IL MISTERO S’INFITTISCE
IL MISTERO S’INFITTISCE
IL MISTERO S’INFITTISCE
III.
I salvatori beffati.
In quel giorno, in cui avvenivano le grandi maree di ottobre, il vento era fresco ed il mare mosso; al di là della nuova gettata che era in costruzione all’ingresso del porto si vedevano comparire e scomparire continuamente le onde che vi sbattevan contro furibonde frangendovisi e scattando ad altezze inconsuete.
Esse si scaraventavano all’assalto, sconnettevano e strappavano enormi blocchi non ancora saldati col cemento e li facevano ruzzolare a distanza incredibile. Dei colpi di mare formidabili passavano in volata al disopra del molo vecchio ed incappucciavano perfino le case che si allineavano lungo l’avamporto.
Il vento scatenato fischiava come un concerto di serpi gigantesche ed era a stento che, in certe strade e nei punti aperti, le persone riuscivano a mantenersi ritte ed a camminare contro quel soffio formidabile che voleva gettarle a terra.
Nello stesso porto, e dietro il riparo delle gettate, le barche pescherecce e le piccole imbarcazioni danzavano quasi impazzite, trattenute a stento dalle amarre.
Raccolti al riparo del muro della rimessa del canotto di salvataggio, i proprietari di barche se ne stavan là fin dal primo mattino a commentare lo svolgersi della burrasca e spiando l’apparire di un poco di calma che permettesse loro di uscire.
Per quanto duro sia il loro mestiere i pescatori non amano quelle giornate di inazione forzata durante le quali non si può che chiacchierare senza utilità e non si sa che fare; ma di fronte alla persistenza del cattivo tempo i padroni di barche, dopo essersi consultati coi loro equipaggi, avevano deciso all’unanimità di rimanere a terra.
Non che avessero timori; i bretoni possono essere considerati come i dominatori del mare e non ne temono nè le minacce nè le furie, ma con un tempo simile non v’era nulla da fare perchè il pesce si manteneva al fondo e non si sarebbe lasciato prendere.
Perchè, allora, darsi tanta pena, affrontare un dispendio di forze e di energia per ritornare a vuoto dopo ore di lotta sterile con le onde e col vento?
Quegli uomini avrebbero volentieri rischiato la vita per guadagnare un poco di pane; ma se il guadagno doveva esser nullo perchè offrirsi in olocausto al mostro verde?... per nulla?... per divertimento?
Dei gruppi di quegli oziosi per forza si erano riuniti sul banco addossato alla «casa-ricovero» sul terrapieno che la circonda; altri si erano affacciati alla palizzata del cantiere di costruzioni Kerenfors e parlavan tutti e della tempesta e di Le Hélo le cui pesche miracolose continuavano a preoccupare tutto il paese.
Su tale argomento era spuntata un’opinione che faceva strada anche fra quanti fino ad allora eran conosciuti come cervelli spregiudicati: era ormai innegabile che si aveva a che fare con uno stregone: quell’uomo attirava il pesce mediante degli scongiuri.
— Vi dico che ci spoglierà – affermava Luigi Frout – perchè raccogliere il pesce in tali quantità significa impoverire il mare.
— Con dei salassi simili fra poco non rimarrà più nulla da pescare tutt’attorno a Roscoff – ribadiva Giacinto Le Guen – ed allora, che cosa mangeremo? Ciottoli?
Il vento che urlava disperatamente, era di tal forza che di tanto in tanto tutta quella gente doveva aggrapparsi a qualcosa per non essere trascinata. Il cielo andava passando da un color grigio giallastro al nero e le nubi fuggivano spinte dalla burrasca a nembi così spessi che apparivano quasi solide, come balle di cotone e correvan sì basse sulle teste dei pescatori che si sarebbe detto di poterle toccare con la mano.
Il mare non era più che un caos di forme mobili continuamente distrutte fra le quali si accavallavano fiocchi di spuma ruzzolanti sopra un fondo di color verde sudicio misto a color di piombo. E frammezzo a tutto quel baccano i pescatori dovevano urlare per udirsi, ciò che, però, non li scoraggiava.
Un gruppo di donne si avvicinava e Santic Saout interrogò una robusta giovane la quale con la cuffia ben puntata sulla capigliatura, la gonna abbondante increspata ai fianchi ed il grembiale appiccicato dal vento alle gambe, avanzava con passo eguale, senza inciampare, solida ed ostinata:
— Oh! Eccoti qui, Maria Lachaux! Ho qualche cosa da dirti: se fossi come te, mercante di pesce non ne comprerei da quel «dannato»: temerei troppo di perder l’anima. È certo che deve esserci una maledizione su quel pesce, su quanti lo maneggiano e su quanti lo vendono.
Maria Lachaux guardò fisso negli occhi il lungo Saout e gli rispose con una risata sonora e piena:
— Che egli lo prenda per effetto di sortilegio è cosa che non mi riguarda – rispose – poi che l’ha preso in mare e che non l’ha rubato a nessuno. Il mare è di tutti, no? ed io faccio il mio interesse trattando con Le Hélo il quale non manca di procurarmi all’ora promessa il pesce che mi occorre.
— È precisamente questo che dovrebbe apparirti sospetto, Maria! Sei nata qui e sai quanto me che il mare non fa quello che vogliam noi e non si cura delle nostre promesse; egli sa soltanto le ore del flusso e del riflusso.
— Sospetto? perchè? Pesca chi può e, quello, pesca come sa. Le Hélo ha l’aria di intendersene un po’ più di voi, perchè se io contassi soltanto sulle vostre forniture, resterei a vuoto più di una volta.
— Non è per mancanza di buona volontà, Maria; è soltanto perchè noi siamo costretti a prendere il tempo come si presenta.
— Ebbene – ribattè la pescivendola ridendo clamorosamente, coi pugni sui fianchi e guardando tutti quegli uomini negli occhi – ebbene, Le Hélo non mi ha ancora detto nulla di simile. Quale che sia il tempo egli mi porta quel che è stato stabilito; non è come voi che mi portate di frequente del pesce che non mi riesce di vendere che a stento.
Erano presenti tutti i migliori pescatori del porto: Luigi Frout, padrone del Saint-Joseph ; Esprit Le Mat che pilotava l’ Ariel ; Luigino Guyader padrone del Reder Mor ; Luigi Roignant comandante del Sidelu , e poi i Corre, i Guidai, i Rohou... tutta brava gente che si dimostrava assai eccitata contro il cormorano di Roch’ Illievech.
Che cosa poteva dunque essere un uomo il quale pareva considerare un giochetto, una burla, pescare soltanto su fondali abitualmente privi di pesce e ritornare in porto con panieri colmi da schiattare?
Le Mat si era fatto innanzi uscendo dal riparo delle case e, vacillando sulle sue gambe erculee sotto la spinta del vento, cercava di scorgere lontano le promesse del cielo facendosi solecchio con la mano. Ma ritornò semisoffocato scrollando il capo. Si rivolse a Maria Lachaux:
— Di’ un poco – le disse ridendo – se Le Hélo ti ha promesso del pesce per oggi, credo che, almeno questa volta, rimarrai a secco chè se poi egli riuscisse a portartene anche con questo tempo egli non sarebbe soltanto uno stregone, ma il diavolo in persona.
Germano Greignoux, il maestro, che era un ottimo marinaio e, negli ozi che gli concedeva la sua carica di pubblico educatore, frequentava tutta quella gente di mare, non potè lasciar passare quella dichiarazione superstiziosa senza interloquire:
— Non dite sciocchezze: stregone! diavolo! Il signor Dunois mi ha spiegato che il padrone del Divoratore può forse disporre di un mezzo scientifico per attirare il pesce; qualche cosa come potrebbero essere delle onde elettriche.
