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IL MARE SI VUOTA

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IL MARE SI VUOTA

IL MARE SI VUOTA

VI.

La guardiana delle mucche.

L’inverno abbastanza triste ma non molto rigido in quell’angolo della Bretagna, stava per terminare a Roscoff senza che la minaccia del capitano Le Hélo si fosse realizzata. Più di un bretone superstizioso, già preparato alle maggiori sventure, se l’era cavata con la paura.

Pareva che il vecchio capitano avesse completamente rinunciato alla pesca limitandosi ad ordinare a Kérenfors, il costruttore di barche, di far tappare, approfittando delle basse maree, i buchi che i pescatori avevan fatto nel Divoratore e che ne avevano provocato l’affondamento. Ma, una volta rimessa a galla, la paranza era rimasta in abbandono, disarmata, a dondolare, triste ed abbandonata, al guinzaglio del suo gavitello. I danni causati dai pescatori furibondi l’avevano proprio ridotta allo stato di rottame.

Il motore, addirittura inservibile, andava sempre più arrugginendosi sotto le piogge continue e sottili e sotto l’acqua salsa delle ondate sollevate dai colpi di vento.

Pei roscoviti la pesca non era stata nè migliore nè peggiore degli altri inverni: avevano avuto giornate buone e ne avevano avute di grame ma di queste non potevano che accusare le forze della natura contro le quali è vano ribellarsi.

Insomma, a forza di energia nella loro lotta incessante contro gli elementi, col rischio continuo della loro vita, i padroni e gli equipaggi avevan raccolto pesce sufficiente perchè nelle loro case ci fosse, sempre, almeno il pane necessario.

Ora che si sentivano quasi del tutto rassicurati, essi si burlavano apertamente del vecchio Le Hélo e non passavano più dinanzi a Roch’Illievech, per recarsi ad «innescare», senza alzar le spalle e Luigino, il miglior pescatore, non era l’ultimo ad affermare

— Questa volta gli abbiamo messo paura a quel vecchio diavolo. Non s’arrischia più a stuzzicare i pescatori di Roscoff perchè sa che può uscirne con le corna rotte. Non s’è più fatto sentire nè s’è fatto vedere in paese: tutto sta nel saper parlare alla gente e trattarla a dovere. Forse che lui non voleva scacciarci dalle nostre acque?

Infatti, nè il vecchio capitano nè quella sua anima dannata di cinese non s’eran più visti nelle viuzze del villaggio. Il cormorano se ne stava nel suo nido a covar non si sapeva quali rancori o quali progetti tenebrosi.

Siccome egli stesso non considerava Yen-Fu come un uomo, si può dire che l’unico intermediario fra il solitario di Roch’Illievech ed il resto dell’umanità fosse il garzone fornaio che gli portava il pane. Del resto il capitano gli aveva proibito di rivolgergli la parola: tutto quanto gli si permetteva era di rispondere alle domande, ed erano rare.

Di solito, quando bussava alla porta ai piedi della scala, essa si apriva lasciando sporgere un braccio che non gli era difficile di riconoscere per quello di Yen-Fu. Questi prendeva quanto il ragazzo portava, gli consegnava una lista di quanto doveva provvedere per l’indomani e... paf! la porta gli veniva sbattuta sul viso.

Accadeva qualche volta al ragazzo, nel passare il sacco delle provviste attraverso l’apertura della porta, di vedere il diabolico eremita passeggiare sulla stretta piattaforma tutt’attorno alla casupola rossa e di udirlo vagamente parlare da solo facendo gran gesti in direzione del mare.

Ai primi effluvî della primavera, come ogni anno alla stessa epoca, i padroni ed i loro equipaggi si preparavano attivamente alla nuova campagna di pesca. Tutte le previsioni concordavano nel promettere buone raccolte nella stagione veniente e perciò i pescatori si affrettavano a tingere le loro vele nuove, ed i cordami, in enormi pentole di ghisa che mettevano a bollire, lungo la spiaggia, su grandi fuochi di legna secca.

E malgrado la sua reclusione, lo «stregone mancato» e le sue furenti minacce restavano il principale soggetto di conversazione... tutti ne ridevano allegramente.

* * *

Attorno a Roch’Illievech, piccola guglia di roccia ritta sulla riva del mare, si stendeva una specie di prato semi calvo e gibboso di rocce; e da quando il tempo, divenuto migliore, permetteva di condurre gli animali al pascolo, una vecchia donna vi si recava ogni giorno a sorvegliare due mucche magre e fameliche.

