LA LOTTA SUPREMA
LA LOTTA SUPREMA
LA LOTTA SUPREMA
XXXIII.
Il Mare vivente.
Lanciate nella vertigine dei loro giri dal possente rombo dei motori, le eliche disegnarono davanti all’idrovolante cinque scudi di madreperla traslucida e l’apparecchio finalmente riparato, scivolando sull’acqua tranquilla, si mosse veloce lasciando dietro a sè una doppia scìa di schiuma che fuggiva allargandosi.
Poi si staccò, dalla superficie liquida e si alzò leggero, simile ad un immenso uccello che mantenga stese ancora le zampe prima di raccoglierle sotto il ventre per il volo.
Salì obliquamente con uno slancio potente e continuo, descrisse sul mare un grande semicerchio e ripassò sopra Numea dirigendosi verso il sole levante che ancora era quasi a contatto coll’orizzonte.
Il tempo era bello, l’aria ancor fresca della notte ed il sole scintillante.
L’apparecchio avanzava ronzando allegramente, potente come un albatro e rapido come una fregata ed i suoi motori funzionavano senza nesuna irregolarità.
Di mano in mano che esso si innalzava, i contorni dell’isola apparivano più nitidi ai volatori: essa si stendeva verso nord-ovest stesa sul Mare di Corallo, chiusa in una cintura di scogli mentre apparivano azzurre, al di sopra delle colline, le Isole della Lealtà.
I campi di canne e di tabacco, le campagne disseminate di capanne di legno, la brughiera e la foresta, tutto diventava sempre meno distinto quando Lemoine, che pilotava l’apparecchio, puntò versa le Isole Samoa.
Nella notte era stato ricevuto a Numea un radiogramma che annunciava la presenza dei sottomarini pirati a circa duecento miglia al largo di quelle isole meravigliose, verso nord-nord-est.
— Pur che questa volta ci riesca di scoprirli! – brontolò Dunois fra i denti stretti.
— E la si finisca una buona volta con questa accolta di banditi – ghignò Anthime. – A quel maledetto Solok mi piacerebbe di rivoltare la pelle come ad un coniglio solo che si sia attentato a toccare un capello a quella povera miss Alys! Ma non perderà nulla con l’aspettare... può esserne certo!
Erano ancora tutti e cinque a bordo: Dunois, Lemoine, Anthime, Ho-Du ed anche Criquet che si era guadagnato moralmente gli sproni di valoroso cavaliere dell’aria, salvando l’apparecchio dal pericolo d’incendio.
— Alla fin dei conti – aveva dichiarato Anthime – perderà forse del tempo riguardo all’istruzione, ma potrà formarsi il carattere.
Il ragazzo spalancava gli occhi davanti allo spettacolo meraviglioso del mare che si stendeva fino all’orizzonte sotto l’idrovolante, e mormorava fra sè:
— Chi mai l’avrebbe detto, a Montrouge, che io sarei venuto a passeggiare pel cielo come fanno le rondini che emigrano?
Ho-Du, indifferente e flemmatico, senza alcuna curiosità, stava seduto nell’angolo della carlinga che gli era stato assegnato, si lasciava trasportare per il cielo con lo sguardo fisso sopra un pezzetto d’avorio che aveva tolto di tasca e che andava scolpendo con un temperino e con un’abilità prodigiosa. Egli pensava certamente al suo destino di uomo di razza gialla che aveva legato il proprio destino a quello dei Bianchi il cui genio aveva saputa creare quella macchina che percorreva un chilometro in diciotto secondi! Di tratto in tratto canterellava con la sua voce aspra e gutturale una vecchia canzone del suo paese, un’aria che per orecchie occidentali era assolutamente informe ma che dilettava certamente i suoi sensi raffinati.
Nello spazio ristretto offerto dall’interno della carlinga era appena possibile di muoversi, perchè la maggior parte era occupata dai serbatoi di benzina e di olio di cui l’apparecchio portava seco una quantità considerevole.
Il sedile del pilota con le leve di comando era innanzi, e dietro ad esso stava l’osservatore con gli apparecchi della T. S. F. a portata di mano; poi seguiva una minuscola stanzetta dove stavano Ho-Du, Anthime e Criquet.
La conversazione era possibile perchè i motori non producevano che un enorme ronzìo, senza detonazioni assordanti.
* * *
Circa sei ore dopo la partenza, Dunois udì il ticchettio del ricevitore radiotelegrafico.
Ricevuta la comunicazione gridò:
— Punta a nord, Lemoine. Credo che ci troviamo vicini alla selvaggina.
L’idrovolante si trovava allora sulla maggiore delle Isole Figi, Vanua Levu, vero boschetto di palme, di alti alberi di cocco che facevano oscillare le grandi foglie palmate, di banani e la cui spiaggia è corsa da file di paletuvieri.
Tutt’attorno alle due isole regine dell’arcipelago, Viti Levu e Suva Viti, sono disseminati circa duecento isolotti qualche volta assai distanti gli uni dagli altri.
Il mare scintillava di nuovo assolutamente senza terre, quando Criquet, la cui vista era tanto acuta da equivalere un telescopio, gridò improvvisamente
— Guardate laggiù! Guardate che colore ha il mare!...
Infatti ad una certa distanza verso babordo una macchia enorme chiazzava il mare che vi pareva opaco; essa avanzava dall’estremo orizzonte in direzione di sud, con un movimento continuo, fluttuante, senza mai cessare d’estendersi...
— Ci siamo! – dichiarò Dunois la cui voce tremava per l’emozione; rammentava i banchi interi di pesce d’ogni qualità che suo zio raccoglieva a Roscoff e pregò Lemoine di avvicinarsi maggiormente alla superficie dell’oceano per poter esaminare attentamente quell’esodo straordinario.
Come era accaduto per l’addietro in Bretagna, anche quell’acqua ribolliva fin dove l’occhio giungeva in un brulichìo di milioni d’animali marini d’ogni specie.
Pesci, cetacei, anfibi, pinnipedi, chelonidi, molluschi... tutti gli animali marini capaci di spostarsi spontaneamente, erano riuniti in quel punto dell’oceano, mandra fitta fremente, ondeggiante ed anche buffa, che scorreva con un’avanzata ostinata ed abbastanza rapida verso il Sud.
E quella mandra di Nettuno si ingrossava continuamente di nuove reclute... ancora... sempre!... E tutti quegli esseri scintillavano al sole, luccicavano come un immenso velo di broccato mollemente drappeggiato.
Qua e là scaturivano vividi lampi argentini per spegnersi immediatamente e confondersi nel luccicore di tutta la massa brulicante.
Balene d’ogni specie, orche, capidogli, pesci spada, pesci sega, e foche e morse ed otarie: degli squali attraversavano la massa dei pesci più piccoli e lottavano contro quella promiscuità a gran colpi di pinne e di coda, cercando di liberarsi da quella strettura insopportabile nella quale si trovavano anche meduse, argonauti e nautili.
