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SULLE ORME DI UNATEPEC

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SULLE ORME DI UNATEPEC

SULLE ORME DI UNATEPEC

XXV.

La fata Morgana.

La piccola colonna non avanzava più, ormai, che a stento: l’aria era fredda, il cielo grigio ed il paesaggio inconcepibilmente malinconico e desolato. Un vento gelido mordeva le carni; nuvole basse e pesanti contribuivano, colla situazione, ad abbattere il morale dei viaggiatori. Davanti a questi, scoraggiati, era sempre, fino all’orizzonte, la stessa pianura incolta e quasi sterile che, dietro a loro, pareva sprofondare in una specie di torpore.

Già da dieci giorni la spedizione diretta da James M. Laurie viaggiava attraverso la Terra del Fuoco.

Appena giunto agli Stati Uniti, il chimico aveva mandato al suo futuro genero un telegramma invitandolo a partecipare ad una spedizione di ricerca; e quell’invito era fatto in tal modo che il biologo, in quel momento senza speciali impegni, aveva ottenuto un permesso dal Ministro, ed era giunto a Nuova York col suo inseparabile Anthime accompagnato da un altro inseparabile, Criquet.

Non potendo vivere lontano dal suo caro padrone, anche lui, Anthime, si era fatto concedere un permesso; e siccome Criquet non poteva abbandonare Anthime...

* * *

Quando fu decifrata, la relazione del viaggio compiuto da Unatepec aveva rivelato al professor Hitchens l’esistenza, nell’antichità, di una colonia degli Inca in piena Terra del Fuoco. Vi si parlava pure di una montagna dalla quale gli adoratori del sole, al tempo della loro prosperità, avevano estratto una certa «Acqua ardente» la quale, allora, serviva per alimentare i focolari eterni dei templi del Fuoco ed a rendere più ardenti i roghi dei sacrifici.

L’«Acqua ardente», Hitchens non ne aveva dubitato nemmeno per un secondo, era petrolio. Dunque nella Terra del Fuoco esistevano dei giacimenti di quel liquido più prezioso dell’oro, indispensabile – almeno pel momento – alla civiltà moderna, e di cui la grande repubblica stava per mancare in breve.

La scomparsa del petrolio significava l’eclissi delle «stelle» e delle «strisce», stars and stripes come dicono. i Nordamericani per designare 1a loro bandiera, mentre la scoperta di nuovi pozzi di forte rendimento (il cui sfruttamento permetterebbe di attendere la scoperta, certamente prossima, di un carburante artificiale) rappresentava il mantenimento ed anche il rafforzamento dell’egemonia industriale degli Stati Uniti

Laurie aveva dunque deciso di recarsi, il più segretamente possibile, a verificare sul posto, ed a spese del Comitato dei Petroli, le affermazioni dell’esploratore inca.

Il Comitato non lesinava sulla spesa; ma aveva raccomandato la massima segretezza: per quanto era possibile occorreva non attirare l’attenzione per non suscitare le cupidige internazionali.

Dunois non aveva esitato ad unirsi a quella spedizione. Pensava che senza tradire la fiducia del futuro suocero, avrebbe acquistato una preziosa conoscenza delle condizioni fisiche, economiche e politiche di un nuovo impianto petrolifero e questa maggior sua conoscenza sarebbe stata poi, certamente, utile per la Francia.

E la sua energia, come la sua abituale gaiezza, capace di bilanciare la malinconia quasi invincibile che emana da quelle solitudini australi, avevano subito fatto di lui l’animatore della spedizione.

Alys, in abito maschile per maggior comodità, era della comitiva e non ristava dall’ammirare il coraggio e la presenza di spirito di colui che sarebbe diventato suo marito.

Oltre a Laurie, Dunois, Alys, Anthime e Criquet – figlio adottivo del quale il preparatore continuava l’educazione e l’istruzione ad ogni fermata e durante il cammino – v’era un certo numero di periti, di assistenti e di prospectors americani.

Il gruppo aveva comperato un numero sufficiente di cavalli a Punta Arenas del Cile e con una navigazione di una cinquantina di chilometri era stato trasportato di fronte, dall’altra parte dello stretto di Magellano, alla baia Inutil, nella Terra del Fuoco.

Poco dopo la partenza erano state attraversate delle montagne boscose marciando attraverso macchie quasi inestricabili, verso sud-est secondo le istruzioni di Unatepec. Poi v’era stata la spaventosa, ossessionante savana che non terminava mai.

E il cammino diventava sempre più faticoso su quel terreno minato dalle gallerie scavate in ogni senso dagli ctenomys , piccoli roditori chiamati tucu-tucos dagli Argentini e curucurus dai Cileni; specie di cavie che si nutrono di radici. In quel terreno reso così friabile, uomini e cavalli affondavano sino al ginocchio ed esaurivano le loro forze nella fatica ininterrotta.

Per di più, ingannati da informazioni inesatte che erano state date loro a Punta Arenas ed alla baia Inutil, i Capi della spedizione avevano portato seco una provvista d’acqua insufficiente, così che i suoi componenti cominciavano a soffrire la sete.

Guidata da un indiano Ona, chiamato Keck, bellissimo uomo alto più di sei piedi, dalla pelle color del rame e dalla musculatura possente, la piccola colonna avanzava in silenzio, affranta dalla cupa ostilità del paesaggio e dalla stanchezza; ma forse era la monotonia ciò che più faceva soffrire i viaggiatori. La vista di una volpe sperduta o di un guanaco isolato costituiva un vero conforto; la volpe si fermava, guardava quegli esseri dall’aspetto inconsueto che avanzavano verso di essa, e, prudentemente, trottava colla coda bassa fino alla sua tana entro la quale scompariva: il guanaco fissava sugli Europei i suoi begli occhi languidi con quell’atteggiamento di buffa vanità che gli è proprio e, lanciando il suo caratteristico nitrito, fuggiva di galoppo per fermarsi duecento metri più in là per poi fermarsi e riprendere la corsa scomparendo nella lontananza.

Un silenzio eccessivo gravava sulla pianura, rotto dal grido acuto ed irritante della civetta dagli occhi d’oro; quando si alzava lo sguardo verso le nubi accigliate vi si vedeva talvolta volteggiare un avvoltoio od un bozzagro che spiavano l’apparire dei tucu-tucos all’uscir dalle loro tane. Ma più spesso non v’era nulla; nulla di vivo tranne un’erbetta rada e giallastra, e l’interminabile savana continuava a svolgersi letargica, mortalmente monotona, sprofondante sotto i piedi stanchi.

Il sole andava abbassandosi all’orizzonte e la notte era vicina. Dunois, che per solo effetto del suo ascendente era in breve diventato il comandante della colonna, diede l’ordine di preparare il campo, e le tende vennero rizzate ed i fuochi accesi perchè il freddo aumentava e per fortuna era stata presa la precauzione di aggiungere due fascine al carico di ogni cavallo.

In breve una fiamma chiara ed un crepitìo giocondo portarono un po’ di conforto in quegli animi accasciati. Soltanto Keck, la guida Ona, restava muto ed ingrugnato. Oltre al suo idioma egli parlava abbastanza bene lo spagnolo e Dunois gli disse:

— Che avviene, Keck? Perchè quella faccia da funerale? Non siamo ancora agli estremi, mi sembra!