Ed era anche strana quella donna!

Portava la gonna arricciata sui fianchi che usava nel paese ed il suo vecchio volto si perdeva a mezzo sotto la sua grande cuffia dell’Isola di Batz. Ella passava colà tutte le ore della giornata sferruzzando dall’alba al tramonto col naso sulla calza; di tanto in tanto sedeva sopra un masso, e poi s’alzava e passeggiava, canticchiando, su e giù pel prato arido.

Giungeva all’alba portando seco una magra colazione che mangiucchiava e sovente la sera era già calata da un po’ quando si decideva a ricondurre le sue bestie alla stalla e con dei modi davvero strani. La si sarebbe detta una vecchia scimmia mascherata con abiti femminili.

Una sera le prime stelle apparivano all’orizzonte quando un uomo vestito da pescatore giunse sul prato dalla spiaggia attraverso i sentieri dei doganieri: giunto a Roch’Illievech gettò un’occhiata alla casupola rossa, la vide chiusa, arcigna e, deciso, andò a sedere sopra una pietra vicina a quella su cui sferruzzava la vecchia vaccara.

— Dunque – disse – che c’è di nuovo?

Poi, scoppiando in una risata, aggiunse:

— Non potete immaginarvi, caro Anthime, quanto siate buffo vestito da donna.

— Buffo o no, signor Dunois, c’è del nuovo... ed è per questo che vi ho fatto chiamare... lo zio ed il giallo sono partiti poco fa per Saint-Pol... con alle calcagna il giovane Le Floch che però non deve dar a divedere di seguirli. Hanno preso entrambi il treno... È un bravo ragazzo, Le Floch! e non è stupido. Ha trovato il modo di sapere che prendevano il treno per Brest... andata e ritorno. Proprio così.

Grande amatore di enigmi, ed abile nel risolverli, papà Anthime s’era fatto concedere una licenza speciale per affari di famiglia ed aveva avuto l’idea di quella mascherata allo scopo di sorvegliare più da vicino le gesta del vecchio Le Hélo e ciò perchè tanto lui quanto Dunois non condividevano l’ottimismo dei pescatori.

Bastava conoscere il carattere di quel «diavolo eremita» per esser certi che non avrebbe lasciato impunito nè l’ingiuria ricevuta, nè il danno causatogli dalla collera dei roscoviti.

Per qualche tempo il naturalista aveva sperato che suo zio si sarebbe limitato a rappresaglie permesse dalla legge, ma quando si convinse che Le Hélo non avrebbe denunciato il fatto e neppur iniziato un procedimento in via civile, comprese che certamente intendeva dare effetto alla sua minaccia. E quanto aveva già compiuto nel campo della pesca dimostrava ch’egli era in grado di far cose straordinarie di cui gli altri mortali erano incapaci.

Certamente stava perfezionando i mezzi per compiere la sua terribile promessa: e la preoccupazione del nipote si accresceva in ragione del ritardo nell’adempimento. Per suo zio, che malgrado tutto egli stimava, pei pescatori, che gli eran cari, egli si augurava di poter evitare un conflitto che avrebbe potuto volgere in tragedia.

Se Le Hélo riusciva – come aveva detto – a togliere ai pescatori di Roscoff il loro mezzo di sussistenza tradizionale, grazie a qualche sua diabolica invenzione, era troppo facile prevedere quel che sarebbe accaduto: i marinai sono buona gente docile ed arrendevole, ma sovente terribile nella collera.

Due volte Dunois aveva tentato di mettersi in rapporto col solitario di Roch’Illievech; aveva scritto delle lettere supplicandolo di accordargli un colloquio nel suo stesso interesse: ma le lettere erano rimaste senza risposta ed i tentativi che aveva voluto fare personalmente erano naufragati di fronte alla grossolana impertinenza del giallo che gli aveva puramente e semplicemente chiuso la porta sul naso.

In qualunque altro caso Dunois avrebbe lasciato che lo zio si sbrigasse da solo aspettando un cambiamento molto problematico; ma questa volta si trattava di cosa troppo grave perchè egli non tentasse ogni mezzo per impedire l’esecuzione di un progetto che sapeva nefasto.

