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LA BOTTIGLIA IN MARE

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LA BOTTIGLIA IN MARE

LA BOTTIGLIA IN MARE

XXXI.

Una voce esce dall’oceano.

Durante le settimane successive al siluramento del C. 192 e quello del Pennsylvania , le notizie relative alla scomparsa del pesce non ristarono dal giungere sempre più gravi ed inquietanti. Il disastro si estendeva a poco a poco, i mari si vuotavano della loro fauna l’uno dopo l’altro e, di mano in mano, le popolazioni, che fino ad allora avevano vissuto della pesca, rimanevano senza lavoro e la miseria cominciava a farsi sentire ovunque.

Preoccupati pei disordini ed anche per le rivolte che avvenivano qua e là, i governi erano giunti ad autorizzare l’uso di quasi tutti i sistemi di pesca che prima erano proibiti come distruttori delle specie animali marine. Ma anche ciò era stato vano. Anche quegli infallibili sistemi erano senza effetto e, per quanto perfetti ed ingegnosi fossero i mezzi escogitati, di pesce non se ne vedeva: ormai ciò che si era prima considerato come un caso assolutamente locale si estendeva a tutto il globo terracqueo.

L’Oceano Glaciale Artico non rendeva nulla; merluzzi, foche, morse, balene e capidoglio; pesci, anfibi e cetacei erano letteralmente scomparsi; poi era venuta la volta del mar Baltico, del mar Nero, del Mediterraneo e del mar Rosso che ad uno ad uno si vuotavano dei loro abitatori.

Il Banco di Arguin sulla costa africana, luogo famoso per le pesche abbondanti, era assolutamente deserto e le grosse navi per la pesca delle aragoste, che da quel punto avevano rifornito tutte le grandi città dell’Europa, erano rientrate nei porti dove andavano ricoprendosi di vegetazione marina, ma non delle conchiglie che si appiccicano alla carena in tempo di navigazione.

Anche dalle coste di Terranova giunsero notizie desolanti e poi fu la volta del golfo del Messico e del mar dei Caraibi.

Sul globo si era abbattuta una calamità senza precedenti.

Da molti si affermava che la Terra fosse malata e che la fine del mondo cominciasse dal mare dove la vita aveva avuto origine; era la vita più antica quella che scompariva per la prima e ciò veniva dichiarato naturalissimo ed era accettato come una fatalità ineluttabile.

Si era osservato che in nessun luogo si trovavano tracce di pesce morto in seguito ad una grande epizoozia e che non erano stati trovati banchi di resti come avrebbe dovuto accadere in tal caso: ciò aveva causato una infinità di discussioni e qualcuno affermava che i pesci avessero trovato qualche rifugio ignorato per morirvi in pace lungi dagli occhi dell’uomo nemico.

Se ne andava; ma dove?

Mentre gli scienziati discutevano, quasi felici per aver trovato materia per nuove controversie, il gran pubblico, per conto suo, era veramente spaventato e ne aveva ben ragione.

Cosa strana, ma diffusa in tutti i paesi del mondo, fossero americani od europei, quanti vivevano dell’industria del pesce, pescatori, costruttori di attrezzi, fabbricanti di conserve, intermediari, imprenditori di trasporti non avevano saputo trovare altro capro espiatorio, oltre ai rispettivi governi, che gli esercenti l’industria degli altri rami della alimentazione; la vita diventava difficile pei macellai, pei salumieri, pei frutticultori e per tutti gli altri commercianti di commestibili.

A Douarnenez, a Hull, a Saint-Pierre, in venti o trenta città o villaggi di pescatori, i fornai erano stati saccheggiati ed, ovunque, la folla frenetica prendeva d’assalto le macellerie al grido: «Vogliamo vivere o non morremo noi soli!». Non era una rivoluzione, è vero, ma per la prima volta un’immensa sommossa si stendeva su tutta la superficie della Terra.

Non lontano da Riga – e perchè là piuttosto che altrove? – il moto aveva assunto un carattere di speciale gravità; una numerosissima banda di marinai sovreccitati s’era recata di borgata in borgata molestando gli allevatori di bestiame i quali, come chiunque altro, non potevano esser tenuti responsabili dello spopolamento dei mari, e s’era portata via il bestiame per mandarli in rovina perchè loro, gli aggressori, erano già rovinati.

Degli energumeni invadevano una grossa macelleria in un piccola città, si gettavano sul disgraziato proprietario e perchè egli si difendeva con la rivoltella alla mano lo uccidevano, lo squartavano coi suoi stessi ferri e lo appendevano a quarti agli uncini del negozio.

Le truppe di marina, inviate per mantener l’ordine, si univano agli ammutinati ed accrescevano il disordine generale e contro di esse diventava necessario lanciare le truppe di terra col risultato dell’accendersi di lotte fratricide.

Una rubrica nuova e raccapricciante era stata iniziata dai giornali di tutto il mondo, e portava il titolo: La guerra del pesce! L’organizzazione sociale andava sgretolandosi sempre più ed ovunque: era un nuovo Anno Mille. In ogni luogo la gente si restringeva ed ammucchiava in «riserve», o per meglio dire in nascondigli, conserve d’ogni specie: frutta e legumi secchi. Non si viveva più che in attesa della morte, perchè ormai la cosa non era più dubbia; l’umanità stava per morire per mancanza di nutrimento. Dopo il pesce sarebbe giunta la volta dei vegetali, poi scomparirebbero gli animali erbivori, poi quelli carnivori, tutti per inanizione, e finalmente anche l’uomo sarebbe caduto nel nulla.

Fra poco la Terra sarebbe ridotta come la Luna; un astro morto e triste ruzzolante nello spazio, senza scopo e senz’altra utilità tranne quella di mantenere la gravitazione universale; ma anche questa non sarebbe stata rotta?

Il buddismo faceva progressi fantastici e pei salotti non si parlava più che di Nirvana, non si viveva più che per l’attimo presente e non ci si occupava più che delle necessità immediate; l’economia era scomparsa completamente dalle regole di vita; mentre i poveri cominciavano a morir di fame, il resto del genere umano non pensava più che al piacere, alla soddisfazione rapida di tutti i suoi desiderî e di tutti i suoi appetiti: nel lavoro e nella produzione si notava un rilassamento straordinario malgrado il rincaro di ogni cosa, i grandi ritrovi di divertimento facevan quattrini a palate. Il lusso rasentava la pazzia, i prodighi non avevano più ritegno, gli economi diventavan prodighi e gli avari gettavano il denaro ben convinti ormai di non poter portarlo seco.

E tutto questo spaventoso scompiglio, forse assolutamente irrimediabile, non derivava, che dalla scoperta iniziale di un oscuro capitano di lungo corso e dall’attività egoista e criminosa di un ex-lustrascarpe.

Ma questo, nessuno lo sapeva e quanti sapevano stavan zitti per preparare il contrattacco.

* * *

Intanto il laboratorio di Roscoff era diventato più triste di un cimitero: Dunois vi era ritornato sempre seguito dal fedele Anthime; ma l’uomo-scimmia non pensava più ad arrampicarsi e tutta la sua bella attività era scomparsa coi motivi che la mantenevano in azione e lo si vedeva, scioperato, gironzare nel grande salone fra i bacini e le tinozze vuoti di tutte quelle piccole vite ch’egli era abituato a considerare con tanto interesse nelle loro umili manifestazioni. Si abbandonava sopra una sedia colle braccia penzoloni fino a terra, immagine vivente della desolazione: fra quelle mura egli si trovava col suo capo, ma per pura abitudine, senza motivo alcuno poichè non v’era più la vita marina da studiare.