L’indiano alzò il suo sguardo nero e vivace sul suo interlocutore e rispose con voce grave:

— Keck non ha l’abitudine di ridere come una donnicciuola, ma oggi riderebbe ancor meno perchè quanto ha detto per mettere in guardia i bianchi di cui si è assunto la responsabilità, non ha servito a nulla. Vi ha supplicato di non seguire questa direzione maledetta e voi non gli avete dato ascolto: vi ha detto che quanti hanno voluto seguire questa via non sono più ritornati ed avete riso accusandolo di pusillanimità. Egli, guida della spedizione, vi ha lealmente avvertiti che non conosce questa regione e che non poteva guidarvici; avete dichiarato che non avete bisogno di lui per questo e da più di due giorni camminate a vostro piacere...

— Non te l’abbiamo forse spiegato? – rispose Dunois. – Seguiamo delle segnalazioni indicate dalla voce muta di una carta scritta e siamo noi che stabiliamo la nostra via senza per questo privarci dei vostri consigli.

— È vero – riconobbe l’indiano – ma la protezione del vostro foglio parlante non servirà a nulla contro i malefici che gravano su questa terra morta. Già non abbiamo più acqua e fra poco saremo, certamente, tutti morti di sete. Keck non se ne cura, lui: è indiano, non ha figli piccoli e sua moglie troverà un altro sposo; avrà guadagnato, colla sua fedeltà alla parola data, il diritto di percorrere le praterie fiorite che si stendono al di là della morte; ma voi, bianchi, non vi sarete ammessi ed il vostro spirito errerà eternamente nelle solitudini gelate che sono laggiù al sud... Keck non sarà responsabile della vostra sorte.

Tutti chiedevano a Dunois quel che dicesse l’indiano; egli lo spiegò ed i viaggiatori risero, ma senza allegria: in fondo all’animo essi non erano meno impressionati dell’indiano, specialmente gli americani che, alla fine dei conti, non si sentivano personalmente interessati al successo della spedizione.

Quanto a Criquet e ad Anthime, essi avevano conservato il loro buon umore malgrado tutto; l’uno perchè vedeva Anthime quieto e perchè, per di più, non era della sua età farsi della bile, come si dice: l’altro perchè seguiva in tutto l’esempio di Dunois e, dal momento che il biologo non appariva preoccupato, giudicava che tutto andasse pel meglio.

Alys comprendeva che avrebbe aumentato le apprensioni dei suoi compagni se avesse fatto scorgere d’essere preoccupata e perciò faceva ogni sforzo per non mostrarsi triste: e quanto a Laurie, egli era uomo che difficilmente si turbava e si manteneva di buon umore colle formule della saggezza popolare «Domani verrà giorno ancora» «Dopo la pioggia il sole» ecc.

I saggiatori di terreni avevano chiacchierato fra loro a bassa voce ed uno di essi, certo Simpson, assistente-foratore di pozzi, si avvicinò colle mani in tasca a Laurie e, senza masticar gomma o sputare, per mancanza di saliva, pronunciò questo discorso:

— Datemi ascolto, boss ; non è per nostra cattiva volontà; ma non vi pare che sarebbe tempo che ritornassimo indietro mentre possiamo ancora raggiungere i fiumi prima di morir di sete? La montagna che cerchiamo non si vede e non spunta nemmeno all’orizzonte che resta piatto come il vetro di un orologio. Noi vi siamo affezionati; ma è proprio necessario che finiamo sotto terra allo stato di carne cruda per rompere le tasche ai tucu-tucos e costringerli a far dei giri per le loro gallerie? Non sarebbe meglio che si ritornasse là dove si beve (non foss’altro che acqua fresca) per prepararvi meglio un’altra spedizione?

Laurie si sentì alquanto imbarazzato: nelle parole e nel tono di quell’uomo non v’era nulla che denotasse un tentativo di ribellione, egli era sempre rispettoso e, alla fin dei conti, quanto diceva non mancava di buon senso così che il chimico chiese che lo si lasciasse consultarsi con Dunois promettendo una risposta per l’indomani; intanto dormissero. Chi dorme beve, poichè chi dorme mangia...

L’assistente acconsentì a questa proroga e ritornò presso i suoi compagni mentre Laurie si consigliava cogli altri capi della spedizione.

— Bah!... – fece Dunois. – Dell’acqua ne troveremo: se ne trova anche nel Sahara. E poi, non è acqua quel che cerchiamo; è petrolio.

— Yves – domandò Alys, – credete che occorra proseguire o ritornare?

— Ma, cara; se non temessi di mettere a repentaglio la vostra vita io proporrei di proseguire: osservo che fino ad ora abbiamo sempre trovato i punti di riferimento indicati dal manoscritto di Unatepec: abbiamo trovato vestigie di costruzioni che ci son sembrate antichi blockhaus inca ed esse erano sempre vicine a pozzi d’acqua. Dobbiamo dunque essere sulla buona strada e sarebbe spiacevole aver sopportato tante fatiche per nulla!

— Verità sacrosante! – proclamò Anthime accontentandosi di grattarsi la testa perchè questa volta gli sarebbe stato impossibile d’arrampicarsi su qualche cosa che fosse più alto del terreno.

Quanto a Criquet, la cui opinione non era stata richiesta; egli la manifestò egualmente e benevolmente:

— Ed allora andiamo verso il petrolio! L’ha detto il signor Dunois: è il petrolio che siamo venuti a cercare! Se avessimo cercato dell’acqua non saremmo venuti qui: saremmo andati a passeggiare, per esempio, sulle rive del Rio delle Amazzoni; ma sarebbe bastata anche la Senna.

E con questo, fiero della sua scienza geografica inculcatagli da poco da Anthime, volle fare la ruota; ma le sue braccia sprofondarono nel terreno scavato dagli ctenomys ed il suo volto andò a conficcarsi nella polvere che gli riempì la bocca; e per un’ora dovette sputare e sbuffare.

Finalmente il Consiglio prese una decisione; l’indomani, fin dall’alba; delle piccole pattuglie si spingerebbero in diverse direzioni per scoprire, possibilmente, dell’acqua: se non se ne fosse trovata si sarebbe, pel momento, rinunciato a continuare il viaggio, la spedizione sarebbe ritornata alla costa per prepararsi, come aveva proposto l’assistente, ad un nuovo tentativo pel quale si sarebbe tenuto conto di tutte le difficoltà incontrate.

Votata all’unanimità questa deliberazione, non restava che andarsene a dormire col sistema dei quarti di vigilanza così che uno dei viaggiatori era sempre desto per mantener accesi i fuochi mentre i suoi compagni, nei sacchi-letto, dormivano come potevano malgrado il vento pungente.

La mattina, alla sveglia, la deliberazione venne comunicata agli altri componenti la colonna i quali non la respinsero e subito le pattuglie partirono in ogni direzione. Naturalmente Alys era rimasta al campo con una guardia capace di proteggerla qualora accadesse qualche guaio.