Se ne vedevano continuamente di quelli che cercavano di prendere il largo, ma allora pareva che battessero il muso contro un muro invisibile ed erano costretti a ritornare nelle file ed a navigare verso il loro inevitabile destino.
I mostri dalle forme strane e spaventose, abitanti delle profondità abissali, salivano loro malgrado alla superficie e, conformati per sopportare le incredibili pressioni delle grandi profondità, scoppiavano come vesciche troppo gonfie non appena giungevano alla luce...
I cetacei voraci, gli squali e tutti gli altri carnivori avevano cominciato col fare delle scorpacciate pantagrueliche in mezzo a quell’orda; nuotavano con le bocche spalancate per rimpinzarsi di carni palpitanti... ma ormai sazi e stanchi di inghiottire vivevano al fianco delle loro prede consuete che prima avrebbero ferocemente inseguite.
Quel mare brulicante di vite a fior d’acqua, quella marea di pesci, quella emigrazione apocalittica era uno spettacolo mai visto ed anche, sotto un certo aspetto, commovente.
Inorriditi al pensiero che simile perturbazione nella vita del mondo era il prodotto della volontà di un solo individuo, i cinque campioni della civiltà bianca tacevano al cospetto di quella visione da incubo...
Ma non si trattava di chiacchierare: era il momento di agire; quell’esodo del gregge di Nettuno aveva cause che non erano ignote e bisognava ricercarle e trovare, per ciò, i limiti del banco.
L’idrovolante cominciò a tracciare grandi cerchi tutt’attorno e sempre più larghi ma per quanto rapidamente volasse non gli riuscì mai di scorgere i limiti dell’assembramento; soltanto, a grande distanza, potè vedere appianarsi e riprendere la sua lucentezza liscia, lo specchio azzurro dell’oceano.
Ormai l’apparecchio si manteneva ad un centinaio di metri e gli occhi di tutti i suoi passeggeri erano tesi alla scoperta del mistero, quando scoppiò un grido improvviso:
— Là... guardate là! – gridava Criquet con l’indice teso. – Guardate là... che cos’è?
Infatti qualche cosa di oscuro avanzava sulla superficie delle acque; venne distinto un lungo fuso che scivolava innanzi, furtivo come uno squalo alla caccia della preda, ed aveva in sè qualche cosa che faceva rassomigliare la sua marcia all’andatura sospetta di un malfattore.
Trattenendo involontariamente la voce, Dunois annunciò:
— È uno dei sottomarini.
Col cuore in tumulto i cinque rimasero nuovamente silenziosi mentre sorvegliavano la navigazione di quel ladro di pesci. Poi Anthime mormorò a sua volta:
— Non immaginano quel che hanno sul capo?
Provavano la stessa emozione del cacciatore che spia la preda fiduciosa mentre essa non l’ha ancora sentito.
Una bomba ben lanciata poteva affondare immediatamente il nemico mentre questi si sentiva in piena sicurezza, ed i francesi immaginavano la banda di pirati affamatori immersi nel calore soffocante del loro fortino galleggiante, in mutandine, coi piedi ed il torso nudi, mentre asciugavano il sudore che bagnava loro la fronte.
Al ronfar ritmico e discreto dei motori i marinai certamente si assopivano ed anche quelli addetti ai timoni di direzione e di profondità i quali avevano ben poco da fare perchè si poteva dire che il sommergibile non modificasse mai neppur minimamente la rotta: seduto sopra un sediolino pieghevole l’ufficiale di quarto teneva fisso lo sguardo sulla bussola che fissava con sguardo atono fin quasi ad ipnotizzarsi. L’interno di quel lungo fuso d’acciaio era inondato di luce dalle lampade potenti che si riflettevano nella lucentezza del metallo polito degli apparecchi e nello smalto multicolore delle tubature e dei mille cavi elettrici che vi si incrociavano.
La nave subacquea che a qualche distanza poteva anche sembrare un immenso cetaceo, si manteneva sotto la superficie dell’acqua e, certamente per precauzione, non lasciava emergere nemmeno il periscopio; fra sè e l’allineamento quasi perfetto dei pesci che guidava, manteneva una distanza di circa cinquanta metri.
— Ma buttate loro una bomba, signor direttore! – disse Anthime indicando un buon numero di proiettili raccolti vicino al lanciabombe. – È quanto meritano quei maledetti cani... e poi; così renderemo la libertà a quei poveri pesci.
— Saremo sempre in tempo per giustiziarli – rispose Dunois. – Pel momento preferisco farmi guidare fino al loro covo... Intanto possiamo avvertire le autorità che li seguiamo.
E cominciò a chiamare Numea ma lasciò l’apparecchio radiotelegrafico con un moto di dispetto:
— Quegli animali mi imbrogliano le onde con le loro radiazioni più potenti... e non ne cavo nulla. Ah, diavolo! Ecco che li ho anche messi in allarme.
Infatti il sommergibile si immergeva: a poco a poco diventava meno distinguibile. Sapendosi in vista del nemico si metteva al riparo dalle bombe di profondità; ma salvo quella precauzione non parve preoccuparsi maggiormente per la sorveglianza alla quale ormai sapeva di essere sottoposto.
L’idrovolante ricominciò le sue evoluzioni e quando giunse alla coda del banco migratore dovette durar parecchio per scoprire un secondo sommergibile il quale, evidentemente avvertito per radiotelegrafo, si era anch’esso profondamente immerso.
Due ore dopo, all’altro vertice del triangolo veniva scoperta la terza nave pirata.
Dunque, alla coda del banco ed ai due lati i tre sommergibili rappresentavano la parte che a Roscoff il capitano Le Hélo aveva assegnato ai suoi tre siluri; e questa volta non si trattava soltanto di qualche tonnellata di pesce che veniva rubata, ma di tutta la fauna marina quasi al completo.
E per quale altro scopo inesplicabile, se non si trattava semplicemente di ridurre alla fame ed allo sterminio tutte quelle povere popolazioni che vivevano dell’industria peschereccia?
La giornata trascorse così per l’idrovolante ed i suoi passeggeri in andirivieni continui simili a quelli di un cane da pastore.
Ormai Dunois si guardava bene dal toccare ancora l’apparecchio radiotelegrafico, tanto che verso le sedici il sottomarino di coda credette di poter rinnovare l’aria che si era appesantita per effetto della respirazione di tutte le persone che in esso si trovavano... Certamente doveva anche ricaricare gli accumulatori.
Fu visto emergere facendo apparire prima il periscopio e poi la torretta che si aperse quasi subito. Ne uscì un uomo che appoggiato al piccolo parapetto pareva riempirsi voluttuosamente i polmoni d’aria fresca: certamente il sibilo dei ventilatori che non lungi da lui aspiravano violentemente l’aria esterna gli impediva di udire il rombo dei motori dell’idrovolante perchè fu soltanto dopo qualche secondo che egli alzò il capo.
