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GUERRA DI PIRATI

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GUERRA DI PIRATI

GUERRA DI PIRATI

XXIX.

I rifornimenti in mare.

Erano trascorsi cinque mesi dal rapimento di Alys e di suo padre sotto gli occhi di Dunois impotente a soccorrerli. La prima idea del biologo, che era un vero uomo d’azione, era stata quella di inseguire il rapitore chiunque fosse: ma in qual modo? Dove rintracciare il sommergibile che si era immerso lontano dalla vista degli uomini? Tanto valeva cercare un ago in un pagliaio.

Certamente, e l’aveva pensato subito, il colpevole non poteva esser altri che Solok il quale aveva mandato ad effetto la sua minaccia; ma non ne aveva nessuna prova materiale.

Per di più avrebbe dovuto disporre di un potere e di mezzi straordinari per poter agire con qualche probabilità di successo. E poichè le ricerche avrebbero potuto estendersi su tutta la terra, a meno di possedere un’intera flotta ed una organizzazione radiotelegrafica perfetta, non v’era alcuna probabilità di riuscita.

Inoltre egli doveva assolvere degli impegni che si era assunto ed a quali il suo buon nome voleva ch’egli non si sottraesse: ed anche dimettendosi dalla sua carica, come intendeva di fare, non avrebbe potuto essere libero prima di qualche mese poichè egli non si riconosceva il diritto di piantare in asso, pei suoi interessi personali, un’organizzazione interessante la scienza e, perciò, l’umanità intera.

Ma la sua sofferenza e la collera che l’avevano invaso erano tali che in quel momento temeva di impazzire.

Il tempo passò; nessuna notizia ebbe mai di Alys e le ricerche, fatte per mezzo dell’organizzazione diplomatica degli Stati Uniti in seguito a domanda del Comitato dei Petroli, non avevano dato alcun risultato positivo. Ed il povero fidanzato intristiva...

...Ed intanto nei costumi della fauna marina dovevano presto avvenire strani mutamenti che sarebbero diventati una disgrazia pubblica.

* * *

La flottiglia della Società della Pesca di Boulogne aveva ripreso il mare da due giorni e nel Passo di Calais le robuste piccole navi a vapore rastrellavano pazientemente il mare giallastro sotto il cielo grigio. Nere e lente, tozze e forti, basse di bordo ma con la prua ben alta, esse continuavano a trascinare la loro rete sul fondo sabbioso, durante ore ed ore con uno sforzo ostinato. Si vedevano beccheggiare sbuffanti come docili bestioni al lavoro e percorrere così buon numero di miglia: e poi gli uomini uscivano dalla cabina buia e graveolente dove, nell’attesa, avevano riposato sulle loro cuccette: uscivano a riprender aria e gli argani trepidavano, i paranchi stridevano e le reti dall’armatura di legno e di ferro risalivano lentamente. Il fondo del mare era stato rastrellato a dovere ed i pescatori aspettavano un buon raccolto guizzante ed argenteo onestamente e lealmente guadagnato...

Sul Calimuchon , la rete risaliva con una facilità di pessimo augurio. Piantato sul ponte di comando, il capitano Lochut, forte e tozzo come la sua navicella, aggrottò le sopracciglia grigiastre e folte come un paio di baffi.

— Temo proprio – disse al timoniere il quale, non lontano da lui, teneva la ruota del timone – temo proprio che non vi sia da stare allegri.

La rete uscì dall’acqua ed invece degli animali scintillanti che vi si dibattessero a gran colpi di code, non vi si vide che il vuoto.

Delusione! Due ore di lavoro per nulla! Niente pesce: neppur uno! La cosa era inesplicabile: non si era mai visto nulla di simile! Il comandante battè il piede e bestemmiò. Che diavolo accadeva? Eppure egli conosceva perfettamente i luoghi ma la rete che avrebbe dovuto esser piena, risaliva vuota!

I marinai tacevano costernati, ma si sogguardavano, buoni volti abbronzati dal vento del nord e dalle nebbie.

— Oh, perbacco! Eccone una nuova!

— Se fossimo maledetti non potrebbe andar peggio!

Lochut volle vederci chiaro: vi son dei casi ai quali non si crede; eppure il caso può tutto almeno una volta. Ciò che non è mai accaduto, può accadere.

Certe retate, durante la campagna, hanno dato una pesca meravigliosa ed altre si sono distinte per la loro povertà. Quello era un colpo di sfortuna incredibile ma che non si sarebbe ripetuto, e Lochut ordinò che la rete venisse nuovamente calata.

L’argano rotolò ancora una volta con uno stridore irritante, la rete si ritrovò nell’acqua e la nave riprese a trascinarla contro corrente collo sforzo ostinato del ciuco sull’alzaia di un canale.

Ma questa volta i pescatori non rientrarono nel quadro; erano impazienti di conoscere il risultato della riprova perchè quella gente, paziente fra i pazienti, non sapevano più attendere.

Ed il tempo fu lento a trascorrere; ma finalmente Lochut, che aveva consultato l’orologio, diede l’ordine di ritirare la rete. Quanti degli uomini non avevan parte nella manovra stavano ansiosamente chini sulla poppa della nave...

E l’armatura trasparve sotto le acque e finalmente scorsero il sacco...

Per tutti i fulmini! Per una seconda volta: nulla! Neppur una triglia lunga due dita.

Tutti i visi erano pallidi e non esprimevano più la rabbia, ma il terrore. Forse una maledizione pesava sul Calimuchon ?

— Non vale la pena di gettare ancora la rete! – dichiarò Lochut ed ordinò la manovra così da recarsi a portata di voce da ognuno dei compagni di flottiglia successivamente: e l’un dopo l’altro li chiamò e li interrogò; ma le risposte furono disperanti: non uno che avesse preso anche un solo pesciolino!

I capitani decisero che non valeva la pena di bruciar carbone o nafta in pura perdita: e ritornarono tutti in porto mentre normalmente avrebbero ancor potuto continuare il loro lavoro.

E non fu certamente un ritorno trionfale: ci correva!

* * *

La strana e preoccupante notizia era corsa, per bocca dei pescivendoli, dalla banchina e dalle osterie che vi si trovavano, fino alla stazione ferroviaria e di là con quella velocità straordinaria che ha sovente meravigliato, essa arrivò ai porti vicini mentre da questi giungevano altre informazioni.

Quel ch’era accaduto a Boulogne non doveva considerarsi un’eccezione: non si trattava di una disgrazia prettamente locale come al tempo dei malefici di Le Hélo a Roscoff: tutti i pescatori, navigassero a vela od a vapore, grandi e piccoli, eran vittime della stessa sfortuna. Da Calais, da Dunkerque, da Ostenda e dagli altri porti belgi del Mar del Nord, giungeva la stessa notizia desolante: Niente pesce; neppur uno!

A Boulogne, l’«Inglese», come essi dicono, arrivava da Folkestone ed i pescatori britannici, a quanto pareva, si trovavano nelle stesse condizioni dei loro concorrenti francesi. Zero; zero assoluto! L’intero canale della Manica e parte almeno del Mar del Nord avevan fatto fiasco e la disdetta era generale.