Dunois si mise in cammino con tanto desiderio di trovare l’acqua che avrebbe costretto i suoi compagni a continuare il viaggio, da non sentir più la propria sete. Egli camminava da circa un’ora e mezza, sotto quel cielo triste, attraverso quel paesaggio monotono senza mai veder nulla di nuovo, quando improvvisamente si fermò stupefatto.

Nella lontananza scorgeva un monte immenso sulla cima del quale era una massiccia rocca forte, attorno a cui correvano, criniere al vento, dei cavalli e dei giganti di statura straordinaria che facevano terribili gesti di minaccia.

Ma la sua meraviglia non durò che un istante; con un sorriso si confessò d’esser rimasto vittima di una illusione: la Fata Morgana , specie di miraggio simile a quello che si vede talvolta nello stretto di Messina ed in alcuni altri luoghi: ed infatti quel quadro straordinario svanì subito; ma il naturalista sapeva che la Fata Morgana è sempre un miraggio e cioè un gioco di luci e di ombre ingrandite, causato da scene terrestri deformate e riflesse nel cielo; dunque, non molto lontano doveva esistere una vasta superficie riflettente, la quale non poteva essere che uno specchio d’acqua.

Egli continuò imperturbabile la sua strada e presto, dall’alto di una leggera elevazione del terreno scoperse una vastissima estensione d’acqua che si stendeva a perdita d’occhio: un lago colorato appena dalle prime luci di un sole pallido.

Lontano lontano, in mezzo al lago, gli parve di riconoscere la forma di un monte ma non se ne preoccupò più che tanto, desideroso com’era di comunicare ai suoi compagni quella scoperta che avrebbe evitato alla spedizione il ritorno alla costa ed una perdita di tempo tutt’altro che indifferente. Ritornò dunque sui suoi passi in tutta fretta e trovò al campo tutti gli altri componenti la spedizione che stavano narrando le loro delusioni. e dichiarando che non v’era un minuto da perdere per iniziare il ritorno.

La notizia della scoperta dell’acqua venne accolta con un certo scetticismo dai saggiatori ma non vollero dimostrarsi ostinati e, ricaricati i bagagli, la carovana si avviò nella direzione che poco prima aveva seguito il solo Dunois. Questi camminava in testa alla colonna la quale due ore dopo, dall’alto della piccola elevazione di terreno ammirò la vasta estensione d’acqua. Lontano, confusa nei vapori umidi, si rizzava la sponda alta e ripida.

— Questo – disse Dunois – si accorda perfettamente col racconto di Unatepec il quale dice chiaramente «una montagna ripida». È l’ultimo punto indicato dal manoscritto e dobbiamo perciò essere giunti alla fine del nostro viaggio.

Tutta quella gente presa dallo scoraggiamento ritrovò di colpo la propria energia e la propria fiducia e quanti non avevano mai dubitato del successo, esultavano: l’esuberante Criquet fu di nuovo in procinto di fare una «ruota» di stile sobrio e classico; ma al momento buono si rammentò della terra che aveva dovuto inghiottire la sera prima in un eguale tentativo e decise di rimandarne l’esecuzione a quando avrebbe trovato un terreno più solido. Intanto si accontentò di eseguire, saltando da un piede all’altro, sempre sullo stesso decimetro quadrato di terreno, una specie di danza selvaggia che avrebbe fatto onore ad un aborigeno delle isole Salomone e cantava una canzoncina di sua composizione che era il suo consueto inno di vittoria

Dare, dare, dare

bello, bello, bello,

lasciatemi cantare

e questo è il ritornello.

La severa ed anche triste maestà di quel paesaggio australe non sapeva capacitarsi di un simile contegno.

XXVII.

Naima.

Tutti contemporaneamente i componenti la spedizione si lanciarono innanzi verso il lago. Finalmente avrebbero bevuto! Tutti si inginocchiarono sulla riva in pendio e servendosi, chi di una tazza, chi del cavo delle mani, portarono avidamente alle labbra quel liquido benefico tanto sospirato.

Quale delusione! Le braccia ricaddero, le tazze lanciate da mani rabbiose andarono a tintinnare sul pietrisco... l’acqua era salmastra ed imbevibile! Doveva trattarsi di una specie di mare interno.

L’uscita della Terra del Fuoco dal seno dell’Oceano è, geologicamente parlando, abbastanza recente ed i saggiatori di terreni petroliferi non si stupirono di trovar colà dell’acqua salsa più di quanto potessero stupirsene Laurie e Dunois. Era accaduto abbastanza di frequente che, nei loro sondaggi, scoprissero falde d’acqua salata nel mezzo del continente americano; ma ciò non toglieva che la spedizione fosse priva di acqua potabile e che quella situazione non potesse prolungarsi senza grave pericolo per la salute. dei viaggiatori. Questa volta il basso personale mormorava protestando apertamente contro l’imprevidenza dei Capi. Bisognava decidere e Dunois non tardò a trovare la soluzione del problema:

— Cogli alambicchi d’assaggio, che si trovano nelle casse sul dorso dei nostri poveri cavalli, potremo facilmente distillare una quantità di acqua sufficiente per dissetarci quanti siamo e costituire una piccola riserva. Prima berranno gli uomini e poi gli animali. Disgraziatamente l’operazione richiederà qualche tempo; intanto coloro che vogliono procurarsi un refrigerio potranno fare un bagno nel lago; l’assorbimento dell’acqua attraverso i pori sarà certamente di sollievo.

— Basta la parola! – esclamò Criquet con entusiasmo. – I miei pori berranno alla vostra salute.

E cominciò a svestirsi con una incredibile rapidità e poco dopo, coperto dalle sole mutande, prendeva lo slancio e correva nell’acqua colla allegra precipitazione di un cagnolino.

Ma non aveva percorso dieci passi spruzzandosi allegramente e lanciando grida gioconde che lo si vide affondare come se fosse assorbito e le sue grida allegre si mutarono in richiami d’aiuto. I viaggiatori si guardarono spaventati; che significava quel mutamento?

Quale ne fosse la causa, certo era che Criquet si trovava in pericolo e perciò, Anthime e Dunois si svestirono rapidamente per poter nuotare più comodamente. Dunois fu il primo ad esser pronto; prese un forte slancio per avvicinarsi quanto più possibile al fanciullo pericolante e lo si vide volare nell’aria e ricadere a due metri all’incirca dal punto dove Criquet si dibatteva invano chiedendo soccorso.

Ma aveva appena toccato l’acqua che la sentì addensarsi sotto i piedi... quel lago ingannatore non era che un immenso pantano con una sottile falda superficiale d’acqua. Il biologo comprese subito la situazione.

— Rimanete, Anthime! – gridò. – Qui ci si impantana. Lasciate che me la cavi da solo; gettatemi soltanto una corda; presto, presto!

Egli si sentiva come aspirato da una enorme ventosa, tuttavia stendendosi supino colla testa alta quanto poteva, ciò che rallentava l’irresistibile attrazione, gli riuscì, con sforzi immensi, di afferrare il fanciullo il quale, pietrificato dal terrore, non gridava più e si abbandonava già alla morte spaventosa.