Alla vista del nemico trasalì e scomparve nell’apertura della torretta come un coniglio nella sua tana; il coperchio ricadde di colpo su di lui ed istantaneamente il sommergibile si immerse.
Nell’idrovolante i cinque volatori non poterono trattenersi dal ridere e Criquet gridò all’indirizzo di quell’uomo:
— Cucù!
— E dire che abbiam qui una quantità di bombe che ammuffiscono! – protestò Anthime.
Lemoine e Dunois stringevano i pugni ed Ho-Du terminava in quel momento la sua statuetta che rappresentava il dio della risata, dal ventre scosso convulsamente e dalla bocca aperta.
Intanto la rotta del banco si spostava verso sud-sud-est così da passare nel braccio di mare largo circa trecentosettantacinque chilometri e che separa le Samoa dalle Wallis, in direzione delle Isole Tonga.
Anthime e Criquet godevano al pensiero che, certi ormai di essere seguiti dall’idrovolante, i pirati non potevano più respirare nelle loro «marmitte» (com’essi dicevano) che un’aria fetida e soffocante.
— Non deve loro mancar certamente la voglia di mandarci qualche nespola col loro cannone antiaereo che può essere puntato ad un angolo vicino ai novanta gradi – diceva Anthime; – ma sanno benissimo che le nostre bombe sono più efficaci, e che le loro navi sono più vulnerabili del nostro apparecchio.
* * *
La sera era vicina quando le Isole Tonga furono in vista.
Ancora una volta il mare appariva disseminato, nella lontananza, di punti verdi più o meno voluminosi: improvvisamente Dunois strinse gli occhi per meglio distinguere e, chinandosi innanzi con aria interrogativa, prese il binoccolo.
Un minuscolo punto bianco era uscito da dietro un atollo ed ingrandiva rapidamente di mano in mano che l’idrovolante gli si avvicinava con la sua straordinaria velocità. In breve fu possibile distinguere un tre alberi che avanzava simile ad un cigno sul mare splendido.
La velocità diminuiva a vista d’occhio fra la nave aerea e quella marina e Dunois andava impallidendo perchè nella sua mente sconvolta stabiliva una rassomiglianza fra quella nave ed un’altra che ben conosceva; ed improvvisamente anche Lemoine esaminò il bastimento con aria perplessa.
— Ma – fece – lo si direbbe...
Il biologo lo interruppe battendo un gran pugno sul proprio ginocchio.
— Per mille fulmini! È lo Swastika , quello! – gridò.
Il cuore gli batteva disordinatamente ed un furore contenuto gli apparve negli occhi mentre il suo volto, energico ma tanto calmo di solito, aveva assunto un’espressione terribile di odio implacabile.
Le labbra gli si erano strette, l’angolo dei mascellari sporgeva per la stretta dei denti e gli occhi gli fiammeggiavano.
— È esso, proprio esso! Niente scrupoli; le nostre bombe entreranno in funzione! Ora giustizieremo quel bandito. Anthime; preparate il lanciabombe di tribordo e di babordo! – Si chinò verso Lemoine: – Cedimi i comandi che lo affondo.
Non appena si fu seduto al posto di Lemoine, Dunois si precipitò come un’aquila sul rapitore di Alys...
Finalmente l’avrebbe finita con quell’animale velenoso...
Ormai lo yacht maledetto era tanto vicino che sui due casseri si distinguevano chiaramente due pezzi antiaerei la cui vista fece rabbrividire Anthime.
L’ottimo preparatore non aveva certamente paura per sè, ma tremava per Criquet che ormai considerava come suo figlio.
— È strano – mormorò Ho-Du; – vede benissimo che stiamo per attaccarlo; perchè non tira?
Ed infatti, sebbene l’idrovolante si avvicinasse fulmineamente alla nave, attorno ai cannoni non si scorgevano serventi.
Dunois si volse per gridare:
— Anthime, quando alzerò la mano lancerete le bombe!
Poi diresse il suo apparecchio in modo da sorvolare lo yacht da poppa a prua e tanto da vicino da permettere al bombardiere di col pire quasi certamente il bersaglio.
E quando non fu che a venti metri dalla ruota di poppa alzò la mano...
Ebbe il tempo di scorgere il viso di Solok che ghignava ritto sul cassero con le braccia incrociate sul petto ed in atteggiamento di sfida.
Ma come non aveva udito la cannonata che aspettava, così non udì l’esplosione delle bombe.
Furibondo fece impennare l’apparecchio e si volse:
— Anthime! Che diavolo succede? Dormite?
Ma il tenente di vascello Lemoine pose sotto gli occhi dell’amico il testo del radiogramma che aveva ricevuto in quell’istante dicendogli all’orecchio:
— Son io che ho impedito ad Anthime di lasciar cadere le le bombe!
I tratti ed i punti dell’alfabeto Morse dicevano:
«Pazzo! Dimentichi che ho a bordo Alys Laurie?».
— Mentisce! Mentisce, quel cane! – urlò Dunois. – Mentisce... si burla di noi!... A morte!... A morte!...
L’apparecchio girava allora attorno alla nave restringendo sempre più i suoi cerchi.
Si sarebbe detto che Solok avesse udito le parole dell’aviatore perchè quasi subito si videro due marinai che conducevano Alys sul ponte.
Dunois lanciò un grido di furore... era disarmato!
Che fare? Doveva semplicemente lasciarsi sfuggire quel bandito?
In quel momento il telegrafo senza fili ricominciava il su tichettìo che pareva un piccolo riso sommesso e diabolico, ma per quanto potesse riuscir loro penoso il raccogliere i sarcasmi del miliardario gli aviatori non sapevano risolversi a bloccare l’apparecchio.
Chissà che, fra ingiurie e scherni, il meticcio non si lascerebbe sfuggire qualche informazione utile di cui si potrebbe approfittare?
Lemoine tradusse imperturbabilmente:
«La lezione che ti ho impartito a Roscoff non ti è dunque bastata? Vuoi ancora aver a che fare con me? Eppure non sei sufficientemente forte per battermi e lo devi sapere! Ti avverto che la mia pazienza è al colmo e che sto per sconfiggere la tua boria insolente. La tua fidanzata è qui e sarà mia moglie... e perchè tu ne sia ben persuaso ci sposeremo qui sotto i tuoi occhi mentre il volo del tuo inutile apparecchio ci servirà come scorta d’onore... Ho preso tutte le precauzioni necessarie... Ho a bordo un pastore il quale fra poco ci darà la benedizione sul cassero!»
* * *
Condotta alla presenza del suo persecutore, commossa ma priva di debolezza, Alys l’aveva guardato in fondo agli occhi.
— Che volete ancora? – gli disse. – Non potete lasciarmi tranquilla?
Il miliardario sorrideva del suo cattivo sorriso e dardeggiava sulla fanciulla lo sguardo acuto delle sue pupille verdi e le dichiarò secco:
— State per diventare mia moglie...
— Mai! – rispose ella.
