IL SEGRETO DEL PETROLIO
IL SEGRETO DEL PETROLIO
IL SEGRETO DEL PETROLIO
XXVII.
Dall’animale al minerale.
Nella sala severa, vastissima, straordinariamente alta e nuda, del palazzo ciclopico dove le mura, il pavimento, i soffitti, tutto non era fatto che di pietre da taglio congiunte con arte somma, Naima, la reginetta di un popolo sfinito, era al colmo della felicità.
Per la prima volta, nella sua breve vita che fino ad allora era stata tanto austera, ella giocava! E, mentre giocava, rideva: rideva di tutto: d’un pallido raggio di sole che entrava nella grande sala a traverso la grande finestra quadrata e troppo alta perchè si potesse veder fuori; d’un leggero fiocco di lanugine che volava e si posava sul suo nasino, dei capelli irti di Criquet suo compagno di gioco; del volto improvvisamente divenuto allegro del vecchio Cancelliere che la ammirava mentre saltava.
Ognuno nel suo linguaggio, i due fanciulli si parlavano senza intendere il senso di ogni parola, ma comprendendosi egualmente:
— Poichè sei una regina – diceva Criquet – devi avere dei dolci fin che ne vuoi, ed allora, dammene!
E gesticolava, con una mimica straordinaria, fingendo di togliere un confetto da una scatola cavata di tasca e mettendolo in bocca con grande compunzione, succhiandolo con un’aria impagabile di soddisfazione, ed accarezzandosi la pancia volgendo gli occhi al cielo. E Naima rideva d’un riso rassomigliante al canto di un uccello e comprendeva perfettamente poichè dava un ordine, ed una donzella portava delle specie di caramelle di cui il ghiotto monelluccio parigino si rimpinzava e poi, per compenso, faceva una quantità di attucci puerili che rendevan felice la sua regale piccola compagna.
Il vecchio Rupac Aro, il Cancelliere, il più vecchio dei tre Saggi che governavano la città, si asciugò gli occhi con un lembo del suo poncho di lana di guanaco, perchè due lagrime di intenerimento vi erano spuntate, e volgendosi a Dunois disse con voce tremante:
— Rinasce, la nostra piccola regina che intristiva ogni giorno più; rinasce mentre noi ad ogni giorno malgrado il nostro amore ci attendevamo che ci abbandonasse per raggiungere lo spirito della sua famiglia di cui ella è l’ultimo rampollo. È a te che dobbiamo questa gioia suprema della nostra grande razza ridotta al nulla e prossima a spegnersi. Grazie, Viso Pallido, per ciò che ci hai portato. Che posso fare per provarti la nostra riconoscenza? Volevamo ucciderti con tutti i tuoi perchè vi consideravamo intrusi, ed ora vorremmo trattenerti per sempre con noi, ma comprendiamo che ciò sarebbe una mala azione a tuo riguardo perchè tu vuoi la tua libertà e desideri ritornare a vivere fra i tuoi pari come tutti gli uomini. Faremo dunque ciò che vorrai e gli ultimi inca, malgrado i loro giuramenti, lasceranno allontanarsi sani e salvi i discendenti di coloro che hanno distrutto la loro potenza e torturato i loro adorati imperatori. Che vuoi? Parla senza reticenza!
— Ti ho già fatto comprendere quel che desideriamo – rispose Dunoia. – Io e quell’uomo di cui sposerò la figlia desideriamo vedere il luogo dove cavate l’«acqua ardente» di cui parla il racconto di Unatepec; quell’acqua che serve a riscaldare questo palazzo nel quale regna una temperatura tanto dolce malgrado il freddo esterno.
Senza esitare un secondo, Rupac-Aro dichiarò:
— Chiunque, straniero alla nostra città di Aruzko, tentasse di raggiungere quel segretissimo luogo, sarebbe immediatamente messo a morte: comprendi? Ma tu vi sarai immediatamente condotto. Lasciamo che Naima approfitti delle poche e sole ore di felicità che la vita le concede.
E rivolgendosi alla reginetta che si era seduta per terra come qualsiasi figlia del popolo e stava giocando agli aliossi col suo piccolo «buffone», egli si prosternò invocandola:
— O figlia del Sole, poi che Pasciacamac ha permesso che tu conosca le gioie degli altri fanciulli, dei bimbi degli uomini, divertiti. Ma non dimenticare che i tuoi pensieri debbono essere anzitutto pel tuo popolo, che noi siamo dei morituri e che, se l’allegrezza si confà all’età tua, non si addice però a quella della tua razza. Questi giochi, per divertenti che siano, non potrebbero durare a lungo senza offendere Pasciacumac, il padre degli dei. Inoltre prepara il tuo spirito alla partenza di questi bianchi che non potrebbero rimaner sempre fra noi.
— Grazie, Saggio – rispose la bimba colla sua voce argentina già velata da un tono di tristezza. – Farò il mio dovere ma lasciami vivere le sole ore vive della mia vita. Poi, Naima non potrà più che rientrare nella notte.
— Venite, Visi Pallidi – disse allora Rupac Aro.
Dunois e Laurie seguirono l’Inca, lasciando Alys godere del quadro grazioso creato dalla felicità dei due fanciulli.
Dopo aver percorso numerosi corridoi interni, il Cancelliere condusse i due bianchi in una larga corte dal centro della quale scendeva nelle viscere della terra una scala a chiocciola in un pozzo che poteva avere quattro metri di diametro.
Sopra l’apertura della scala erano eretti due piccoli archi formati con grosse travi di legno duro i cui piani si intersecavano perpendicolarmente e dal cui punto d’intersezione pendeva una enorme puleggia dello stesso legno. Questa girava attorno ad un asse di bronzo perchè gli Inca non hanno mai saputo lavorare il ferro mentre hanno raggiunto la maggior perfezione nella lavorazione del rame. Nella gola della puleggia scorreva una catena pure di bronzo la quale poteva permettere il sollevamento, dal fondo del pozzo alla superficie, di pesi considerevoli.
Un odore assai sgradevole, nel quale si sentiva l’etere, saliva da quell’apertura.
Preceduti da un uomo che portava una torcia, Rupac Aro ed i due bianchi cominciarono la discesa mentre la marcia era chiusa da un altro servo pure con una fiaccola accesa.
Discesero a lungo, forse cinquecento gradini; poi di colpo, alla luce delle torce che proiettavano sulle pareti rocciose ed ineguali una danza bizzarra di ombre picchiettate di punti luminosi, videro allargarsi la caverna. La scala non discese più in tondo ma in linea retta per rampe successive lungo una delle pareti rocciose ed arrivarono in un’alta caverna rivestita tutt’attorno da bizzarre concrezioni pietrose dall’aspetto di cascate improvvisamente solidificate.
Finalmente posero piede sopra un terreno il quale formava la riva di un laghetto circolare che poteva avere cento metri di diametro. Il liquido giallastro e limpido dal quale era formato, aveva un aspetto sciropposo, e l’odore sgradevole che già si sentiva all’inizio della discesa si era accentuato.
