifre che ne permetteva l’apertura e poi, accesa ancora la pipa, riprese a monologare com’era sua abitudine.

— Insomma, il risultato non è già più cattivo; ma non è che il principio. Si può far di meglio. Dal momento che con questo mezzo si riesce ad operare per un raggio di tre miglia non è affatto impossibile riuscir a rastrellare tutto il pesce sopra un’estensione dieci volte maggiore. E papà Le Hélo se ne prende lui la briga... È una semplice questione di messa a punto dell’apparecchio.

«Ah! Ah!... sulla calata dei pescivendoli devono scoppiare grida di meraviglia da rompere le orecchie ed è certo pure che devono essere furenti contro di me! Ma io posso ben infischiarmi di quel che può dir di me quella congrega di mammalucchi! Aspettate e potrete rincarar la dose, figlioli!

Si avvicinò alla finestra, sedette sopra uno sgabello e, con lo sguardo, percorse tutta la superficie del mare.

— Sono anch’io un contadino, a modo mio – continuò – ecco il mio campo: giunge fino agli antipodi, ma non è troppo vasto per me! Posso essere Re del Mare!...