Ed egli insistendo ripetè
— Vi dico che state per diventare mia moglie... ed ecco il prete che benedirà le nostre nozze.
Ad una decina di passi da loro era un vecchio vestito di una finanziera di tela nera, dalla barba bianca e dal colorito bronzeo pel sole. Stava ritto e leggeva apparentemente senza udire nè vedere quanto accadeva attorno a lui.
Era un missionario che Solok s’era portato via dalle Isole Salomone, un disgraziato pastore protestante scandinavo il quale cercava di assumere un contegno disinvolto benchè le minacce del miliardario l’avessero terrorizzato. Era certamente un galantuomo, ma che tremava per la sorte della sua spoglia mortale e che non era certamente pronto al martirio.
Comprendeva che stava per partecipare ad un abuso odioso ma non osava ribellarsi a quell’uomo potente e temibile...
— Mi ucciderete – rispose Alys – prima che io consenta ad una unione simile... Sposerò Yves Dunois, o morirò.
Il miliardario rise sommessamente e riprese:
— Muterete d’opinione, venite.
Afferrò la fanciulla pel polso trascinandola verso il coronamento e le mostrò degli apparecchi abbastanza voluminosi simili a quelli che erano stati rubati dal falso Yen-Fu nella casupola rossa di Roch’Illievech, ma di maggiori dimensioni.
— Queste macchine – spiegò – lanciano onde elettriche straordinariamente potenti per mezzo delle quali io posso, quando voglia, precipitare nel’oceano quell’idrovolante che va girando sopra di noi e che è pilotato dal signor professor Dunois.
Alys divenne pallida come una morta e tese le braccia verso l’idrovolante.
— Yves! – gridò appassionatamente.
— Yves non può sentirvi, cara, sebbene possa vedervi – riprese Solok. – Dite «sì» altrimenti io faccio un gesto che sarà la morte sotto i vostri occhi di quel petulante biologo e di tutti i suoi compagni.
Parlando una lingua ch’ella non comprendeva, certamente malese, egli diede un ordine a due marinai i quali si avvicinarono agli apparecchi misteriosi... ma egli mentiva spudoratamente. Essi servivano per la caccia alla fauna marina, ma non avevano affatto il potere ch’egli loro attribuiva: ma aveva parlato con tanta sicurezza che Alys si lasciò ingannare.
Una lotta spaventosa si svolse nell’animo della fanciulla.
Che spaventoso dilemma! O lasciar credere a Dunois che, infedele ai propri giuramenti, ella acconsentiva spontaneamente a sposare il miliardario, oppure, mediante il suo rifiuto, condannarlo a morte certa, lui che ella amava più della propria vita!
E non voleva ch’egli morisse!
Inoltre era già troppo grande il numero degli uomini morti per lei! Era meglio ch’ella si sacrificasse a sua volta ed occorreva anzitutto salvare Dunois malgrado quel ch’egli potesse poi pensare di lei!
Divenuta ancor più pallida e con voce che a stento le usciva dalla strozza, la fanciulla rispose:
— Sta bene: acconsento, sebbene mi facciate orrore... ma sappiatelo: io cedo soltanto per amore verso l’uomo che è lassù! Ah, perchè non vi lancia una bomba che faccia finalmente giustizia?
— Dimenticate che ne sareste colpita anche voi!
— Non lo considererei un sacrificio troppo grave per liberare la Terra della vostra presenza e morrei contenta se sapesse sopprimervi contemporaneamente a me.
L’Eurasiano ghignò:
— Via, Alys mia, sono cose da dire queste al vostro futuro sposo?
Trionfava. I suoi desiderî più cari stavano per avverarsi! La potenza che aveva desiderato la possedeva effettivamente... i siluri telemeccanici di Le Hélo ed il meraviglioso carburante artificiale che Laurie, costretto da lui, fabbricava in grandi quantità sfruttando tutta la fauna marina, in un’isola che si trovava appena ad un centinaio di miglia di là, gli assicuravano l’egemonia della razza gialla su tutte le nazioni della Terra di cui egli sarebbe stato così il padrone.
E quella sdegnosa Alys che l’aveva sfidato, ora si piegava alla sua volontà.
Stava per diventar sua moglie proprio sotto gli occhi del rivale.
Con la testa alta e lo sguardo sprezzante, ingrandito dall’orgoglio, dal sentimento di una forza illimitata ch’egli possedeva, alzava di tanto in tanto il viso verso quell’idrovolante che tracciava invano grandi cerchi che potevano essere l’espressione della perplessità di chi lo guidava.
Una grande allegrezza si manifestava in lui... credeva di stringere tutto il mondo nel pugno.
E finalmente si volse verso il pastore e gli disse in tedesco:
— Reverendo, non attendiamo che voi.
Docile, il vecchio avanzò... i due sposi stavano l’uno di fianco all’altro; Alys accasciata e Solok, sfrontato, insolente.
Fra poco, dopo la cerimonia, i pezzi antiaerei che si potevan puntare sotto tutti gli angoli più vicini alla verticale, sopprimerebbero rapidamente il testimonio aereo... poichè per serventi essi avevano dei puntatori meravigliosi e straordinariamente esercitati.
Il pastore sfogliò il suo libro rituale e cominciò a mormorare le preghiere sacramentali.
* * *
A bordo dell’idrovolante i cinque compagni non perdevano un sol gesto di quella scena che avveniva sotto di loro; il pilota aveva ridotto al minimo la velocità e tutti i cuori non ne formavano che uno solo straziato dalla prova terribile che veniva inflitta a Dunois.
La sofferenza e le manifestazioni di furore di questo erano indicibili, aumentate dalla necessità di assistere impotente alla propria sventura pur avendo a propria disposizione i mezzi materiali per impedirla!
Doveva dunque esser egli sempre tenuto in iscacco, vinto da quel mostro in figura umana, dai progetti egoistici, ed il quale non so va che asservimento e tirannia? Aveva dunque perduto Alys senza possibilità di rivincita? Non dubitava certamente di lei, ma sapendola energica non comprendeva come Solok avesse potuto strapparle un consenso di cui ella doveva inorridire.
Cupo e silenzioso, sconvolto fino nel più profondo dell’anima, dal dolore del suo superiore ed amico, Anthime stava riflettendo qualche istante... il che significa che non sapeva star tranquillo e che andava grattandosi la testa a sangue.
— Ebbene, no! – brontolò improvvisamente. – Non si può permetterlo... possiamo impedirlo, diavolo! Quando si sa maneggiare un idrovolante con la vostra abilità, signor Direttore,... quando si abbiano a propria disposizione due braccia come le mie, si è sempre più forti di quell’animale di cinese. Vedrete.
Dunois lo guardava imbarazzato senza comprendere.
— Che vorreste fare, Anthime?
— Voglio acchiapparli tutti e due e portarmeli via: liberare la prigioniera e catturare il carceriere... Siete capace di passare sul cassero a due metri di altezza?