Rupac Aro ruppe il silenzio:
— Avete voluto conoscere il luogo donde ricaviamo l’«acqua ardente»? Eccolo. Non potevo rifiutare questo favore di abbastanza lieve importanza a voi che avete saputo rendere la gioia di vivere alla nostra cara piccola Naima. Ho ben compreso che annettete grande importanza a questa acqua combustibile e ve ne avrei volontieri lasciato prendere quanto possa occorrervene se ce ne fosse rimasta abbastanza da soddisfarvi. Ma, lo vedete voi stessi, questo è quanto rimane di una provvista che Unatepec ha visto quando giungeva ove termina il pozzo. Durerà anche soltanto quanto noi vecchi? Coloro, che dopo di noi dovranno reggere questo popolo semiestinto, non ne avranno forse più. Quando io ero un bimbo, la falda giungeva ancora alle pareti della grotta e di mano in mano che la mia vita scorreva, la superficie del lago si restringeva ed andava formandosi questa spiaggia. Ora essa ha almeno trecento passi di larghezza: l’«acqua ardente» si esaurisce ogni giorno più ed i nostri discendenti soffriranno il freddo sotto questo cielo inclemente. Credi tu, ora, che possiamo cederti di questo liquido? Credi tu che valga la pena, per voi bianchi, di venirne a cercare tanto lontano dalla vostra patria?
L’odore acuto dava alla testa e quasi stordiva i bianchi che non vi erano abituati; ma essi riconobbero che era assai diverso da quello del petrolio comune.
Molto delusi, Dunois, e specialmente Laurie, contemplavano quella piccola pozza di «olio di roccia» per raggiunger la quale si erano sobbarcati a tante fatiche!
La spedizione era fallita! Era una fortuna che fosse stata circondata dal massimo segreto perchè altrimenti, nel mondo sarebbe scoppiata una risata omerica ed il Comitato dei Petroli avrebbe perduto gran parte del suo prestigio.
Laurie rimaneva come accasciato e Rupac Aro pareva sinceramente addolorato per la sua impotenza; ma taceva. Intanto Dunois passeggiava lungo la spiaggia e sentiva il terreno friabile stridere sotto i suoi piedi: era la stessa impressione che si prova camminando sopra della sabbia dove abbondino detriti animali.
Con un gesto istintivo, e comune a chi abbia l’abitudine della osservazione, egli si chinò e raccolse una manciata di quella sabbia strana facendola scorrere fra le dita e fu molto sorpreso di trovarla interamente composta di frammenti di conchiglie, di scheletri di pesci più o meno pietrificati.
— Non è strano – disse pensieroso – che sulla riva di questo liquido, improprio a mantenere in sè qualunque forma di vita, si trovino tanti resti organici? So benissimo che una teoria abbastanza accreditata sull’origine dei petroli, vuole che questi idrocarburi siano il prodotto della lenta decomposizione di banchi immensi di animali marini sorpresi da qualche cataclisma; ma ignoravo che nello scavo dei pozzi fossero mai stati trovati tanti di questi resti...
Laurie alzò il capo cercando di leggere con lo sguardo non si sa qual pensiero non ancora espresso che egli pareva distinguere negli occhi del biologo, e molto lentamente rispose:
— Non bisogna dimenticare che, per secoli e secoli, il contenuto di questo serbatoio ha coperto quei resti. Da quando mi trovo qui andavo meravigliandomi, forse scioccamente, dello strano odore di pesce che si sente frammisto agli effluvi eterei di questo petrolio anormale: ed ecco l’ipotesi che lentamente mi si è presentata alla mente: Non ci troveremmo alla presenza di un petrolio di formazione assai più recente di quello dei giacimenti che fino ad ora sono stati scoperti nel mondo intero? Ciò spiegherebbe il diverso odore e le caratteristiche che certamente troveremo assai diverse da quelle del petrolio comune.
A queste parole la mente di Dunois fu come improvvisamente illuminata; egli ascoltò con grande attenzione avendo la sensazione di assistere al formarsi del principio di una grande scoperta.
— Ho sempre creduto – continuò Laurie – che il petrolio si fosse formato molto lentamente nel corso dei secoli sotto l’azione di certi fermenti fino ad ora ignoti per noi; poi... le materie organiche serrate in ambienti come questo da qualche cataclisma... Questi fermenti, forse analoghi a quelli che producono l’ammoniaca, avrebbero vissuto e si sarebbero riprodotti prendendo dalle materie grasse entro le quali si trovavano rinchiusi tutti gli elementi a loro necessari. L’azione di questi elementi dovette essere tanto più rapida ed energica quanto più favorevole era per loro l’ambiente nel quale si trovavano. Certi sali dovevano contribuire certamente a creare questo ambiente... e specialmente il sal marino; i bromuri di potassio e di ammonio che si trovano sempre nei pozzi di olio minerale o nelle loro immediate vicinanze. Questi fermenti vado cercandoli da quindici anni e sempre inutilmente. Sono scomparsi dal petrolio perfetto che noi conosciamo ma può darsi che in questa «acqua ardente», in questo petrolio ancora in via di formazione, mi riesca di rintracciarli... Ed allora mi sarebbe facile riprodurre rapidamente le operazioni compiute dalla natura, e potrei giungere alla fabbricazione industriale di un carburante sintetico.
«Il problema industriale che da qualche lustro ci assilla sarebbe così risolto e gli Stati Uniti, minacciati di una prossima carestia di questo liquido prezioso, sarebbero ormai certi di non mancarne più. Allora non avremmo di che lagnarci della delusione che abbiamo provato qui, poichè avremmo trovato il modo di sostituire senza fine i giacimenti che abbiamo sperato di trovare in questo viaggio.
Egli mirava così nell’avvenire la garanzia immensa offerta allo sviluppo dell’industria e l’Inca, ignorante delle scienze moderne, si stupiva di vederlo tanto felice.
I bianchi ne sapevano a sufficenza pel momento.
I cinque uomini risalirono dunque i cinquecento gradini e, quando furono ritornati alla superficie, Laurie disse al Cancelliere:
— Tu desideravi di far cosa che ci fosse gradita e ti dolevi della tua impotenza: ora, se lo vuoi, puoi esserci molto utile.
— In qual modo? Parla e sarà fatto! – rispose semplicemente il vecchio Inca.
— Ebbene, assegnami un luogo riparato dove io possa creare un piccolo laboratorio; acconsenti a mettere a mia disposizione i pochi utensili, che sono del resto abbastanza semplici, di cui potrò aver bisogno. I cavalli che abbiamo portato con noi, e che si trovano sull’altra sponda del lago di fango, portano nei bagagli tutti gli apparecchi che potranno occorrermi; favorisci mandarli a prendere. Di più ti chiederò di permettere che io possa liberamente scendere al lago dell’«acqua ardente» col permesso di prelevarne delle piccole quantità.
— I tuoi desiderî sono un ordine – rispose Rupac Aro inchinandosi – e sarai obbedito. Ti verrà assegnato un locale come ti piace ed avrai tanti aiutanti quanti ne potrai richiedere.
* * *
Rupac Aro mantenne la sua promessa e, la sera stessa, degli uomini di Aruzko andarono a prendere i cavalli ed i bagagli dei bianchi per condurli sull’isola.
L’impianto del laboratorio era subito cominciato sotto la direzione di Laurie mentre Dunois ed Anthime discendevano a raccogliere alla falda nella grotta i campioni necessari per le analisi e le esperienze. In breve le qualità di quel petrolio in formazione si erano manifestate come incomparabili ed il chimico aveva immediatamente stabilito che non sarebbe stata necessaria nessuna operazione di raffinamento per utilizzarlo; sarebbe bastata una semplice filtrazione per renderlo atto all’uso con qualunque motore.