Soltanto Criquet riusciva ancora a distrarlo da quel torpore. Nelle ore in cui non era alla scuola di Germano Creignou, Anthime gli faceva studiare seriamente l’aritmetica.

Per ammazzare il tempo, Dunois, chiuso nel suo laboratorio, si dedicava a delle ricerche di chimica inorganica pura che non lo interessavano affatto; oppure si dedicava a lavori di matematica assai complicati, ma solamente per distrarsi da un dolore che non lo lasciava mai.

Giorno e notte il pensiero di Alys Laurie non lo abbandonava: egli non pensava che ai mezzi per ritrovarla, per rapirla al suo rapitore; ma quei mezzi non gli riusciva di trovarli e la sua sofferenza aumentava continuamente e lo angosciava anche durante il sonno, nei suoi sogni, o, per meglio dire, nei suoi incubi.

Un mattino in cui, non sapendo che fare poichè non si poteva nemmeno più pescare, Anthime occupava il tempo pulendo le pareti di cristallo delle tinozze dove non v’era più nulla da mettere, quando vide entrare un giovanottone rosso, dagli occhi azzurri e spalancati in un’espressione di stupore continuo ed innocente e dal viso nascosto sotto una vera maschera di lentiggini.

Dal passo oscillante, se anche il berretto dalla visiera verniciata non l’avesse tradito, il preparatore lo riconobbe immediatamente come un marinaio di nave mercantile in abito da festa e, felice per quella distrazione che gli si offriva, si alzò con tutta la premura di un negoziante in tempo di crisi, quando vegga entrare un compratore nel suo negozio.

— Che vi occorre, signore? – domandò colla sua voce più dolce e cortese.

Il marinaio lanciò uno sguardo tutt’attorno e, per convincersi di non essersi ingannato, rispose con una domanda:

— È proprio qui la Stazione Biologica?

— Precisamente, signore. Vi occorre qualche spiegazione? Sono a vostra disposizione.

Turbato da quella cortesia, il giovanottone credette di dover fare una osservazione che mise immediatamente le cose a posto:

— Sono un marinaio, un uomo d’equipaggio, diamine!

— È precisamente per questo che non vi tratto come un cane! – rispose Anthime sorridendo perchè aveva capito.

— Allora, sareste voi alle volte il Direttore? – riprese l’altro che seguiva il suo pensiero con ordine.

— No, e credo che ciò non mi accadrà mai... ma un Direttore l’abbiamo ed è un uomo straordinario, anche; posso dirvelo, io.

— Sarebbe uno chiamato Du... Dunois?

— L’hai detto, Pancetta! – proclamò Anthime la cui bella voce di basso risuonò nel vuoto del laboratorio sino a far tintinnire i boccali.

Ed intanto egli faceva piombare sulla spalla del giovanotto che non era affatto «pancetta» una tal manata da fargli piegar le ginocchia.

Quella carezza mise il marinaio a suo agio.

— Puoi farmelo vedere?

E mostrò una fila di denti gialli e distanti l’un dall’altro dietro i quali rotolava una cicca che pareva la testa di un prigioniero negro il quale guardasse il mondo attraverso le sbarre della sua prigione. Ma non era tanto facile giungere fino a Dunois.

— Gli devi parlare?

— Probabilmente, vecchio mio! Ho una lettera urgente ma che ha impiegato parecchio tempo per giungere.

Anthime trasalì presentendo qualche avvenimento insolito ed interessante.

— Vuoi darmela? Gliela consegno subito.

Il marinaio squadrò Anthime con grande diffidenza e rispose:

— Credi?

Nell’animo suo il preparatore comprendeva quegli scrupoli i quali non fecero che ispirargli una maggior stima per quel giovanottone.

— Hai ragione, amico: vado a vedere se può riceverti. Aspetta un pochino qui guardando i pe... le tinozze, volevo dire.

E l’uomo-scimpanzè si lanciò sulla scala con tanta rapidità da far credere che fosse stato disturbato in un periodo di attività eccezionale. Aperse però la porta dell’ufficio particolare del Direttore con tutte le precauzioni che usava per quel gesto capace di disturbare delle meditazioni preziose.

Dunois era seduto davanti al quadro di vetro smerigliato usato per diffondere la luce e per rischiarare lavori ormai finiti ma che egli rimpiangeva assai. Si volse con un’interrogazione muta sul volto.

— C’è un marinaio che vuol parlarvi, signor Direttore.

— Quel brav’uomo vuol veder me non avendo animali da guardare nell’acquario?

— Buona questa, signor Direttore – disse Anthime col viso illuminato dalla gioia. – Mi piace di sentirvi scherzare come un tempo!... No, quel giovanotto vuol consegnarvi una lettera urgente e che vien da lontano, a quel che sembra, e non vuol consegnarla che a voi, e questo si capisce.

— Bene, venga avanti, allora.

Un, momento dopo il marinaio entrava nell’ufficio col berretto in testa e la mano alla visiera.

— Signor Direttore – disse a bruciapelo – mi chiamo Levêque, Feliciano Levêque, del dipartimento di Honfleur. Devo consegnarvi una lettera, ma non è una lettera ordinaria e bisogna che vi spieghi come mi sia toccato di dovervela portare.

— Sedetevi, amico – disse il biologo indicando una seggiola.

— Grazie signore, ma non sono molto stanco e mi è più facile parlare rimanendo in piedi.

— Fate come volete, allora.

— Proprio come dico io, signor Direttore. Dunque, ecco, ho preso l’ultimo imbarco sulla Maria Dupré , un bel trealberi che va nella Nuova Caledonia pel trasporto del minerale di zinco. Al ritorno, e precisamente al largo delle Isole Salomone, ma in alto mare, abbiamo visto galleggiare una bottiglia. Il capitano, Marécal d’Octeville, che non è un cattivo uomo, sebbene gli piaccia gridare, salvo il vostro rispetto, ha permesso che si mettesse in panna per via della bottiglia. Non è che si sperasse di trovarvi da bere; ma può sempre accadere che si tratti di compagni in pericolo, no? Ed allora l’abbiamo pescata. Non era mal tappata, sapete, è perciò che nè l’acqua nè l’umidità hanno potuto infiltrarvisi, come si dice, e la carta scritta era chiusa in una busta e tutto in buono stato. Come potete vedere tutto era diretto a voi. Non c’era motivo per aprire la busta, sebbene la curiosità non mancasse... Basta! Avevamo l’intenzione di impostare per Roscoff quando siamo arrivati all’Havre; ma il capitano Marécal sapeva che io avevo già un imbarco a Brest quasi subito all’arrivo per via che la Maria Dupré doveva essere disarmata per qualche tempo, e mi ha incaricato di portarvi la lettera. Le spese non sono molte...

Ancora una volta Dunois ammirò la generosità e la cortesia della gente di mare e ringraziò il buon Levéque rimborsandolo delle spese ed aggiungendo un buon compenso che l’altro rifiutò quasi con indignazione dicendosi felice di averlo servito. Credette anzi di doversi scusare:

— Là sopra c’è scritto che si tratta di cosa urgente, ma si è perso il meno tempo possibile.

Tutto quanto fu possibile di ottenere da quel buon uomo fu che acconsentisse a far colazione con Anthime e con Dunois il quale aggiunse al suo invito:

— Troverete il mio preparatore abbasso; è un buon uomo come voi. Si annoia perchè non abbiamo molto lavoro ora; ma vi condurrà a prendere un aperitivo ed a fare una partita alle bocce in attesa del mezzogiorno.