— Io – intervenne l’ex-pilota Roignant, il decano di tutti i pescatori sempre robusto e solido – io ho già visto in passato qualche cosa di simile... Ero sulla costa del Gabon; nel ’72 o nel ’73. Ero ancora «collo Stato» allora, sulla cannoniera la Zélée ; ci eravamo trovati a dover reprimere gli assalti delle tribù dell’interno contro certi villaggi della costa, di certi selvaggi chiamati pahouins ; ed ecco che i viveri freschi vennero a mancare a bordo e non c’era nemmeno mezzo di procurarsi carne fresca a terra perchè gli altri avevano razziato tutto. Allora l’equipaggio cercò di prender del pesce; ma, sì, pigliane se puoi! In ogni paese il pesce vuol esser preso nel modo che gli piace. E le cose si mettevan male, cari miei! perchè correva già lo scorbuto, tanta roba conservata avevamo ingollato.
«Un giorno ero di guardia, quando vedo arrivare da terra, dentro un accidente di piroga di quei luoghi, lo stregone di quella tribù che avevamo difeso a cannonate. Un certo tale chiamato Kodo-Bassiba il quale non aveva nessuno che lo uguagliasse per coprirsi di cianfrusaglie. Naturalmente io vado ad annunciarlo e lo fanno salire a bordo. Con tutte quelle penne piantate sulla zucca rassomigliava ad un pupazzo da martedì grasso! Noi, naturalmente, ridevamo di lui; ma lui, invece, era serio come un giudice: andò a salutare il comandante e poi disse all’interprete che un servizio ne vuol uno in contraccambio e, poichè a noi non riusciva di prender pesce in nessun modo, egli era venuto per incaricarsene.
«— Ho un «gri-gri» (ha proprio detto così) che ve ne farà prendere quanto ne vorrete soltanto che mi lasciate fare.
«— Ma volentieri, vecchio Kodo gli ha risposto il comandante certamente trattenendosi a stento dal ridere. – Poichè tu conosci un sistema, facci prendere del pesce; cambieremo un poco il vitto perchè il lardo salato ed i fagioli secchi, ci escon già dagli occhi e se andiamo avanti di questo passo non andrà molto che creperemo tutti di scorbuto.
«— Aspettate un poco! – replicò Kodo.
«E quel pappagallo saltò nella sua barca e fece cinque o sei volte il giro della cannoniera cantando una canzone che faceva venir il mal di pancia e facendo una quantità di contorsioni come una scimmia impazzita. Poi rimontò a bordo e disse all’interprete:
«— Ho fatto quanto occorreva: gettate le reti e le lenze e se non prendete tanto pesce da esserne nauseati per tutto il resto della vostra vita, non voglio più esser chiamato Kodo-Bassiba.
«Ebbene, ragazzi; per più di una settimana avevamo pescato tutt’attorno alla Zélée senza acchiappare nemmeno un nasello e dopo che lo stregone ebbe cantato la sua canzonetta, abbiamo preso subito più di un quintale di merluzzo.
«Potete immaginarvi se le padelle furori messe subito in opera: con quel pesce abbiamo fatto zuppe ed intingoli; di tutto... Ed ogni volta che ne rivolevamo si mandava a prendere Kodo-Bassiba, gli versavamo un bichierozzo di tafià e, sotto colle reti! Vi assicuro che in tre settimane abbiamo mangiato più pesce noi, là; di quanto se ne mangi qui nelle annate buone!
— Benissimo; ma non vorrai venirci a raccontare che il tuo Kodo-Bassiba avesse delle onde elettriche! Col suo costume di pelle naturale, non aveva nemmeno tasche dove tenerle.
A Roscoff tutti erano ghiotti delle storie che raccontava il pilota Roignant il quale, poi, le sapeva narrare con una vivacità maliziosa, divertentissima. Quell’intermezzo aveva ridato un poco di allegria a tutti quando Luigi Corre, che badava al mare, gridò improvvisamente:
— Corpo d’un pesce cane! Guardate un po’ un battello che viene fra Astan e l’isola di Batz!
Immediatamente tutti rivolsero gli sguardi da quella parte e non si udì che un grido:
— Un battello?! Sei pazzo Corre!
— Pare anche che non abbia velatura – aggiunse il marinaio della Maria-Jean .
— Un battello? Ne sei sicuro?
— Certamente!...
— Sembra una barca da sardine di Siec – osservò Giuseppe Pirou che era andato a prendere un binocolo al Ricovero del Marinaio.
— Una barca da sardine? – gridò il vecchio Roignant i cui occhi valevan meglio di tutti i binocoli del mondo. – Dove li avete gli occhi? È la barca di Le Hélo, semplicemente.
E tutti a stupirsi per non aver riconosciuto il Divoratore. Certamente la paranza era in grande pericolo: fuggiva innanzi al vento, alla cappa? Si serviva del motore? A quella distanza era impossibile comprenderlo ma era certo che su quel mare scatenato l’imbarcazione ballava una danza spaventosa. E pareva che in quel momento la tempesta raddoppiasse di violenza: il vento soffiava con tale impeto da credere d’esser immersi nel muggito di una sirena mostruosa il cui soffio stesse per spazzar tutto.
A tratti, sotto le nuvole nere, il Divoratore appariva in bilico sulla cresta di un’ondata e poi, di colpo, scompariva come inghiottito e si vedeva che di tanto in tanto le onde furibonde lo spazzavano da prua a poppa.
Ma esso era sempre a galla ed ormai lo si vedeva a sufficienza per distinguere il capitano alla barra del timone. Certamente egli si era legato perchè altrimenti già da un pezzo sarebbe stato trascinato in mare.
— Va col motore! – gridò Luigi Frout. – Si mantiene perfettamente dritto all’onda: ora cerca di passare e punta sul porto.
Ed infatti la barca avanzava veloce.
— Che matto! uscire con un tempo simile! – brontolò Battista Autret – Si ha ragione di dire che deve avere il diavolo in corpo. Se non fosse così, a quest’ora sarebbe già annegato.
E mentre il piccolo bastimento giungeva all’altezza di Tisaozon si vide un altro uomo a bordo, probabilmente il cinese, che tentava di issare un fiocco.
— Bisogna che ci sia un arresto di motore – osservò Germano Creignou. – Cerca di poter governare ma quello è un fiocco che non durerà a lungo!
Non aveva terminato di parlare che una nuova raffica rabbiosa aveva strappato di netto quel triangolo di tela che volò via come un grande uccello fulvo per disperdersi in distanza.
Battista Autret alzò le spalle.
— Ditemi se sia tempo da metter fuori della tela! Il vecchio non riuscirà a passare. Il vento, la corrente e le onde lo spingono sull’isolotto degli Inglesi. Non c’è che dire, è perduto.
L’isolotto degli Inglesi o, in bretone, Tisaozon, è contornato da rocce aguzze che riducon in pezzi quella qualunque barca la quale, con un tempo simile, abbia la sventura di capitar loro addosso; e davanti alla gravità del pericolo che minacciava quell’imprudente, tutte le maledizioni vennero immediatamente dimenticate.
Come un corpo solo, gli uomini addetti al canotto di salvataggio si eran precipitati verso la baracca dov’era ricoverata quella barca che aveva già strappato al mare infuriato tante vite sacre: Luigi Frout aveva già impugnato il corno d’allarme e stava traendone dei muggiti sinistri di bestia ferita quando Esprit Le Mat, un colosso di sessant’anni dal viso energico completamente sbarbato e dagli occhi di un azzurro pallido e strano, gli mise una mano sulla spalla:
— Non sfiatarti! Bastiamo quanti siam qui!
E si imbarcarono tutti e dodici; dieci rematori di vaglia, un sotto comandante ed un comandante di cui si diceva:
— È tanto bravo alla barra del canotto che non c’è nessuno che lo uguagli.
Giuseppe Corre era il sotto comandante e poi c’erano anche: Maria-Angelo Le Coc; Francesco Saout; Judual e Luigi Corre; Luigino Guyader; Ivon Penvéno; Giammaria Guyonvarch; Pietro Guénolé e Joël Le Kennec tutti, tanto a tribordo quanto a babordo, veri virtuosi del remo; uomini di semplicità francescana che non esitano ad offrire la propria vita ed il pane dei propri figli, quando vengano chiamati in aiuto.