Intanto Anthime, da terra, vedendo che infatti sarebbe stato assolutamente inutile tentar di raggiungere in acqua Dunois, si affrettava ad annodare i capi di due corde che aveva tolto dal carico dei cavalli.

Il biologo affondava; e con un colpo d’occhio preciso calcolò che certamente egli sarebbe perduto prima che si giungesse in suo aiuto: una sola cosa gli parve dovesse esser fatta immediatamente, salvare anzitutto il fanciullo che aveva ancora tutta la sua vita da vivere.

— Bah! – pensò. – Ho già trascorso più della metà del tempo che mi è stato assegnato sulla terra... Un poco prima... od un poco dopo...

E senza preoccuparsi di affrettare il proprio destino col sovraccarico del fanciullo, dopo aver mandato tristemente un gesto di saluto ad Alys, che istupidita assisteva allo svolgimento di quel dramma imprevisto, egli afferrò Criquet e, con un enorme sforzo del braccio teso, lo sollevò al di sopra del proprio capo.

Egli scompariva già fino alla cintola ma aveva strappato il piccolo all’immediata minaccia di quella gigantesca ventosa che stringeva lui stesso in una aspirazione continua che gli dava la nausea.

Calmo e metodico, Dunois si era posto Criquet sulle spalle.

Finalmente la corda fu pronta ed Anthime la avvolse in larghi cerchi che tenne raccolti colla mano destra mentre ne teneva l’estremità stretta nella sinistra dopo averla, per maggior precauzione, legata al polso.

Con un giro di braccio egli la lanciò verso il biologo di cui ormai non si scorgevano che le spalle sporgenti dalla falda liquida; ma Anthime aveva calcolato esattamente lo slancio e la corda cadde esattamente su Criquet che aveva riacquistato un poco del suo sangue freddo e che fu lesto ad afferrarla.

— Presto, Criquet – disse Dunois riprendendo speranza: – annodami saldamente la corda sotto le ascelle perchè possano tirarmi a riva. Non temere, non ti lascerò, piccolo; in ogni caso non abbandonare, nemmeno tu, la corda!

Criquet obbedì ed eseguì colla massima precisione l’operazione che gli era stata ordinata e poi con aria d’importanza e con gravità affettata, ridiventato spensierato e burlone, gridò a coloro che aspettavano sulla spiaggia:

— Tirate!

Tutti gli uomini avevano afferrato la corda che Dunois sentì penetrargli dolorosamente nelle carni e lo sforzo ritmico ed energico ebbe effetto. La stretta del fango sulle sue gambe cedette alquanto ed egli si vedeva già trascinato alla riva, verso, la vita, quando, con uno schiocco secco, la corda, troppo debole e sottile, si ruppe.

Tutto era da ricominciare ed il tempo stringeva: il biologo si rassegnava nuovamente alla morte che voleva assolutamente afferrarlo, quando Anthime gridò improvvisamente:

— So io quel che occorre! Coraggio!...

Correre verso le casse che si trovavano sui basti dei cavalli, afferrare una tenaglia che era sempre pronta per quello scopo e cominciar a strappare i coperchi, non fu per l’uomo-gorilla che cosa di un attimo.

Ammucchiate tutte quelle tavole sopra il capo egli corse nuovamente sulla viva del lago traditore e, disponendo quelle minuscole zattere l’una dopo l’altra colle estremità a contatto, egli cominciò a stendervisi sopra facendole affondare fino alla fanghiglia sotto il proprio peso, ed avanzò così verso il punto dove Dunois non lottava ormai più contro l’assorbimento pel timore di accelerarlo.

Ormai l’acqua gli era vicina alla bocca...

Di mano in mano che superava un coperchio, Anthime raccoglieva quelli che aveva lasciato dietro a se e li disponeva innanzi così che, palpitanti d’angoscia, Alys, Laurie e gli altri membri della spedizione lo videro giungere lentamente fino al biologo che gli disse:

— Prendete il fanciullo, Anthime!

— No! – rispose questi. – Tutti e due assieme!

— Vi dico di prendere il fanciullo! – ripetè Dunois in tono di comando e così dicendo dovette inghiottire un fiotto d’acqua salmastra.

Non c’era tempo da perdere in discussioni; Anthime afferrò Criquet e con tutte le precauzioni necessarie lo riportò a terra dove il povero fanciullo si lasciò cadere semisvenuto. Ma il preparatore riprese immediatamente la sua avanzata cauta verso l’uomo che ancora era in pericolo e questa volta portava con se la corda che gli americani avevano riparato addoppiandola. Non ebbe che il tempo di annodarla saldamente attorno ai polsi dei biologo.

Dalla riva gli altri iniziarono la trazione e questa volta la corda resistette e finalmente Dunois venne riportato sulla terra ferma quasi asfissiato.

Un’ora dopo, salvato da quella morte spaventosa, egli era intento all’impianto degli alambicchi per la distillazione di quel liquido imbevibile. Alys, abbattuta dall’emozione, piangeva in silenzio.

Dal canto suo Laurie aveva scorto sulla superficie del lago delle larghe chiazze iridate

— Guardate – disse a Dunois: – questo è petrolio! Non v’è dubbio; Unatepec non ci ha ingannati: è probabilissimo che non si possa raggiungere la falda da sfruttare che quando si sia giunti alla montagna. Ma come giungervi? Certamente l’esploratore inca lo sapeva, ma si è tenuto il segreto.

— Sondiamo il lago – rispose semplicemente Dunois.

La spedizione era munita anche di sonde già pronte e percorrendo le rive del lago dei piccoli gruppi effettuarono degli assaggi qua e là; ma i pesi affondavano immancabilmente e per quanta corda si filasse, altrettanta ne veniva assorbita. Quell’immenso pantano aveva certamente una profondità che colle sonde non si riusciva a precisare.

Laurie si disperava:

— E dire che il petrolio c’è!... Perchè c’è, il petrolio!... Come fare?... Come può aver fatto quell’Unatepec?

— Vedremo – rispose Anthime. – Tutto sta nell’usar tempo e pazienza... Intanto mi pare che sia tempo di far colazione... Che ne dite?... I giochetti di stamane mi hanno messo appetito.

— Si deve mangiare ancora carne in scatole – brontolò con una mossa di disgusto il signor Criquet il quale, malgrado l’educazione dura fatta sul lastrico dei mercati parigini dove s’era nutrito di rimasugli, non amava la carne conservata. – Darei tutte le mie sostanze per una bistecca!

Dunois col binocolo puntato cercava di riconoscere il terreno lontano, ed all’uscita del fanciullo rispose semplicemente:

— Vuoi delle bistecche, Criquet? Ve ne sono laggiù che passeggiano; corri a prenderle.

Infatti a grande distanza si scorgeva un gruppo di guanachi, e fra i membri della spedizione fu un grido solo:

— È un’occasione che ci è toccata di rado! Se li cacciassimo?