Levêque si decise di colpo a cavarsi il berretto e ad andarsene, ed un momento dopo, con Anthime, si avviava verso la più vicina osteria e scambiava con lui delle pacche amichevoli che dovevano esser manifestazioni della loro reciproca simpatia.

Rimasto solo, il biologo prese la busta con mano tremante perchè aveva riconosciuto la calligrafia di Alys Laurie! Vi era in inglese questa scritta:

«O voi che troverete questa bottiglia, se avete un cuore pietoso, fate giungere la lettera al signor Yves Dunois, direttore del Laboratorio di Fisiologia marittima di Roscoff (Francia, Finistère). Salverete forse così, non soltanto una disgraziata fanciulla americana e suo padre, James H. Laurie, il noto chimico, entrambi prigionieri di pirati, ma, ciò che più importa, la civiltà bianca e la professione di tutti i pescatori del mondo. Grazie, fratello!»

* * *

Alys aveva tentato parecchie volte di avvertire Dunois, di avvertire tutto il mondo, ma aveva a che fare con un avversario assai forte e Solok non aveva mai mancato di frustrare tutti i suoi tentativi. Giocava con lei come il gatto col sorcio.

E com’era straordinaria la sua impudenza!

Certamente credeva che la sua fortuna lo mettesse al sicuro contro ogni pericolo e lo proteggesse contro ogni legge.

I fatti narrati dalla fanciulla lo provavano.

* * *

Un giorno lo Swastika si era ancorato nella rada di Aden, e sul mare azzurro piroghe, canotti, lance ed imbarcazioni d’ogni altra specie portavano gente ad ammirare lo yacht la cui eleganza ed il cui lusso annunciavano una vera cuccagna pei piccoli commercianti del luogo. Con grida e gesti esuberanti, quegli uomini abbronzati, e più o meno vestiti, offrivano le loro merci, banane, cocomeri, frutti e legumi diversi dai colori chiassosi che rendevano le loro barche simili a tavolozze galleggianti, riflettentisi nell’azzurro specchio dell’acqua.

Pareva che Solok non avesse giudicato utile di rinchiudere la sua prigioniera nella sua cabina; lasciava che ella andasse e venisse sul ponte, si affacciasse dal parapetto per contemplare il paesaggio e le imbarcazioni ed anche permetteva che interrogasse gli indigeni per concludere con loro qualche piccolo negozio.

È vero però che egli non la perdeva mai di vista e che stava sempre a tal distanza da poter udire quanto essa potesse dire.

A poco a poco egli le si avvicinò e venne ad appoggiarsi lui pure al parapetto e s’era messo a ridere delle capriole dei piccoli arabi e dei negretti che si tuffavano dall’alto delle barche per afferrare sotto l’acqua trasparente le monetine ch’egli si divertiva a gettar loro.

— Bella prigioniera – le disse – lo sapete che questa sera ricevo a bordo il fior fiore della colonia inglese di Aden... spero mi farete la grazia di assistere alla piccola festa... Oserò anche chiedervi di assumere un poco la parte di padrona di casa in partibus , poichè, malgrado le mie richieste ed il mio grande desiderio, rifiutate di assumerne ufficialmente il titolo.

— Non so che cosa non osereste voi! – rispose ella piegando le labbra ad un’espressione di sdegno.

— Devo ammettere che non sono molto timido – ribattè lui col suo eterno sorriso.

— Ed allora sapete immaginarmi al ballo libera, almeno in parte dalla vostra insopportabile sorveglianza? Lo sapete bene che ho assistito a più di uno spettacolo interessante a bordo di questa vostra maledetta nave! E non temete che io parli?

Egli rise allegramente, questa volta, più allegramente di quanto lo facesse ordinariamente e poi ribattè:

— Ma vi sfido a farlo!

— Sbagliate – rispose ella freddamente. – Sbagliate; non bisogna mai sfidare le donne, mister Solok.

— Vi sfido a parlare! – riprese egli con maggior energia. – E del resto, che mi importerebbe se voi parlaste?... Saprei subito a chi avreste parlato perchè io so sempre tutto quanto mi interessa di sapere.

E posò la sua mano su quella di Alys che ritirò immediatamente la sua con una mossa di disgusto come al contatto di un animale ripugnante; ma egli non si scomponeva per tanto poco.

— Calmate le vostre apprensioni, ve ne supplico – continuò, con ironia. – Non avrò che da dire che siete pazza e voi avreste un bel protestare: fra noi due sarei creduto io. Che ne pensate?

Ella pensava che egli aveva ragione; ma ciò non la ritrasse dal decidere di tentar qualche cosa; ed andò a vestirsi per quella serata e lo fece con tanta cura quanta ne avrebbe impiegata per una festa da tempo desiderata.

La sera era calata e delle barche illuminate, scivolando sulla baia dalle acque fosforoscenti avevano condotto gli invitati di maggior conto, le mogli impennacchiate degli alti funzionari e quante persone notevoli per eleganza e bellezza si trovavano in quel momento ad Aden.

Le imbarcazioni accostavano lo yacht pure sfarzosamente illuminato da lampade policrome mentre faceva da fondale alla scena il panorama della città ove le luci delle piazze, delle vie e dei palazzi punteggiavano le masse scure dei monumenti, delle case e dei minareti che si inalzavano quasi implorando al cielo di velluto scuro trapunto di stelle d’oro. Una piccola orchestra venuta dalla città non aveva tardato a sciorinare un miscuglio di valzer lenti, di fox-trott , di shimmy e di blues sul ponte addobbato di broccati preziosi e di piante verdi e sulle persone che vi passeggiavano ammirando.

Alys era ben decisa a ballare il meno possibile quando vide avvicinarlesi un ufficiale della marina americana elegantissimo nella sua uniforme. Egli si era inchinato con molta grazia e:

— Signorina... – aveva cominciato e poi interrompendosi – ma se non ho le traveggole, è mia cugina Alys Laurie che incontro così al punto d’incrocio delle civiltà.

Ella rialzò il capo e riconobbe a sua volta suo cugino Riccardo May. Le parole dell’ufficiale si eran certamente perse nel frastuono che regnava sul ponte e siccome gli Americani non gesticolano molto, ella era certa che nessun gesto aveva avvertito occhi troppo curiosi. Dietro il riparo del suo ventaglio col quale si rinfrescava ella rivolse al cugino un’occhiata significativa per metterlo in guardia, mentre si alzava preparandosi al ballo.

Ecco finalmente l’occasione per parlare ad un confidente degno della sua fiducia. Entrambi fingevano colla massima naturalezza di non conoscersi: malgrado le sofferenze morali che provava, malgrado la sorveglianza occulta alla quale si sentiva sottoposta, Alys aveva la forza di ridere, di scherzare e di mostrar di divertirsi assai.

Ma rappresentando la sua parte come un’attrice espertissima, trovò il modo di informare il cugino della sua straordinaria avventura... di tutto quanto poteva esser utile che egli sapesse. Ella conosceva Riccardo May come uomo energico e pieno di sangue freddo e questa volta non dubitava che egli l’avrebbe salvata.

Parecchie volte aveva cercato cogli occhi il suo carceriere e sempre lo vide fra gli invitati rispondere a ciascuno e complimentare le donne con quella grazia squisita e quella graziosa disinvoltura che piacevan tanto.