Bruciava perfettamente, senza fumo e senza lasciar residui.
Pei suoi lavori l’Americano era frequentemente trattenuto nel laboratorio molto innanzi nella notte ed Alys aveva dovuto recarsi più volte a distoglierlo da quelle indagini che gli facevano trascorrere le ore tanto rapidamente da indurlo a prendersi un poco di riposo soltanto all’alba.
Quel giorno, il trentesimo del loro soggiorno nell’isola, egli apparve ai suoi compagni come trasfigurato; aveva gli occhi scintillanti per una esaltazione febbrile che non gli era abituale: si avvicinò a Dunois, gli mise una mano sulla spalla e disse semplicemente:
— Trovato!
Il biologo rise:
— Che cosa avete trovato?
— Sono riuscito ad isolare i fermenti.
— Quali fermenti? – insistette il francese divertendosi a stuzzicarlo.
— Quelli che trasformano in petrolio le sostanze organiche marine!
— Bravo, amico carissimo! – esclamò sinceramente Dunois che non conosceva invidia. – Siete entrato nelle file dei grandi benefattori dell’umanità.
Laurie apparve un poco impacciato e fu con voce un poco più bassa che rispose al suo futuro genero:
— Sono americano, Dunois, e devo riservare al mio paese i vantaggi della mia scoperta la quale, ve lo ripeto, non è la conseguenza d’un caso fortunato, ma il risultato di lavori aridi che avevo iniziato già da lungo tempo. Non so quel che l’umanità intera potrà ricavare da questa scoperta, ma me ne rallegro per gli Stati Uniti la cui situazione industriale diventava critica.
Dunois era troppo onesto per non riconoscere che lui pure avrebbe conservato il segreto per riservarlo esclusivamente alla propria Patria; profondamente patriotta egli sapeva comprendere e rispettare il patriottismo altrui e perciò non fece domande indiscrete e lasciò che Laurie continuasse i suoi lavori senza importunarlo.
* * *
Il chimico aveva deciso di eseguire un esperimento in grande e fece costruire un grande alambicco dagli abili calderai della città inca; poi, ottenuta da Rupac Aro una grande quantità di pesce, catturato nella parte più acquosa del lago, iniziò la distillazione nelle condizioni studiate ed in capo a molte ore d’attesa raccolse un liquido assolutamente simile alla famosa «acqua ardente».
Il petrolio sintetico era trovato!
* * *
Quella sera, nella lontana sala del vasto palazzo inca che era stata assegnata loro come salotto, il chimico, Dunois ed Anthime commentavano con entusiasmo i risultati di simile passo innanzi nel campo delle conoscenze umane.
— Voi comprendete – diceva Laurie – che, mentre i giacimenti petroliferi si inaridiscono irrimediabilmente, la fauna marina si rinnova continuamente... e quella è la sorgente infinita del nuovo carburante purchè gli uomini sappiano sfruttarla con ragionevolezza senza spopolare i mari per mettere in moto i loro motori.
— Allora – continuò Dunois – i motori potranno lavorare in pieno ed il raggio di azione di tutte le navi sarà più che raddoppiato pel minor peso delle loro scorte di combustibile e l’industria si avvantaggerà di esso aumentando il suo rendimento in misura straordinaria. Ma, per quanto possa esser comodo e facile il sistema escogitato da mio zio Le Hélo per rastrellare enormi quantità di pesce, sistema che avrebbe meravigliosamente completato la vostra scoperta, io sono lieto che egli non sia più qui per coadiuvarvi. È possibile sapere se i possessori di simile segreto sarebbero stati tanto saggi da non devastare i mari e da non uccidere una seconda volta la gallina dalle uova d’oro come si è fatto con uno sfruttamento intensivo e ciecamente eseguito dei giacimenti petroliferi? Osservate come le cacce feroci, fatte senza raziocinio, esauriscano le razze animali: pensate ai bisonti, agli elefanti, alle foche ed alle balene! Mio zio attirava tutto, animali adulti ed appena nati e forse anche lo stesso plankton , mentre necessita che la pesca sia disciplinata e sottoposta a regolamenti severi perchè le specie possano liberamente riprodursi.
Assorti nei loro pensieri, essi rimasero per qualche istante silenziosi; ma Anthime ruppe il silenzio:
— Non giurerei però che il segreto della cattura dei pesci, come quello dei siluri telemeccanici, non sia nelle unghie di Solok; e non mi meraviglierebbe che un giorno o l’altro si risentisse parlare di quel figlio d’un cane d’un giallo. Ma se mi capita nelle grinfie!...
Alys era entrata senza essere udita mentre il preparatore pronunciava le ultime parole con un accento di irreducibile odio. Ella impallidì e fremette.
Le era balenato il ricordo del telegramma che aveva ricevuto il giorno del suo fidanzamento e la minaccia che implicitamente esso esprimeva. Ma non fu che un attimo; non volle turbare la gioia di suo padre con una evocazione triste e disse sorridendo:
— Venite a vedere uno spettacolo che non è comune, se non mi inganno.
Uscirono tutti e quattro nel corridoio rischiarato da torce confitte in fori delle pareti. Con un dito sulle labbra la fanciulla faceva loro segno di non far rumore camminando e poco dopo entravano silenziosamente nella stanza riservata ai giochi di Naima dove assistettero ad una scena veramente graziosa.
Mentre, in un angolo, la sua vecchia nutrice Malé cuciva una tunica, Naima, vestita di quanto il suo guardaroba aveva di più sontuoso, stava ritta di fronte a Criquet il quale non era meno riccamente vestito; ma i suoi capelli ribelli «come bacchette da tamburo», come diceva volontieri lui stesso, e che eran ricciuti «come l’avenue d’Orléans» non omettevano dal ribellarsi a qualunque cura e stavano irti sotto la tiara d’oro troppo larga per lui e che gli scendeva fino agli occhi.
L’uno con la mano in quella dell’altro, a capo chino, in atteggiamento di grande rispetto, e seri come giudici, parevano stessero entrambi ascoltando la benedizione di un immaginario sacerdote.
Non era necessaria molta intelligenza per comprendere che, in quella regione sperduta del mondo, l’ultima regina dei Figli del Sole giocava agli sposi con un monelluccio delle strade di Montrouge: facevano entrambi grandi giri e rigiri ed inchini e riverenze, dirette evidentemente da Naima la quale di certo conosceva il cerimoniale alla perfezione e, per finire, la piccola biondina mise un ginocchio a terra mentre il principe Criquet si chinava per posarle rispettosamente un bacio sulla fronte. Poi entrambi si guardarono e non poterono mantenere la serietà affettata che avevano conservato fino a quel momento e scoppiarono in una risata.
Fu in quell’istante che il vecchio Rupac Aro entrò nella sala: vide i paludamenti regali così profanati: si fermò di colpo, alzò le braccia al cielo e volle lanciare al cielo un «Oh!» di riprovazione; ma gli rimase nella strozza.
XXVIII.
Gli Alakalufi.
Era giunto il giorno della partenza: i bianchi lasciavano la città dal lago di fango, delusi per quanto riguardava il giacimento di petrolio che avevano creduto di scoprirvi secondo la relazione di Unatepec, ma ricchi di una scoperta che valeva più di tutti i giacimenti più ricchi del mondo intero.