L’entusiasmo per questa proposta fu generale e venne stabilito di ritardare l’ora del pasto quanto sarebbe necessario per procurarsi un poco di quella carne fresca che era venuta ad offrirsi spontaneamente al desiderio di quei ghiottoni. Tutti i membri della spedizione, armati di fucile, si sparsero per la pianura così da circondare, possibilmente, la mandra e bisognava che l’accerchiamento avvenisse da lontano perchè sono animali dalla vista acutissima che ogni arma mette immediatamente in sospetto; poi, effettuato l’accerchiamento, tutti avrebbero marciato concentricamente verso i guanachi che, avendo il lago dietro a sè, non avrebbero potuto fuggire. La loro sorte era decisa e le bistecche potevano essere considerate come conquistate.

La manovra venne eseguita alla perfezione in ogni suo particolare ed i guanachi si trovarono circondati. Dopo qualche corsa qua e là, non trovando nessuna possibilità di scampo, gli animali si riunirono in un gruppo compatto sulla riva del lago che tagliava loro la ritirata per osservare, inquieti, quei nemici che avanzavano verso di loro da ogni parte.

Dunois aveva dato ordine di non fare un massacro inutile e di sparare soltanto quando i cacciatori fossero ben sicuri di colpire e ciò perchè gli animali fossero ammazzati e non storpiati. Del resto non era necessario ammazzarli tutti e perciò si potevano scegliere le vittime.

I cacciatori erano forse a cinquecento metri dagli animali quando questi fecero un improvviso dietro-front e si lanciarono velocemente nel lago. Ma non vi si cacciarono disordinatamente; tutt’altro, si disposero con cura in fila indiana.

— Non sparate! – gridò Dunois che fece passar l’ordine da un uomo all’altro. – Tanto le bestie uccise affonderebbero nella melma e non potremmo ricuperarle.

Ma i guanachi non si impantanarono; galopparono a tutta velocità nell’acqua che facevano schizzare tutt’attorno a sè e senza bagnarsi più su dei ginocchi come se camminassero su terreno ben compatto, solido e ben noto a loro.

— Ah, benissimo! Questo è un trucco! – disse Criquet indispettito. – La prima volta che vado a caccia, la selvaggina è più furba di me.

Era stato messo fra i battitori ma non gli era stato dato fucile per timore di qualche imprudenza: quanto ad Anthime il suo stupore era tale che non lo si era mai visto, prima, grattarsi tanto furiosamente la testa nè far tante smorfie: lo si udì perfino lanciare dei brontolii gutturali:

— Non affondano quegli animali – borbottava; – eppure non sono di sughero!... Allora ci deve essere un tratto di terreno solido che attraversa il lago e che essi conoscono!...

— Eh, è indubitabile: una strada c’è – rispose Dunois; – ma poichè i guanachi si sono disposti in fila indiana, ciò significa che la strada non è larga e, come potete rilevare dal modo come avanzano gli animali, essa è anche molto tortuosa. Nulla vieta che la seguiamo anche noi ma è opportuno che ognuno porti con sè un bastone per tastare il terreno come fanno i ciechi.

Una fascina fornì tutti i bastoni necessari e, con Dunois alla testa, tutti gli esploratori entrarono nel lago al seguito dei guanachi che già scomparivano nella lontananza verso la montagna.

Il biologo cercava accuratamente il terreno solido sotto l’acqua torbida e si accorse subito che bisognava star molto attenti perchè di frequente le svolte della strada erano molto strette e l’imprudente che si fosse allontanato dallo stretto sentiero era minacciato di venir inghiottito.

Dove andavano? Non ne avevano la minima idea.

Dunois seguiva i guanachi ed ogni componente la spedizione seguiva colui che lo precedeva. Lontano la montagna, che appariva contro luce, si ergeva sempre più alta e più cupa coll’aspetto di un vecchio castello appollaiato sopra cime a piombo.

Ormai la monotonia della marcia nella pianura era cessata e quelle difficili evoluzioni in mezzo all’acqua interessavano; ma l’aspetto della montagna, di mano in mano che essa appariva più vicina, diventava strano ed inquietante. I viaggiatori eran tutti presi da uno strano disagio; parlavano meno che mai ed erano come in attesa di «qualche cosa» che non sapevano definire.

Finalmente giunsero a qualche centinaio di metri dalla meta; i guanachi avevano messo piede sulla montagna ed erano scomparsi; si distingueva perfettamente la strada, che usciva dall’acqua, salire ripida verso la vetta di quel monte-fortezza che, altissimo nel cielo, pareva stagliarvi una merlatura: passava, poi, sotto una specie di portico sormontato da un’arcata dietro il quale non si vedeva che buio.

Quando non furono più che a cinquanta metri, gli esploratori si accorsero che quella porta gigantesca, ingresso all’isola formata dalla montagna, era ornata di sculture molto appariscenti: erano specie di fregi composti di intrecci a disegno geometrico e, ad ogni lato della porta, era l’immagine di un gigante ad alto rilievo. Osservarono ancora che quei giganti armati di clave portavano l’antico costume degli Inca coll’alta tiara di piume e con tutte le altre caratteristiche delle figure scolpite dagli adoratori del Sole.

Era sempre meno dubbio che un tempo gli Inca avessero colonizzato l’isola e che vi avessero costruito una delle loro città ciclopiche. Quanto alla presenza di petrolio nelle vicinanze la cosa era certa: non soltanto le acque dei lago diventavano sempre più iridescenti quanto più erano vicine all’isola, ma ormai l’odore caratteristico degli olî minerali era sentito anche dai nasi meno sensibili.

Finalmente la porta non fu più che a qualche passo, imponentissima tanto che i viaggiatori si fermarono istintivamente prima di salire la ripida strada. Più nervosa e più impressionabile dei suoi compagni, i quali apparivano essi pure sospettosi, Alys non seppe trattenere un grido:

— Non entriamo; ritorniamo! La sventura ci aspetta dietro quella porta terribile. Lo sento... lo so!

— Figlia mia – rispose tranquillamente Laurie, – hai voluto venire con noi e noi non abbiamo certamente sopportato tanti disagi e tante fatiche per venire fin qui e ritornarcene a mani vuote. Abbiamo accettato una missione e la compiremo da uomini. Abbiamo errato portando con noi una donna che forse seminerà il dubbio e lo scoraggiamento in noi.

Così redarguita, Alys se lo tenne per detto, ma entrò sotto quella volta nera, la quale non era che l’ingresso di una galleria, colle spalle curve e la testa china, dietro i suoi compagni.

Lontano, molto lontano e verso l’alto, si distingueva una macchia di luce all’altra estremità della galleria.

— Avanti amici – disse Dunois che si era messo al fianco di Alys per darle il conforto della sua presenza. – Sono sicuro che stiamo per raggiungere la meta.

Tutti avevano acceso le loro lampadine elettriche per poter avanzare nell’oscurità: ma non avevano percorso più di trenta metri quando furono sorpresi da uno strano rumore simile a quello del getto di una canna da annaffiamento.

— Che cos’è? – disse Laurie che camminava innanzi; ma non potè continuare: un getto violento quasi quanto quello di una pompa a vapore lo aveva colpito in pieno petto e l’aveva gettato per terra. Nello stesso tempo altri getti non meno potenti avevano colpito gli altri componenti la spedizione ed in breve tutti i bianchi ed il pellerossa Keck si dibattevano sotto una multipla cascata di un liquido spesso, acre, caldo, vischioso, dall’odore penetrante che rammentava quello della colla di pesce mista a benzina. E quei getti li infradiciavano, li soffocavano senza lasciare ai loro spiriti il tempo di riaversi dalla sorpresa.