Una volta il suo sguardo aveva incontrato il raggio proiettato da quegli occhi verdi ed ella aveva rabbrividito perchè quel lampo era freddo e penetrante come una lama d’acciaio.

— Immagina?... E se immaginasse?... – si domandava ella fremendo e col cuore in tumulto.

Ma egli non immaginava nulla poichè le rivolgeva un sorriso indulgente come lo si rivolge ad una bimba che si diverta ed il cui divertimento piaccia; ne fu tanto sorpresa che rispose a quel sorriso con un altro con grande sorpresa, almeno apparente, del meticcio.

Intanto ella diceva:

— Siate molto cauto, Riccardo! Non dovete trascurare nessuna precauzione; è un uomo spaventoso per la sua perspicacia, la sua furberia, e la sua ferocia. Per lui la vita di un uomo, sia bianco o giallo o nero, non ha valore alcuno; tutto quanto si oppone al suo cammino, sia un ostacolo vivente od un ostacolo inanimato, egli lo spezza senza esitazione. Dopo il colpo ed ucciso l’uomo, egli non vi pensa neppur più. Vi so coraggioso, ma siate prudente. Pensate, Riccardo, che voi rappresentate la sola mia speranza e che se falliste io sarei perduta irrimediabilmente.

E mentre parlava così, un sorriso le illuminava il viso. Con apparente calma l’ufficiale le rispose:

— Fate conto su di me, cugina. Fin da domani mi occuperò di questo affare straordinario.

Ed ella rise allegramente

— Ah, ah, ah! Straordinario l’aneddoto! Straordinario e grazioso e voi avete molto spirito, commander!

Parecchie volte aveva ballato coll’ufficiale americano, ma senza mai rifiutarsi alle richieste di altri cavalieri coi quali non chiacchierava meno gaiamente.

Mentre si trovava al tavolo dei rinfreschi e mentre tutti ridevano di una sua barzelletta, Solok le era passato vicino. Un sorriso buono, fino allora ignoto su quel viso strano, vi era apparso e con una intonazione di voce assai affettuosa aveva mormorato:

— È stata un’ottima idea la mia, di dare questa festicciola! Non vi ho mai veduta tanto lieta e nemmeno tanto... socievole. Si direbbe, in parola d’onore, che vi divertiate davvero. Credo, veramente, che voi stiate molto meglio e che le mie azioni siano in rialzo... Vi rendete alla ragione, finalmente, mia cara Alys, ed io sono felicissimo di vedervi così.

Per un istante la fanciulla si era chiesto se egli non facesse dell’ironia in quel momento; ma egli pareva assolutamente sincero e soddisfatto.

Pensò, ella, allora, che la sua astuzia fosse sulla buona via per la riuscita, e la sua gioia era per ciò tale che per qualche minuto provò tutto il godimento di quella festa delicata e godette pienamente di quella compagnia brillante.

Le lampade lanciavano torrenti di luce sugli abiti femminili dai colori chiari e sugli uomini tutti vestiti di bianco... lei... lei... tutti eran d’accordo nel giudicarla affascinante.

Nessuno pareva dubitare che ella fosse la fidanzata del miliardario e parecchie donne dovevano dissimulare un moto di gelosia.

Quale speranza le gonfiava il cuore quando, finita la serata, si era congedata dal cugino e l’aveva visto lasciare lo yacht nell’imbarcazione dello stesso governatore di Aden. Per due o tre secondi aveva seguìto il battito regolare dei remi che si allontanavano; ma temendo che la sua speranza le fosse letta negli occhi, per non mettere in guardia il suo avversario, aveva distolto lo sguardo dal mare ed aveva scambiato qualche parola con una vicina mentre era presa da una straordinaria emozione.

Gli ultimi invitati partirono e si udirono a lungo risuonar sulle acque le loro voci che in quella bella notte risuonavano ancora nitide malgrado la lontananza. Allora, sempre simulando la massima tranquillità, era ritornata nella sua cabina per non dover subire i complimenti ed i saluti del suo carceriere.

S’era coricata affranta dalla stanchezza e dopo quello sforzo terribile si era addormentata quasi felice convinta che presto sarebbe stato fatto il primo passo per la sua liberazione.

La mattina seguente, colla sua colazione, il servo le portò un giornale: La Gazzetta di Aden.

Una premura di Solok.

Un segno fatto colla matita azzurra inquadrava un trafiletto che narrava la serata a bordo dello Swastika e nel quale erano esaltate la bellezza e la grazia di miss Laurie. Ma quell’articolo era seguito da una nota.

« Ultima ora . – Quanto sono tristi i giorni successivi alle feste! Veniamo informati all’ultimo momento della morte improvvisa del commander Riccardo May della Marina Americana. Ufficiale di grande ingegno egli ritornava a terra coll’imbarcazione di sua Eccellenza il Governatore, dalla festa offerta alla Colonia Inglese da sir Harry Solok, proprietario dello Swastika , quando si abbatteva al suolo. Tutti gli sforzi per fargli riprendere i sensi riuscirono vani ed egli morì in breve. I medici attribuiscono la morte improvvisa alla rottura di un aneurisma».

Alys contemplava il giornale con uno sgomento doloroso, col cuore in angoscia ed il cervello sconvolto: un biglietto da visita di sir Solok era appuntato al giornale e vi era scritto qualche riga.

«Non posso presentarmi a voi ad ora così mattutina; ma mi affretto a presentarvi le mie condoglianze. Il disgraziato commander non era forse vostro cugino? Quando penso che ancor ieri sera danzavate assieme con tanto piacere e vi scambiavate tanto allegramente i vostri più riposti pensieri! Che cosa ci riserba il destino! E che poca cosa è mai l’uomo!»

Neppur per un secondo Alys si era ingannata sul senso di quelle parole e nemmeno sullo scherno crudele che esse velavano: aveva compreso immediatamente che il segreto del colloquio durante il ballo era stato scoperto malgrado le precauzioni prese e che il comandante May era stato spietatamente assassinato perchè sapeva troppo e perchè era quello il solo modo per renderlo muto... muto come una tomba!

Ella nascose il viso nel cuscino per soffocare i singhiozzi e pianse tutte le sue lagrime mormorando:

— Ma la mia amicizia deve dunque causare la morte di coloro ai quali l’ho concessa?... Sono io che l’ho ucciso!... Sì; l’ho ucciso io!...

Dopo quella tragedia Alys non osava più parlare, neppur passando, a nessun degli uomini dell’equipaggio pel timore di compromettere di fronte a Solok quei disgraziati ai quali avesse rivolto la parola. Era troppo compassionevole per non preferire il sacrificio della propria libertà, della propria felicità e della propria vita stessa, a quello di un innocente il quale non sarebbe stato colpevole che di aver nutrito un poco di simpatia per lei. E si sentiva amata da quella gente che era affascinata dalla sua grazia.

Malgrado la differenza spirituale e sentimentale che divide un Giallo da un Bianco, essi le erano riconoscenti per la sua benevolenza, la sua bontà fattiva e caritatevole e forse non ve n’era uno che, malgrado la sua devozione alla causa della propria razza, non fosse disposto a fare qualche cosa per lei. Tutti comprendevano perfettamente che ella era prigioniera e sotto una costrizione.

Non dimenticavano che ogni qualvolta uno di loro si era ferito era stata Alys che spontaneamente l’aveva medicato, curato, consolato, incoraggiato, caritatevole innanzi a tutto.