Eran tutti usciti di casa col cappello incerato e la casacca impermeabile: si affibbiarono la cintura di sughero e salirono nel robusto canotto che li attendeva sul carrello per la spinta in mare.
Vedendo i loro uomini che stavano correndo ancora una volta al pericolo, delle donne s’eran messe a piangere e delle voci si erano alzate per protestare:
— È possibile arrischiar la vita dei migliori dei nostri per salvar quella di quell’orribile Le Hélo?
— Non sarebbe meglio lasciarlo in mare, quella canaglia?
— Non sarebbe una gran perdita...
— Anzi sarebbe un bene.
Ma mentre i salvatori terminavano di disporsi ai loro posti, di legarsi ai banchi e di infilare il braccio nell’ansa del gherlino fissato a bordo, Esprit Le Mat si era alzato e con aria scontenta svergognava quelle che avevano parlato:
— Se si dovesse giudicare il merito di coloro che si salvano ci sarebbe sempre una ragione per non salvarli. Siamo del salvataggio noi, sì o no? Non ci siamo forse arruolati per questo? La persona non c’entra. È Le Hélo che si trova in pericolo? Si salverà Le Hélo!
E rivolgendosi agli aiutanti premurosi che avevano afferrato le amarre del carrello, ordinò tranquillamente:
— Avanti!
Venti braccia spinsero il canotto che apparve fuori del suo ricovero con la poppa innanzi. Di corsa il carrello scese nell’acqua e subito l’imbarcazione galleggiò sull’acqua relativamente calma del porto. Gli uomini avevan già fissato agli scalmi i remi lunghi e forti.
— Avanti sempre! – ordinò Le Mat.
Con perfetta contemporaneità le pale dei dieci remi si immersero nell’onde sulle quali, subito lanciato a tutta velocità, il canotto parve volare sfiorandole.
Fino alle calate non fu, dapprima, che una specie di passeggiata; ma non appena l’ Amiral-Courbet ebbe doppiato il molo, le ondate lo assalirono come furie scatenate desiderose di distruggerlo. A memoria di roscovita non si era mai visto un tempo simile. Ma che importava? Passando attraverso vere montagne d’acqua che sembravano voler opporsi alla sua avanzata, il canotto di salvataggio si lanciava come una freccia verso la paranza in pericolo; ma bisogna dire che tutte le speranze e le angosce di quanti eran rimasti a terra si rivolgevano più volentieri verso i salvatori che verso la barca di Le Hélo.
Intanto questi era fortemente spinto verso l’isola.
Malgrado la danza spaventosa alla quale lo costringeva il mare furente, si poteva comprendere che il vecchio capitano di lungo corso non perdeva affatto la testa; pur tenendo la barra del timone con una abilità meravigliosa, egli andava gridando degli ordini a Yen-Fu il quale, sotto la direzione del suo terribile padrone, si sforzava di rimettere in marcia il motore. Ma il motore resisteva.
Le due navicelle, in quel furore di forze scatenate, sembravano correre lo stesso pericolo: a tratti si rizzavano come in pericolo sia sulla prua, sia sulla poppa, e da terra era visibile il loro interno dall’alto in basso con gli uomini che si aggrappavano chiedendosi se, alle volte, la barca non si sarebbe impennata come un cavallo imbizzito, per poi rovesciarsi su di loro per schiacciarli nel mare che li avrebbe inghiottiti.
Quando non facevano questo gioco crudele, le onde spazzavano da un capo all’altro le due imbarcazioni e si rimaneva lietamente sorpresi vedendo ricomparire tutti gli uomini dell’equipaggio che si erano creduti scomparsi.
— Non c’è che dire – confidava Santic a Raignant – Esprit Le Mat è un comandante meraviglioso: guardatelo; ha l’occhio a tutto. Ora eccita gli uomini, ora cede all’onda; aspetta il momento buono, poi riprende e fila! Non c’è nulla che lo turbi.
La folla, ora molto fitta ed i cui movimenti seguivano e commentavano ognuna delle peripezie di quel dramma angoscioso, lanciò d’un tratto un grido di spavento.
Afferrato e travolto da un’onda formidabile, l’ Amiral-Courbet si era rovesciato.
Per un istante lo si vide con la chiglia all’aria...
Ma un canotto di salvataggio di modello regolamentare non può rimanere a lungo in tale posizione: messo in equilibrio instabile sulle casse d’aria che arrotondano le sue due estremità puntute, è costretto a raddrizzarsi ed in meno di venti secondi l’acqua entrata nella sua cavità se ne va attraverso i tubi di rame disposti a tale scopo.
L’ Amiral-Courbet ritornò dunque nella sua posizione normale: gli uomini che vi si trovavano, trattenuti dal rampone o dall’ansa del gherlino od anche saldamente aggrappati al loro banco, avevano fatto il giro completo con l’imbarcazione: ma due erano in acqua aggrappati alle corde che correvano lungo entrambi i bordi.
I loro compagni li aiutarono a risalire a bordo e, siccome tutto il materiale è fissato al posto, non era ancora trascorso un minuto che tutti i remi riprendevano a batter l’acqua come le ali di un grande insetto avrebbero battuto l’aria sfidando l’uragano.
Un immenso sospiro di sollievo sfuggì dal petto di ognuno degli spettatori mentre il vento, deluso, sfogava la sua rabbia con un urlo spaventoso.
Raddoppiando d’ardore i marinai dell’ Amiral-Courbet si lanciarono nuovamente verso il Divoratore.
La situazione di questo diventava sempre più critica perchè si trovava soltanto ad una mezza gòmena dalle rocce aguzze e dall’isolotto... quando, improvvisamente, il motore riprese la marcia (son tanto capricciosi quegli ordegni!) ed i salvatori, stupiti, ammirarono loro malgrado il vecchio capitano Le Hélo il quale, sempre freddo e padrone del mare, ripartiva e si dirigeva verso l’ingresso del porto.
All’ Amiral-Courbet non restava che virare sul posto e ritornarsene lui pure, ma attraverso il fracasso del vento quegli uomini, che avevano arrischiato la vita per Le Hélo, poterono udirne la voce tagliente urlare ironicamente:
— Dunque, ragazzi? Avete bisogno di un rimorchio?... sono ai vostri ordini.
Quei dodici coraggiosi si guardarono umiliati ed ebbero la sensazione di esser quasi ridicoli nel loro eroismo. E di nuovo, ancora più beffarda, la voce gridò distintamente:
— Ma credete dunque, mucchio di molluschi, che il capitano Le Hélo possa aver bisogno della vostra vecchia ciabatta? Per la navigazione come per la pesca son sempre disposto a farvela in barba vostra!... Via sarò in porto prima di voi.
Ed infatti egli si avvicinava rapidamente al porto mentre il giallo, per beffa, fingeva di porgere ai dodici salvatori il cavo di rimorchio che il suo padrone aveva loro offerto.
— Se a quello – brontolò Guyader – non gli torco il collo uno di questi giorni, e con queste due mani, proprio come ad un pollo, voglio arruolarmi con Le Hélo!
Tutti quei bravi uomini eran presi dalla collera! Così dovevan essere ringraziati pei loro sforzi? Ma quando furono ritornati in porto la collera lasciò il posto allo stupore. Appena attraccato al suo gavitello di fronte alla calata dei pescivendoli, il padrone della paranza faceva segno a Maria Lachaux e le gridava di condurre colà le carrette «perchè la pesca era buona»!
In un silenzio straordinario, i garzoni di Maria sbarcarono sulla calata venti panieri di pesce; venti panieri non meno pieni che nelle pesche precedenti.
V’erano delle quantità di stupende razze e dei congri, pesci che assolutamente era impossibile prendere con mare cattivo.
Atterriti, costernati, i roscoviti guardavano i canotti che facevano la spola dal Divoratore alla calata dove il pesce andava ammucchiandosi.