Dopo un istante quell’aspersione violenta si calmò, ma nello stesso momento un gruppo di esseri appena distinguibili nell’oscurità si precipitò sui viaggiatori semisoffocati, li legò strettamente, li sollevò portandoli seco.

Durante un periodo di tempo che parve loro molto lungo ma che in realtà non era durato più di dieci minuti, avanzarono attraverso le tenebre ridotti allo stato di mercanzie imballate e finalmente, slegati, vennero deposti sul suolo roccioso.

I loro rapitori li lasciarono; una porta pesantissima si chiuse su di loro e sorse la voce grave di Keck il quale in spagnolo pronunciò queste severe parole:

— Keck l’aveva detto: gli spiriti elementari si vendicano. Perchè avete voluto entrare in questa savana? Perchè avete seguito a traverso il lago maledetto quei guanachi i quali non erano che fantasmi ingannatori mandati per trascinarci in questa trappola? Ora è fatta! Moriremo tutti fra i tormenti e sarà la giusta punizione del nostro tradimento.

Avrebbe parlato ancora a lungo se non fosse stato pregato di starsene zitto affinchè si potesse studiare la situazione che non appariva molto favorevole.

Coperti di quella sostanza attaccaticcia, ossessionati da quell’odore acuto, nauseante, tenace che dava alla testa, gli esploratori si contarono poichè parecchi possedevano ancora le lampadine elettriche. Tutti gli uomini c’erano; mancavano soltanto Alys e Criquet.

Vennero cercati in tutti gli angoli di quella prigione bassa di soffitto ma abbastanza vasta, ma non ve n’era traccia e nessuno sapeva dire quando fossero stati separati dal grosso della compagnia perchè quei getti che li avevano sorpresi avevano anche momentaneamente annichilita ogni facoltà di ciascuno.

Il disgraziato Laurie, torturato da gravissime preoccupazioni sulla sorte della figliola, si rimproverava di non averla lasciata a Nuova York invece di trascinarla in quell’avventura pericolosa, ed Anthime si faceva gli stessi rimproveri per quanto riguardava Criquet. Che dire, poi, dell’ansietà di Dunois e del furore che lo prendeva al pensiero della sua impotenza a correre in aiuto della fanciulla in pericolo? Quali intenzioni potevano avere i rapitori nei riguardi dei due più giovani membri della spedizione? Quale sorte era riservata a tutti gli altri?

E se alcuni si torturavano a proposito dei compagni perduti, gli altri non erano più rassicurati sulla sorte propria e maledicevano il loro spirito d’avventura o l’avidità di guadagno che li avevano trascinati verso quelle terre australi quasi sconosciute.

Ma, flemmatici, ed abituati ai pericolo, gli assistenti americani ripresero subito animo ed iniziarono una discussione per stabilire la natura del liquido col quale erano stati aspersi.

— Non v’è dubbio che si tratti di un olio minerale che, dunque, dovrebbe esistere qui in grandi quantità – affermava Simpson il quale, per la sua esperienza, era il più autorevole. – Ma non si tratta dello stesso petrolio del Caucaso, della Pennsilvania e della Rumenia o di altri paesi petroliferi. L’odore ne è assolutamente diverso; si direbbe odore di materie organiche... per di più questo è più denso degli oli greggi che portano alla superficie i nostri derricks.

— Ma è poi petrolio? – domandò uno scettico.

— Non v’è nulla di più semplice che assicurarsene – rispose Sampson, e svolta la cintura di stoffa che portava alla cintola e che era impregnata del liquido di cui si discuteva, le avvicinò un fiammifero acceso e quasi immediatamente essa prese fuoco consumandosi fino alla fine, nell’angolo ove l’assistente l’aveva gettata per prudenza, con una fiamma azzurra meno brillante di quella del petrolio ordinario ma che sviluppava un fumo meno nero e meno grasso.

— Volevamo del petrolio – disse l’assistente – e certamente qui ce n’è a josa: ma non siamo perciò prossimi allo sfruttamento della miniera. In che mani siamo caduti?? Riusciremo a ritornare a casa nostra? Se non mi sbaglio, questo petrolio è ben custodito...

Tacque e tese l’orecchio: si udiva un rumor di passi che si avvicinava ed infatti una porta massiccia, che non avevano osservato, si aperse pesantemente nella muraglia. Alla luce delle torce che i sopraggiunti portavano, i prigionieri poterono vedere i loro carcerieri: erano individui dalla pelle color rame, di statura inferiore alla media e che non parevano molto rubusti: magri e poco muscolosi, col viso emaciato e gli occhi cavi e febbrili, cogli zigomi sporgenti, essi avevano un’espressione dura e crudele.

Erano armati di clave di forma piramidale quadrangolare e di coltellacci molto simili ai machetes sud-americani; ordinarono con rudezza ai prigionieri di seguirli. Questi erano tutti uomini robusti, di alta statura e poco disposti a lasciarsi molestare: vedendosi così trattati da esseri che a petto loro non erano che degli sgorbi furono presi da un desiderio di ribellione. Il buon Anthime brontolò:

— Ma che cosa sono questi fantocci con quelle corone di penne colorate? Sembrano scimmie malvestite!...

Egli dimenticava se stesso ed attribuiva agli altri il suo proprio aspetto: ma chi si vede qual è?

E continuò:

— Ognuno di noi se ne mangerebbe tre in un colpo... e per conto mio, senza vantarmi, mi incarico di sei di quegli scimmiotti. Sotto!... Disarmiamoli e liberiamoci!

Gli americani, stavano già per seguire quel suggerimento di cui non comprendevano esattamente la portata quando si alzò la voce di Dunois:

— Non commettete sciocchezze, Anthime!

E continuò in inglese:

— Non vedete quei tubi di canna che portano alla spalla e quel sacchetto che hanno alla cintola? Si tratta certamente di cerbottane e di frecce avvelenate. Saremmo subito messi fuori combattimento. Attendiamo occasioni migliori!...

Intanto avevano percorso tutta la galleria fino all’estremità opposta a quella da cui erano entrati e si trovarono nuovamente sotto il cielo basso e grigio della Terra del Fuoco nelle viuzze di una città o, meglio, di ciò che, un tempo, doveva essere stato una città straordinaria. Ovunque erano case costruite con grossi massi di pietra e monumenti elevati nello stesso modo; ma la maggior parte dei fabbricati cadeva in rovina, erano aperti a tutte le intemperie e quella grande città che un tempo doveva essere stata abitata da una popolazione numerosissima, era ormai disabitata per tre quarti.

Uomini, donne, fanciulli, tutti i passanti incontrati dal corteo, sembravano indifferenti, deboli, anemici: si fermavano, guardavano con occhio atono per andarsene poi con una breve andatura stanca senza curarsi di quegli stranieri prigionieri più che di qualsiasi altra circostanza di una vita che pareva esser loro venuta a noia. Avevano l’aria di gironzare senza scopo.