L’operatore della T. S. F., meticcio anch’egli come Solok, si era una volta ferito ad una mano con una punta arrugginita ed aveva terribilmente sofferto per un flemmone il quale si era tanto aggravato da far temere la necessità di un’amputazione, ed il dottor Tagachi certamente occupato altrove non era a bordo.

Impietosita dalle sofferenze del poveretto, Alys si era assunta di curarlo e grazie alla sua abilità di infermiera ed a qualche conoscenza di medicina e di chirurgia lo aveva operato senza rifuggire dalle cure penose ed anche ripugnanti che richiedeva la ferita purulenta. Il giovane radiotelegrafista nutriva una vera riconoscenza per la fanciulla ed una notte, verso l’una, mentre passava sul ponte per necessità del suo servizio, vedendo Alys che fantasticava tristemente alla luce delle stelle le si era avvicinato e le aveva detto:

— Siete triste; desiderate corrispondere con qualcuno da cui siete separata a forza; ne sono sicuro. Ditemi una frase che desiderereste ch’io trasmettessi e la trasmetterò. Sarò felice se potrò in parte contraccambiar quanto avete fatto per me! Non mi sarò certamente sdebitato verso di voi ma almeno avrò fatto qualche cosa...

— Sciagurato! – rispose la fanciulla con voce più fioca di un soffio. – Non sapete in qual pericolo incorrete? Nessuno vi veda mai parlare con me e quanto alla vostra offerta che mi fate, sappiate che se la disgrazia volesse che qualcuno si accorgesse della trasmissione, sareste perduto! Ve lo proibisco.

Ma egli insisteva; giurava che conosceva perfettamente il suo mestiere che non sarebbe scoperto e tanto fece e tanto disse che ella gli suggerì un messaggio per Dunois.

Ah, potesse almeno rassicurare colui che doveva essere in preda all’angoscia per lei!...

E si allontanò immediatamente da quell’amico improvvisamente rivelatosi e si ritirò nella sua cabina dove al pensiero delle sofferenze di Dunois e della gioia che avrebbe provato al ricevere quel messaggio, non potè prender sonno durante tutta la notte.

Era appena l’alba quando un fracasso insolito, stridor di bozzelli e di catene giunse fino a lei che, senza ch’ella sapesse bene perchè, sentì stringersele il cuore. Non avrebbe avuto pace fin che non avesse saputo quel che accadeva sul ponte ed il significato di quello scalpiccìo sordo di piedi scalzi. Si vestì dunque rapidamente e salì.

A poppa v’era una piccola folla d’uomini, ed improvvisamente Solok si rizzò innanzi a lei.

— Perbacco! – le disse con voce, tagliente. – Stavo per mandarvi a chiamare! C’è uno spettacolo abbastanza bizzarro!... I miei uomini si divertono alla pesca dei pescicani; dovete assistervi anche voi.

Gli occhi verdi lanciavano una fiamma sinistra. Che significava quello strano invito? Afferratala per una mano egli l’aveva trascinata seco malgrado la resistenza che ella gli opponeva perchè, pur senza saperne perchè, immaginava di dover assistere a qualche orrida scena.

Ma quando fu sul ponte di comando non potè credere ai suoi occhi: quel che vedeva era cento, mille volte più orribile di quanto avesse mai potuto immaginare anche nel più spaventoso ed orribile degli incubi.

I marinai pescavano veramente i pescicani e Solok non aveva mentito, ma l’esca vivente trascinata dalla catena usata per lenza e terminata da un enorme uncino quale amo, era il disgraziato operatore radiotelegrafista. Egli era trascinato così nella scia della nave ed attorno a lui apparivano ora i dorsi azzurrastri degli squali, ora i loro ventri bianchi e si aprivano e si chiudevano le bocche atroci formidabilmente amiate di denti.

Alys lasciò sfuggire un gran grido e cadde svenuta.

Per settimane e settimane non cessò d’aver innanzi agli occhi quello spettacolo spaventoso e da quel giorno non aveva mai mancato al giuramento che si era fatta di non più consentire che alcuno s’interessasse alla sua sorte. Bastavano le vittime che già c’erano state. Ma da quel giorno, anche la vicinanza di Solok, spietato ed assassino, le aveva ispirato un orrore che le era impossibile di dissimulare.

Nulla però valeva a toglierle la sua sete di libertà.

Finalmente una sera aveva potuto impadronirsi di quella bottiglia e d’un tappo adatto e vi aveva introdotto, il messaggio, e l’aveva ben chiusa con ogni cura e finalmente era riuscita a portarla sul ponte senza farsi scorgere ed a lasciarla scivolar nell’acqua in una notte buia quando il mare agitato collo schiaffeggiare delle onde contro lo scafo ne coperse il leggero tonfo.

* * *

E la lunga lettera scritta con una calligrafia minutissima terminava con una descrizione tanto minuziosa quanto era possibile di tutte le strane manovre alle quali aveva assistito più volte sullo Swastika.

Per ordine di Solok tre sottomarini operavano metodicamente nei mari ricchi di pesce trascinandone altrove tutta la fauna; le tre navi subacquee, disposte come i siluri che un tempo usava Le Hélo, emettevano continuamente serie di onde elettriche le quali stringevano tutto il pesce esistente in aree estremamente vaste, come entro una rete invisibile.

Quelle serie di onde erano assolutamente insuperabili anche ai pesci ed ai cetacei di maggior mole e la pesca avveniva come se i tre sommergibili avessero trascinato dietro a loro una rete immensa colma di milioni di pesci.

Che ne voleva fare precisamente Solok di tutti quegli animali? Alys non sapeva immaginarlo ma poichè il fatto era, ella non dubitava che avesse per risultato di vuotare completamente tutti i mari in un tempo più o meno breve.

E la figlia di James M. Laurie terminava la sua lettera dolorosa, che contemporaneamente era narrazione drammatica e grido d’aiuto dal fondo di un abisso, assicurando Dunois di tutta la sua fiducia in lui ma supplicandolo di agire senza ritardo alcuno per salvarla con suo padre. Temeva di non saper sopportare più a lungo simile prova e di lasciarsi trascinare a compiere qualche funesta risoluzione…

XXXII.

Minaccia dal cielo sul mare.

Rapidamente informato da Dunois del messaggio di Alys, il Governo francese si affrettò a darne comunicazione a tutte le Nazioni di civiltà bianca: non era il momento di discussioni, di egoismi nazionali o di sottigliezze diplomatiche. Venne subito concluso un accordo segreto pel quale le Potenze mettevano in comune i loro mezzi per procedere alla caccia ed alla cattura di quegli schiumatori del mare di nuovo genere.

Fu.allora che la Francia offerse l’uso del suo idrovolante gigantesco, a cinque motori di cinquecento cavalli ciascuno, del quale aveva appena terminata la costruzione e che era destinato a raggiungere il Polo Sud. L’offerta venne accettata immediatamente.

Il magnifico e formidabile apparecchio anfibio, mosso da turbomotori di grande rendimento e di poco consumo poteva rimanere in volo per tre ed anche quattro giorni consecutivi mantenendo una velocità minima di duecento chilometri orari, e disponeva perciò di un campo d’azione di almeno ventimila chilometri, cioè la metà della circonferenza terrestre.

Venne deciso che l’equipaggio sarebbe composto da Lemoine, il tenente di vascello pilota e da Dunois aiutati, in seguito a loro proposta, da Anthime e da un meccanico di loro scelta.

Provato e riprovato e messo perfettamente a punto, l’apparecchio giustificava la fiducia che essi riponevano in lui.