Un velo di mestizia si stese sulle coste.

Era la fine dell’industria della pesca? Tutte le genti di mare che per secoli vi avevano trovato il loro pane avrebbero dovuto, ormai, restare inoperose? Era il principio della grande carestia? Fra tutte quelle laboriose popolazioni marittime che si accontentavano di guadagni minimi ma abbastanza regolari, l’emozione era straordinaria.

Era il principio della fine del mondo?

Anche le autorità marittime si erano commosse: la Marina mise in campagna la flottiglia della Manica per un’indagine accurata e completa perchè bisognava assolutamente scoprire le cause di quella catastrofe.

Le sagome grige delle navi dello Stato si lanciarono fuori dai porti e dietro ad esse si stesero a perdita d’occhio le scie spumose battute dalle eliche roteanti. Le macchine ansavano, russavano e scuotevano gli scafi: torpediniere, cacciatorpediniere, cannoniere ed avvisi erano in caccia. Dal cielo, gli idrovolanti cercavano di penetrare il mistero degli abissi, ma non scoprivano nulla. Non v’eran più banchi formicolanti di pesci, sul mare non c’erano più delfini volteggianti e, sfiorando la superficie, non era visibile nemmeno una medusa: nulla!

La vita aveva abbandonato le acque dove si crede che, nella notte dei tempi, essa sia nata.

Era dunque la terra entrata in agonia?

* * *

Per conto suo il cacciatorpediniere Arcole , uno degli ultimi varati e che aveva da poco brillantemente terminato le sue prove, correva il mare con un ardore da neofita. Dal comandante, il tenente di vascello Feuchères, che s’era fatto una nomea durante la guerra quale cacciatore di sommergibili, fino all’ultimo marinaio, tutti si appassionavano per quel nuovo compito: non avevano forse tutti qualche parente fra quei disgraziati pescatori che soffrivano di quella sciagurata novità?

Erano tutti felici di navigare e di cercare come cani da caccia, invece di ammuffire nei porti a lucidare ottoni ed a pulire cannoni inutili.

— Eppure – diceva Feuchères al suo secondo, il sottotenente Marignac – non è facile trovare quel che cerchiamo perchè il nemico che inseguiamo non è forse nemmeno materiale: è una causa . Il pesce è scomparso dai nostri mari e si vuole che noi scopriamo il perchè.

— Bah! – fece Marignac. – Cercheremo a lungo, certamente non scopriremo nulla e poi, improvvisamente, il pesce, che s’è ficcato Dio sa dove, ritornerà a farsi vivo. Non si conoscerà mai la causa di questa scomparsa catastrofica; la pesca riprenderà e noi continueremo a sgobbare per degli anni in attesa che ci aumentino i filetti sulle maniche. È la vita, questa; la nostra vita di marinai.

— Eppure – insisteva Feuchères dopo aver mosso la maniglia del chadburn per accelerare il motore – eppure, io mi chiedo talvolta se si debba accusare la natura di questa calamità: è forse assolutamente innocente, lei; chi sa che essa non c’entri affatto ed invece in tutto questo non vi sia che lo zampino dell’uomo!

Marignac guardò sorpreso il suo capo.

— Che volete dire, comandante? Credete forse che il pesce sia fatto scomparire, dal Passo di Calais e dalle coste vicine, da un uomo o da parecchi uomini?

Feuchères e Marignac erano due anomalie etniche: il primo era di Dunkerque ed aveva un viso molto abbronzato, occhi e capelli neri ed un profilo sottile dal quale sporgeva, aggressivo, un naso che rassomigliava ad un becco d’aquila: il suo compagno, da Tolosa, era biondo e roseo, alto di statura con lineamenti diritti come un discendente di Vikingi.

Feuchères era vivace, nervoso e tutto scatti, mentre il suo secondo, meridionale, parlava lento studiando le parole, misurando i gesti ed il suo accento guascone sembrava una affettazione.

— Perchè no? – rispose Feuchères. – Rammenterete certamente l’affare di Roscoff: si diceva che un vecchio capitano in pensione avesse scoperto il segreto di attirare nelle sue reti tutto il pesce della regione. Ne ho udito parlare diffusamente dal mio compagno di promozione, Lemoine, l’aviatore che si interessò allora della cosa; non è molto tempo ancora. Non so che cosa sia poi accaduto, ma il segreto del vecchio capitano può benissimo essere stato scoperto da altri a meno che la stessa scoperta sia stata fatta nello stesso tempo, come accade qualche volta, anche da altri in tutt’altra parte del mondo. Non è forse vero che ci sono certe idee che servono di base agli studi di parecchie persone contemporaneamente e che, mentre alcune non ne cavano nulla, altre, invece, riescono a portare felicemente a termine i loro lavori?

Intanto il cacciatorpediniere fendeva il Mar del Nord a tutta velocità: diventato nave di polizia, andava e veniva, cercava e, come i poliziotti, facendo quanto poteva, sperava che il caso benevolo gli desse un capo del filo che l’avrebbe condotto alla soluzione del mistero.

* * *

Era giunto ad un punto situato sul fianco del Dogger Bank, ma a più di venticinque miglia al largo ed all’orizzonte non si scorgeva nemmeno una sola nave da pesca.

— Rottami a babordo da prua! – annunciò improvvisamente l’uomo di vedetta la cui voce risuonò a tutte le orecchie come se avesse annunciato il principio della fine del mistero.

Il comandante Feuchères prese il suo binocolo per esaminare i rottami segnalati.

— Tavole – borbottò – carabottini... travicelli... c’è stato un naufragio da queste parti... È strano, però.

— Un naufragio?! – disse Marignac meravigliato. – Un naufragio quando il vento sembra il soffio di un bimbo ed il mare appena increspato? Senza uno scoglio nè un pericolo a cento miglia d’attorno? Non è un naufragio; ma un suicidio. Quel collega era stanco di vivere.

I rottami erano numerosi e coprivano un’estensione abbastanza vasta. Feuchères credette opportuno fermare per mettere in acqua una imbarcazione perchè eseguisse qualche ricerca circa l’identità della nave scomparsa in condizioni tanto strane.

Doveva essere affondata in conseguenza di una falla, ma il tempo non era affatto nebbioso ed un investimento in quelle condizioni era inammissibile. D’altra parte se una nave imbarca perchè il suo scafo troppo vecchio si è aperto, è chiaro che non affonda in cinque minuti nè si diverte a passeggiare in pieno Mar del Nord quando tutt’attorno, sulle coste circonvicine, vi sono numerosi punti di rifugio.

— Anche questo è uno strano mistero – riprese il comandante dell’ Arcole : – darei volontieri qualche cosa per vederci chiaro.

La baleniera staccata dalla nave esplorò minutamente tutta l’estensione del mare dove erano disseminati i rottami: non v’era nulla che portasse qualche uomo vivo; ma i ricercatori portavano con sè una boa di salvataggio com’è prescritta dai regolamenti della Marina francese, dipinta di rosso e di bianco: e su di essa si scorgevano tracciati con vernice nera una lettera ed un numero: C. 192.