— Inca degenerati – disse Dunois – certamente incrociati più e più volte fra loro. È la fine di una razza, questa. Se non fosse stato per le cerbottane, Anthime aveva ragione, avremmo fatto presto a liberarci!...

E giunsero ad un gigantesco palazzo sormontato da una vastissima torre quadrata e posto in una piazza grandiosa. Di fianco alla porta gigantesca simile a quella della galleria e fiancheggiata da statue colossali in alto rilievo, erano di guardia soldati di bella apparenza dai costumi rutilanti d’oro.

Un omino grinzoso, che portava in capo un diadema di penne d’aras e vestito di una tonaca che gli cadeva fin sotto il ginocchio, avanzò con incedere solenne col quale certamente voleva imporsi ai prigionieri. Teneva in mano un cilindro d’argento simile a quello d’oro che Mac Carthy aveva tolto dalle mani della mummia. Egli domandò parlando abbastanza correttamente lo spagnolo:

— Stranieri audaci, chi è il vostro capo?

Cosciente della superiorità di Dunois in quella circostanza, Laurie lo prese per un braccio e lo spinse innanzi e poi lo seguì assieme ad Anthime. Gli altri rimasero nel vestibolo sotto la sorveglianza assidua dei soldati.

Fra una decina di guardie i tre viaggiatori attraversarono, dietro i passi dell’omino, una sfilata di corridoi, poi un giardino stentato ove in una fontana mormorava un magro getto d’acqua che però suscitò i loro desiderî d’assetati e finalmente vennero introdotti in una sala relativamente vasta e dalle mura ornate con pitture geometriche.

Sopra un palco e sotto una specie di lampadario dove ardevano delle fiamme azzurrognole, stavano seduti tre personaggi dallo stesso aspetto sparuto di tutti gli altri abitanti della città misteriosa ma più grinzosi ancora di colui che li aveva guidati fin là ed i loro visi appassiti e sformati erano incorniciati di capelli bianchi.

Il vecchio che stava al centro parlò in spagnolo:

— Stranieri dei visi bianchi, chi vi ha condotto in questa tranquilla città, voi, i torturatori dei nostri padri?

— Siamo venuti guidati da Unatepec – rispose Dunois con un’alterigia affettata.

Al solo nome di Unatepec i tre vecchi si inchinarono portando la mano alla fronte.

— Che rapporto può esistere fra il grande Unatepec costruttore nella nostra città ed esseri incolori come voi?

— Il racconto del suo viaggio è giunto fino a noi: cerchiamo l’«acqua ardente» che ci occorre per le nostre cerimonie religiose e siamo disposti a pagarvi un buon prezzo per poter usare liberamente dei giacimenti che possedete. La protezione di Pasciacamac e dei suoi figlioli concordi, il Sole e la Luna, ci accompagna evidentemente e voi non siete tanto sciocchi da mettervi contro la volontà dei grandi dei!

Dunois giocava d’audacia e tentava l’intimazione ignorando completamente quali argomenti potessero influire sulla decisione di quei giudici. Intanto i tre vegliardi parlavano tra di loro a bassa voce ma calorosamente e poi quegli che aveva interrogato riprese:

— Non cercar di confondere le nostre menti; la nostra saggezza e la nostra esperienza sono quelle che ci hanno fatto chiamare al governo dell’ultima città degli Inca: vi conosciamo perchè anche noi siamo viaggiatori di razza: abbiamo un’idea di ciò che gli uomini che vivono al nord chiamano la loro civiltà: è cosa abominevole e perniciosa e sappiamo a quali pericoli, a quale empietà ed a quali delitti essa trascini coloro che se ne gloriano tanto scioccamente quanto un lebbroso potrebbe vantarsi delle sue pustole velenose.

Egli parlò nuovamente coi suoi compagni. Dunois sentiva che quei tre saggi erano molto inquieti, avidi com’erano di interrogare per istruirsi e timorosi di scoprir troppo il motivo delle loro angosce. Finalmente l’altro si decise:

— Chi siete voi? Forse una banda di predoni venuti per spogliarci delle nostre ultime ricchezze come coloro che assassinarono i nostri imperatori? O siete l’avanguardia di un esercito più numeroso?

Il biologo comprese facilmente ove volesse arrivare il vecchio con quella domanda e giudicò prudente di non chiarir troppo la situazione della spedizione. Cosciente del pericolo che correva coi suoi compagni fra le mani dei discendenti di coloro che Pizarro aveva massacrato, insistette nel suo tentativo di intimidazione.

— Bada, vegliardo! Se noi non ritorneremo entro un certo tempo fra i nostri, altri bianchi, ma numerosissimi questa volta, verrebbero alla nostra ricerca e la loro vendetta sarebbe terribile.

Il vecchio ebbe una risatina stridula e sforzata:

— Oh, non avrebbero come voi la fortuna di vedersi indicare da un branco di guanachi la sola strada che esista per giungere alla Città del Sole! Tutti sprofonderebbero nel fango del nostro lago.

— Ti inganni, vecchio! Non sai che quei guanachi-guide vennero suscitati dai nostri scongiuri? È Pasciacamac stesso che ce li ha inviati in seguito alle nostre preghiere. Non vedi tu in ciò la prova che noi siamo protetti dagli Dei e che i nostri progetti tornan loro graditi?

Questi argomenti parvero impressionare assai i tre vecchi i quali ripresero a discutere fra di loro. Evidentemente esitavano assai sulla decisione da prendere: era forse opportuno temporeggiare?... Finalmente il più vecchio parlò nuovamente:

— Vogliamo anzitutto far cosa grata ai nostri Dei ed obbedire alla loro volontà e perciò dovremo interrogarli. Verrà offerto loro un sacrificio perchè ci facciano conoscere la loro volontà... e questo sacrificio lo offriremo immediatamente.

Ad un gesto del vecchio le guardie condussero seco i tre prigionieri. Straziati dall’angoscia, Laurie e Dunois stavano per perdere la calma; dei costumi degli antichi Inca essi sapevano soltanto ciò che era stato tramandato dalla leggenda e non si trattava di cognizioni rassicuranti. Non si diceva di sacrifici di fanciulle fatti al Sole e che ancora ai nostri giorni delle belle peruviane fossero state rapite dagli ultimi discendenti di quegli idolatri ed uccise o sepolte vive come un tempo le più belle fanciulle del popolo inca?

Essi giunsero in breve in una galleria spaziosa che conduceva ad una porta altissima attraverso la quale furono introdotti in un tempio grandioso completamente decorato d’oro e di dipinti e di sculture in basso ed alto rilievo e qualche volta anche a tutto tondo.

Al centro della meravigliosa sala circolare, era una specie di vasca dalla quale si lanciavano verso il cielo fiamme alte e strette che diffondevano un calore quasi insopportabile.

Quella vasca rappresentava la bocca spalancata di un sole umanizzato e raffigurato sul pavimento di lastre rossicce.