Era stato stabilito fra le Nazioni che sarebbe stato ordinato a tutte le loro navi ed a tutti i posti semaforici di dare al velivolo ove fosse passato tutte le notizie che avrebbero potuto essergli utili.

* * *

Un mattino, all’alba, i quattro uomini si trovarono sotto le ali dell’immenso uccello, simili a quattro anatroccoli presso uno struzzo, ed avevano già vestito gli appositi abiti pel volo.

Il meccanico Meulier avvicinò una scaletta alla parte della fusoliera che poteva rappresentare il petto dell’insetto e tutti salirono e la porta si chiuse dietro di loro e si trovarono nel quadrato della nave aerea.

Era stato stabilito che Lemoine e Dunois si alternerebbero ai posti di pilota e di osservatore mentre Anthime, incaricato dell’apparecchio radiotelegrafico avrebbe potuto sostituire il meccanico Meulier in caso di bisogno per riparazioni, ripuliture ed altro.

Le eliche furono messe in moto fra lo strepito dei motori, e l’apparecchio si lanciò sulla pista di partenza, rullò per un tratto sobbalzando alquanto, ma presto la dolcezza del suo movimento avvertì gli aviatori che si era staccato dal suolo.

La mattina era bella e soleggiata e di mano in mano che l’idrovolante saliva, l’orizzonte diventava più vasto permettendo alla vista di spaziare sempre maggiormente. Dapprima era stata limitata al mare di case della città immensa, poi apparvero le campagne dei sobborghi, praterie e boschi verdi disseminati di ville bianche.

La rotta puntava verso il sud-est in direzione del golfo Persico donde giungevano delle comunicazioni per radio secondo le quali uno dei famosi sottomarini pareva fosse stato visto in quei paraggi. Lemoine che si trovava alle leve si rallegrava per la facilità di governo dell’apparecchio il quale volava sicuro accompagnato dal russar regolare dei motori.

Anthime cominciò subito a metter ordine dappertutto; egli voleva che ogni cosa avesse un posto ed ogni cosa al suo posto si trovasse, ciò che è necessario sopra un aeroplano se non più che sopra una nave.

Aperse dunque un piccolo ripostiglio destinato agli attrezzi, agli utensili, alle vesti, alle coperte ed anche ad alcuni accessori, quando lo si udì brontolare:

— Ma che razza di disordine c’è dentro qui? Una vera baraonda! Ah, che gente, che gente!

E cominciò subito a raccoglier le coperte spiegate e gettate a mucchio ripiegandole accuratamente e disponendole l’una sopra l’altra, quando malgrado il fracasso dei motori, gli giunse all’orecchio un suono strano. Ascoltò, il rumore cessò; ed alzando le spalle egli riprese a metter ordine là dentro: ma quel suono strano riprese.

— Ma, corpo di Bacco, qui dentro c’è qualcuno che russa!... non mi sbaglio, noi quattro siamo tutti ben svegli!...

E collo sguardo frugava in ogni angolo dello sgabuzzino; alla fine gridò:

— Ah, ma questa è grossa! Ecco che si disseminano delle scarpe in un idrovolante come questo! È grossa proprio!

E nella sua indignazione egli si lanciò su quella scarpa che sarebbe stato capacissimo di lanciare dal finestrino se dentro non ci fosse stato un piede. Quel piede, naturalmente era in fondo ad una gamba la quale era unita ad un tronco munito delle solite due braccia, e sopra le spalle di quel torso c’era una testa che apriva due occhi ancor gonfi di sonno.

E quella testa non era che quella dell’alto e potente signor Criquet.

— Che cosa fai qui, canaglietta? – tuonò l’uomo-scimmia colla voce più terribile. – È incredibile!... Ti ho salutato ieri nel collegio Purgevain al Grande Montrouge e questa mattina ti ritrovo che russi dentro qui come un piccolo vagabondo...

Criquet se ne stava dinanzi a lui a testa bassa e con aspetto molto confuso.

— Ritornerai immediatamente a Montrouge a studiare!... – gridava Anthime fuori di sè e rosso come un pomodoro. Ma Criquet sentì che il pavimento si muoveva sotto i suoi piedi; alzò gli occhi al finestrino, vide le nubi che correvan via, sentì il rumor dei motori in moto e si mise a ridere:

— Ah, ah! È troppo tardi, zio! Non mi ricondurrai a Montrouge ed io verrò dove andrai tu: non voglio lasciarti, io: non bisognava che tu mi prendessi con te se poi dovevi abbandonarmi!

— Ma e la tua istruzione, canaglia?!... Come posso istruirti in queste condizioni?... Lo capisci che sono molto in collera con te?

Anche Dunois fu molto stupefatto apprendendo che Criquet era fuggito nella notte dal collegio di Montrouge per recarsi all’aeroporto, sgattaiolare nell’idrovolante e nascondervisi sotto delle coperte, in attesa della partenza, dove, stanco morto, si era addormentato profondamente.

Il fanciullo si ebbe una magnifica ramanzina come era giusto perchè si temevano per lui i pericoli evidentissimi ai quali la sua scappata lo avrebbero esposto.

I predicozzi e le sgridate non sarebbero terminati tanto presto se la T.S.F., che registrava automaticamente i radiogrammi trasmessi con onda in accordo, non avesse fatto sentire il suo ticchiettìo che annunciava una comunicazione e quel radiogramma procurò una sosta al ragazzo troppo affettuoso ma ancora mal disciplinato.

Il radiogramma lanciato dalla stazione del capo Saint-Jacques nell’Indocina annunciava, e questa volta in modo chiaramente affermativo, la presenza dei misteriosi sottomarini nella baia di Along. L’apparecchio accelerò immediatamente la sua marcia ed i viaggiatori furono presi quasi da una febbre d’azione alla sola idea di essere finalmente sulla traccia buona.

La macchina funzionava perfettamente e Lemoine e Dunois si avvicendavano ai comandi come era stato stabilito: Meulier, calmo ed attento, badava ai motori.

* * *

Erano trascorsi due giorni; l’India era stata sorvolata in tutta la sua larghezza ma una burrasca abbastanza forte aveva fatto perder tempo all’idrovolante costringendolo a mutar rotta e fu soltanto alla fine della seconda notte, quando, sperduto in un cielo nuvoloso, il biplano concludeva a bassa quota la traversata del golfo del Bengala, che, improvvisamente, al disopra della costa del Siam si trovò preso in un largo fascio di luce che non lo abbandonò più.

Anthime era al posto di osservazione e gridò:

— Siamo presi nel fascio di luce di un proiettore.

— Ed anche di un proiettore di grande potenza! – aggiunse Dunois.

— Ma non soltanto di uno – continuò il preparatore... – eccone un altro che si unisce al primo... ed un altro ancora!

Lo spettacolo era straordinario: le tenebre erano striate da quelle lunghe code luminose che, rigide e bluastre, si incrociavano movendosi continuamente e seguendo l’apparecchio nelle sue evoluzioni sicchè questo, in breve, non navigò più che immerso in una luce abbagliante che lo accompagnava senza tregua.

Donde scaturivano quelle luci? Non era possibile rendersene conto con esattezza ed in breve i viaggiatori non ebbero nemmeno il tempo di far ricerche perchè con uno schianto secco apparve una nuvoletta biancastra a breve distanza dalla nave aerea, seguita subito da una detonazione che venne riconosciuta subito per lo sparo di un cannone.

E gli scoppi si succedettero mentre le nuvolette andavano moltiplicandosi da ogni parte ed un grande fracasso saliva dal basso riuscendo a superare lo strepito dei motori.