* * *
Quando l’ultimo paniere fu sbarcato, Le Hélo scese a terra lui pure coi suoi due inseparabili scrigni di cuoio. Non appariva affatto stanco e la sua faccia da bull-dog risplendeva di soddisfazione.
Mise piede sulla calata, guardò i pescatori, sorrise di traverso, chiuse uno degli occhi grigi e disse con amabilità:
— Eh! siete a bocca aperta, vero? Quando ve ne rimanete tutti a terra dondolando sulle zampe, papà Le Hélo se ne va con ogni tempo perchè non ha paura, lui; e prende ugualmente del pesce... e dei congri... e delle razze. Non basta far il pescatore; bisogna anche saper pescare... e ce ne sono che hanno bisogno di imparare.
E se ne andò dondolandosi sulle gambe, fra i suoi due scrigni mentre tutti lo seguivano con un cupo sguardo di riprovazione di cui egli si curava quanto un pesce può curarsi d’una mela.
— Non sapremmo che farcene delle tue lezioni, pescecane malnato! – gli gridò finalmente Battista Autret. – C’è chi pesca e c’è chi ruba!
E tutti quei visi color del cuoio lo approvarono in silenzio.
IV.
Lo Yacht “Swastika”.
In una giornata meravigliosa, il bello yacht Swastika si cullava dolcemente all’àncora sotto il cielo azzurro «trionfante» in quel bacino di color azzurro di zaffiro, in fondo al quale si stende Manilla, una delle meraviglie del mondo, uno dei luoghi più incantevoli che si possano ammirare.
Tutt’attorno alla splendida baia i villaggi malesi erano incastonati nei verdi scrigni di palme e di banani; delle piccole anse formavano un festone al basso del mantello delle colline e qua e là si vedevano sorgere delle piroghe indigene dagli alberi di bambù e dalle vele di stuoia color di sigaro.
Sul ponte della nave il capitano di vascello Yamamoto, della marina imperiale giapponese, passeggiava in lungo ed in largo con quell’aria di corretta gravità, semplice ed un poco misteriosa, che è comune agli ufficiali del Mikado.
Molti si erano stupiti al Giappone di vedere un discendente di samurai abbandonare la nobile carriera militare per mettersi al servizio marittimo di sir Harry Solok il miliardario Eurasiano.
Suddito britannico, partito dal nulla; figlio di un soldato inglese e di una malese delle isole della Sonda, egli, a trentacinque anni, era proprietario dei maggiori giacimenti petroliferi di Sumatra ed uno degli uomini più ricchi del mondo. La sua fastosa esistenza trascorreva fra un porto e l’altro dell’Europa, dell’Asia e dell’America su quello yacht meraviglioso grande quasi come un piroscafo i cui tre alberi potevano portare qualche cosa come milleduecento metri quadrati di velatura e le cui macchine, della forza di quindicimila cavalli, gli davano facilmente una velocità di ventiquattro nodi orari.
La potenza di sir Harry Solok era considerata come formidabile; gli si attribuivano clientele, alleanze e rappresentanti ignoti in tutti i paesi del mondo dove egli interveniva nel giuoco politico piegando ogni combinazione ai suoi voleri.
E non era la minor prova della sua potenza quella di aver strappato alla sua professione tradizionale il cavalleresco Yamamoto.
Il radiotelegrafista di bordo apparve apportatore di un messaggio che aveva ricevuto in quell’istante.
— Per sir Harry Solok, comandante – disse.
— Sir Harry Solok fa la siesta nel suo appartamento. Consegnate il messaggio al suo cameriere privato, Umaro.
Il magnate del petrolio sonnecchiava sopra un divano disseminato di cuscini fatti coi pizzi più rari, i broccati più delicati ed i ricami fantastici che sanno inventare gli artisti dell’Estremo Oriente. I cortinaggi di seta broccata erano di un lusso mai visto e si intonavano coi mobili d’ebano incrostato di madreperla, gli utensili ed i gingilli di vecchie porcellane azzurre della Cina o d’oro preziosamente cesellato.
Un servo malese vegliava il sonno del padrone agitando lentamente un Pankan che sembrava l’ala di un grande uccello.
Il cameriere, un cinese, entrò senza fare alcun rumore con le babbucce dalle suole di feltro; staccò, dal muro dove pendeva, una specie di chitarra e ne fece vibrare dolcemente le corde.
A quel suono lieve il signore aperse due occhi strani, d’un azzurro quasi nero, un poco obliqui alla malese, ma ben aperti all’europea. Il suo viso appariva bello ma l’espressione imperiosa, crudele, nello stesso tempo che sorniona sotto i capelli di color castano dorato, ribelli alla spazzola, lo rendeva assai poco simpatico.
— La vostra alta eccellenza – mormorò umilmente il servo – mi ha raccomandato di turbare il suo prezioso sonno se giungesse qualche messaggio dei geni dell’aria.
— So quel che ho detto – rispose con alterigia il protetto dei coboldi petrolieri. – Vattene.
Era vestito come un mandarino cinese di prima classe; costume al quale aveva effettivamente diritto; ma non si sapeva bene come tale dignità potesse esser stata conferita a simile avventuriero.
Era stata davvero una vita straordinaria quella di Solok e sul conto di essa correvano leggende d’ogni sorta, buffe ed anche cupe.
Quel meticcio che un re d’Inghilterra doveva poi creare baronetto, poco dopo la nascita, avvenuta non lontano da Singapore, era stato gettato ai porci dalla madre che non sapeva come nutrirlo e l’aveva salvato un pastore protestante; insofferente della disciplina impostagli da quel rigido metodista, il piccino era fuggito quando aveva appena quattr’anni per vivere come qualunque altro figlio della strada, anzi, delle strade delle città dell’Estremo Oriente.
Intelligente tanto da imparar subito qualunque lavoro, egli si unì alla coorte pidocchiosa dei piccoli lustrascarpe dalle grida acute i quali vanno richiamando dalla mattina alla sera la clientela degli stranieri sbarcati dalle navi per visitare la città.
Quella era una vita richiedente astuzie d’ogni sorta, ed egli sapeva attirarsi la protezione simultanea dei sacerdoti di ogni religione rappresentata nella capitale cosmopolita degli Straits Settlements . Col suo finto ardore di neofita egli sapeva ottenere da uno il vitto, da un altro l’alloggio, da un altro ancora il vestiario meravigliando tutti con la sua fede commovente e la sua assiduità alle pratiche religiose.
Grazie ad una rapacità e ad una pazienza meravigliose, unite ad una economia sordida, già a vent’anni egli cominciava a prestare ad usura ai coolie del porto; poi, avendo osservato che quei fratelli gialli perdevano invariabilmente tutto il loro denaro al gioco, quando non lo spendevano in oppio, creò un minuscolo locale dove quei disgraziati potevano procurarsi tali delizie con poca spesa.
Così con una combinazione semplicissima ma meravigliosamente canagliesca ed ingegnosa, sapechi e piastre uscivano dall’una delle sue tasche per rientrar subito nell’altra moltiplicandosi.
Quando fu proprietario di un discreto peculio, prevedendo l’estendersi della città, acquistò per pochi quattrini dei terreni nei sobborghi che poi le compagnie di navigazione inglesi gli ricomperarono a prezzi d’affezione per costruirvi dei bacini. Ma improvvisamente la sua stella parve impallidire: degli scandagliatori di terreni disonesti, riuscirono a cogliere in fallo quella volpe matricolata e seppero affibbiargli a prezzi elevatissimi dei terreni posti in una delle più selvagge regioni di Sumatra dove si diceva vi fosse dell’oro.
Quell’oro non era che una chimera; si era fatto in modo che egli ne trovasse, e non ve n’era un grammo e tutto il distretto di Malacca rise da schiattare alle spalle di quel furbone così ben gabbato. Ma ride bene chi ride ultimo: nelle terre di Sumatra non v’era oro, era vero, tuttavia Van Daël, un vecchio colono olandese, si era recato un giorno a trovare Solok, il quale non sapeva che farsene di quelle lande sterili ed, essendo egli troppo povero per acquistarne anche un ettaro, gli propose di associarglisi per sfruttare i giacimenti di petrolio che da gran tempo egli era convinto che dovessero trovarvisi.