In fondo, dietro la fronte di quel viso, era un sopralzo di mosaico sul quale, fra guardie armate e fra sacerdoti dai paludamenti e dalle tiare di broccato d’oro, grave e triste sotto un grande velario color arancione sostenuto da lance d’oro, sedeva una fanciulletta bionda e dall’aspetto malaticcio, ma squisitamente graziosa.

Una veste costellata di pietre preziose pareva gravare eccessivamente su quelle spallucce strette ed il suo piccolo collo gracile piegava sotto il peso della corona d’oro incrostata di gioie che posava sulla sua bella testolina.

Perchè era bionda? Perchè aveva occhi azzurri, nei quali si rifletteva tutta la malinconia degli ultimi rampolli di una razza, quella bimba dal colorito di rame?

Seguito dai suoi assessori, il Gran Saggio si prosternò ai piedi della piccina che, immota in una posa ieratica, lasciò cadere su di lui uno sguardo pieno di una incommensurabile noia.

Battendo la fronte sul pavimento il vecchio pronunciò un discorso incomprensibile poi si alzò, si inchinò ancora profondamente e ritornò verso i prigionieri ai quali gridò con voce che si sforzava di rendere tonante:

— Prosternatevi! Prosternatevi, bianchi empi, davanti a Naima la grande sacerdotessa, nostra regina, colei che parla a Pasciacamac, la sola che il Sole ascolti.

Poichè sarebbe stato vano resistere all’intimazione dei fedeli di quel culto, i bianchi si lasciarono spingere fino ai piedi calzati d’oro della piccola Grande Sacerdotessa dietro la quale stavano raggruppate delle vecchie donne sontuosamente vestite, lo stuolo dei sacerdoti ed i tre Saggi.

La piccina non rivolse nemmeno uno sguardo di curiosità a quegli stranieri: impassibile, pareva inseguire cogli occhi un sogno lontano.

Una specie di pastorale d’oro posava colla punta sul tappeto ed ella lo alzò appena. A quel segnale si aperse una porta del lato opposto del tempio e canti gutturali e strani s’innalzarono mentre entrava un corteo avvolto da nuvole d’incenso.

Laurie e Dunois, che s’erano volti da quella parte, trattennero a stento un grido di stupore e d’angoscia; vollero lanciarsi innanzi, ma le mani delle numerose guardie che li circondavano li trattennero al loro posto.

Avevano riconosciuto Alys.

Ornata di gioie meravigliose ella avanzava fra una scorta di vecchissime donne e di uomini decrepiti che esalavano con voci deboli e roche dei canti funebri: camminava senza veder nulla, a quanto pareva; era in uno stato rassomigliante alla rigidezza catalettica.

Era forse lei la vittima designata pel sacrificio? La sua veste ornata di dipinti aveva uno strascico che un paggio teneva sollevato da terra seguendola in una acconciatura bizzarra. E quel paggio era Criquet!

Alla vista di Anthime, che scoprì alla prima occhiata, nulla più lo trattenne; abbandonato lo strascico di Alys egli corse verso il suo protettore e, siccome le guardie si eran mosse per impedirgli il passo, egli si gettò immediatamente carponi per meglio sgattaiolare fra le gambe dei vecchi sacerdoti e delle sacerdotesse. Si ritrovò subito fra le braccia potenti dell’uomo-gorilla, guardandolo dapprima allegramente; poi, osservando la faccia avvilita del preparatore ed i suoi abiti imbevuti di petrolio, esclamò:

— Bene, non darti tante arie, zio Anthime! Sei proprio tanto orgoglioso, perchè t’hanno bombardato di petrolio e creato lampista in capo; che non mi riconosci più?

E detto questo scoppiò in una di quelle belle risate allegre che sono forse il più bel dono che la natura ci abbia fatto.

Questa volta la piccola sacerdotessa Naima trasalì, rizzò il capo e parve cercare donde venisse quel rumore cristallino tanto nuovo per lei. Allevata nella solennità del tempio e delle cerimonie che vi si svolgevano, sempre circondata da vecchi tristi, quella piccola bimba non aveva mai sentito ridere. Ella si animò inquieta come un uccellino il quale improvvisamente s’accorga di aver delle ali: guardò Criquet con viso meravigliato ed aperto che pareva avesse ritrovato un’espressione. Si levò, gettò le braccia in aria tenendo il pastorale; indi lanciò un grido che uno dei vecchi Saggi tradusse in spagnolo per Criquet:

— Ancora!

E Dunois comprese; la povera bimba, ultimo rampollo della razza, fiore grazioso appassito prima di sbocciare, aveva scoperto, intravisto almeno, la giovinezza; e si chinò verso Criquet:

— Piccolo – gli disse, – tu ci puoi forse salvare! La vita di tutti noi dipende da te.

— Ma eravate in pericolo? – esclamò Criquet impallidendo.

— Molto probabilmente; ma tu potrai certamente salvarci se mi obbedirai ciecamente. Ridi, Criquet, ridi col tuo riso più allegro; immagina ciò che puoi immaginare di più allegro; quanto meglio tu riderai e tanto più facilmente noi potremo uscire da questo mal passo.

— Bene – disse seriamente il fanciullo: – sentirete qualche cosa di straordinario!

E fu un meraviglioso flusso di risate accompagnate da smorfie incredibili e da sgambetti mai visti...

La piccola sacerdotessa del Sole, stupita, aveva posato il pastorale sul trono e colla bocca semiaperta, colle braccia tese come una bimba che scorga una farfalla e voglia prenderla, scese lentamente un gradino dopo l’altro fino al piano del tempio.

Una vita nuova animava il suo visetto triste. Che cos’era quel canto tanto bello, tanto bello che a nessun altro canto al mondo poteva essere paragonato?

Criquet tacque e Naima fece ancora il suo grande gesto:

— Ancora!

Ma Dunois si era chinato su Criquet che improvvisamente aggrottò il viso e parve stesse per piangere: ed era sì abile attore che effettivamente le lagrime gli spuntarono fra le ciglia perchè aveva saputo pensare a proposito al pericolo che correvano quelle persone che amava tanto.

Le lagrime! Ahimè! Naima sapeva quel che fossero! Perchè quell’adorabile attore che aveva potuto produrre un suono tanto gradevole, vi rinunciava per emettere lugubri singhiozzi?

Interrogò il vecchio Saggio che l’aveva seguita passo passo e questi a sua volta interrogò Dunois.

— Era allegro per averci ritrovati e rideva – rispose questi, – ma ha compreso che volete sacrificare quella fanciulla che è sua sorella. Non potrà più ridere ormai e piangerà eternamente!

Il vecchio spiegò la cosa a Naima ed ella, aggrottando le sopracciglia delicate, diede un ordine e subito Alys venne condotta dalle donne a suo padre, al fidanzato ed al preteso fratello.

E questi, apprendendo in quel momento a qual pericolo l’avesse inconsciamente strappata, le balzò al collo e cominciò a ridere, a ridere... Alla sua risata aggiunse una serie così straordinaria di sgambetti che la piccola sacerdotessa sentì la gioia, che fino ad allora aveva ignorato, penetrarle nel cuore e dilatarlo.

Ed a sua volta anche lei, senza forse sapere perchè, scoppiò a ridere, deliziosamente.