— Diamine! – esclamò Dunois che si sentiva prendere da un filo di speranza.
— Ebbene, non mi occorre di più. Se voi siete capace di far quello che vi ho chiesto mi incarico io del resto... Il signor Lemoine, Ho-Du, senza contare Criquet, mi aiuteranno a trascinarli a bordo.
Sotto la carlinga c’era una botola destinata all’imbarco del materiale d’ogni sorta e di là si poteva discendere una breve scala pieghevole che quando l’apparecchio riposava giungeva al livello dei galleggianti:
Aperta la botola, Anthime svolse la scala e, tranquillamente, andò a sedere sul penultimo piolo...
Dunois inclinò l’angolo d’incidenza e si precipitò per una seconda volta sullo Swastika , ma di traverso e non nel senso dell’asse dello yacht.
* * *
Sul cassero di poppa della nave il pastore giungeva alle domande rituali che doveva rivolgere successivamente a ciascuno degli sposi:
— Harry Solok, acconsentite a sposare Alys Laurie?
— Sì – rispose con voce trionfante il magnate del petrolio sottolineando la parola con un gesto del capo energico ed altero che sembrava una sfida.
— Alys Laurie, acconsentite a...
Ma Alys non udiva più: l’idrovolante precipitava su di loro!
Alla vista dell’enorme uccello che pareva stesse per abbattersi sul cassero, ella cercava di comprendere la ragione di quella manovra e mentre il fracasso dei motori aumentava sempre, ella comprese o credette di comprendere.
Piuttosto che vederla diventarla moglie di quel mostro, Dunois preferiva morire con lei.
L’idrovolante non era più che a brevissima distanza ed ella fremette all’avvicinarsi della morte, ma si rassegnò. Accettava volontieri il suo destino. La morte con Dunois le parrebbe dolce e la strapperebbe alla vita aborrita con quel Solok. Coraggiosamente attese il colpo fatale.
L’apparecchio precipitava diritto sul gruppo.
Spaventati, ufficiali e marinai non osavano un sol gesto in difesa del loro capo.
Il povero pastore, bianco come il suo abito, credeva fosse già giunta la sua ultima ora... ma non era più pallido dello stesso Solok. Progressivamente, all’avvicinarsi di quel tifone che si precipitava per trascinarlo come una festuca nel nulla, il colorito del miliardario era diventato grigio. La sua fede nella propria potenza aveva potuto renderlo coraggioso, qualche volta, come al momento del duello a Roscoff, ma il lustrascarpe, che un tempo era stato frequentemente gratificato con calci, diventava vile di fronte alla morte.
Istintivamente, abdicando a tutto il suo orgoglio, egli stava finalmente per gettarsi supino imitando il pastore quando su di lui passò come un turbine.
Ebbe la durata di un baleno...
Ad un urto violento Alys aveva perduto i sensi, ma la sua incoscienza fu di breve durata... Col corpo indolorito, ella aperse lentamente gli occhi... e vide che sotto di lei l’Oceano pareva sprofondare.
Era dunque sospesa nell’aria?
E quale era quella stretta nello stesso tempo potente e leggera che la stringeva alla vita?
Toccò con la mano e sentì un braccio: un braccio d’uomo dai muscoli duri come acciaio... e volgendo il capo vide un viso abbastanza brutto i cui occhi la guardavano stranamente: un viso rovesciato: un viso che ella conosceva...
Il viso di Anthime!
Appeso pei garretti ai pioli di una scala, egli teneva la fanciulla sotto il braccio sinistro mentre sotto il braccio destro, teso dallo sforzo, portava, tenendo una mano stretta alla cintura di cuoio, il corpo piegato in due di sir Harry Solok, baronetto fellone e traditore del suo Re.
Così com’egli l’aveva detto nel suo linguaggio pittoresco egli li aveva «acchiappati» entrambi al volo.
Aveva osato quell’acrobazia straordinaria sottoponendosi ad un colpo che avrebbe potuto slogargli le ossa.
Ho-Du, Lemoine e Criquet s’erano precipitati sul limitare della botola per liberare l’atletico preparatore di quei centoventi chilogrammi circa che gravavano completamente sulle sue braccia e sulle sue gambe, ma non fu un’operazione facile.
Nella posizione critica nella quale si trovava, Anthime sentiva il piolo della scala segargli i garretti, sentiva che le forze lo abbandonavano lentamente ma immancabilmente e doveva fare sforzi giganteschi per non allentare la stretta con la quale reggeva i due corpi e per non allentare le gambe che reggevan lui. Inoltre, con entrambe le braccia occupate, non aveva modo alcuno per aiutarsi.
Ho-Du e Lemoine dovettero letteralmente pescare Alys dalle braccia dell’uomo-gorilla mediante una corda a nodo scorsoio e trarla in alto a grandi sforzi per ricoverarla nella carlinga ove giunse quasi svenuta.
Poi fu la volta di Solok, ma la fatica fu minore. Spaventato dal vuoto che aveva sotto di sè non aveva fatto più un sol gesto pel timore di aumentare la stanchezza di Anthime perchè udiva chiaramente la voce di Ho-Du gridare al preparatore:
— Avete torto di stancarvi così, signor Le Goarec; lasciatela cadere quella bestia malvagia... è sicura di rompersi le reni piombando in mare e ne saremo finalmente liberati!
Docilmente Solok aiutò come meglio potè chi lo traeva da quella situazione pericolosa, ma quando fu al sicuro nella carlinga, fu preso da un accesso di rabbia che gli fece stridere i denti.
Gli aviatori lo legarono con cura e lo deposero in un angolo ben in vista dove era possibile sorvegliarlo senza tregua.
Il suo trionfo terminava male!
Caduto in potere dei suoi avversarî egli sentiva chiaramente che le sue ambizioni ed i suoi progetti grandiosi erano fatalmente destinati a fallire poichè la sua assenza significava la sconfitta dei suoi partigiani!
Talvolta il suo furore era tale che egli si agitava convulsamente gettando occhiate furenti sui suoi carcerieri.
Credette anche che la rabbia lo soffocasse quando vide Alys riprendere i sensi per le cure di Yves Dunois che ora trionfava a sua volta...
— Non ho mai dubitato che sareste riuscito a salvarmi – disse ella teneramente al fidanzato.
— Non sono io che vi ho salvata – rispose Dunois. – Eccolo il vostro salvatore, Alys.
Ed indicava Anthime il quale, affranto dallo sforzo immane che aveva compiuto, era riuscito a stento a rientrare nella carlinga dove rimaneva prostrato ed ansimante.
L’uomo-gorilla abbozzò un gesto di indifferenza smentito dalla intensa affezione che brillava nel suo sguardo quando lo rivolgeva su Dunois e rispose con una smorfia strappatagli dall’indolenzimento:
— Oh, signorina! Questi giochetti li faccio per divertirmi!
XXXIV.
La battaglia dell’isola Moghi.