— Cacciatore 192 – mormorò il comandante: – è un bastimento della squadriglia di dragaggio di Dunkerque che s’è messa in mare l’altro ieri dopo i telegrammi che abbiamo ricevuto. Forse una esplosione di benzina. Siccome era solo in alto mare, il sinistro potrebbe essere spiegato.

E Feuchères esaminò attentamente i rottami che la baleniera aveva raccolto ma non vi trovò traccia d’incendio.

— Devono essere morti tutti, poveri ragazzi! – disse tristemente. – Si potrà mai sapere quel che sia accaduto?

Certamente non v’era nessuno che attendesse d’essere salvato e poichè non v’erano imbarcazioni in vista, Feuchères fece riprendere la navigazione e la nave potente cominciò a farsi strada fra le cose d’ogni sorta che le galleggiavano d’attorno.

Ma poco più in là, mentre egli stava per chiedere alla macchina una maggiore velocità, la vista di alcuni oggetti neri, tondeggianti come il guscio di una tartaruga e che dondolavano in balìa delle onde gli fermò la mano sul chadburn.

— Ma guardate, Marignac – mormorò: – non sembrerebbero?...

— Delle botti?... Sì comandante; sono proprio botti: non è affatto straordinario trovare delle botti alla deriva dove sia accaduto un naufragio.

— Sì, ma i cacciasommergibili non ne hanno a bordo e mi pare che quelle siano botti di un tipo speciale...

Puntò il binocolo, guardò attentamente e poi continuò:

— Eh, sì, perbacco! Sono proprio botti da petrolio o da nafta.

Il comandante era diventato molto pensieroso:

— Dite un poco, Marignac; non vi dicono nulla a voi, quei barili per olii minerali?

Marignac, molto grave ma con un’espressione in cui si poteva scorgere anche dello stupore, rispose dopo un secondo d’esitazione

— Ma, comandante: mi suggeriscono la stessa idea che avete avuto voi.

— E cioè, vi domandate quale sottomarino, quale sommergibile qui in alto mare, si sia fatto rifornire di combustibile pei suoi motori Diesel; non è vero?

— Precisamente, comandante. Ma, riflettendovi, non vi pare che l’idea sia alquanto stramba? Son cose, queste, che avvenivano durante la guerra quando i sottomarini corsari tedeschi mancavano, spesso, di una base fissa: allora davano appuntamento in alto mare a navi petroliere che procedevano al rifornimento a meno che una petroliera neutra od appartenente agli alleati, incontrata sulla rotta, non fosse costretta a cedere il suo carico e saccheggiata senza scrupoli. Ma ora, perchè si dovrebbe ricorrere a questi sistemi? D’altra parte siamo in pace e se si trattasse di esperimenti ne saremmo informati in qualche modo sia dai nostri capi, sia dal servizio informazioni.

— È evidente, questo – mormorò Feuchères approvando col capo. – Voglio ripescare due o tre di quei barili per esaminarli.

L’ Arcole si fermò nuovamente vicino a dei rottami e mandò un paio di baleniere alla ricerca delle botti. Poco dopo due di quei recipienti venivano issati a bordo ed il comandante poteva leggervi il marchio della West Indies Oil Company ; ditta potentissima, nota nel mondo intero.

— Sappiamo già qualche cosa – disse Feuchères. – ed è che quel sottomarino, se si tratta di una di queste navi, non è rifornito da una ditta francese. Ma quel che mi stupisce, però, è che questi navigatori misteriosi non abbiano preso la precauzione elementare di distruggere questi barili compromettenti che rivelano il loro passaggio... Può darsi però che, sorpresi durante le operazioni di rifornimento, siano stati costretti ad immergersi immediatamente per ritirarsi subito. Comunque c’è qualche cosa di preoccupante in tutto questo ed a mio modo di vedere si impone un avvicinamento fra il naufragio del caccia e la presenza di questi barili.

Ma l’ Arcole s’era attardato troppo colà; riprese la rotta e ritornò a Dunkerque dove la notizia dell’affondamento di un cacciasommergibili, sparsa dai marinai, provocò una grande emozione.

Si discuteva sulla presenza, in mare, di quei barili e le menti, già sovreccitate dalla scomparsa del pesce, non esitavano affatto anche di fronte alle spiegazioni più straordinarie.

Persone che non si conoscevano fra loro, si fermavano agli angoli delle vie per domandarsi un fiammifero e dirsi di colpo cose di questo genere:

— Volete che ve la dica, signore? Bene; è la guerra che riprende: una guerra subdola da pirati: quel sottomarino che nessuno ha veduto ma la cui esistenza è certa, è quello che ha silurato ed affondato il caccia non senza, però, lasciar tracce. Non si pensa mai a tutto; ecco ora i mari diventati ancor meno sicuri che nel 1916.

— Sono anch’io della vostra opinione, signore; ed ho anch’io una mia idea alla quale non rinuncerò tanto facilmente, e cioè che se il pesce se ne va non è per un capriccio improvviso che si sia impadronito di tutti i cervelli degli abitanti dei mari; e non credo nemmeno a tutte le spiegazioni più o meno scientifiche che si sono sciorinate per spiegare il fenomeno: mi limito a pensare che abbiamo dei nemici i quali hanno trovato il modo per affamarci. Poi moriranno le bestie... poi non vi sarà più grano per il pane... e verrà la fine.

Poi, spaventati i due, che neppure si conoscevano, se ne andavano ciascuno per conto suo per diffondere qualche fantasia e spargere il terrore in qualche animo di più.

Intanto i giornali pubblicavano che i pescatori di sardine di Douarnenez e quindi quelli di Sables-d’Olonne, della Roccella e di Royan non trovavano più sardine; i banchi erano scomparsi. E le preoccupazioni aumentavano; le popolazioni marittime diventavano sempre più nervose ed agitate e qua e là erano avvenuti disordini: qualche forno era stato saccheggiato e si erano molestati degli stranieri.

I partiti d’opposizione accusavano il Governo d’esser complice di una banda che speculava sulla miseria piombata sopra una parte della popolazione, e la Polizia, la truppa ed i servizi di sicurezza avevano molto lavoro su tutta l’estensione della costa.

E fu precisamente in quel tempo che Dunois, richiamato per un periodo d’esercitazione quale ufficiale della riserva, si recò a Dunkerque per imbarcarsi per l’appunto sull’ Arcole . Nel suo dolore aveva accolto lietamente quella diversione militare.

Ed egli era convinto che la scomparsa del pesce fosse da attribuire all’assassino del suo vecchio zio Le Hélo... al rapitore di Alys Laurie.

Oh, avesse avuto la fortuna di incontrarlo faccia a faccia!

* * *

Quel giorno l’ Arcole aveva l’incarico di una ricognizione lontana con base all’isola di Sein; e di là si era spinto in pieno oceano. Dunois era di quarto e teneva assai desta l’attenzione perchè una nebbia fitta era calata sul mare. Qua e là si udivano risuonar campane d’avvertimento; più vicino urlavano le sirene d’allarme e da ogni lato si sentiva la morte in agguato dietro le folate della nebbia che pareva d’ovatta.