— Siamo stati inquadrati – disse Dunois. – Certamente è gente che sa che cosa pensare di noi e che non è disposta a farci grazia.

— È un vero tiro di sbarramento! – dichiarò Anthime scrollando il capo – Eccoci in un bell’impiccio con questo ragazzo fra i piedi. E se ti pigli qualche nespola, maledetto monellaccio!

— Bah! – replicò Criquet che non era per nulla impressionato. – Sei tu l’unica persona che abbia al mondo e pur che sia ucciso anch’io se tu morissi, io non ho altro da chiedere!

Lemoine faceva ogni sforzo per sfuggire a quei fasci di luce: faceva virate audaci, si lasciava cadere, si precipitava verso il basso... ma tutto era inutile: quei fasci di luce non lo abbandonavano mai; sembrava che fossero appiccicati per la loro estremità all’idrovolante. E l’intensità del cannoneggiamento aumentava.

Dunois s’accorse improvvisamente che l’estremità dell’ala sinistra inferiore si era incendiata.

Dunque l’apparecchio non era soltanto inseguito a colpi di shrapnell ma veniva anche preso di mira con proiettili incendiari! Certamente uno di questi aveva colto nel segno ed ora c’era fuoco a bordo! Il pericolo era immenso.

Sarebbero stati vinti prima ancora di aver iniziato la lotta definitiva?

— C’è una sola cosa da fare – disse Anthime. – Prenderò un estintore e salirò sull’ala spingendomi sino al focolare dell’incendio. Potrò spegnerlo senza fatica!

E sempre rapido, nell’eseguire, l’uomo-scimpanzè si volse per prendere l’estintore chimico che era messo a portata di mano appunto per casi come quello; ma egli rimase colla mano annaspante nell’aria, sorpreso, perchè l’apparecchio non c’era più. Qualcuno l’aveva già preso...

E fu col cuore stretto che, alla luce dei proiettori, egli vide una piccola forma sottile, qualcosa che avrebbe potuto essere paragonato ad un verme, la quale strisciava sull’ala in fiamma. Era Criquet il quale, senza far parole, aveva agito mentre scoppiavano gli shrapnells.

Disperato, tremante per l’emozione, Anthime voleva andarlo a prendere; ma Dunois lo trattenne:

— Lasciatelo fare; ci salva. Vedo che non è imprudente e che se la cava abbastanza bene.

Metodicamente, mentre Lemoine si rassegnava a non turbare l’equilibrio dell’apparecchio, Criquet raggiunse il punto incendiato; puntò l’estintore, svitò l’otturatore, premette lo stantuffo e diresse abilmente sulle fiamme il getto salvatore senza preoccuparsi affatto degli abissi vertiginosi che si aprivano ai suoi fianchi.

In un attimo l’incendio fu domato, il disastro scongiurato ed il fanciullo ritornò presso i suoi amici strisciando sulla tela dell’ala coll’agilità di un’anguilla. Non era nemmeno pallido!

— Ecco uno che manca di pratica ma che non manca di audacia! – dichiarò Anthime accarezzando la testa scapigliata del piccino.

Intanto, per la sua velocità l’idrovolante si era messo fuori tiro ma ciò non era avvenuto senza guai: il povero Meulier aveva avuto la gola trapassata da una pallottola di shrapnell mentre stava sorvegliando i motori e per poco non aveva avuto tagliata la carotide. Venne medicato alla meglio e l’alba apparve sopra un meraviglioso panorama di quelle regioni estremo-orientali tutto cosparso di colori delicati.

Dunois precisò a un dipresso la posizione geografica: sorvolavano in quel momento il Siam e non dovevano essere lontani dalla frontiera del Camboge poichè l’idrovolante durante le sue evoluzioni per sfuggire al cannoneggiamento aveva deviato assai verso il sud.

I due piloti si trovarono d’accordo nel decidere che la direzione esatta della rotta sarebbe stata ripresa soltanto quando si fossero trovati nuovamente nel cielo di possedimenti francesi dove sarebbero stati più al sicuro contro sorprese come quella che già avevano subìto.

L’apparecchio venne spinto a maggior quota e Lemoine si manteneva sopra i cinquemila metri.

Ma gli animi si erano rattristati; la bella fiducia dell’inizio scompariva; i viaggiatori tacevano tutti e cinque pel timore di trasmettere ai compagni le proprie apprensioni.

Alle sei Lemoine lanciò una sorda esclamazione, e Dunois, che colle orecchie tese ascoltava il ronzar dei motori, non ebbe nemmeno bisogno di chiedergli quel che accadesse: lo sapeva perfettamente purtroppo! La velocità diminuiva sensibilmente.

Coraggioso, malgrado la ferita che lo faceva soffrire assai, Meulier si ostinava nel suo lavoro e non ebbe bisogno di grandi investigazioni per comprendere che in breve si sarebbero fermati per mancanza di carburante!

L’apparecchio era partito con una dotazione sufficiente per almeno cinque giorni di volo continuo. Ma uno dei serbatoi maggiori era stato forato da una pallottola di shrapnell e si era vuotato completamente durante la corsa. Fortunatamente erano in vista il delta del Mekong e l’oceano Indiano. Fili d’argento serpeggiavano attraverso il verde delle risaie e poi veniva, scintillante a perdita di vista, l’immenso specchio dal mare...

Con quale arte il pilota calcolò l’angolo di volo librato tenendo conto del vento e della resistenza dell’aria!

Il terreno si avvicinava con una velocità vertiginosa e si distinguevano già le capanne di bambù e nello scacchiere verde chiaro e verde scuro delle risaie si vedevano gli abitanti, insetti minuscoli ed industriosi intenti al lavoro, chini sulla loro terra umida emanante un afrore tenace di decomposizione. Una nebbiolina tepida saliva verso gli aviatori; e qua e là apparivano dei boschetti.

— Non riuscirò certamente a raggiungere il mare – disse Lemoine – ma mi poserò senza dubbio e con ogni agio su quel braccio di fiume.

Giallo fra le rive bordate di paletuvieri dalle multiple radici immergentisi nelle acque e simili a serpenti all’abbeverata, il fiume scorreva a duecento metri di distanza dall’apparecchio.

Nell’aria umida si distinguevano nitidamente delle palizzate di bambù, dei canotti, delle piccole imbarcazioni dalle vele di stuoia nelle quali i rematori arrancavano rapidamente e dei rimorchiatori dalle gambe nude e dalle teste ricoperte di cappelli conici o di turbanti di stoffa.

L’idrovolante scavalcò un altro boschetto di alberi picchiettati di fiori rossi, poi il suo scafo curvò fischiando dei pennacchi di alberi di noce di areca, ed improvvisamente scivolò sulle acque provocandovi un ribollimento che agli aviatori, ormai fuor di pericolo, parve allegro.

Tutt’attorno si vedevano accorrere gli abitanti di un vicino villaggetto di pescatori, i quali si sbracciavano in segni incomprensibili.

In un attimo l’idrovolante fu circondato da un formicolìo variopinto mentre più di cento voci gutturali gridavano parole incomprensibili. Dunois, esperto in etnologia, riconosceva in quella gente il tipo khmer quando una di quelle facce attrasse la sua attenzione per i lineamenti assai diversi da quelli di tutti gli altri presenti.