Quell’isola dell’arcipelago delle Tonga era diventata improvvisamente il punto sul quale convergeva l’attenzione di tutta la Terra.
Si sapeva ormai che nelle sue vaste cavità comunicanti col mare che la facevano rassomigliare ad una specie di spugna, si stava distillando tutto il pesce che era stato rapito a tutti i mari della terra e se ne era fatto una sorgente inesauribile di petrolio.
Era Laurie, minacciato di veder alla tortura la sua cara Alys se non avesse accordato il suo aiuto in quell’opera, che guidava quella fabbricazione prodigiosa di carburante mediante l’applicazione della sua scoperta di sintesi.
Il pesce, una volta chiuso nelle caverne sottomarine, sotto l’impulso coercitivo della invisibile rete di onde elettriche ideata dal capitano Le Hélo, veniva isolato dal mare mediante cateratte; ed allora delle pompe toglievano l’acqua e le caverne diventavano lambicchi spaventosi dove i bacilli favorevoli alla trasformazione si moltiplicavano a miliardi e facevano evolvere i resti organici marini fermentati verso un petrolio quasi uguale a quello di Unatepec.
Ormai lo Sciogun ed i suoi partigiani possedevano una riserva formidabile di carburante...
Tutte queste informazioni precise s’era incaricato di ottenerle da Sorlok stesso, Anthime, mediante l’applicazione di certi sistemi che egli conosceva perfettamente... per farlo parlare.
Il comandante Yamamoto aveva giudicato perfettamente il miliardario: una volta che questi avesse avuto a che fare con una volontà implacabile che nulla avesse piegato, egli avrebbe subito ceduto.
Aveva dunque rivelato il suo segreto e cosa aveva dato tutte le indicazioni necessarie per l’attacco dell’isola.
Ed ora una flotta potente si dirigeva verso quell’Isola Moghi isolata dal resto dell’arcipelago da un braccio di mare largo venti miglia.
Sotto il comando in capo di un vice ammiraglio inglese, la flotta internazionale avanzava maestosa rullando alquanto sul mare piuttosto mosso. Le navi si seguivano in doppia fila a quattrocento metri di distanza l’una dall’altra secondo il regolamento e con ordine perfetto.
Un segnale venne issato sull’albero tripode dell’ammiraglia e la doppia fila delle fortezze galleggianti si aprì per avvolgere l’isola a destra ed a sinistra così da investirla completamente.
La campana del Vengeur , grosso incrociatore da battaglia della muova Marina francese, aveva battuto due colpi doppi annuncianti le dieci della mattina.
La partita suprema stava per essere iniziata.
Nella sua torretta, circondato dall’ufficiale di tiro, da quello di manovra, da quello torpediniere e dai loro aiutanti, pronti a trasmettere gli ordini in ogni parte della nave, il comandante osservava freddamente le lontananze e le vicinanze attraverso i fori praticati nella corazza dello spessore di quarantacinque centimetri.
Nelle stive, sotto la linea di galleggiamento, gli uomini addetti alle turbine, ai condensatori, ai compressori, vestiti di combinazioni azzurre o col torso nudo, manifestavano tutta la loro attività apparentemente armoniosa... pareva facessero essi pure parte del macchinario in quel russare monotono dei motori e dei ventilatori.
In alto cantava il vento marino; in basso si era immersi in una atmosfera di lavatoio.
Sotto l’occhio vigile dell’ufficiale rivestito dell’abito da fatica azzurro, rilucente d’olio, tal quale i suoi uomini, andavano illuminandosi delle cifre nei quadri, di vetro e dei fanali verdi e rossi si accendevano ad intermittenza.
Il comandante della nave, dalla torretta lontana ordinava così ogni movimento delle turbine... Quelle erano le sole manifestazioni della vita esterna che giungessero, in quel momento, fin laggiù.
Ancor più isolati erano i fuochisti reclusi in fondo ai loro pozzi dai quali salivano violente sbuffate di un ardente scirocco artificiale. Erano venti per ogni riparto, illuminati dalle lampade dondolanti; venti facce nere nelle quali spiccava la bianchezza dei denti e degli occhi; laggiù era necessario urlare per udirsi attraverso lo strepito delle maniche a vento.
Dall’isola era stato scorto il fumo nero innalzarsi sull’orizzonte; poi le coffe militari; poi i fumaioli massicci che emettevano quel fumo.
I seguaci dello Sciogun sapevano di dover subire un attacco formidabile ma, essi pure formidabilmente armati, credevano inespugnabile la loro isola. I cannoni che avevano nelle loro cupole corazzate erano superiori, od almeno eguali, ai pezzi numerosi della squadra che li assaliva. L’isola era cinta da un circuito quasi ininterrotto di scogli corallini e protetta anche dai siluri telemeccanici, e perciò ritenevano impossibile uno sbarco. Quando i proiettili si sarebbero schiacciato il muso battendo e ribattendo invano le casematte inviolabili di Moghi, quelle corazzate non potrebbero far altro che andarsene mogie e certamente molto malconce dopo un duello di artiglieria che sarebbe loro costato assai caro.
Nei comandi della flotta investitrice, nessuno nutriva illusioni; si trattava di un’operazione indispensabile di polizia, ma tutti si aspettavano uno scacco davanti a quell’isola meglio armata della stessa Gibilterra.
Però la squadra internazionale non si preoccupava gran fatto dei siluri; ogni unità era stata munita di reti Bullivant dalle maglie rinforzate, impenetrabili, che rallentavano certamente la marcia, ma che le difendevano dall’attacco sottomarino con un’efficacia quasi assoluta.
Come pegno della sua assoluta buona fede in quell’affare, il Governo giapponese del Mikado, dopo avere spietatamente soffocato nel sangue ogni velleità insurrezionale dei partigiani dello Sciogun, partecipava alla spedizione con una nave di primo ordine; una superdreadnought magnifica che aveva il suo posto immediatamente vicino al Vengeur .
* * *
Nella torretta N. 1 che allungava verso la prua dell’incrociatore di battaglia le lunghe volate dei suoi due pezzi da 34, gli uomini di manovra erano ai loro posti.
C’erano i due capi-pezzo, i puntatori, i serventi di volata e di culatta, i rifornitori, gli uomini ai portavoce, ai telefoni; quelli delle trasmissioni e quelli che nella camera sottostante alla torretta ricevevano le munizioni dalla santabarbara per trasmetterle ai serventi: erano una ventina di uomini in tutto, vestiti della maglia di combattimento largamente scollata e portanti il berretto paraorecchie che aveva il compito di smorzare le vibrazioni del timpano prodotte dagli spari.
Il tenente di vascello Kérastel, capo della prima sezione d’artiglieria principale, aveva già preso posto sul sedile di comando soprelevato di tre gradini sul piano della ridotta abbastanza vasta ma stranamente ingombra malgrado i suoi sei metri di diametro.