I principali personaggi della città accompagnarono la piccola carovana fino alla porta arcata della galleria proprio sulla riva del lago e là il vecchio Saggio prese la parola:
— Partite verso i vostri paesi, Visi Pallidi; noi non abbiamo che da rallegrarci per la vostra permanenza fra noi e ve ne ringraziamo: avete avuto la miglior ospitalità che la nostra povera città in decadenza potesse accordarvi; in compenso abbiamo una grazia da richiedervi.
— Parla – disse Dunois. – Per quanto ci sarà possibile, noi contraccambieremo tutte le vostre cortesie.
— Ebbene, o tu cui la saggezza illumina la giovane fronte, ascoltami: tu vedi che stiamo morendo lentamente; le nascite sono rare e presto la nostra razza sarà spenta; non v’è nulla più che valga fra noi, ci si lasci dunque morire in pace! Dimenticate questa triste città e prometteteci di non rivelare ad anima viva l’esistenza degli ultimi discendenti dei grandi Inca.
— Soltanto questo tu desideri? – rispose Dunois. – Ebbene, Saggio, in nome dei miei amici e degli altri miei compagni, che son tutti persone d’onore e ligie alla loro parola, ti prometto solennemente che il mondo continuerà ad ignorarvi. Per quanto dipende da me e da quanti qui mi circondano, voi potrete finire in pace la vostra esistenza; ma noi non vi dimenticheremo, il vostro ricordo vivrà sempre nel nostro cuore. Addio, vecchio; Pasciacamac ti protegga col tuo popolo e con la vostra piccola regina.
Tutti i componenti la spedizione alzarono la mano come per confermare le parole del loro capo che il Saggio baciò sulla spalla.
In fila indiana, reggendo i cavalli pel morso, i bianchi si avviarono sulla strada che attraversava il lago. Criquet rimase ultimo sotto la porta della galleria. Egli teneva fra le sue le piccole mani di Naima ed una profonda tristezza alterava un poco i lineamenti di solito allegri del monello di Montrouge, e Naima non sapeva distogliere da lui i suoi begli occhi azzurri.
Ella disse nella sua lingua quichua qualche cosa che Criquet comprese soltanto col cuore:
— Non ti vedrò più eri la mia vita. La tua letizia aveva rallegrato alcuni dei miei giorni. Ora la notte ricadrà sul mio palazzo e certamente riprenderò la mia lenta discesa verso il nulla. Addio, bel riso giocondo! Addio, piccolo sole bianco! Non dimenticare Naima: ella non ti dimenticherà mai, Ogni giorno, ogni ora ella ripenserà alla dolce festa che per essa rappresentò la tua presenza.
E Criquet, il quale vedeva a stento a traverso le lagrime che salivano irresistibilmente a bagnargli le ciglia, sebbene fosse un uomo, lui, esclamò:
— Non ti dimenticherò mai, Naima, e quando sarò grande, ritornerò a trovarti! Lo giuro.
Per quanto Naima ignorasse completamente il linguaggio di Criquet, pure lo comprese immediatamente e sentì che Criquet non poteva rinunciare a rivederla perchè se egli aveva comunicato a lei la giocondità e la bella risata riconfortante, ella, la reginetta, aveva rivelato al figlio di Montrouge quel che sia la grazia femminile.
Ed egli si strappò alle mani gracili della piccola reginetta e seguì gli altri bianchi che si allontanavano, cercando il cammino col bastone entro l’acqua del lago infido.
Per venti volte si volse per un ultimo segno d’addio e poi egli fu fuori di vista nella bruma leggera che gli nascondeva anche gli altri contorni violetti della montagna. Ed allora non vide più Naima.
Allora non si volse più ed egli, il diffonditore di giocondità, conobbe la cupa tristezza.
* * *
Nella stessa ora in cui, dopo una giornata di marcia, i cercatori di petrolio stavano rizzando il campo per la notte, un uomo giungeva sulla sponda di una larga depressione a forma di bacino in un villaggio di indiani Alakalufi.
La Terra del Fuoco è ben lungi dall’avere una popolazione proporzionata alla sua estensione; certe razze d’indiani, ancor molto numerose non molti decenni addietro, sono ora in via di estinzione; ad esempio, i Fuegiani pare siano completamente scomparsi: sono caduti sotto i proiettili dei bianchi e per l’effetto ancor più mortifero dell’alcool che è stato loro propinato. Gli Alakalufi, invece, resistono.
Sono i più feroci e selvaggi abitanti di quella terra triste: refrattari ad ogni tentativo di civilizzazione, vivono a piccoli gruppi in capanne primitive appena chiuse contro il freddo vento australe formate di una carcassa di rami d’albero confitti a terra e coperta di pelli di foca. Questi esseri abbrutiti che non hanno nozione alcuna del bene e del male, si nutrono di molluschi e dei pochi guanachi che possono catturare.
Per molto tempo loro unica occupazione era quella di naufragatori: attiravano le navi con grandi fuochi accesi sulla riva del mare e saccheggiavano le carcasse massacrando i naviganti che il mare non si era preso.
L’uomo che quella sera era giunto al villaggio, molto barbuto e vestito come un agricoltore cileno, avanzava a stento sul cavallo sfiancato dalla lunga corsa a traverso i terreni smossi della savana, e fu con una bestemmia di soddisfazione che, giunto sull’orlo del bacino, egli scorse il villaggio degli uomini color del rame.
Le donne, poveri esseri terrorizzati da mariti brutali, erano occupate a cuocere il pasto su miseri fuochi di sterpaglie e di lichene mentre gli uomini fabbricavano degli arpioni oppure, mediante un chiodo ed una pietra, tagliavano i pezzi di bottiglia trovati sulla spiaggia per farsene punte di freccia. Alla vista del sopraggiunto tutti si alzarono lanciando grida ostili, pronti a massacrarlo per appropriarsi di quanto egli poteva aver con sè di utile.
Ma uno, capo e stregone contemporaneamente, uscì in quel momento da una capanna poco meno ignobile delle altre e lanciò un grido di comando al quale tutta la banda strepitante si fermò di netto e si tenne quieta lasciando passare il bianco non senza però lanciare sguardi cupidi sul suo cavallo, sulle sue scarpe, sui suoi abiti e sulle sue armi.
Il nuovo venuto balzò a terra senza preoccuparsi del cavallo, il quale si mise alla ricerca dei radi ciuffi d’erba, e si diresse verso il capo del villaggio. Questi lo accolse con le più servili manifestazioni di ossequio e lo condusse subito verso la sua miserabile capanna. Quando furono seduti l’uno di fronte all’altro, il visitatore parlò in spagnuolo:
— Ti ringrazio, grande capo – disse a quel miserrimo straccione, – d’aver fatto buona guardia e di avermi avvertito del ritorno di quei bianchi che ti avevo incaricato di sorvegliare. Fra di loro si trova una fanciulla in abiti maschili la quale accompagna suo padre che è il più alto dei bianchi ed il solo che abbia capelli grigi. È necessario che, coi mezzi che ti sembreranno più adatti (e ne lascio a te la scelta) tu rapisca la figlia ed il padre. Mi occorrono entrambi sani e salvi: eviterai di molestarli e non toccherai un capello del loro capo. Quanto agli altri non mi interessano e potrai farne quel che vorrai.