Il cacciatorpediniere avanzava a velocità ridotta pel timore di un possibile urto e, dominando il brontolar delle macchine, frusciavano sonore le acque calme, rotte dallo sperone e scorrenti lungo lo scafo, che appena si intravedevano.

Di minuto in minuto, come voleva il regolamento, egli faceva lanciare colpi di sirena e quell’ùlulo in quell’atmosfera era tanto straziante da angosciare.

Per precauzione anche il comandante era salito sul ponte.

Di mano in mano che la nave avanzava, i rumori si attutivano ed i battelli da pesca diventavano meno numerosi; ma quel silenzio, invece di rassicurare, rendeva la navigazione ancor più penosa.

Improvvisamente, indicando col dito verso babordo, il comandante Feuchères esclamò:

— Ascoltate!

Si udivano stridere dei paranchi e poi fu lo scroscio caratteristico di un verricello...

— Ma cos’è questo traffico in alto mare? – domandò l’ufficiale – Bisogna vederci chiaro.

E lanciò, nel portavoce della sala delle macchine il comando:

— Pronti alla manovra!

— Stiamo forse per capitare addosso al nostro rifornitore di sommergibili – osservò Dunois ridendo.

Ma la sua non era una risata allegra. Le vicende nelle quali si era trovato implicato da qualche tempo gli ronzavano pel capo e non si sentiva più di respingere l’idea di possibili avventure marittime. Ormai non si aspettava più che il peggio.

Con un leggero colpo di barra a destra il comandante spostava la rotta a babordo per non allontanarsi troppo dal punto sospetto e, nello stesso tempo, diminuiva la velocità.

— Oh! – riprese Feuchères. – Pare che la nebbia voglia alzarsi. Ci vedremo chiaro davvero, se non mi sbaglio.

Infatti si cominciava a distinguere una lieve separazione fra la nebbia tenace e la superficie verde del mare tranquillo. La bruma si alzava lentamente e venne il momento in cui, giunta essa a due metri al di sopra delle acque, si cominciò a scorgere il mare a distanza. Ed una massa nera cominciò a diventar chiaramente visibile: a poco a poco essa rivelò le forme di un piroscafo da carico con un esile fumaiolo verso poppa, basso di borda, largo e pesante.

— Ah! Ma... – esclamò Dunois – la si direbbe una nave cisterna, quella! E non vedete qualcosa a fior d’acqua vicino ad essa?

— Diavolo! – rispose il comandante. – Non credevate certamente di indovinare con tanta precisione: la cisterna sta rifornendo il sottomarino; le passa la nafta con quella manica flessibile... È uno spettacolo che non mi è nuovo dopo la guerra e non mi inganno.

— Immagino che visiterete quelle due navi, comandante.

Il tenente di vascello non rispose.

— Ai posti di combattimento! – comandò.

E nell’aria calma risuonarono ardenti e marziali gli squilli della tromba che si ripeterono da un capo all’altro della nave sul ponte e nelle corsie, mentre i graduati dei fucilieri lanciavano l’ordine: «Tutti ai posti di combattimento!». In un attimo le mitragliatrici, i cinque pezzi da 130 ed i tubi lanciasiluri furono pronti mentre i serventi aprivano le riservette dei proiettili e mettevano in moto i montacarichi della santabarbara. Ogni capopezzo mosse il suo cannone per assicurarsi che potesse venir puntato con sicurezza in ogni direzione.

— Prudenza! – ordinò Feuchères. – Non caricate senza comando.

E l’ Arcole manovrava per avvicinarsi alle due navi sospette, quando Dunois con voce di delusione, esclamò:

— Arriveremo tardi: eccolo che si immerge.

Infatti il sommergibile scompariva sott’acqua con una rapidità straordinaria; si poteva da quel momento esser certi che non si trattasse di nave francese. In pochi istanti non si scorse più che il ponte sul quale già scorrevano le onde e poi fu la torretta che affondò.

Per un secondo si vide emergere ancora il periscopio che scomparve in breve anch’esso, filando in direzione di nord-est.

Feuchères fece una faccia alquanto delusa e sorpresa per quella rapidità:

— Non si visita un fantasma; non so se lo rivedremo mai più, quello; ma la cisterna non è svanita e ci darà delle informazioni, lo voglia o no.

E già, per ordine del comandante, il cacciatorpediniere si copriva di fumo spesso; ma, contrariamente a quanto si sarebbe potuto credere, la nave cisterna non si allontanò, avanzò invece a tutta velocità verso il bastimento francese i cui tre fumaioli ed i cui cannoni l’intimidivano certamente a meno che le ispirassero fiducia rappresentando una protezione.

Per aspettarla l’ Arcole si fermò mentre quella forzava le macchine.

Un portaordini proveniente dal posto di T. S. F. salì sul ponte di comando e, salutando colla mano al berretto, porse coll’altra un foglio al comandante.

— Nave cisterna americana Pennsylvania lesse l’ufficiale – fermata e visitata stamane da sottomarino di nazionalità ignota, costretta sotto minaccia di siluramento a consegnare nafta, domanda protezione.

Il comandante Feuchères ebbe un sobbalzo:

— Ah, benissimo! Eccoci ritornati al tempo dei pirati.

E sul rovescio del radiogramma scrisse rapidamente a matita una richiesta di spiegazioni supplementari:

«Arcole a Pennsylvania – Comunicate caratteristiche sottomarino e possibilmente dell’equipaggio: razza, lingua, uniforme, altri particolari utili».

Il marinaio corse al posto di T. S. F. e la domanda venne lanciata nello spazio e subito la risposta fu data.

«Sottomarino – diceva – è montato da...

Ma la nave non disse più nulla: si avvicinava rapidamente ed era giunta a portata di megafono quando rimbombò un’esplosione terribile.

Lo spostamento d’aria fu tale che a bordo dell’ Arcole tutti barcollarono, storditi. Nello stesso tempo una fiamma enorme saliva con un getto improvviso verso il cielo in mezzo ad una colonna di fumo nero mentre un fascio di frantumi si sparpagliava ricadendo tutt’attorno. In un attimo il mare ne fu disseminato fino a grande distanza.

Quando il fumo si fu dissipato, sulle onde non v’era più nulla: dove qualche secondo prima c’era un grande e robusto bastimento a vapore provato alle tempeste, ora non v’erano che dei rottami sballottati dalle onde.

Il Pennsylvania era scomparso e con lui tutto il suo equipaggio poichè per quanto si guardasse non v’era traccia di esseri viventi nè sull’acqua nè sui rottami: l’esplosione incredibilmente potente ed improvvisa ne aveva letteralmente polverizzato l’equipaggio. La sola consolazione era che quei poveretti non avevano avuto il tempo di soffrire.

— Ora abbiamo il diritto di affondare quel sottomarino, senza preavviso – disse il comandante Feuchères esasperato dalla vigliaccheria di quel delitto spaventoso; poi, riprendendo immediatamente il suo sangue freddo, lanciò a tutta velocità la sua nave nella direzione che aveva veduto prendere dal sommergibile quando si era immerso.