Quasi tutto lo spazio disponibile era occupato dai due formidabili cannoni, gli affusti, le culle ed i telai; poi c’era tutto l’armamentario di scovoli e calcatoi e di altri apparecchi come alzi, telemetri, cannocchiali ed un inestricabile groviglio di condutture d’ogni genere, alcune destinate a muovere elettricamente la torretta ed altre per l’illuminazione mediante lampade che diffondevano una luce brillante e cruda. Altre ancora distribuivano l’aria compressa con la quale si sarebbe potuto ancora far muovere quella massa enorme sopra una rotaia circolare nel caso che qualche guasto impedisse di servirsi dell’elettricità.
La testa dell’ufficiale seduto al suo posto entrava in un loculo apposito dove tre aperture fatte nella corazzatura, a destra, a sinistra e di fronte gli permettevano di verificare gli effetti distruttivi dei due cannoni; la navigazione delle altre navi della squadra ed i possibili movimenti del nemico.
Abbassandosi un poco egli poteva vedere tutto l’interno della torretta.
Kérastel gettò un’occhiata sugli uomini ai suoi ordini e sorrise soddisfatto; poi comandò:
— Torretta a destra!
Dapprima lentamente e poscia più rapidamente di mano in mano che il puntatore muoveva l’apparecchio di puntamento in direzione, l’enorme massa mobile che portava la corazza, i due cannoni e le munizioni, si mosse da babordo verso tribordo.
— Alt! Torretta a sinistra.
E con la stessa facilità, la torricella girò in senso inverso per tutta l’estensione del suo campo orizzontale. Intanto i puntatori in altezza muovevano i pezzi in senso verticale.
— Alt! A posto!
E quando la torretta si fermò sull’asse longitudinale della nave, il primo quartiermastro Bihan riferì al suo superiore:
— I pezzi sono pronti, signor capitano.
In seguito a suo ordine, la prima carica completa, una granata a melinite del peso di mezza tonnellata e tre cartocci di polvere per ogni pezzo, salirono dalla camera di scambio in una sola benna a quattro scompartimenti, mossa da un motore elettrico.
Ora Kérastel attendeva gli ordini che dovevano giungere dalla torretta dalla quale il direttore di tiro scatenerebbe al momento opportuno il fuoco degli otto grossi cannoni del Vengeur.
— Babordo quaranta gradi! – gridò con voce chiara un servente di trasmissione che aveva letto sopra un quadrante l’indicazione dell’angolo di sito.
L’ufficiale ripetè l’ordine e la torretta girò nuovamente a sinistra per fermarsi quand’ebbe raggiunto l’angolo indicato.
— Caricate!
Con qualche giro di volante i serventi avevano aperto le culatte mostruose la cui filettatura d’acciaio, ben spalmata di grasso verde, riluceva sotto lo splendore delle lampade.
Con un gesto preciso dei rifornitori, le tavolette di tiro erano state abbassate ed, automaticamente, i proiettili spinti a fondo dal calcatoio automatico; poi fu la volta dei sacchi di tela dei cartocci di esplosivo che furono pure spinti entro l’anima dei pezzi.
Occorsero ancora quattro secondi per richiudere le culatte, mettere a posto gli stoppacci, armare il meccanismo di sparo ed i due capi pezzo annunciarono quasi contemporaneamente:
— Pronti a babordo!... Pronti a tribordo!
I grandi cannoni del Vengeur erano pronti.
Nel silenzio squillarono dei campanelli elettrici portando ordini che le lampade tradussero per gli occhi accendendosi nel quadro di trasmissione... delle sfere girarono sopra un quadrante e poi risuonò un comando:
— Centocinque ettometri; correzione cinque millesimi a destra!
I serventi pronti disposero immediatamente gli alzi ed i correttori di deriva nella posizione necessaria.
I due cannoni s’erano rizzati e cominciarono a sparare.
E dei rombi cupi giunsero dalla terra; l’isola, malgrado il cielo grigio e nuvoloso, scintillava come un diamante.
Il nemico, lo Sciogun rivoltoso all’ordine costituito del mondo intero, aveva lui stesso iniziato il combattimento.
Un ululo vibrante si avvicinava ed improvvisamente, a due gomene dall’incrociatore, sbocciava un enorme crisantemo bianco sul mare agitato, uno spruzzo gigantesco d’acqua saliva al cielo come una fontana magnifica e ricadeva frangendosi come una cateratta maestosa.
— Cominciano le fontanelle! – commentò un puntatore burlone.
— Silenzio! – ordinò la voce secca del capo.
Altro squillo di campanello poi la voce riprese:
— Centocinque ettometri... Fuoco di salva!...
— Attenti!...
— Fuoco!...
La torretta fu circondata da una luce abbagliante.
Le gole dei due cannoni avevano dardeggiato due spaventose lingue di fuoco.
Parve che tutto crollasse sotto l’urto che squassò la torre d’acciaio; un fracasso spaventoso scosse l’aria: era la detonazione degli otto pezzi che sparavano contemporaneamente... gli uomini barcollarono.
Le due enormi culatte avevano rinculato con un movimento improvviso e leggero nello stesso tempo per riprendere il loro posto con la stessa facilità. Seguì il ronzio metallico del montacarichi che portava nuove munizioni e poi le culatte si apersero nuovamente.
I serventi provvedevano già alla pulizia delle anime scottanti dei cannoni mediante il soffio di aria compressa e di acqua che spegne le particelle in combustione e spazza i gas deleterî.
Lontano, sull’isola sbocciavano otto altri fiori di fumo che subito svanivano nell’aria.
Il Vengeur aveva colpito il segno.
* * *
Il fracasso era diventato insopportabile: tutta la squadra sparava contemporaneamente.
L’isola, che rispondeva accanitamente, si punteggiava di lampi rossi e si vedevano scaturire sotto i colpi dei frantumi grigi di pietra che visti da vicino avrebbero assunto le proporzioni di blocchi.
Lo strepito era sempre più infernale e le detonazioni si succedevano con la rapidità di una mitragliatrice.
Sul Vengeur la torretta del comando aveva trasmesso l’ordine di «Fuoco continuo» e tutti i cannoni di bordo sparavano a volontà quanto più rapidamente era possibile; nelle torrette le detonazioni a doppietto si succedevano con la frequenza regolare di tre ogni minuto.
Non occorrevano nemmeno venti secondi dopo ogni colpo, per l’apertura degli otturatori, l’introduzione della granata portata dal montacarichi, quella dei cartocci di esplosivo, la chiusura, la rettifica del puntamento, e lo sparo.
L’isola che si vedeva laggiù nella luce scialba, che si scorgeva attraverso il breve spazio esistente fra i pezzi e gli orli delle feritoie, doveva essere diventata un inferno. Era da chiedersi come la roccia, anche la più dura, potesse resistere a quel martellamento senza sbriciolarsi, volatilizzarsi, svanire sotto quei colpi che la facevano paragonare ad un pezzo di ferro sull’incudine.
Ma essa si difendeva efficacemente.