— Benissimo! – fece il selvaggio accompagnando la parola con un significativo gesto della mano fatta scorrere di fianco sulla gola.
— Aggiungo – continuò il sedicente cileno – che, se avrò la prova che i due francesi, i quali sono gli alti capi della spedizione, sono morti, alla somma pattuita di cento piastre ne aggiungerò altre cento...
— Non è molto – rispose il sudicio personaggio con una smorfia che voleva essere un sorriso.
— Bene, non starò a mercanteggiare: ti darò trecento piastre in tutto ma non un peso di più. È tutto quanto possa valere quella gente. Del resto non arrischiate gran cosa perchè sono pochi: i giovani della tua tribù non hanno paura e le armi da fuoco che vi darò sparano lontano. Dunque, fatto il colpo, sarete tutti ricchi.
— Sta bene – rispose il capo tribù: – sei generoso ed i tuoi desiderî saranno soddisfatti; li attaccheremo, li stermineremo e risparmieremo soltanto la fanciulla e suo padre. Quanto agli altri non potranno mai narrare le loro avventure davanti al fuoco del loro villaggio perchè i morti non parlano.
* * *
La piccola carovana, giunta a tre giornate di cammino dall’isola del petrolio, dopo un viaggio di una tristezza ossessionante, si avvicinava all’ultimo punto di rifornimento d’acqua presso il quale doveva accampare prima di uscire dalla savana; e, con un profondo sollievo, i viaggiatori cominciavano a scorgere le montagne inazzurrarsi all’orizzonte ed apparire lentamente quasi andassero sorgendo dalla terra.
Si rallegravano dell’approssimarsi della foresta malgrado la lotta faticosa che avrebbero dovuto sostenere contro la inestricabile vegetazione. Provavano il bisogno di vedere delle vere piante; foglie, alberi e verzura; di ritrovare la vita alla fine di quel paesaggio quasi lunare.
Assai prima della foresta si scorgeva uno dei tanti fortini che un tempo erano stati costruiti da Unatepec per segnare la via fino all’isola del petrolio: là il gruppo si sarebbe accampato e vi troverebbe quell’acqua che cominciava nuovamente a scarseggiare.
Laurie pensava alle enormi conseguenze della sua scoperta ed andava ripetendosi orgogliosamente che non era dovuta al caso ma che l’aveva conquistata passo passo grazie alla sua scienza ed alla sua abilità.
Intanto Dunois ed Alys chiacchieravano facendo progetti per l’avvenire poichè il loro matrimonio sarebbe avvenuto a Boston al loro ritorno colà. Ma mentre il biologo ne parlava come di cosa certa, Alys, senza dirglielo, vedeva rizzarsi continuamente a minacciare la sua felicità il telegramma di Solok che aveva ricevuto all’hôtel Ritz: « Non siete ancora la signora Dunois »!
Anthime si ribellava dentro di sè contro tutti i pericoli ignoti che col suo intuito sentiva minacciare il suo caro superiore e si sforzava di farsi un animo bronzeo per tutti i combattimenti che intuiva prossimi. Anche lui taceva e questo permetteva a Criquet di seguire i propri pensieri che lo riconducevano presso Naima e si desolava all’idea che forse quando, fedele alla sua promessa, ritornerebbe a lei, troverebbe soltanto una tomba dove da tempo dormirebbe l’ultimo sonno l’ultima Figlia del Sole; si felicitava però per averle lasciato una speranza che certamente il saggio Rupac Aro avrebbe saputo far balenare agli occhi della bimba regale per incoraggiarla a vivere.
Ma improvvisamente venne strappato alle sue riflessioni dalla vista di Anthime che, fermatosi e facendosi solecchio con le mani, scrutava la lontananza con una strana attenzione.
Si avvicinò al suo protettore:
— Che cosa guardi, zio? – domandò.
— Non aver paura, piccolo – rispose l’uomo-gorilla grattandosi furiosamente la testa: – vedo laggiù un formicolìo che non mi sembra molto naturale; si direbbe che vi siano degli uomini; mi pare di averli visti andare e venire. Ora mi sembra che si siano gettati a terra; non sono forse le loro teste quelle che si scorgono di tanto in tanto?... Tu sai che la mia vista è buona, però mi domando...
— Non è forse naturale che ci siano degli uomini? – domandò Criquet.
— Non lo è in queste solitudini dove, fino ad ora, non abbiamo incontrato nessuno. Vedi, Criquet, gli uomini non sono sempre buoni e rappresentano una razza d’animali della quale bisogna diffidare.
Di mano in mano che la piccola colonna si avvicinava alla linea delle dune, che si trovava ad una certa distanza sulla destra del fortino, sul cielo già oscuro spiccavano delle forme sospette le quali parevano muoversi a casaccio.
Dal canto suo, anche Dunois si era accorto della cosa ed, interrotta la conversazione con Alys, aveva concentrato la sua attenzione su quel punto.
— Certamente sono indiani – disse Anthime – e le mosse di quei macachi non mi piacciono affatto.
— Eppure – rispose il biologo – le popolazioni della Terra del Fuoco non hanno fama di essere molto pericolose... discendono da razze degenerate.
— Ho letto che ve ne sono anche di pericolose... è sempre meglio prendere qualche precauzione.
Tutta la carovana si fermò e tutti fissarono gli occhi sulle dune commentando i movimenti che credevano di scorgervi: tutti gli uomini indistintamente si erano raggrupati 2 impugnando le armi, quando improvvisamente scoppiò un baccano formidabile di grida selvagge accompagnato da un fuoco infernale di fucileria e le pallottole grandinarono tutt’attorno fischiando alle orecchie e ficcandosi nel terreno con uno strido secco.
A tratti gli indiani si alzavano, sempre lontani, per urlare, gesticolare e sparare qualche fucilata e poi, improvvisamente, scomparivano come fantocci meccanici entro la loro scatola.
Dunois considerò la situazione.
La carovana era accerchiata perchè, approfittando che l’attenzione dei bianchi si era concentrata su quanto avveniva sulle dune, una parte degli aggressori l’aveva aggirata strisciando rapidamente sul terreno: i viaggiatori si trovavano dunque stretti in un cerchio composto di almeno duecento selvaggi schiamazzanti e che si abbandonavano ad una sparatoria inverosimile.
— È straordinario – riprese Dunois: – tutti i viaggiatori sono concordi nel dichiarare che questa gente combatte soltanto con giavellotti e frecce dalla punta di vetro; eccola ora armata ben diversamente.
— Fortunatamente – osservò Anthime – sparano abbastanza male: ma chi mai ha potuto dar loro tutti quei fucili? Ed in cambio di che cosa, dato che non posseggono nulla che valga un quattrino?
— Comunque sia, è bene non restare riuniti in gruppo... C’è una sola cosa che possiamo fare, per difenderci efficacemente senza rimaner troppo esposti, ed è di ricoverarci nel fortino. Lo hanno capito anche loro e cercano di impedirci di raggiungerlo, ma con qualche pallottola ben collocata nel segno...