— Non per niente fui soprannominato il giustiziere dei sottomarini disse: – se lo trovo, quello, può considerarsi affondato.

Ma nulla indicava, alla superficie del mare che sotto vi si trovasse una nave subacquea: certamente era disceso a grande profondità e si era fermato perchè gli strumenti d’ascolto di cui l’ Arcole era provvisto e che gli permettevano di seguire facilmente la rotta di un sottomarino in marcia, non rivelavano alcun rumore d’elica.

Tuttavia Feuchères si ostinò ad incrociare per due ore in quel punto mantenendo sempre una velocità altissima e correndo a zig-zag per evitare i siluri che immaginava potessero essergli lanciati: ma malgrado l’attenzione intensa di tutti gli uomini arrampicati sull’alberatura, sulle passerelle e sul ponte, nessun indizio rivelò il pirata e Feuchères credette inutile lanciare granate a casaccio.

— Non ci resta che ritornare a Brest e far rapporto – disse finalmente.

L’ Arcole virò di bordo ed in breve giunse in vista del Tas de Pois e delle rovine del Capo de la Chèvre, passò l’imboccatura e diede fondo nella rada.

Dunois fu mandato dall’ammiraglio Guéromière, prefetto marittimo al quale egli si fece annunciare d’urgenza.

Alle prime parole del messaggero, l’ammiraglio, un ometto dal viso energico ed intelligente, sobbalzò:

— Ma che cosa mi raccontate, signore! – esclamò guardando l’ufficiale coll’aria di chiedersi se avesse a che fare con un pazzo. – Ma è impossibile...

— Eppure non è che la verità, ammiraglio.

E Dunois manifestò i sospetti ben radicati e fondati ch’egli nutriva circa il nesso esistente fra l’apparizione nelle acque francesi di quel sommergibile e la scomparsa del pesce. Rammentò i rapporti ch’egli stesso aveva mandato al Ministero della Marina e dichiarava che, a suo modo di vedere, dati tutti gli indizi raccolti da qualche tempo, era evidente che quel sommergibile causava quelle migrazioni disastrose per tutta la popolazione della costa francese nel Canale della Manica e nel Passo di Calais. Con quali mezzi? La risposta era da cercare, ma non era ammissibile che fossero simili a quelli usati dal capitano Le Hélo all’epoca dei tumulti di Roscoff, se pur non fossero gli stessi?

In ogni caso occorreva stare in guardia: coloro che si trovavano a bordo di quella nave pirata non esitavano ad usare mezzi violenti per liberarsi da quanti potevano ostacolarli e se ne aveva la prova nella fine del cacciasommergibili C. 192 e quella non meno deplorevole del Pennsylvania. .. e forse a questi due erano da aggiungere il Surcouf e l’ Amiral Guépratte , perduti «corpo e beni» e la cui scomparsa non era stata mai spiegata!

XXX.

La prigioniera.

Da due giorni un grande yacht incrociava in vista delle Canarie e quella nave magnifica non era che lo Swastika , nave di piacere, come si usa dire.

Di piacere, forse, ma certamente non per tutti coloro che vi si trovavano.

Nella lussuosa cabina che le era stata nuovamente assegnata, Alys intristiva. Era prigioniera in una gabbia più che dorata; ma era pur sempre una gabbia e non era possibile che le riuscisse piacevole e che non vi languisse.

Quando era uscita dal sottomarino che l’aveva rapita con suo padre nello stretto di Magellano era stata condotta su quello yacht che già conosceva e di cui sir Harry Solok le aveva nuovamente fatto gli onori con una insopportabile affettazione di cortesia e poichè aveva assistito a delle terribili crisi di disperazione, temendo che nella piena del suo dolore la fanciulla mettesse in atto qualche decisione fatale, aveva fatto chiudere il sabordo che prima le permetteva, quando le piacesse, di respirare l’aria libera... e di affacciarsi, la sera, per sognare guardando il cielo o le onde mutevoli.

Notte e giorno un uomo era continuamente di guardia innanzi alla porta di quella cabina. Quando Alys usciva nessuno vi si opponeva ma quel suo guardiano le si metteva alle calcagna e non l’abbandonava un istante: era però cortesissimo e sempre premuroso.

Però, se la fanciulla chiedeva qualche cosa che fosse necessario andar a prendere altrove, quella guardia del corpo chiamava un marinaio, gli affidava l’incarico ma non si allontanava di un metro. Neppure quando dormiva, si allontanava, perchè si stendeva a traverso la porta così che non era nemmeno possibile di socchiuderla senza che egli se ne accorgesse.

Prigioniera! Non era che una prigioniera!

Seduta in una poltrona ricoperta delle più preziose sete broccate di Oriente, quella notte, sapendo che il sonno l’avrebbe fuggita, ella non si era ancora coricata alle undici e l’aria di quella prigione le parve tanto soffocante che provò improvvisamente il desiderio di salire sul ponte.

Ella aperse la porta senza precauzione e subito da terra salì una specie di grugnito: il guardiano che sonnecchiava fu subito in piedi e rapidamente spalancò l’uscio, lasciò uscire la prigioniera e la seguì come un cane coll’occhio attento e le mani pronte ad afferrare.

Malinconica e pensosa andò ad affacciarsi al parapetto mentre il marinaio le stava ritto dietro tanto vicino da toccarla, quasi; ed i suoi pensieri volarono ad Yves, al suo caro Yves. Dov’era in quel momento? Era ritornato in Francia poichè ignorava la sorte della sua fidanzata? Quanto doveva soffrire lui, tanto coraggioso ed energico, per l’inazione impostagli dalla mancanza di una qualunque traccia da seguire!

E se avesse saputo che era ricaduta nelle mani di Solok?

Ella però aveva fiducia in lui che certamente, presto o tardi sarebbe accorso, piombando dal cielo per difenderla e liberarla... egli sarebbe il suo Perseo!

Improvvisamente ebbe la sensazione di una nuova presenza e si volse: Solok le era vicino, appoggiato lui pure al parapetto.

Si era avvicinato senza far rumore ed aveva probabilmente allontanato il marinaio che se n’era andato.

Erano a quattr’occhi sotto una lampada elettrica che permetteva loro di vedersi.

Alla vista del «nemico» Alys fremette ma armò la sua volontà e preparò tutta la sua energia per la lotta che presentiva.

Il miliardario sorrideva mostrando tutta la sua bella dentatura e senza il minimo impaccio.

— E così, cara miss Laurie? – disse col tono indulgente che si usa con un fanciullo impermalito. – Siamo più ragionevoli, ora?

— Non so capacitarmi – rispose la fanciulla – come osiate ancori rivolgermi la parola.

— Non vi chiedo di comprendermi, sebbene l’intelligenza non vi manchi – ribattè lui calmo. – Non vi chiedo nulla e non conto che su me stesso per vincere le vostre prevenzioni ingiuste: diventeremo amici, vedrete!

— Amici?!

Indignata da quella sfacciataggine ella fissò i suoi occhi scintillanti in quelli verdi del miliardario con tutta la durezza che una fanciulla poteva porre in uno sguardo.