— Guarda – disse a Criquet il quale guardava avidamente ed assai interessato tutta quella gente – quello là è un annamita sperso qui, non so come, fra tutti questi Cambogiani. Ed è tanto annamita, colui, da rassomigliare, come una goccia d’acqua può rassomigliare ad un’altra, al mio amico Ho-Du il quale fu mio compagno di studî al centro d’aviazione di Saint-Raphaël. Era un bravo ragazzo quell’annamita, e durante la guerra si è comportato con grande coraggio, e da soldato meraviglioso.

La barca nella quale si trovava quell’uomo il quale vogava con aria che pareva assente, venne quasi a sfiorare l’idrovolante. Stufo d’udire quel gracchiare per lui incomprensibile, e sempre burlone, il ragazzo gli gridò per divertirsi:

— Ah, sei qui anche tu, eh, Ho-Du? Come stanno a casa tua, vecchio mio?

Una specie di sconvolgimento avvenne di colpo in quel misero pescatore; il suo viso si illuminò e parve che una luce piovuta dal cielo avesse improvvisamente rischiarato il cervello; all’espressione assente di prima successe di colpo un aspetto intelligente e vivace.

Parve risvegliarsi; i suoi occhi si fissarono su colui che gli aveva rivolto la parola ed allegro gridò battendosi il petto:

— Ho-Du! Sicuro; sono Ho-Du, io! Mi ricordo perfettamente di essere Ho-Du... Ho-Du.

Ed evidentemente era felice in quel momento.

Finalmente sotto le spoglie del misero pescatore, l’ufficiale francese ritrovava sè stesso, libero dall’amnesia che l’aveva paralizzato per parecchi mesi.

Poi vide Dunois e gridò con tutta la sua voce:

— Ehi, tu... Dunois!... Ricordati; sono Ho-Du, io... Ho-Du!

— Ma sì – gli rispose il biologo che non comprendeva nulla di quella scena strana. – Sì, sono Dunois, amico; ma tu, che fai qui fra questa brava gente?

Con un’agilità sorprendente l’annamita si arrampicò su per lo scafo dell’idrovolante e raggiunse l’amico.

Poco dopo, affrettatamente, quasi senza darsi il tempo di respirare, egli cominciò la narrazione dei suoi ricordi che gli si affollavano alla mente e nel cuore e che da tanto tempo attendevano di essere esposti.

I francesi conobbero così da lui i progetti terribili e formidabili dello Sciogun, il suo intendimento di rialzare la razza gialla per rimetterla alla testa dell’umanità... ed essi gli narrarono la storia della scomparsa del pesce e quella dei sommergibili misteriosi.

Ed intanto la stazione radiotelegrafica cominciò a trasmettere attivamente. L’Europa sarebbe informata e finalmente potrebbe agire.

A poco a poco l’ansietà degli aviatori si accresceva pensando che i potenti nemici della razza bianca potrebbero ingarbugliare la trasmissione. Ma finalmente Dunois esclamò:

— Benissimo; si risponde!

Rispondeva la stazione del capo Saint-Jacques che usava la stessa lunghezza d’onda usata dall’apparato dell’idrovolante.

«Fare l’impossibile – diceva – per sorprendere i sottomarini e conoscerne il ricovero non appena terminate le riparazioni. Pel rifornimento, parte subito una cannoniera con la benzina e l’olio necessarî».

* * *

Trascorsero però alcuni giorni prima che i rifornimenti giungessero perchè la cannoniera subì un’avaria durante il viaggio e fu perciò soltanto dopo una settimana che l’idrovolante potè riprendere il volo portando seco il tenente Ho-Du.

Successivamente i posti radiotelegrafici dell’isola Guam e dell’isola Yap comunicarono informazioni secondo le quali si poteva credere che due dei sommergibili si trovassero in pieno Oceano Pacifico e valeva dunque la pena di sincerarsene.

Ma pareva che la sfortuna si accanisse sull’idrovolante. Mentre si stava per raggiungere Numea, i cinque motori ebbero degli arresti e finirono col fermarsi tutti malgrado gli sforzi di Ho-Du per aumentare la pressione nei grandi serbatoi, mediante le pompe a mano.

La cosa appariva misteriosa ma non era quello il momento di perdersi in congetture od in ricerche perchè il mare era grosso ed il problema più urgente era quello di ammarare senza capottare e senza danni gravi.

Lemoine riuscì, usando tutta la sua abilità, a posarsi nell’avvallamento di due onde con una precisione quasi miracolosa. La terra doveva trovarsi a due o trecento miglia di distanza.

L’apparecchio si comportava perfettamente e si teneva dritto al vento grazie all’àncora galleggiante che era stata messa in mare, ed allora Ho-Du decise di ricercare la causa dell’arresto dei motori.

Uno dei serbatoi conteneva ancora – a giudicare dal livello esterno – una certa quantità di carburante sufficiente per qualche ora, ma l’esame rivelò subito che qualche malevolo aveva mescolato alla benzina una forte quantità d’acqua... Non c’era nulla da fare... l’idrovolante era in balìa degli elementi. Sarebbe riuscito a vincere quella lotta? Il mare si agitava sempre più ed il vento aumentava di forza di minuto in minuto.

Allo scopo di alleggerire l’apparecchio, vennero prima gettate le bombe, poi fu la volta del radiatore cellulare, e finalmente venne strappata la tela dei piani inferiori delle due ali.

Verso sera l’àncora galleggiante venne strappata da un’ondata ed allora Lemoine legò un cuscino all’estremità di una delle corde di rimorchio, quella del galleggiante, e lo gettò in acqua. Il risultato fu ottimo... l’apparecchio teneva testa all’onda: aiutandosi alternativamente col timone di direzione e coll’azione incrociata degli alettoni, il biologo e Lemoine aiutavano l’azione di quell’àncora di fortuna...

Finalmente spuntò l’alba nuvolosa, annunciatrice di burrasca. L’alettone sinistro, colpito da un’ondata violenta, fu strappato addirittura; anche le estremità delle ali inferiori erano fortemente esposte ai colpi di mare. Verso mezzogiorno un’ondata più violenta guastò lo stabilizzatore ed un’altra ruppe la parte inferiore dell’asse di comando. Intanto l’apparecchio andava alla deriva verso il sud-ovest, e dei viveri di cui era stato fornito non rimanevano che una scatola di carne conservata di venti once, due tavolette di cioccolata ed una bottiglietta di rum della capacità di un quarto di litro.

Lemoine e Dunois speravano che la corrente li trasportasse verso le coste della Nuova Caledonia e si ostinavano a mantenersi a galla col loro apparecchio ed a vivere per poter continuare la loro missione.

La notte fu alquanto calma e Criquet, risvegliatosi di soprassalto dal torpore nel quale era caduto, gridò che vedeva un faro e delle luci; ma non erano che stelle!

Il giorno seguente fu più terribile dei precedenti; non v’era una goccia d’acqua o di rum per inumidirsi almeno le labbra.

La mattina del quarto giorno Anthime riuscì, ingegnosamente, a distillare dell’acqua marina: la scatola del conta-giri gli servì come pentola ed un tubo di rame tolto alla tubazione di guida della benzina servì come serpentina; provvide al raffreddamento servendosi della scatola dei viveri. La distillazione così ottenuta non dava che un bicchiere da marsala; ma permise di calmare alquanto la sete.

Il quinto giorno un venticello leggero spinse alquanto l’idrovolante verso il nord-est e Lemoine fece disporre le tele tolte alla parte inferiore delle ali così che funzionassero come vele.

Vennero così percorse circa venti miglia...

E quella sera venne scorta la terra...