E per questo motivo il biologo aveva accettato la proposta di Anthime il quale offriva di usare le sue reali capacità di investigatore per svelare il mistero dei preoccupanti preparativi del misantropo: e quanto quel poliziotto improvvisato aveva scoperto fino a quel giorno non era certo rassicurante.

Quello scimpanzè sbagliato era un’arrampicatore per istinto: molte volte a notte piena egli aveva scalato la parete quasi verticale che costituiva il fianco destro della guglia di Roch’Illievech.

Certamente il proprietario della casupola aveva giudicato che da quella parte ogni tentativo dei curiosi fosse impossibile perchè non aveva provveduto ad impedirvi l’accesso con reticolato o con cavalli di Frisia come aveva fatto sugli altri punti della sua proprietà che ne erano coperti: arrischiando di fiaccarsi il collo venti volte per ogni scalata, Anthime aveva potuto nascondersi lassù dietro un grosso cespuglio di ginestre per raggiungere, se se ne presentasse l’occasione, l’unica finestra che, durante il giorno, rischiarava l’interno del fabbricato.

Malamente aggrappato alla parte superiore esterna della finestra, che non veniva mai chiusa da imposte o cortine, egli aveva spiato quel che «poteva fabbricare» l’ex-capitano di lungo corso, e qualche frase colta a volo in occasioni diverse dimostrava chiaramente che il vecchio cinghiale non aveva rinunciato affatto ai suoi progetti di vendetta: tutt’altro! Egli li rimuginava con sempre maggior piacere e non erano soltanto fantasie di un’immaginazione sfrenata.

Da tutte queste osservazioni era risultato che Le Hélo aveva perfezionato la sua invenzione la quale gli permetterebbe certamente di gettare una profonda perturbazione nei costumi della fauna marittima dei dintorni di Roscoff.

Le minacce ch’egli aveva lanciato erano chiare e precise e le aveva pronunciate con una espressione di odio spaventoso tanto l’egoismo e l’ipertrofia del senso della personalità avevano soffocato in lui ogni altro sentimento: non badava che vi fosse qualche apparenza di ragione nel risentimento che i pescatori gli manifestavano: comprendeva una sola cosa, che gli avevano impedito d’agire a suo piacere. Ed in questa sua involuzione, in quell’esistenza solitaria, il suo carattere già aspro s’era maggiormente inacidito, il suo orgoglio e la sua volontà di «punire» volgevano all’idea fissa, all’ossessione.

— Per conto mio – diceva Anthime, – quel ramicello di pazzia che ha sempre avuto gli s’è sviluppato ed ora ch’è diventato un albero egli sta per impazzire completamente.

— Sì – rispondeva Dunois – la sua genialità è prodotta dallo squilibrio intellettuale... e questa innegabile genialità, questa sua straordinaria capacità inventiva egli la fa servire alla sua fissazione vendicativa. Qual è il male che non può commettere? Che c’è di più pericoloso d’un pazzo che abbia a sua disposizione facoltà simili? Il caso è fuori del comune e questa volta si deve abbandonare ogni scrupolo per mettere il mio povero zio nell’impossibilità di nuocere.

— E se chiamassimo i gendarmi? – suggerì Anthime.

— Quale accusa possiamo formulare, contro di lui, che permetta alle autorità di intervenire? Siamo sempre allo stesso punto: perchè i poteri costituiti possano muoversi per impedire un delitto, occorre che questo delitto abbia avuto un principio di esecuzione.

Anthime volse da ogni lato la sua testa incappucciata e, certo di non esser udito da altri, mormorò a Dunois:

— Questa è un’occasione unica per tentare un’azione seria e raccogliere dati positivi. Le Hélo se n’è andato... non ritornerà certamente da Brest in cinque minuti... lassù non c’è nessuno... e nessuno ci vede. Andiamoci, come onesti scassinatori... oppure come gendarmi, a farvi una perquisizione.

Il naturalista sobbalzò protestando:

— Ma siete pazzo, Anthime?! Violazione di domicilio con scalata... la combineremmo bella!

— Ve l’ho già detto – replicò il preparatore senza commuoversi per quella indignazione – non si fanno frittate senza rompere uova... non abbiamo da temere nessuna noia giudiziaria: Le Hélo ha troppo bisogno del segreto per permettere che la giustizia ficchi il naso nei fatti suoi... Così che, per salvare Roscoff, si può anche lasciar da parte qualche pregiudizio.