— Sì – riprese Solok – mi renderete giustizia: io tendo ad uno scopo che un’intelligenza quale la vostra non potrà non trovare nobilissimo.

— Vi faccio i miei complimenti – ribattè ella con tono mordente – dei mezzi eleganti che usate per giungere a quello scopo che vi siete prefisso e di cui, io, non mi curo affatto. Da quando ci avete rapiti, contro ogni diritto, io non ho più riveduto mio padre: che ne è di lui? Che ne avete fatto? In fondo a qual carcere lo tenete prigioniero? A quale schiavitù l’avete costretto? Lo rivedrò, io, ancora?

Un’indignazione impetuosa le faceva vibrare la voce, ma quella prova minacciava di essere superiore alle sue forze e talvolta un singhiozzo trattenuto la scuoteva tutta, la raggrinziva quasi fosse per svenire.

Solok pareva ammirasse quell’energia che la sosteneva, ma certamente non provava pietà alcuna chè il suo cuore non era tale da impietosirsi; egli non considerava che gli ostacoli e faceva soltanto ciò che occorreva per infrangerli in un modo o nell’altro. E tranquillamente rispose:

— Ah, siete davvero una Celta voi, e come drammatizzate tutto! Sempre colla fantasia desta, sempre sognatrice, invece di attenervi alla semplicissima realtà! Vedo chiaramente che non mi sarà facile modificare il vostro spirito come mi conviene, come conviene a noi tutti e che ci renderà i dominatori! Mi chiedete di vostro padre? Ma io l’impiego secondo le sue meravigliose capacità, secondo le sue tendenze naturali. Sta lavorando ad un’opera gigantesca che, colla sua genialità e la sua scienza di chimico, ha trovato modo di portare a compimento. Non deve essere disturbato in quest’opera formidabile; ma sta benissimo, vi assicuro. Intanto voi avete la possibilità ed il tempo di riflettere tranquillamente e di evolvervi nel senso che desidero; e questa evoluzione è fatale. Verrà un giorno in cui comprenderete ove sia il vostro bene ed allora mi direte spontaneamente che siete pronta a riconoscere la mia costanza e le mie premure, a diventare, finalmente, mia moglie. Quel giorno io l’aspetto con impazienza e quel giorno, Alys, voi mi vedrete immensamente felice!

Ella fu scossa da un sentimento di rivolta! Ma chi credeva che ella fosse?

Fremente, convulsa, ella si volse a lui, scosse i suoi piccoli pugni stretti, dinanzi al viso dell’uomo impassibile ed enigmatico e gridò:

— Quel giorno, signor Solok, non verrà mai! Mai, avete capito? Sarò morta, prima. Ho un fidanzato degno, quello, del mio affetto, ed io non muterò mai i miei sentimenti. Non sarò che sua o di nessuno. Non fate conto di potermi dominare colla solitudine e colla noia!

Gli strani occhi verdi del meticcio brillarono di furore; ma non fu che un lampo: egli ritrovò immediatamente la sua calma e fu con voce tranquilla come per una semplice conversazione che dichiarò:

— Allora, me ne spiace per voi, miss Alys, ma non rivedrete mai vostro padre e fin che io vivrò, non riavrete mai la libertà. Io ho una salute di ferro e so guardarmi da ogni sorpresa e v’è chi, considerando preziosa la mia esistenza, è pronto a perdere la sua vita per difendere la mia. Quanto ho deciso è irrevocabile! Ma se direte «Sì»; se diventerete mia moglie, non avrò più da temere che l’emozione causata dalla vostra presenza distragga vostro padre dal suo compito ed io vi condurrò immediatamente da lui. Ma non prima, siatene certa!

Erano uno di fronte all’altro: lei resa convulsa dalla collera e dalla disperazione; lui calmo, sicuro di se stesso, tranquillamente imperativo e sempre sorridente.

La fanciulla accennò un movimento come per lanciarsi contro di lui, per colpirlo, graffiarlo, schiaffeggiarlo; ma, malgrado l’ira che l’agitava fino a toglierle quasi la padronanza di se stessa, ella rammentò la sua impotenza, comprese che riuscirebbe soltanto a rendersi ridicola e che immediatamente sarebbe stata dominata.

Trattenne, dunque, tutte le parole di sprezzo che le salivano alle labbra e di colpo volse le spalle.

Nella notte relativamente chiara, scorse sul cassero di poppa una poltrona e vi si rifugiò per manifestare chiaramente a quell’uomo che la sua vicinanza le faceva orrore.

Egli la guardò, alzò ancora le spalle e, convinto ormai che nulla la indurrebbe al suicidio poichè era decisa a vivere per colui che amava e nella speranza di una liberazione impossibile, la lasciò e se ne andò.

Yves! Yves! Dov’era? Non verrebbe dunque? Davvero che ella finirebbe coll’esser vinta? Col diventar la preda di quel mostro?

* * *

Intanto, sul mare appena mosso, avveniva uno strano fenomeno. Dalla superficie delle onde e non dal cielo, tre lampi avevano proiettato la loro luce verdastra, e sotto la luce della luna, forse a mille metri dalla parte di poppa, apparve una macchiolina nera. La si sarebbe detta una tavoletta sottile sormontata da una bassa torricella.

Un secondo dopo apparivano tre lampi uguali, ma questa volta essi erano scaturiti dal ponte dello Swastika.

La macchia si avvicinava ed ingrandiva...

Malgrado la luce incerta, la fanciulla vide una forma che le era familiare, quella di un sommergibile simile a quello che era sorto dalle acque livide dello stretto di Magellano per rapirla alla libertà...

Il lungo squalo d’acciaio, manovrando con una facilità straordinaria, si avvicinò allo scafo dello yacht e lo accostò lentamente: fu appena percepita una debole scossa smorzata certamente da quei grossi cuscini composti di cordami che son fatti apposta a tale scopo.

La fanciulla, incuriosita, si avvicinò al parapetto e vi si affacciò: dalla sommità della torricella che formava un piccolo ponte, due uomini s’eran lasciati scivolare sulle lamiere umide dello scafo e di là raggiungevano la scala di comando. Risuonarono delle parole gutturali alle quali rispose la voce secca di Solok.

Intanto, questa volta a babordo ed a mezzo miglio fuoravia, scaturirono altre luci dal mare alle quali risposero fari simili partenti dallo yacht ed altri due sommergibili apparvero perfettamente simili al primo: entrambi si diressero verso lo Swastika e, l’uno dopo l’altro, lo accostarono... Erano tre navi formidabili, tre terribili strumenti di morte. Alys ne era atterrita; che significava quell’adunata?

Solok disponeva di una piccola flotta di sottomarini più potenti di quelli che aveva potuto vedere negli Stati Uniti ed in Europa?

Che cos’era dunque quell’uomo? Il sinistro ammiraglio di una moderna banda di pirati e di filibustieri? A che cosa mirava, quali delitti progettava ancora?