Solok, felice, accettò: impose soltanto all’imprudente olandese un contratto secondo il quale la proprietà dell’impresa apparterrebbe a quello dei due che avrebbe sopravvissuto all’altro... così che l’olandese morì improvvisamente per un travaso di bile il quale poteva benissimo essere una specie di febbre gialla consecutiva all’ingestione di un grog magistralmente preparato dall’ex-usuraio.
Quella morte avvenuta tanto a proposito, diede la stura a molte dicerie; ma le inchieste in quei paesi torridi sono molto faticose e Van Daël venne sepolto senza autopsia e questo bastò perchè la fortuna di Solok cominciasse a salire come latte in ebullizione: i giacimenti di petrolio erano ricchissimi.
Ebbe un milione, ne ebbe dieci; raggiunse i cento... arrivò al miliardo e da quel giorno il piccolo peculio dell’ex-lustracarpe ingrossò minuto per minuto, milione su milione, miliardo su miliardo così che a lui stesso era impossibile seguirne l’aumento. Come quella di Rockefeller e di Ford, la sua sostanza era diventata immensa e si accresceva automaticamente senza che egli dovesse nemmeno pensarvi. Il suo denaro era prolifico come gli infusori e si ammassava come si formano gli atolli.
Di quella potenza illimitata, Solok, diventato Sir Harry Solok parve fare un uso abbastanza malefico. In tutti i paesi del mondo, in tutte le politiche si cominciò a sentire il suo zampino: molti non volevano credere a questa sua strana ed occulta azione; ma quanti conoscevano effettivamente le influenze asiatiche la denunciavano e la svelavano continuamente.
Fu per questa convinzione che al French-Club di Sciangai, Jean Morelle, il famoso esploratore del Khokkim e del paese dei Metocangmi 1 , il francese che con la sua audacia aveva stornato l’anno prima la terribile minaccia di un’invasione gialla sospesa sul capo dell’Europa, sosteneva che Harry Solok fosse l’alleato ed il sostenitore d’un nuovo movimento fomentato dai Mongoli contro la razza bianca.
— Il nome stesso del suo yacht lo dice: Swastika . Vogliate intender la ragione, voi che avete orecchie per non udire ed occhi per non vedere – protestava il giornalista.
Ma Morelle veniva accusato volentieri di vaneggiare alquanto: e si diceva che dopo il suo ritorno dalla più straordinaria e pericolosa esplorazione che da lungo tempo fosse mai stata eseguita, egli non pensava più che al pericolo giallo, ne parlava senza tregua e lo scorgeva ovunque andasse.
E siccome, da quando l’oro gli fluiva fra le dita, Harry Solok era un ospite molto fastoso, liberalissimo, dimentico della sua primitiva avarizia, che sapeva ricevere regalmente tanto a bordo del suo yacht quanto nei suoi palazzi d’Asia, d’Europa e d’America, tutti erano concordi nell’affermare ch’egli era un delizioso gentiluomo ed un awfully good fellow .
* * *
Quando il servo se ne fu andato, il satrapo cavò dalla veste un minuscolo codice che non lasciava mai e col quale decifrò immediatamente il messaggio che aveva ricevuto e, col sorriso strano che accennava appena all’angolo delle labbra, egli battè un gong che aveva a portata di mano.
Charlie accorse.
— Avverti il comandante Yamamoto che lo desidero.
Cinque minuti dopo il giapponese si presentava sull’attenti e facendo schioccare i talloni offrendo al Re del Denaro il più bel saluto militare che mai ufficiale giapponese avesse fatto ad altri che al suo Imperatore.
Con l’impressionante freddezza d’accento dei suoi pari egli domandò:
— Vostra Eccellenza desidera?
— Ho ricevuto proprio ora questo messaggio urgente – rispose Solok restituendo il saluto ma soltanto col capo e senza alzarsi. – Mi è mandato da Yen-Fu. Sapete quale personalità si nasconda sotto questo nome volgare?
— Per servire la causa alla quale tutti noi abbiamo dedicato le nostre forze e la nostra vita? Eccellenza, sì...
— Leggete – riprese Solok – ho scritto la traduzione fra le righe: poi bruceremo.
L’ufficiale lesse attentamente e rimase apparentemente impassibile, mentre i suoi occhi lanciarono un lampo subito spento.
— Che ne pensate, Yamamoto? – domandò il magnate del petrolio.
— Eccellenza, credo che l’invenzione di questo marinaio francese sia perfetta ormai... sufficientemente perfetta, in ogni caso, perchè noi si debba esaminarla da vicino.
— Sta bene: la vostra opinione coincide con la mia; potrebbe darsi che questa scoperta ci servisse. Partiremo dunque per l’Europa domattina; tenetevi pronto, comandante.
Il capitano di vascello salutò inchinandosi, girò sui talloni ed uscì.
* * *
Erano trascorsi circa tre quarti d’ora quando l’Eurasiano si fece annunciare ai suoi ospiti. Era allora, a bordo dello Swastika James M. Laurie uno dei migliori chimici degli Stati Uniti che in pari tempo era un geologo incomparabile e forse la più incontestabile autorità mondiale in fatto di petrolio.
Solok aveva chiesto il suo concorso per l’esame dei giacimenti petroliferi esistenti in una concessione da poco acquistata a Sumatra.
Ma James M. Laurie non si trovava solo quando Solok entrò nella stanza dove si trovava; era in compagnia di sua figlia che stava combinandogli una infinità di monellerie. Ella si era aggrappata alla poltrona a dondolo sulla quale il babbo si dondolava e l’aveva sottoposto ad una serie fantastica di oscillazioni e di scossoni quali durante le sue navigazioni più disgraziate lo Swastika non s’era mai neppur sognato di sopportare.
La fanciulla rideva di gusto mentre il padre, già sulla sessantina ma vigoroso e dal viso maschio incorniciato di capelli d’argento, fingeva di incollerirsi.
Alla vista di Harry Solok, Alys divenne rossa come le sue labbra e seria come un giudice istruttore. Il miliardario si atteggiava a pretendente ed ella non lo detestava, anzi la sua immaginazione le faceva intravedere che non doveva esser cattiva cosa l’esser moglie di quell’uomo; ma a tratti il suo istinto la distoglieva da simile pensiero ed ella sentiva come un avvertimento impreciso giungerle dal fondo del suo incosciente.
Sebbene ignorasse ancora le leggende correnti sul conto del miliardario, qualche cosa l’allontanava da lui; forse soltanto l’inquietudine indistinta che si prova all’accostarsi di un uomo d’altra razza...
Bisogna però riconoscere che l’atteggiamento del meticcio presso la fanciulla non era mai stato familiare; la sua correttezza e la sua galanteria d’uomo di mondo si mantenevano perfette perchè Harry Solok aveva preso lezioni di contegno e più di un principe autentico gli avrebbe invidiato la sua distinzione di modi.
— Caro amico – disse il miliardario al geologo – mi avevate rattristato comunicandomi la vostra risoluzione irrevocabile di recarvi in Europa col prossimo piroscafo inglese passante da Singapore. Non desidero affatto di perdervi tanto presto e non mi accontenterò di accompagnarvi a Malacca. Per godere fino alla fine della vostra amabilissima compagnia, e se lo permettete, vi condurrò fino in Europa. In tal modo non dovrete abbandonare i vostri appartamenti, viaggerete con ogni comodità e, se non sono eccessivamente vanitoso, anche in modo più gradevole. Arriverete anche un poco più rapidamente in Francia.
— Perbacco! – esclamò irriflessivamente Alys. – Preferisco assai rimanere sul mio yacht all’andarmene con un piroscafo di servizio pubblico.
Sir Harry Solok divenne improvvisamente assai grave e, senza sorridere, dichiarò
— Sarà infatti il vostro yacht, signorina, non appena lo vorrete.