— Se tutti ragionassero così...

— Caso eccezionale... pericolo straordinario... vi dico che vostro zio è pazzo!... Allora, per rispetto alle formalità non si dovrebbe impedirgli di commettere un guaio?... Questa indiscrezione ci darà forse il modo di agire contro di lui... e di impedire una tragedia.

E quel vecchio galantuomo sfoderò tutta la sua logica e tutta la sua capacità di persuasione per convincere il suo superiore che non era il caso di badar tanto pel sottile. Un ultimo argomento trovò; o, meglio, un’astuzia.

— Ebbene rimanete qui... andrò solo... non rischierete nulla, così... tutta la responsabilità per me... sarò il solo compromesso se ci fossero noie.

Già convinto più che a metà, Dunois si disse che sarebbe stata una viltà lasciare ogni responsabilità di quell’impresa a quel buon Anthime.

— Amico mio – gli disse – vi accompagnerò fin lassù per non lasciarvi andar solo, ma non potrò mai entrare in casa di mio zio durante la sua assenza e con scasso.

— È quanto mi basta – esclamò l’uomo scimmia – aspettatemi qui.

E, levatosi la gonna in un attimo, ma senza pensare a liberarsi della cuffia, Anthime iniziò immediatamente l’ascesa pericolosa che gli era ormai diventata consueta. Si arrampicava lungo la roccia a picco approfittando di ogni minima sporgenza per trovare un punto d’appoggio ai suoi pollici prensili là dove chiunque non avrebbe scorto che una parete quasi liscia.

In un batter d’occhi fu sulla cima e Dunois vide la sua figura tozza spiccare sul cielo in vetta alla guglia. Udì uno stridor di metallo su legno e poi, svolta dall’alto, una fune dondolò dinanzi a lui mentre, senza gridare, la voce di Anthime raccomandava.

— Legatevi saldamente che vi isso!

— Riuscirete ad issarmi se vi aiuterò! – rispose Dunois ridendo.

— Non occupatevi di questo... Ho le braccia buone.

Il biologo pensò che Anthime esagerasse alquanto per vantarsi e, dopo essersi accuratamente legato la corda sotto le ascelle, si preparò a cercare, lui pure, dei punti d’appoggio sulla roccia.

Non ebbe che il tempo di afferrare la fune per mantenersi in posizione verticale che una forza irresistibile lo trascinava come una piuma verso l’alto.

Pareva che Anthime avesse nelle braccia la forza di dieci uomini perchè alzava il suo superiore a bracciate regolari come se alasse un canotto su un gavitello. Quando Dunois ebbe messo piede sulla sommità di Roch’ Illievech osservò che la finestra era già stata aperta dalle tenaglie del preparatore: questi eseguì con naturalezza un volteggio perfetto, scavalcò il davanzale ed entrò nella casa.

Era nel nido del cormorano.

Anthime accese una grossa lampada elettrica di cui si era munito per precauzione: la piccola stanza, vera cabina da marinaio, abbastanza sprovvista di mobili, pareva non contenesse nessun documento; neppur un foglio di carta era sul tavolino.

— Ha chiuso tutto nella cassaforte! – spiegò il preparatore a Dunois che lo ascoltava dal di fuori – troveremo qualche cosa soltanto là dentro.

E cavando di tasca un mazzo di grimaldelli di sua fabbricazione, che avrebbero entusiasmato uno scassinatore di professione, cominciò a manovrare la serratura ed il segreto della vecchia cassaforte.

Intanto Dunois passeggiava in su ed in giù sotto la finestra.

— Oh! oh! – fece improvvisamente il preparatore che si era abbassato per raccogliere un ferro. – Non è una botola questa? Qui sotto c’è forse qualche cosa...

Infatti una strettissima fessura, abbastanza ben dissimulata, segnava il pavimento. Una tavola, al centro di esso, potesse essere smossa per scoprire un anello che quel perquisitore benevolo impugnò subito. Tolta la botola, apparve uno scavo praticato nella roccia stessa e vasto press’a poco quanto la casupola e perciò abbastanza piccolo. Con la sua lampada elettrica Anthime ne illuminò l’interno. C’era una piccola officina meccanica e, negli angoli, si vedevano brillare apparecchi di forma inconsueta.