I membri della spedizione avevano già compreso la manovra necessaria, e puntando le carabine, cominciarono un fuoco nutrito e preciso contro gli avversari che cercavano di tagliar loro la strada, provocando una lotta disordinatamente furibonda. Parecchi cavalli erano già stati feriti più o meno gravemente, per «incapacità» diceva Anthime, ma gli uomini erano tutti intatti. Invece, sotto i colpi dei bianchi, molti indiani caddero senza più muoversi; avevano avuto il fatto loro ed a poco a poco l’accesso al fortino venne a restare sgombro.
Dieci minuti dopo, in buon ordine, la carovana si allogava al completo al riparo del piccolo forte. Immediatamente un certo numero dei suoi componenti si appostò alle brecce che il tempo aveva aperto nelle mura, mentre Dunois cercava di rendersi esatto conto della situazione per approfittare di ogni possibilità che gli si presentasse favorevole... Due dei suoi uomini, intanto, erano stati colpiti, uno ad un braccio ed un altro ad una gamba, ed era stato necessario provvedere subito alla medicazione.
Gli indiani, approfittando del fatto che la carovana era intenta a rafforzarsi nel suo riparo, si erano avvicinati e, ben nascosti dietro le dune, nelle pieghe del terreno e dietro le poche pietre che erano sparse qua e là, avevano circondato completamente il fortino.
I bianchi si trovavano, pel momento, in una sicurezza relativa ma una circostanza rendeva preoccupante la loro situazione: il pozzo si trovava a circa cinquanta metri dal ricovero ed era necessario aver acqua perchè la sete cominciava a farsi sentire; ma, ad ogni tentativo che facessero per recarsi ad attingerne, gli indiani scaricavano una vera grandinata di proiettili, mal diretti certamente, ma sempre pericolosi.
Anch’essa armata di fucile, Alys sparava coraggiosamente ed i suoi colpi avevano fatto qualche vittima fra i nemici così che, in complesso, la esattezza di tiro dei bianchi costava parecchio agli assedianti. Anthime, poi, dimostrava una abilità sorprendente; sparava tranquillo come al bersaglio e Dunois, che studiava col binocolo la posizione nemica, potè constatare che ogni colpo del suo preparatore arrivava infallibilmente al segno.
Perdite notevoli consigliarono infine ai selvaggi di ripararsi meglio tanto più che scendeva la notte.
— Ecco – osservò Anthime: – ora bisogna star più in guardia di prima perchè nelle scaramucce coi selvaggi, c’è sempre più da temere nell’oscurità che alla luce.
E la sera si approfondì e scese la notte buia senza luna senza un lembo di cielo sgombro che lasciasse scorgere una stella; le tenebre erano tanto fitte da parer solide e per quegli uomini era una vera necessità quella di accendere, di tratto in tratto, le loro lampadine elettriche per vedersi e per rischiarare un pochino il terreno circostante; ma ad ogni sua apparizione, quella luce era salutata da una grandine di proiettili.
— Non temono di sciupare munizioni – brontolò Laurie: – ciò vuol dire che ne hanno in abbondanza; è proprio una cosa incredibile. Chi può avergliene date tante? Si direbbe che l’attacco sia stato voluto da qualche nostro nemico.
— E con tutto questo – brontolò la voce di basso di Simpson – si muore di sete e, in mancanza di whisky , si berrebbe volentieri anche un poco d’acqua.
— Bisogna che vada qualcuno a prenderne, ma occorre una persona svelta ed agile, con occhi ottimi ed udito fine.
Una vocetta si alzò immediatamente.
— Potrei andar io – dichiarò Criquet: – sono piccolo e corro come una lepre.
Dunois esitò un poco sembrandogli imprudente esporre così quel fanciullo; ma l’interesse di tutto il gruppo esigeva che egli accettasse la proposta; evitando nei limiti del possibile ogni rumore, la porta del fortino venne sgombrata delle pietre che vi erano state ammonticchiate per barricarla e che erano le stesse fatte crollare dal tempo.
Il ragazzo scivolò fuori e a piedi scalzi scomparve nella notte senza nemmeno un fruscìo; proprio come una serpe. Passarono cinque minuti, poi dieci, poi quindici... l’angoscia era generale quando, nel cerchio di luce delle lampade puntate verso terra, si vide riapparire una testa scapigliata ben nota e simpatica ed un certo nasetto schiacciato «nel quale ci pioveva» come diceva il suo legittimo proprietario.
— Non credo di aver fatto più rumore di un gatto a caccia di uccelletti – dichiarò fieramente il monello. – Non ho nemmeno respirato.
Ma i due secchi di tela che aveva portato con sè erano vuoti e disperatamente secchi!
— Ed allora? – domandò Dunois. – Non sei riuscito ad arrivare al pozzo?
— Ah, credete che non ci sia andato? Sicuro che ci sono giunto – protestò il piccolo, risentito; – ma non c’è più acqua: quegli sporcaccioni l’hanno colmato. Per bere, non c’è proprio nulla!
La situazione si faceva grave: circondati, e senza acqua!
Ma nessuno mormorò e quanti non erano di vedetta si rannicchiarono fra il pietrame per cercar dì dormire in attesa della luce...
Quando l’alba sorse, pallida e grigia, la situazione non era mutata per nulla. Dunois non aveva dormito ed aveva avuto la precauzione di raccogliere un poco di rugiada nei teli da tenda stesi ma ve n’erano forse tre cucchiaiate per ciascuno, ed appena un sorso per ogni cavallo; proprio tanto quanto poteva bastare per inumidire le fauci riarse.
La giornata parve lunga quanto un secolo malgrado gli sforzi di Criquet per tener allegra la compagnia: faceva degli straordinari salti mortali, camminava sulle mani con una naturalezza tale da far credere che quella fosse la sua posizione abituale e cantava con la sua vocetta stridula tutte le canzoni che sapeva... e non erano poche!...
Le conserve e la carne seccata permettevano di nutrirsi, ma la maggior necessità era quella di bere! Nel pomeriggio parecchi dei feriti cominciarono a delirare ed uno si mise a ballare con tali smorfie da far pietà.
Credeva di essere in un bar del Far West negli Stati Uniti!
Keck, l’indiano, pareva soffrisse assai, e quando la notte fu calata per la seconda volta si offrì per recarsi verso la baia Inutil, dov’erano dei coloni cileni, per chiedere soccorsi.
Se qualcuno poteva riuscire in una simile impresa, era proprio lui che doveva conoscere il territorio meglio di chiunque altro della spedizione; Dunois accettò dunque l’offerta, gli fece qualche raccomandazione e lo accompagnò fino all’uscita.
Passarono altre due ore e la maggior parte degli assediati sonnecchiava quando furono tutti risvegliati da un colpo sordo.
— Che c’è? – domandò Dunois all’uomo di vedetta.
— È caduto, qui dentro, qualche cosa di pesante.
Le lampadine furono accese e si iniziarono le ricerche che non durarono a lungo perchè in breve tutti rimasero allibiti davanti ad uno spettacolo raccapricciante: ai loro piedi giaceva la testa mozza del povero Keck... Certamente egli non aveva saputo sfuggire alla vigilanza degli Alakalufi (lui stesso aveva detto ai suoi compagni il nome di quella tribù) ed aveva pagato con la vita il coraggioso tentativo.
Tutti i componenti la colonna si guardavano addolorati quando Anthime, per nulla intimorito da quella vista, annunciò che sarebbe andato lui alla ricerca di aiuti: gli altri vollero dissuaderlo; ma non ci fu modo di trattenerlo.