Alys arrossì ancor più e rimase interdetta: quanto a Laurie, felice in fondo, prese, soltanto per la forma, un atteggiamento di malcontento ed esclamò:
— Ma è spaventosa la disinvoltura di questa ragazza!... Noi abusiamo veramente, caro amico, della vostra cortesia e della vostra gentilezza.
— Lasciamo i complimenti – esclamò sorridendo il meticcio. – Se quanto vi ho proposto di vostro gradimento, ditelo francamente e, se non vi va, ditelo senza complimenti. Mi auguro però che la mia proposta vi piaccia perchè in tal caso il mio piacere sarebbe superiore al vostro.
Come respingere una proposta fatta tanto galantemente da un uomo onnipotente??!.... Perciò non venne respinta.
V.
All’abbordaggio!
La prima parte dell’inverno era stata terribilmente cattiva: burrasche su burrasche! La sfortuna si accaniva su tutti i pescatori della costa bretone ed in più d’una di quelle umili dimore la miseria aveva cominciato ad affacciarsi.
Quella sera, vigilia di Natale, la popolazione marittima di Roscoff era riunita tutta quanta, cosa rara, al Ricovero del Marinaio: alle cinque era già buio come di notte e nella sala le tenebre erano rotte da grandi lampade a petrolio.
— Se continua così – dichiarò Giuseppe Pirou la cui borsa del tabacco era quasi vuota – non si potrà neppur più fumare.
— Se dicessi che non si potrà neppur più mangiare – ribattè Luigi Corre – saresti ancor più nel vero.
Seduti sui banchi, sulle seggiole e perfino sul bordo delle grandi tavole nelle svasature delle finestre, tutta quella gente guardava l’ammattonato di tra le braccia e le ginocchia pensando unanime:
— Chi l’avrebbe detto l’anno scorso quando il pesce rendeva tanto?
La rassegnazione non era l’espressione più frequente su quei visi, tutt’altro! Se gli sguardi erano cupi, le labbra erano strette e le mascelle serrate.
La porta s’aperse improvvisamente ed apparve il direttore del laboratorio accolto da un mormorìo di simpatia; tutte quelle grosse mani si tesero. Prendendo quella di Luigino Guyader, il padrone del bel Reder Mor , il più abile pescatore del paese, Dunois domandò:
— Ebbene eccomi, amici! Che c’è? pare che abbiate qualche cosa da dirmi.
— Vi ringraziamo assai d’essere venuto, signor Dunois – rispose Luigino. – Ora vi racconteremo tutto.
I pescatori che si trovavano nei punti più lontani della sala si erano avvicinati anch’essi e formavano un semicerchio dietro Guyader e cioè di fronte al naturalista, e brontolavano:
— Bisogna proprio finirla!
— Ecco, signor Dunois – rispose Luigino – non si può continuare così, capite? Era già abbastanza doloroso veder ritornare in porto vostro zio coi panieri pieni di pesce tutti i giorni e con qualunque tempo, mentre noi, che non abbiamo barca a motore come lui nè nessun patto col demonio, quando potevamo uscire riuscivamo a stento a raccogliere due o tre panieri per barca. Mi direte che il mare è di tutti; lo sappiamo benissimo e le donne avevano un bel brontolare ed i bambini potevano stringersi la pancia; noi ce ne stavamo tranquilli: ma oggi è certo che egli ha passato i limiti. Abbiamo esaurito la pazienza, mi capite?
Gli altri pescatori seguivano il discorso di Luigino Guyader approvando energicamente col capo come per dar maggior peso alle sue parole.
— Vi faccio osservare, caro Guyader – rispose Dunois – che io non so ancora che cosa sia «troppo forte».
—Ah! ecco dunque! – gridarono parecchi voci. – Egli ha rubato il nostro pesce.
— Non riconoscevate poco fa che il mare è di tutti?
— Precisamente! – ribattè Luigino. – Ma quel pesce che ho pescato io, col mio lavoro, con le mie lenze, con la mia barca, ammetterete che sia mio.
— Questo è incontestabile – ammise il naturalista.
— Allora abbiamo detto giusto: egli ce l’ha rubato, rubato dalle nostre lenze – brontolarono molte voci cupe – proprio dalle nostre lenze poichè quel pesce era preso ai nostri ami.
— Ma questo colpo gli porterà disgrazia!
— Sì, stia in guardia!
— Si provi a sbarcare quel pesce e lo ributteremo a fondo col padrone ed il marinaio e la barca...
— Lo vedremo allora se egli sia uno stregone!...
L’esasperazione cresceva di mano in mano che i pescatori rievocavano il torto ricevuto: per quegli uomini che vivono delle catture che compiono, la proprietà della preda è sacra ed il portarvi pregiudizio è un sacrilegio inespiabile.
Finalmente Luigino diede delle spiegazioni stupefacenti.
— Voi sapete quanto noi, signor Dunois, come in questi ultimi tempi il mare sia stato cattivo; non era possibile uscire e, perciò, nemmeno di pescare e questo ci aveva causato dei giorni senza guadagno, cosa grave per povera gente come noi... Ieri sera s’è avuto un poco di schiarita e noi, felici, siamo andati a porre i nostri tre chilometri di corda ciascuno con le lenze inescate, verso l’Abervrach... Pareva che la fortuna ci aiutasse: era molto tempo che non avevamo avuto tanta esca e tanto buona; il pesce doveva abboccare in quantità... ed ecco che, disgraziatamente, verso mattina ci capita un colpo di vento da disalberarci tutti quanti eravamo, e fummo tutti d’accordo di ripararci nel porto di Pontusval; saremmo andati a raccogliere le corde non appena il tempo si fosse calmato... Infatti verso mezzogiorno il tempo si calmò e noi ce ne andammo per ritirare le corde... Ma; il diavolo se lo porti! vostro zio era già passato di là e stava ancora pescando, quel maledetto, forse ad un miglio di distanza... E sapete che cosa abbiamo trovato quando le lenze furori levate? che più della metà degli ami se n’erano andati per conto loro assieme ai congri ed alle belle razze che avevano abboccato.
— Come, andati?
— Proprio così; andati verso quella sporca paranza... chiamati... che so io, attirati... costretti ad andar a farvisi pescare!
E bisognava che l’attrazione fosse stata terribilmente potente poichè, secondo quel che diceva quella brava gente, molti di quei pesci il cui amo non s’era staccato dalla lenza, s’eran strappata la gola piuttosto che non andar a gettarsi con gli altri in quella paranza stregata.
— Sono bestie come le altre, i pesci – aggiunse Esprit Le Mat – il dolore lo sentono anche loro e devono aver sofferto spaventosamente strappandosi così le carni per obbedire al richiamo!... quanto a quelli che non avevano potuto liberarsi... ebbene, erano morti, ciò che per noi vale lo stesso.
— Come quelli del laboratorio – osservò Dunois a voce bassa.
— Ecco quel che ha fatto il vostro Le Hélo! Così che, invece della bella pesca che ci avrebbe rimesso tutti un pochino a galla, che ci avrebbe permesso di comperare del pane per le nostre donne e per i marmocchi con un poco di burro, anche, siamo ritornati con dieci panieri di pesce per tutta la flottiglia!
— E per di più – gridò Santi Saout con voce roca pel furore – era anche pesce cattivo, pesce morto che si venderà male se pur si venderà. È giusto questo?
Ed il coro dei pescatori rincarò:
— Dobbiamo proprio lasciarci derubare?
— Dobbiamo morir di fame con le nostre famiglie od essere rovinati perchè quel vecchio cormorano faccia i quattrini?
— Ah no! corpo d’una razza! Preferisco ammazzarlo a calci e del suo corpo fare dell’esca per la lenza.