Per un momento la sua emozione ed il sentimento della sua debolezza di fronte a tanta potenza furon tali che fu sul punto di gettarsi in quell’acqua profonda che le appariva come supremo rifugio; ma quello sconforto non durò che un baleno: pensò a suo padre il quale non aveva più che lei e che subiva lui pure una prova assai dolorosa. E pensò ad Yves!

No, non era possibile ch’egli l’avesse dimenticata o che si rassegnasse ad abbandonarla: presto o tardi avrebbe trovato il modo di giungere fino a lei... e l’energica fanciulla sentì rinascerle il coraggio.

Vivrebbe; combatterebbe fino all’estremo: coloro che l’amavano potrebbero contare su di lei.

Si alzò risoluta per ritornare alla sua cabina, stranamente tranquilla e sorpresa di non aver più alle calcagne quel guardiano la cui muta presenza rappresentava per lei un vero supplizio.

Mentre però stava per scendere, Solok usci dalla cabina del ponte e le si avvicinò. Egli si accorse subito della risolutezza che brillava nello sguardo della fanciulla e, sempre beffardo, la complimentò:

— Si direbbe che abbiate acquistato forza nella vostra meditazione, signorina.

— Precisamente, ho risolto di lottare fino all’ultimo.

— Ne sono felice. Allora siete forte; la vostra intelligenza è pronta a darvi finalmente il senso della realtà. Vi siete certamente accorta che ho ricevuto delle visite; sono i miei collaboratori nell’opera immensa che ho iniziato e stiamo per riunirci a consiglio. Ho pensato che il miglior mezzo per convincervi ed indurvi ad abbracciare la mia causa sia quello di farvi assistere alla nostra conversazione; potrete così rendervi conto della nostra potenza e dell’assoluta inutilità di ogni resistenza. Voglio guadagnarvi alla nostra causa ed avervi alleata.

— Non fidatevi! Sarebbe meglio per voi non farmi saper troppo dei vostri piani. Si può mai prevedere?...

— Non ho timori, sono sicuro di convincervi; ma, in ogni caso, siete in mio potere e non riuscirete più a sfuggirmi. Non temo affatto le vostre indiscrezioni perchè non potrete mai corrispondere con colui sul quale contate per vincermi. In potere d’un leone, riponete le vostre speranze in un sorcio?.... Come vi pare. Ma venite con me; vi disilluderete; la luce rifulgerà ai vostri occhi. Parleremo inglese affinchè possiate comprendere.

Ella tentò di ridere con disprezzo.

— Ah! Ah! Questo è davvero bizzarro! E credete che i vostri amici non troveranno alquanto imprudente questa vostra fiducia in chi vi odia?

— I miei amici sanno che ogni forza è nostra. Venite, non si aspetta che voi.

Alys seguì a testa alta il suo carceriere.

Nel vasto salotto, d’un lusso mai visto, che serviva da scrittoio a Solok e che occupava tutta la larghezza della poppa, sette uomini aspettavano. C’erano, oltre Yamamoto comandante dello Swastika , Usai, Oita, Osaka, Mito, Nazava e Kodate che presentò, l’un dopo l’altro, alla fanciulla come marinai espertissimi e uomini dall’energia a tutta prova.

— La signorina Alys Laurie, mia grande amica, la quale ci fa l’onore di interessarsi alla nostra causa.

Egli non credette necessario di precisare che i sei uomini, comandanti, in prima ed in seconda dei tre sommergibili, erano tutti ufficiali della Marina giapponese in congedo rinnovabile per missione speciale.

Ognuno di essi, e tutti erano di educazione perfetta, salutò profondamente la fanciulla e, prima di sedere, attese ch’ella avesse preso posto sul divano.

Allora Solok parlò:

— Tutto si è svolto regolarmente, Usai?

La faccia gialla dell’interpellato, dagli occhietti pieni d’intelligenza, sorrise con un’espressione quasi infantile. Usai rispose con voce rauca:

— Tutto si è svolto come avevamo previsto, Eccellenza. Gli apparecchi agiscono con una potenza ed una precisione incredibile. Ho però avuto un inciampo.

— Già – disse Solok: – ho ricevuto il radiogramma cifrato col quale mi avete annunciato che circostanze spiacevoli vi hanno costretto ad agire energicamente. Che cosa è dunque accaduto?

— Ecco. Ero nel Mar del Nord dove avevo appuntamento con una nave di rifornimento. L’operazione s’era svolta in modo soddisfacente con questo solo inconveniente che non trattandosi di nave cisterna, perchè era un bastimento di vecchio modello, non si poteva travasare la nafta mediante la manica flessibile. Dovetti dunque servirmi dell’albero di carico e dei barili. I nostri serbatoi erano quasi pieni, quando venne segnalato un cacciasottomarini che batteva bandiera francese. Esso aveva avuto il tempo di avvicinarsi alquanto prima di essere scorto.

«Non potevo naturalmente accontentarmi di sommergermi lasciando che la nave di rifornimento se la sbrigasse da sola. Sarebbe certamente stata raggiunta e visitata ed il suo capitano, interrogato, poteva commettere chi sa quali indiscrezioni pur di togliersi dagli impicci. Non c’era da esitare e nel momento in cui il francese giunse a buona distanza gli lanciai due siluri telemeccanici. Il comandante del caccia, diffidente, avanzava facendo una quantità di zig-zag come si faceva durante la guerra per presentare un bersaglio instabile.

«Ma io guidavo il siluro come colla mano e la nave ebbe un bel serpeggiare; il siluro la colpì in pieno proprio nel mezzo e l’indiscreto fu ridotto in polvere! La nave petroliera scappò e credo che corra ancora dimenticando anche di ripescare i barili vuoti che la sorpresa ci aveva impedito di raccogliere. Stavo per farli raccogliere io quando apparve una seconda nave.

«Confesso che non mi sentii di far saltare anche quella; mi immersi ed abbandonai i barili. Del resto avevo a che fare con un cacciatorpediniere di ultimo modello e potentissimo ed io non potevo servirmi del periscopio che colla massima prudenza.

«Mi pare d’aver visto che raccogliesse i barili vuoti; ma se io avevo i siluri, temevo i microfoni e le bombe di profondità: mi sono dunque allontanato al più presto; ma credo che questa volta il nome della West Indies sia compromesso.

«Merito biasimo?

— Avete agito saggiamente quanto lo permettevano le circostanze: bisogna non aver troppa fretta ed occorre saper graduare l’azione. Quanto alla West Indies saprà ben liberarsi da ogni responsabilità; non temete.

Solok guardò Alys: era pallida come la sua camicetta.

Quegli esseri privi d’ogni senso d’umanità la spaventavano; pensava che Dunois era tenente di vascello della riserva e le pareva di rammentarsi di un periodo di esercitazioni che egli avrebbe dovuto fare a bordo di una nave da guerra precisamente in quel tempo.

«Toccata! – pensò Solok. – Passiamo all’altro...».

Egli sorrideva del suo sorriso satanico e, volgendosi verso un altro di quegli uomini gialli, disse:

— Osaka?