A traverso le aperture del loculo dal quale poteva aver la visione di tutto il campo di tiro, Kérastel vedeva le grandi e possenti navi mutar aspetto quando i proiettili giungenti da terra colpivano nel segno.
I fumaioli, le soprastrutture venivano strappati: le granate di grosso calibro piovevano quasi verticalmente sui ponti, li foravano ed andavano a scoppiare nell’interno degli scafi producendovi devastazioni spaventose ed incendi che le condizioni del mare rendevano difficile dominare.
L’ Indomptable , una delle più terribili unità inglesi, era ridotta ad un ammasso di ferraglia; le casematte erano state strappate; una delle torri corazzate con lamiere di spessore straordinario era stata spaccata come una botte... nella carena si aprivano fori spaventosi e delle vampate di fiamme e di gas incandescente avevano carbonizzato il personale di una parte dei forni... nel frapponte infuriava l’incendio. Era stato necessario allagare le santabarbare di babordo per evitare che la nave saltasse ed una grossa falla a proravia faceva sbandare la corazzata.
Almeno la metà delle altre unità non era meno danneggiata.
Il frapponte del Roosevelt , nave americana, era coperto di cadaveri; i colpi di mare vi sballottavano dei frantumi umani, membra strappate: pareva un carnaio.
Il Jerrasy , argentino, vascello non molto protetto, era stato letteralmente frantumato dai proiettili e stava per affondare.
Non ve n’era una di quelle grosse navi che fosse intatta e l’isola resisteva sempre...
Però il suo tiro rallentava e perdeva di precisione: sotto quella pioggia di ferro e di esplosivi, liddite e trinitrotoluene, dei ricoveri in cemento armato erano crollati, dei cannoni erano stati smontati e dei puntatori scelti massacrati.
Il mare, che dapprima aveva molto disturbato la squadra investitrice perchè mosso, si era finalmente calmato verso sera ed ormai tutti i colpi giungevano al bersaglio. L’azione cominciava a dare dei risultati soddisfacenti in relazione ai grandi sacrifici fatti. Dopo una giornata di combattimento ininterrotto gli uomini erano sfiniti, ma continuavano nella loro opera poichè era necessario giungere alla fine senza «mollare».
A poco a poco l’orizzonte si oscurava ed il sole tramontava invisibile dietro il grosso muro delle nubi fitte.
I lampi dei cannoni e delle esplosioni dei proiettili diventavano più lugubri, più agghiaccianti, ma era innegabile che la resistenza dell’isola perdeva d’intensità.
* * *
Il Vengeur non era stato risparmiato in quella lotta furibonda... ovunque era sangue e rottami.
Una granata da 406 aveva lanciato in mare una delle torrette, quella N. 2, ma le altre erano intatte ed il loro tiro continuava con precisione matematica.
Improvvisamente, mentre per ordine dell’ammiraglio si stavano caricando i pezzi della torretta N. 1 con proiettili a gas tossici, una scossa violenta lanciò alcuni uomini contro la parete d’acciaio. E tutto fu avvolto da una luce abbagliante seguita da uno strepito straziante.
Era scoppiato un proiettile a prua vicino all’argano spaccando il ponte per una lunghezza di dieci metri e lanciando schegge tutt’attorno.
Una pioggia di frantumi metallici cadde sulla torretta.
Il tenente di vascello Kérastel ed uno dei capipezzo caddero colpiti al petto ed al viso.
Nel personale vi fu un istante di emozione, ma molto calmo il contromastro cannoniere Bihan sedette al posto dell’ufficiale ed aveva fatto sostituire il capopezzo da un quartiermastro.
Ed il fuoco continuò con la stessa efficacia...
* * *
Calata la notte, calmatosi il mare, l’isola coperta di gas velenosi di potenza ancora ignota, aveva finalmente taciuto.
L’ammiraglio inglese segnalò allora che il momento era opportuno per uno sbarco generale.
Rimorchiati da forti scialuppe a vapore, i canotti cercarono un passaggio nella cintura di coralli.
Dunois, che durante l’azione era sempre stato nella torretta di comando del Vengeur , aveva ricevuto l’ordine di prendere il comando dell’imbarcazione destinata al rimorchio dei canotti del valoroso incrociatore di battaglia.
Egli sperava, senza però crederci troppo, di poter salvare Laurie.
Mentre le navi della squadra riprendevano il loro tiro a granate dirompenti per impedire ai difensori dell’isola, se ancora ve n’erano, di opporsi alle truppe da sbarco, continuava l’esplorazione della cintura di rocce coralline. Pareva interminabile a quegli uomini ammassati nelle imbarcazioni e violentemente sballottati dalla risacca.
Finalmente la scialuppa di Dunois scoperse una breccia in quella specie di bastione naturale quando di dietro un blocco di roccia sorse un’ombra.
Era una figura umana che correva sugli scogli gridando e facendo di gran gesti. Ma il fracasso dell’artiglieria impediva che si potesse comprendere ciò che veniva gridato.
L’ufficiale ordinò immediatamente di far rotta verso quell’individuo, e, dopo qualche minuto udì una voce nota che urlava in inglese:
— Indietro! Indietro! Non avanzate più! Stanno per saltare!... Indietro!
Era Laurie!
Certamente il chimico era riuscito ad evadere durante il combattimento ed a raggiungere, non si sa in qual modo, la cintura corallina: alla vista della scialuppa che avanzava egli si gettò risolutamente in acqua e nuotò rapidamente; ma era più che a qualche metro e Dunois già gli tendeva le braccia, quando, spaventoso, terrificante, avvenne uno scoppio: un’ondata mostruosa accorse dal largo, superò la cintura di scogli, scrollò le imbarcazioni alcune delle quali si rovesciarono, e trascinò seco Laurie che scomparve.
Un immenso getto di fuoco scaturì dall’isola e spazzò il cielo mentre una mitraglia di rocce e di blocchi di cemento si scatenava sulle barche e sugli uomini.
Lo Sciogun ed i suoi partigiani sopravvissuti al combattimento, piuttosto che arrendersi si erano fatti saltare con la loro fortezza.
L’egemonia della razza gialla era sfumata... il sogno di potenza sul quale Solok meditava in fondo ad un carcere del Dartmoor, precipitava... l’isola del petrolio non esisteva più ed il segreto di Laurie scompariva portato da lui nell’abisso.
Le imbarcazioni retrocessero a tutta velocità perchè nel bacino chiuso dalla corona di scogli e circondante l’isola avanzava un’onda di petrolio in fiamme che accendeva tutto il mare...
— È un magnifico vaso di ponce per festeggiare la nostra vittoria – dichiarò un marinaio mentre il Vengeur con la squadra internazionale faceva rotta a tutto vapore verso l’Australia...
* * *
Qualche mese dopo, a Roscoff, Yves Dunois sposava Alys Laurie...
Criquet cresceva vicino ad Anthime nel laboratorio dov’era ritornata una calma propizia agli studi... E la pace era resa a tutti i sudditi di Nettuno.
FINE