— Ecco, signor Dunois, quello che volevamo dirvi – riprese Luigino. – Nel paese tutti vi voglion bene, a voi personalmente, ma quanto a Le Hélo la cosa non è possibile... no, non si può continuare così... Bisogna che voi diciate ben chiaramente a vostro zio che ci fa imbestialire... che da queste parti egli c’è già stato a sufficenza, lui, il suo motoscafo, il suo giallo e la sua paranza... E poi bisogna che la smetta di beffarci: egli li conosce bene i pescatori roscoviti poichè è anche lui di qui... e quando picchiano, picchian sodo. Ecco quello che volevamo pregarvi di dirgli. Più tardi le cose si metterebbero male... Ma non vuol dire che perchè vostro zio è un birbante, noi dimenticheremo tutte le vostre bontà, signor Dunois.
Il naturalista stava per rispondere e la sala era piena da non poter contenere un sol uomo di più perchè molte donne vi avevano raggiunto i mariti e si sa che in quei casi le donne sono sempre più temibili degli uomini.
E mentre parlavano delle loro case senza pane, dei loro figli senza latte, la collera dei marinai cominciava a ribollire; ed improvvisamente un monelluccio giunse precipitosamente al Ricovero gridando:
— Eccolo che arriva, il Divoratore ; ha la prua sulla calata del pesce e Maria Lachaux arriva coi carri per ritirare la pesca!
Di botto tutti furono in piedi; minacce, bestemmie ed imprecazioni si confusero nella vasta sala formando un fracasso infernale e l’agitazione ed il disordine giunsero al colmo. Tutti volevano uscire contemporaneamente e ci fu uno scompiglio indescrivibile perchè la porta era troppo stretta per quella folla.
Dunois comprese che da quell’eccitazione tutto si poteva temere; aperse una finestra, saltò sul terrapieno e ritornò verso la porta con le braccia aperte, scongiurando i pescatori di contenersi; ma nessuno gli badava e, forse, nessuno neppur lo vedeva. Già la folla aveva circondato le carrette della pescivendola.
— Non devi comprare quel pesce rubato! – si gridava.
— Maria! – strillavan le donne – bada a te. Abbandona quel maledetto!
Ma Maria Lachaux non era donna che si lasciasse intimidire facilmente.
— Vi ho detto di lasciarmi in pace – gridò a sua volta con una voce che dominò i falsetti di quelle furie. – Non devo rifornire la mia clientela di Parigi? Non avete pesce, voi? No? Ebbene, lui ne ha! Portatemene e ve lo compero!
La marea era abbastanza alta perchè la paranza potesse accostare alla calata e Le Hélo, che conosceva perfettamente lo stato d’animo del popolo, non era certo uomo da cedere davanti ad una minaccia quale che fosse. Non badò, dunque, nè alle grida nè alle ingiurie; amarrò il battello al posto stabilito e scese nella sua cabina lasciando a Yen-Fu d’occuparsi dei garzoni di Maria come al solito.
Il cinese cominciò a passare i panieri colmi agli scaricatori che li posavano nelle barche e li trasportavano sulla calata e tutto questo lavoro si svolgeva alla luce di alcune lanterne: quelle della nave, quelle degli scaricatori e quelle dei carri di Maria Lachaux.
Dunois vide scintillare gli occhi degli uomini che esaminavano la «merce» portata dal capitano: senza dir nulla a nessuno, e quasi di nascosto, egli saltò in un canotto e con qualche colpo di remo si portò a fianco della paranza: ne scalò la murata e si diresse verso poppa senza che il Cinese intento al lavoro l’avesse visto. Nel momento in cui egli stava per bussare alla porta della cabina, essa s’aperse ed apparve Le Hélo,
Desideroso di rimediare alla situazione e deciso a tutto sopportare pur di evitare una disgrazia, Dunois cominciò:
— Zio, mi riconoscete, non è vero? Sono vostro nipote, il figlio di vostra sorella... Yves.
Senza neppur aver l’aria di dargli ascolto, il vecchio urlò:
— Yen-Fu, maledetto macaco, da quando si lascia salir a bordo il primo somaro che càpita?
Ma Yen-Fu aveva molto da fare attorno ai panieri e rispose con un gesto significante ch’egli non poteva essere contemporaneamente dappertutto.
Sebbene avesse sentito l’ingiuria, il naturalista riprese con lo stesso tono volutamente calmo:
— Zio, se mi son permesso di montare a bordo, malgrado il modo come mi avete accolto tempo addietro, è nel vostro interesse, credetemi! Pare che non vi rendiate conto del pericolo che vi minaccia, ma avete torto, ve lo giuro, di beffarvi di quella gente. Vi verrà fatto qualche brutto tiro.
Le Hélo rispose brutalmente:
— Tu non sei che una maledetta faina! Hai trovato questo pretesto da impostore per venir a spiare quel che accade sul Divoratore . Ciò non riguarda che me, hai capito? T’ho già detto una volta di filare al largo col vento in poppa!
— I vostri segreti non mi interessano: è giusto che approfittiate delle vostre invenzioni, ma bisognava che usaste un poco di tatto. Temo che vi accada una disgrazia, se fossi nei vostri panni, leverei l’àncora e me n’andrei per qualche tempo.
Intanto la folla, sulla calata, s’era accorta, malgrado l’oscurità, che Dunois stava parlando con lo zio e tutti stavano a vedere quel che sarebbe accaduto. Il capitano battè un piede:
— Levar l’àncora? Per chi mi prendi? Forse che il mare non è mio quanto loro? Non è forse giusto che chi sia meno stupido approfitti di ciò che sa fare? Dillo un po’! E non sono io, forse, nel mio diritto? Me ne infischio, io, di tutti coloro. Sono capace di difendermi. Ed ora: basta! Abbian parlato anche troppo! Levati dai piedi!
Dunois, desolato, fece ancora un tentativo, ma disperato:
— Ancora una volta: datemi ascolto. La vostra vita è in pericolo!
Le Hélo depose i suoi astucci e fece un passo verso il nipote con le mani innanzi, pronte ad afferrare.
— Ah! maledetto zuccone! Devo proprio andar fuori dei gangheri?
Dunois rinculò lentamente: a nessun costo voleva venir alle mani con lo zio al quale doveva rispetto.
— Addio, allora: l’avrete voluto voi e sarete il solo responsabile di ciò che accadrà.
— Buon viaggio e buon vento! – gli gridò il vecchio alle spalle mentre quegli saltava nel canotto per ritornare alla riva.
Non appena sbarcato egli venne circondato dalla folla.
— Dunque? Che cosa dice ora quel vecchio demonio? Che cosa vi ha detto?
Dunois era nell’imbarazzo:
— Amici miei – disse tuttavia cercando di allontanare la bufera – finchè un modo di pescare non sia vietato dalla legge esso è lecito: quell’uomo è dunque nel suo diritto. Non lasciatevi trascinare a commettere violenze di cui dovreste poi dolervi e che potrebbero costarvi caro. Ritornate a casa ed al calar della marea andate a pescare per vostro conto. Tenetevi lontani da lui: sarà meglio per tutti.
Un grande tumulto seguì queste parole. Ah! quello straccione non voleva udir ragione!
Di nuovo gli sguardi si rivolsero ai panieri che Yen-Fu e gli scaricatori deponevano sulla calata: erano tanto pieni che i pesci minacciavano di traboccare: un gran numero di congri e di razze avevano le bocche largamente ferite mentre dalla bocca di una quantità di essi ancor maggiore, penzolavano delle lenze troncate di netto.
Le grida ricominciarono:
— Ecco! non è forse vero? Guardate un poco, signor Dunois, se questi pesci non sono stati strappati alle nostre corde!... Ladro!... Ladro!...
Nel buio della notte, appena rotto dalla luce che diffondevano le lanterne, si poteva distinguere vagamente la forma di Le Hélo a bordo del Divoratore . Aveva ripreso i suoi scrigni ed osservava quella folla in subbuglio.
Quanto a Yen-Fu, per nulla rassicurato tanto dal contegno dei pescatori quanto dagli aggettivi tutt’altro che gradevoli che non gli venivano risparmiati, egli si affrettava ad accostare le ceste sui carri con l’aiuto frettoloso dei garzoni della pescivendola i quali avrebbero preferito trovarsi altrove ed anche molto lungi di là.