— Chi volete che venga a soccorrerci se nessuno va ad avvertire chi possa darci aiuto? Sono abbastanza astuto e non più maldestro del più furbo di tutti questi brutti musi; ho in tasca una bussola e la mia lampadina: non temete: passerò. Non abbiate preoccupazioni per me prima che siano trascorsi due giorni perchè è una passeggiata che richiede del tempo: datemi soltanto una buona pistola automatica, una provvista di cartucce e di caricatori ed un poco di carne secca; non mi occorre nulla di più.
— Che brav’uomo siete, Anthime! – gli disse Dunois abbracciandolo.
— Eh, via! Non sono meno coraggioso di tutti voi che rimanete in questo maledetto fortino a combattere ed a soffrire. Cercate di non perdervi di coraggio e di aver pazienza, se vi riesce...
Strinse tutte le mani che gli venivano tese e se ne andò dopo aver accuratamente consultata la bussola... e su tutto ricadde il solito cupo silenzio perchè gli indiani non sparavano più che raramente: si accontentavano di aspettare a distanza, almeno così credeva Dunois, una soluzione che sapevano essere immancabile.
Nessun rumore di lotta era giunto al fortino e gli assediati trassero da ciò la convinzione consolante che Anthime fosse riuscito a passare attraverso la linea di vigilanza nemica, e un po’ di speranza risorse negli animi.
* * *
Il quarto giorno parve ancor più lungo dei precedenti: la debolezza dei disgraziati andava aumentando; Simpson, con gli occhi smarriti, domandò a Dunois il permesso di sacrificare qualche cavallo per dissetarsi col loro sangue ed il biologo non potè opporsi.
Nè Dunois, nè Alys, nè Laurie vollero partecipare a quelle libazioni; preferivano morire piuttosto che bere a quella sorgente disgustosa.
Un torpore pesante si abbattè sugli ospiti del fortino.
Calata la sera, lasciata la guardia del blockhaus a Simpson e ad un altro dei suoi compagni cui toccava il primo quarto di vedetta, gli altri si abbandonarono alla sonnolenza quasi gradevole che li aveva presi lentamente. L’ yankee sbadigliò; le sue palpebre cominciarono a battere; e, malgrado ogni sforzo, venne l’istante in cui i suoi occhi si chiusero e il fortino rimase senza sorveglianza...
Nessuno, perciò, scorse una testa dai capelli neri arruffati e dagli occhi scintillanti, apparsa sopra il muretto di cinta e che esaminava con occhio feroce l’interno dell’accampamento, scomparendo poco dopo.
Passarono alcuni minuti e delle ombre avanzarono strisciando a traverso la breccia del muro... Dunois, nel sonno, udì un grido: quello di Alys! Balzò in piedi, accese la sua lampada e si vide circondato da selvaggi.
— All’armi! All’armi! – gridò, e tutti i bianchi furono in piedi.
Nell’oscurità avvenne una lotta selvaggia.
Simpson ed i suoi uomini ammazzavano a casaccio a rivoltellate, a fucilate, a colpi di calcio di fucile, a coltellate; tutto in una confusione indicibile. Scorgevano appena i loro nemici, ma si battevano con tanta energia che, dopo aver udito crollare rumorosamente alcune pietre, poterono accorgersi, alla luce delle lampadine, che il fortino era liberato e che l’assalto era stato respinto.
— Alys! Laurie! – gridò Dunois con voce che gli si strozzava in gola.
Nessuno rispose!...
I presenti si contarono; c’era qualche ferito in più, ma Alys e suo padre erano scomparsi. Pazzo per la disperazione, Dunois voleva lanciarsi all’inseguimento dei rapitori, ma Simpson e gli altri lo trattennero:
— A che servirebbe? Vi fareste uccidere o rapire anche voi! Meglio rimaner libero e valido per poter poi mettersi alla ricerca di miss Alys e di suo padre. Certamente i selvaggi non li uccideranno perchè non sono tanto sciocchi da non contare sopra un buon riscatto, che noi cercheremo di pagare soltanto a suon di fucilate.
Avevano ragione e Dunois, rodendo il freno e dimenticando tutto, anche la sete che lo torturava, si lasciò cadere a terra con la testa fra le mani, incapace di coordinare le idee.
Quando apparve il giorno, gli assediati poterono constatare che gli Alakalufi non se n’erano andati; evidentemente non avevano rinunciato all’idea di prendere il fortino e di catturarne, o massacrarne, tutta la piccola guarnigione.
Intanto l’ozio forzato diventava un supplizio pei bianchi divorati dalla sete; guardavano gli orologi ogni cinque minuti, cercavano di dormire; non vi riuscivano e, disperati, abbattuti dalla noia e dalle sofferenze, pestavano i piedi come fanciulli. Per passare il tempo organizzarono dei giochi, ma subito nacquero discussioni. Dunois comprese che presto sarebbero degenerate in liti e che forse vi sarebbe stato spargimento di sangue: si oppose a quei giochi; ma l’indisciplina era già entrata nell’animo di quegli uomini. Alcuni di essi, gente notoriamente calma ed assennata, lo guardavano ora con occhi lampeggianti d’odio e nei quali appariva anche una minaccia omicida. Col cuore straziato, Dunois osservava quello spettacolo desolante e si domandava ciò che sarebbe avvenuto se la situazione fosse dovuta durare per qualche tempo ancora.
Improvvisamente risuonarono dei richiami di tromba mentre contemporaneamente scoppiava una fitta fucileria ancora lontana... Gli assediati si precipitarono al muro di cinta... Che significava quel fracasso? E nella lontananza scorsero, rese indistinte dalla foschia, delle ombre che fuggivano velocemente inseguite da cavalieri vestiti all’europea i quali non davan loro quartiere. Poco dopo videro accorrere Anthime montato sopra un buon cavallo con una bardatura evidentemente militare:
— Ho incontrato questo plotone di Cileni – spiegò – mandato dal presidio di Punta Arenas per mettere alla ragione gli operai agricoli della baia Inutil: ed ora sta mettendo a dovere quei sudicioni di Alakalufi.
Ma il lampo di gioia che gli brillava negli occhi mentre dava quelle spiegazioni si spense di colpo non appena seppe della scomparsa di Alys e di suo padre.
Sgominati i selvaggi e quando i soldati cileni si furono riuniti presso il fortino, il tenente Balmaceda, che li comandava, si presentò a Dunois parlando in buon francese poichè aveva fatto i suoi studi militari alla scuola di Saint-Cyr. Confessò che quell’attacco degli Alakalufi lo sconcertava:
— Non voglio affermare – disse – che essi non siano capaci, ove se ne presenti l’occasione, di massacrare dei viaggiatori isolati; ma questa guerriglia a fucilate!... E poi, come hanno potuto procurarsi queste armi?... Devono essere stati sobillati da gente civile, altrimenti non sarebbero stati capaci di combinare un attacco di questo genere... e nemmeno il rapimento della signorina e di suo padre... Ad ogni modo, ora ci metteremo subito all’inseguimento.
Anthime aveva avuto la precauzione di portare una provvista d’acqua e tutti poterono dissetarsi.
Venne poi stabilito che il grosso – se è lecita l’espressione – della piccola spedizione si recherebbe alla baia Inutil, agli ordini di Simpson, accompagnando i feriti, mentre Dunois ed Anthime si sarebbero uniti ai soldati cileni per inseguire i rapitori.