Chinandosi il preparatore scorse una scala articolata che si ripiegava sotto il pavimento e che, svolta, poteva permettere di scendere in basso.

— He!... he!... he!... abbiamo trovato quel che si cercava! – esclamò allegramente.

Ma dietro a Dunois una voce aspra si fece sentire:

— Ed io vi ho colto sul fatto! Bel mestiere il vostro! Mi congratulo con te, nipote. Se è in tal modo che impieghi la scienza che costò tanti sacrifici alla tua povera mamma...

Dunois si volse di scatto: al sommo della scala la tozza figura di Le Hélo spiccava sul cielo stellato. Cogli occhi fiammeggianti e la rivoltella in pugno, egli pareva quasi disposto a sparare contro i violatori del suo domicilio ed intanto, Yen-Fu, che aveva fatto il giro della casa, appariva dall’altra parte puntando egli pure una rivoltella.

— Siete proprio gentile, caro nipote, veramente gentile per essere venuto a sorprendermi così – esclamò colla sua voce tagliente l’ex capitano di lungo corso. – Sono molto commosso, caro Anthime. Un vecchio camerata ed un parente prossimo... fa proprio piacere constatare che si trovano in casa mia come se fossero nella loro. Ti sei preso molto fastidio per nulla, il mio bravo Anthime. Son già parecchi giorni che ti ho riconosciuto camuffato da vecchia vaccara. Ti interessava dunque tanto sapere quel che faccio, da esserne indotto a trascorrere tutte le tue giornate a far la calza? Disgraziatamente, però, non si pensa sempre a tutto ed io ho osservato subito che la tua calza non s’allungava mai e ciò mi ha fatto aprir gli occhi dietro il mio buon binocolo. Hai un bell’essere furbo; il vecchio Le Hélo non è più stupido di te caro mio... E vedi che non ho faticato molto per coglierti... Eppure si tratta di un trucco vecchio quanto il mondo: si finge di prendere il treno della sera per Brest e siccome si sa che un ficcanaso pari tuo non saprà trattenersi dal mettere sottosopra la casa che crederà abbandonata dal proprietario, non c’è che da ritornare a tempo per prenderlo colla mano nel sacco.

«Ah!... Ah!... vi seccava di non sapere quel che il vecchio Le Hélo combinasse nella sua tana... avete voluto vedere e per raggiungere questo scopo non avete esitato anche ad usare mezzi che possono condurre in gattabuia...

Dunois tentava invano di interrompere il prolisso discorso del misantropo:

— Zio...

— Sta zitto tu... – tuonò Le Hélo. – Non hai vergogna? Considerati ben fortunato di essere mio nipote, figlio della mia povera sorella...

Egli dimenticava certamente che fin dalla loro infanzia egli era sempre stato il più tirannico ed il più insopportabile dei fratelli e che dopo la morte del marito, la povera signora Dunois aveva avuto molto da sopportare delle inframmettenze del capitano nei suoi affari.

— ...della mia cara sorella – continuò Le Hélo altrimenti avrei diritto... il diritto, capisci? di abbatterti come un cane... come un cane rognoso.

— Zio – riprese dignitosamente Dunois – ho cercato per due volte di vedervi e voi mi avete respinto: vi ho scritto e non mi avete risposto... eppure era necessario che vi parlassi...

— Ed è per parlarmi che vieni in casa mia fraudolentemente durante la mia assenza? Ne hai delle belle, grande scienziato!

Dunois fu sul punto di scoppiare in una risata, tanto la replica dello zio era stata pronta e precisa; ma si trattenne e continuò:

— Sono convinto che voi disponiate di una forza, fluidica forse, che vi permette di attirare il pesce, e temo tanto che voi diate esecuzione alle vostre minacce contro quei poveri pescatori... Vedo tanto chiaramente quel che potrebbe accadervi, e, perchè vi stimo assai malgrado tutto, non ho esitato di fronte al mezzo per impedirvi di mettere in atto quanto avete minacciato di fare. Ecco. Per quanto mi sia stato penoso agire in tal guisa pure non provo il minimo rimorso...