Malgrado tutta la sua presenza di spirito naturale e la sicurezza che affettava, Maria cominciava a temere; gettò uno sguardo sul carico dei suoi carri, si vide circondata da gente urlante e vociferante e giudicò che fosse tempo di battere in ritirata.
La prima carretta era completa ed ella si avvicinò al carrettiere e gli ordinò:
— Via, tu, e svelto; senza lasciarti fermare.
Ma forse aveva aspettato troppo. Il carrettiere incitò il cavallo e gli lanciò una frustata; le ruote stridettero ed il carro si mosse. Ma allora la collera della folla scoppiò.
— Ah! no, Maria, non te ne andrai così, tu!
E, le donne per le prime, tutti si lanciarono sul cavallo.
In un attimo l’animale fu staccato e scacciato, ed i pescatori ebbero impugnato le razze delle ruote e sollevato il carro. Spinto dalla forza irresistibile di trenta braccia le cui forze erano moltiplicate dalla rabbia, esso oscillò. I panieri caddero ed il loro contenuto si sparpagliò sulla sabbia e sui ciottoli della spiaggia. Le altre carrette subirono la stessa sorte, ed i garzoni della pescivendola fuggirono a gambe levate temendo quel furore popolare. E fecero bene.
Maria Lachaux, invece, di fronte a quel disastro cercò di reagire:
— State in guardia, voi, banda di briganti! Ce ne sono ancora dei giudici e conosco tutti i vostri uomini e vedo tutto quel che fate e saprò farmi pagare i danni!...
Non potè dir di più: le donne le si lanciaron contro ed ella ebbe soltanto il tempo di sollevare le gonne e fuggire come i suoi garzoni: soltanto quando fu ad una buona distanza e si accorse di non essere inseguita, si fermò per lanciare delle ingiurie incomprensibili. Le donne finsero di riprendere l’inseguimento ed allora ella si ritirò definitivamente dopo aver mostrato i pugni agli avversari.
Intanto, malgrado la sua agilità e la sua flessuosità, Yen-Fu non aveva potuto sottrarsi al gruppo che lo circondava e raggiungere una imbarcazione che gli permettesse di ritornare a bordo: il furore delle donne si riversò su di lui. Armate di pesci raccolti da terra e che si assicurarono in mano cospargendoli di sabbia presero a fustigarlo, lo accopparono quasi, e finalmente lo gettarono in mare all’estremità della calata.
L’acqua fredda lo rianimò ed egli si allontanò a grandi bracciate essendo un nuotatore di vaglia: si immerse così nell’oscurità e si udiva ancora lo sciabordìo dell’acqua quando già non lo si vedeva più.
A bordo del Divoratore Le Hélo ruggiva di rabbia. Come!? quei miserabili pescatori osavano ostacolargli l’esercizio della sua industria? Ed anch’egli rispondeva con minacce agli urli della folla.
Questa se ne accorse e cinquanta mani furenti raccattarono dei ciottoli e li scagliarono verso la paranza. Una pioggia di proiettili cadde tutt’attorno al capitano ed uno lo colpì duramente ad una spalla, un secondo gli insanguinò la fronte...
Ma una terza pietra battè sopra uno degli astucci con un colpo sordo:
— Morte di tutti i diavoli! – urlò con rabbia – questi assassini mi fracassano i radiatori!... È roba che costa cara, questa, canaglie!... non c’è giustizia fra furfanti simili; sembra d’essere alle isole Figi!
Ma il bombardamento si intensificava e questa volta Le Hélo ebbe chiara la sensazione del pericolo.
— Ah! ma... – fece con un tono di sorpresa che, in altre circostanze, sarebbe stato comico – questi animali voglion proprio farmi la pelle! Ne manderei volentieri qualcuno all’altro mondo, ma con questo non li fermerei tutti questi cani idrofobi! me la pagherete, però, sudice canaglie!
Una voce gli rispose, che poteva ben essere quella di Luigino:
– Ed ora, all’abbordaggio, ragazzi... all’abbordaggio!
Guyader era proprio fuori di sè e cento voci gli risposero nella stesso tono:
— Bene! demoliamo la sua sporca barca! affondiamogli quella maledetta paranza. Forza ragazzi!... all’abbordaggio!
Venti uomini balzarono nelle scialuppe minacciando coi pugni tesi armati di grossi ciottoli.
Dunois volle ancora intervenire con tutta la sua persuasione e tutta la sua amicizia:
— Vi prego, amici; state per pregiudicarvi seriamente: quel che fate è molto grave.
— Lasciateci, signor Dunois – risposero i pescatori esasperati e testardi. – Quel che facciamo è giusto.
Ed il naturalista fu costretto a lasciare il passo alla selvaggia giustizia popolare. Con pochi colpi di remo i canotti giunsero al Divoratore e subito gli assalitori scavalcarono la murata.
Per un istante parve che Le Hélo volesse tener testa a quell’invasione e, come un vecchio cinghiale, si era piantato sulle gambe di fronte alla muta: si era armato di una scure presa nella camera di poppa e l’alzava minaccioso, pronto a colpire ed a causare l’irreparabile... Ma non si sa quale idea gli passasse improvvisamente pel capo: certamente non fu paura, forse temette soltanto pei suoi apparecchi preziosi e delicati che aveva con sè perchè, con una scrollata di spalle, gettò la scure, afferrò gli astucci e con un’agilità stupefacente saltò, proprio a tempo, nel canotto automobile che l’attendeva sottobordo.
Cento mani stavano per ghermirlo mentre in quel tumulto si innalzavano minacce crudeli, e quella volta con ogni probabilità sarebbe stato ucciso.
Non vollero lasciarlo nel dubbio.
— Fai bene a scappare, stregone maledetto: t’avremmo ridotto in pezzetti per l’esca delle nostre lenze!
Ma egli aveva staccato l’autoscafo e s’era messo fuori di tiro e volle replicare:
— Fannulloni!
— Ladro! – gli fu ribattuto. – Fatti vedere ancora vicino alle nostre corde e ti faremo la pelle!
Le Hélo aveva messo in moto il motore: il piccolo scafo descrisse una curva e stava per mettersi in velocità quando la luce della lanterna sull’acqua rivelò Yen-Fu che tentava di mettersi in salvo cercando un punto dove potesse prender terra senza pericolo.
Le Hélo fece una virata e raccolse il cinese con tanta violenza che questi fece il suo ingresso bocconi sul ponte del canotto.
— I cani hanno cura di tuffarsi di tanto in tanto per annegare i loro parassiti – disse quel buon padrone sollevando il servo fedele con un calcio sotto la schiena – io, invece, salvo il mio.
Intanto, sulla paranza, gli invasori si accanivano con furore crescente e presto dei castelli di prua e di poppa rimase ben poca cosa. Luigino aveva raccolto la scure gettata dal capitano ed eccitandosi del suo proprio furore faceva un terribile lavoro di distruzione.
Gli altri pescatori, a colpi di pietra, infrangevano tutte le parti delicate del motore e finalmente, quasi fossero impazziti, sfondarono lo scafo della nave dopo aver distrutto la rete. Così ridotto, il Divoratore cominciò ad affondare.
Lontano, fuor della gettata, Le Hélo faceva gran gesti di minaccia e nella notte si udì distintamente la sua voce arrochita che gridava:
— Me la pagherete, vigliacchi! Ve lo garantisco... Vi giuro che fin quando avrò vita non prenderete più pesce... nemmeno un pesce!
E poi se ne andò verso Roch’Illievech mentre il Divoratore affondava miseramente ridotto ad un rottame, e mentre, soddisfatti, i «giustizieri» ritornavano coi canotti sulla calata.
— E può essere sicuro – annunciò Luigino Guyader – che se ci danneggerà ancora, la prossima volta ci rimetterà le ossa.
Si separarono in silenzio e ciascuno rientrò in casa propria.