Il tenente Balmaceda fece adunare i suoi uomini e l’inseguimento cominciò.
Quando i soldati si lanciarono sulle loro tracce, gli indiani avevano già un’ora di vantaggio ma mancavano di cavalli; però la conoscenza del paese permetteva loro di ritardare l’avanzata dei soldati disponendo delle imboscate di tratto in tratto, affinchè quelli fossero costretti ad aprirsi la strada combattendo, così da permettere, a coloro che conducevano seco i due prigionieri, di guadagnar terreno.
— Se quella gente ha rapito la signorina Laurie e suo padre, è certo che non ha agito per proprio conto – andava ripetendo Balmaceda: – qualcuno l’ha senza dubbio sobillata!
Ed in questo si trovava d’accordo con Anthime.
Egli aveva fra i suoi uomini dei gauchos dell’Argentina e dei cacciatori di prateria, abilissimi nello scoprire e nel seguir tracce, che vennero immediatamente incaricati di scoprire la direzione seguita da coloro che conducevano seco i due prigionieri. Vi riuscirono rapidamente per la natura del terreno che conservava nitide le impronte del gruppo in fuga fra le quali si distinguevano quelle degli stivaletti della fanciulla.
La traccia si dirigeva verso la costa occidentale sullo stretto di Magellano ma verso un punto che si trovava molto a sud della baia Inutil.
Malgrado i cavalli, la colonna degli inseguitori avanzava con velocità di ben poco superiore a quella che avrebbero potuto mantenere uomini a piedi: le cavalcature, per il terreno molle, si affaticavano facilmente così che era necessario conceder loro frequenti riposi. La marcia venne però continuata durante tutta la notte e parte della mattina seguente, e finalmente la colonna giunse in vista del mare.
Improvvisamente Dunois gridò
— Eccoli! Eccoli i nostri amici! Coraggio... possiamo raggiungerli! Presto, presto, tenente!
Ma i cavalli cadevano sfiniti e l’ufficiale dovette far smontare i suoi uomini per continuare l’inseguimento a piedi.
— Se vogliono imbarcare i prigionieri e continuare la fuga per mare – osservò Balmaceda – certamente saranno presi in trappola. Il caso ci aiuta; scorgete quel bastimento nelle acque dello stretto? È il Rejoneador , una nostra cannoniera, che ora farò avvertire mediante segnali a braccia. Vi assicuro che ormai sono presi!
Mediante il cannocchiale si distinguevano perfettamente il chimico e sua figlia che i loro guardiani spingevano rapidamente verso la costa; entrambi apparivano affranti dalla stanchezza e molto sofferenti e parecchie volte furono visti dibattersi e lottare per poter fermarsi un poco; ma gli indiani li trascinavano a forza e, finalmente, non potendo far altro, li portarono a braccia.
— Non hanno più di venti minuti di vantaggio – disse il tenente – e del resto, si valgano di un veliero o di una piroga, il Rejoneador non se li lascerà sfuggire.
La cannoniera, infatti, incrociava alla distanza di non oltre un miglio dalla costa e rispose subito ai segnali che le venivano fatti; ma intanto gli Alakalufi continuavano a sparare contro i soldati cileni per ritardarne l’avanzata: quella piccola retroguardia venne tolta di mezzo a poco a poco a colpi di moschetto e finalmente anche gli inseguitori poterono giungere alla sponda del mare. Questa scendeva fino all’acqua con un pendìo ripido e sassoso; giù, una grande piroga si allontanava sul mare e vi si distinguevano perfettamente Laurie e miss Alys coricati, immoti, sul fondo.
— Sparate: ma sparate dunque! – gridava Dunois al colmo dell’eccitazione.
— È impossibile, señor – rispose il tenente. – I miei uomini sparano bene ma si correrebbe il rischio di colpire i vostri amici; lasciamo che agisca la cannoniera; li ha visti e sta avvertendoci.
Infatti una fila di bandiere di segnalazione veniva issata sull’alberatura della piccola nave che, vomitando una grande quantità di fumo nero, si dirigeva a tutto vapore verso l’imbarcazione alla quale si preparava a tagliare la strada.
— «State tranquilli – lesse il segnalatore che stava a fianco di Balmaceda: – provvediamo noi per quella canaglia. È questione di pochi minuti».
Sulla prua della nave cilena, la quale ormai non si trovava nemmeno a mille metri di distanza, dei marinai si preparavano con dei raffii ad afferrare la piroga il cui equipaggio dava segni manifesti di terrore: aveva abbandonato le pagaie, e la barca, scavata in un tronco d’albero, abbandonata a se stessa ondeggiava mollemente sulle acque, quasi immobile.
Improvvisamente qualche cosa emerse dal mare vicino ad essa.
— Una torretta di sottomarino! – esclamò sorpreso Dunois. – Ma che cosa fa qui?
— Diavolo! – fece Balmaceda, pure straordinariamente stupito. Vi confesso che non ne so nulla!
Il sottomarino era emerso fra la piroga e la cannoniera la quale era ancora lontana un buon mezzo chilometro; con una rapidità straordinaria la cupola della torretta si aperse ed apparvero degli uomini che gettarono un’amarra a quelli della piroga la quale venne subito accostata alla nave subacquea.
In un attimo, spinti, afferrati e trasportati come sacchi, i due prigionieri, malgrado la loro resistenza, scomparvero nella nave misteriosa. Scomparvero coi sei rematori della piroga entro la torretta che subito richiuse.
Questa scena non era durata che due o tre minuti e quasi istantaneamente il sottomarino si inabissò; la torretta stava scomparendo sotto le acque, quando scoppiò una cannonata ed una granata la sfiorò rimbalzando sulla superficie del mare. Il Rejoneador aveva sparato, ma troppo tardi!
La cannoniera si lanciò a tutta velocità; corse qua e là come un cane da caccia, ma apparve evidente che ogni traccia del sottomarino era perduta.
— Alys! Alys! – gridava Dunois, stringendo i pugni, nella disperazione della sua impotenza...
* * *
Il chimico e sua figlia erano stati condotti nel piccolo quadrato del sottomarino.
Con l’animo angosciato, miss Alys presentiva in quali mani fosse caduta, e perciò non la sorpresa, ma la collera e l’indignazione, la scossero quando vide entrare l’elegante Solok.
Profumato, azzimato, sorridente, egli si inchinò davanti alla fanciulla alla quale tentò di baciare una mano che ella ritirò con un moto di evidente ripugnanza. Egli rise allora con tutti i suoi bei denti bianchi e disse con la voce più dolce:
— Ve l’avevo detto che non eravate ancora la signora Dunois! Credo che dovrete rinunciarvi per sempre; del resto vi serbo un destino assai più degno di voi!
Poi rivolgendosi al chimico aggiunse:
— Sono felicissimo, caro amico, che siate ancora ospite mio, sebbene questa volta lo siate un poco vostro malgrado... Che farci?... Ci occorrono ancora i vostri lumi...
Laurie, coi pugni tesi, volle balzare sul meticcio, ma le mani solide di due marinai che gli stavano dietro, e che non aveva veduto, lo trattennero mentre Solok rideva allegramente sventolandosi col fazzoletto di seta.