— Anch’io – disse questi – ho dovuto «provare» come il mio collega e nobilissimo amico Usai dopo il quale chiedo scusa di parlare. Sono stato sorpreso, otto giorni addietro, al largo dell’isola di Sein, all’alzarsi della nebbia, mentre stavo rifornendomi. Avevo costretto una nave cisterna americana a cedermi una parte del suo carico. Alla vista di un grosso cacciatorpediniere francese, ho creduto di dover immergermi, ma non senza intenzione perchè sapevo benissimo che l’americano avrebbe chiacchierato. Infatti aveva tanta fretta di farlo che pur avvicinandosi a tutta velocità al caccia francese gli radiotelegrafava i particolari della sua avventura. Per non essere costretto a lottare con un bastimento da guerra dovetti ricorrere al siluro. Fu come se colle mie stesse mani avessi posto l’apparecchio contro il fianco della nave da guerra. Bufft!

E, sorridendo, il giapponese fece un gesto da prestidigitatore ed aggiunse:

— Non ne è rimasto nulla. Il cacciatorpediniere dovette ritornarsene a bocca asciutta. Io mi ero accoccolato sul fondo fermando di colpo i motori ed il francese non poteva sentirmi malgrado i suoi microfoni. Non c’è dubbio però che saremo ricercati e che la nostra guerra comincia. Tutto questo non ha però impacciato la riunione del pesce: le nostre operazioni sono riuscite felicemente. Potete esser tranquillo, mister Solok: tutta la fauna del mare sarà messa a vostra disposizione a poco a poco per esser trasformata in petrolio, col procedimento del vostro chimico, per riempire i nostri serbatoi e preparare la nostra azione definitiva.

In uno slancio d’entusiasmo, i tre uomini si alzarono contemporaneamente e gridarono per tre volte

— Banzai!

Poi Nazava parlò a sua volta.

Non aveva distrutta nessuna nave, ma aveva partecipato all’azione dei suoi colleghi.

Un immenso gregge di bestie marine d’ogni specie era allora riunito ad una ventina di miglia lontano dalla rotta delle navi, ben sorvegliato durante la notte, come da cani da caccia, dai siluri emittenti ideati dalla genialità del defunto capitano Le Hélo e perfezionati da Iroscighe.

Durante quell’interrogatorio e quei racconti, Alys era passata a traverso tutte le sfumature della curiosità più intensa, dello spavento, dell’angoscia e dell’orrore. Solok, che l’aveva osservata senza averne l’aria, si volse a lei:

— Avete udito questi signori, cara amica? Vedete che possiamo dire, senza esagerare, di essere padroni della situazione. Che volete che si faccia contro di noi? Quanti vorranno opporsi all’esecuzione dei nostri piani, verranno soppressi in un attimo. Presto nella Terra la vita sarà possibile soltanto per noi e pei nostri amici.

La fanciulla era schiacciata sotto il peso formidabile di quella rivelazione.

Intanto il miliardario si rivolgeva nuovamente ai giapponesi.

— Sta bene, signori, i vostri rapporti mi hanno assai soddisfatto vi ringrazio pel vostro coraggio.

— Non è forse per noi stessi che lavoriamo, poichè tutto ciò non mira che all’egemonia ed alla grandezza senza precedenti della nostra razza. – rispose Osaka.

— Ritornate dunque alla vostra opera con ogni energia – continuò Solok. – Non soggiacete mai alla sciocca pietà, ma mantenetevi sempre sotto il controllo della ragione e della saggezza: fate tutto quanto è necessario, ma nulla più. Vi saluto con tutto il rispetto che meritate.

Seguì una nuova serie di saluti e di congratulazioni e poi tutti uscirono seguendo Solok.

Risalirono sul ponte e si salutarono un’ultima volta e poi ciascuno dei giapponesi ritornò al suo sommergibile mentre il baronetto ridiscendeva presso Alys. Questa, sempre seduta sul divano, era come sperduta in una fantasticheria di grandioso orrore.

— Dunque – esclamò egli trionfante, – mi respingete ancora? Abbiate dunque la comprensione del vostro interesse, di quello di vostro padre e della felicità di entrambi. Abbandonate una causa già perduta in anticipo: siate mia moglie e, letteralmente, la Terra sarà vostra!

Le aveva preso una mano, ma ella lo respinse con disgusto:

— Ma quale mentalità avete voi? – gli gridò con indignazione. – E come immaginate che possa essere la mia? Non sapete che malgrado la guerra noi bianchi ne abbiamo l’orrore congenito del sangue, e che l’assassinio ci ripugna?

— Alys, queste non sono che parole – ribattè egli. – So benissimo che siete ormai convinta della mia potenza quasi illimitata. Posso darvi tutto ciò che desiderate: sono dunque un compagno tanto sgradevole? Senza ombra di vanità, affermo che non posso crederlo.

Ella contemplava quel viso certamente bello ma dietro il quale era un cervello tanto diverso dal suo! Potevano dunque degli uomini pensare ed agire così e credere che altri potrebbero approvarli?

Con voce bassa ella gli rispose:

— Sappiate, dunque, che siete un mostro! Come potete credere che io ponga la mia mano nella vostra, nei vostri artigli grondanti del sangue dei miei fratelli di razza?

Egli alzò la fronte ed un lampo brillò nei suoi occhi: la lasciò parlare fin che, sfinita, dovette fermarsi e poi le rispose:

— Non sono forse tutti mortali gli uomini? Ed allora, che contano alcune vite umane o tutte quelle vite umane – se lo preferite – di fronte alla realizzazione dell’opera mia, del trionfo della mia razza, del sogno di tutta la mia vita?

«Si tratta certamente di una grande opera la quale rimetterà ordine nel mondo sconvolto dalla supremazia dei Bianchi. Questa verrà da me resa ai Gialli che da tanto tempo sono ingiustamente oppressi. Oggi sono gli inferiori che governano i superiori e questo cesserà perchè Solok non lo vuole ed ha suscitato la resistenza, la rivolta, la punizione meritata.

«Oggi, per dominare il mondo, occorre esser padroni del petrolio. È questo che alimenta la fiamma della vita: chi non la possiede morrà! Ebbene, per la scoperta di vostro padre che ho saputo costringere a metterla in opera, io disporrò di una sorgente quasi inesauribile di questo liquido quasi divino. Ne riempirò serbatoi immensi i quali permetteranno ai piccoli uomini dagli occhi obliqui, a coloro che venivan derisi ed erano chiamati «scimmie», d’imporre la loro volontà alla Terra intera.

«Siate mia moglie, Alys: potrete essere giustamente fiera di vostro marito, l’uomo che ha concepito quest’opera gigantesca e lanciata questa sfida alla razza bianca onnipossente.

La. guardava dall’alto e non mancava in quel momento d’una certa nobiltà.

Già si vedeva quasi signore del mondo presso uno Sciogun che non si troverebbe imbarazzato a dirigere a suo piacere, lui il miserabile piccolo lustrascarpe delle vie di Singapore che dei bianchi brutali avevano un tempo ripagato dei suoi servigi con dei calci e l’avevano chiamato «scimmiotto».

Alys s’era gettata in un angolo del divano chiudendosi le orecchie colle mani, affondando il capo in un cuscino, per non più udirlo, per non più vederlo.