Le Hélo scoppiò in una risata forzata e fece lo gnorri:

— Allora bisogna che ti ringrazi, non è vero? Via... che cosa vai cantandomi di forza fluidica!... tu sogni, figliolo. Io non ho fatto nessuna invenzione ed il povero papà Le Hélo non è un grande scienziato come te. Io me ne andavo tranquillamente alla pesca perchè mi divertivo ed avevo una fortuna straordinaria... ecco tutto. Vi ho poi rinunciato... perchè questo divertimento mi causava dei guai ed io temevo di perdere la testa per la rabbia e di arrivare a piantare qualche palla di rivoltella in corpo a quella gentaglia. Può darsi che in avvenire io riprenda il mare... può darsi... ma sarà soltanto per passeggiare. Potrà anche darsi che i pesci mi seguano da per tutto perchè succedono delle cose assai strane ed i pesci mi voglion molto bene! Ma non è colpa mia se riuscendo antipatico agli uomini, sono invece amato dalle bestie marine!

Dunois interruppe quel flusso di parole improntate a finta bonomia:

— Eppure, zio, le vostre minacce erano precise...

— Oh! parole che si dicono in un momento di collera... Come vuoi che io, misero capitano di lungo corso in pensione, abbia il potere di togliere il modo di guadagnarsi il pane a quella povera gente? Io non conservo per loro nessun rancore, certamente; ho già perdonato. Vedi dunque come penso a privarli del loro pesce? Quella gente sogna ad occhi aperti, è certo; ed il mio signor nipote ha voglia di scherzare. Oh! Dio! Certo che io non posso sapere quello che farà il pesce, nè se la sardina arrivi, nè se lo sgombro se ne vada e declino ogni responsabilità al riguardo... Attirare il pesce!... ma voi lo fareste scappare, voi; soltanto colle vostre sciocchezze!

Sotto il tono bonaccione del vecchio, di solito brutale e tagliente, Dunois sentiva un’ironia spietata.

Non ebbe dubbio che lo zio dicesse proprio il contrario di quanto pensava e nello stesso tempo l’atteggiamento orgoglioso, una luce strana e folle che a tratti brillava nei suoi occhi grigi, certe pose che manifestavano la sua megalomania, una quantità di altri particolari più facili da afferrare che da descrivere, accrescevano ancora l’imbarazzo e le apprensioni di Dunois.

Egli tentò di discutere ancora, ma Le Hélo lo interruppe:

— Non voglio più ascoltarti, mi faresti incollerire e potrei spararti, tanto a te quanto al tuo accolito ed io non voglio far male a nessuno. Tu vedi che io sono umano soprattutto. Ho detto una volta che il mare è di tutti e che essi avrebbero ben potuto lasciarmene un angolino: ebbene, ora dico che esso è tutto per loro; glielo lascio... Il mio regno non è di questo mondo... Ed ora andatevene, cari amici, e soprattutto, non tornate più: potrebbe anche piover piombo da queste parti. Buona sera e buona notte. Badate, ci sono parecchi gradini. Accompagna questi signori, Yen-Fu.

Senza aver potuto dir altro, Dunois ed Anthime discesero i gradini nell’oscurità sotto la minaccia sempre evidente di una, anzi di due rivoltelle.

Furono seguiti da parole gentili che risuonavano stranamente nell’oscurità e quella falsa bonomia fece fremere i due uomini che avevano il presentimento di una catastrofe prossima. Partirono ancor più preoccupati di quando eran saliti fin lassù.

VII.

Tre fusi d’acciaio...

Yves Dunois e papà Anthime avevano avuto ragione di temere. L’estate venne e la campagna di pesca, che si era annunciata ottima, volse al disastro: le località, che generazioni di marinai avevano conosciute come sempre frequentate dai grandi congri e dalle razze enormi, non avevano più un pesce. Non v’eran più congri davanti a Pontusval e neppure davanti alla spiaggia di Goulven e nemmeno sui bassi fondali della Méloine; niente razze bianche vicino all’Ille-Vierge, nei fondali di settanta metri che si trovano al nord del Lizen-Ven e niente razze grige verso Kerlouen e nemmeno nella famosa «buca delle razze» a nord-ovest dell’isola di Batz.

Le sardine avevano abbandonato l’isola di Sick e Mean-Nevez; non si prendeva più un muggine nè uno sgombro ai Bisayers e gli stessi molluschi accennavano a tendenze migratrici spostandosi a banchi interi.

Eppure il mare non s’era vuotato, no! ma il pesce si spostava preso da incomprensibili capricci: un giorno era qui, l’indomani là... senza che si potesse mai prevedere quale sarebbe la direzione dei prossimi spostamenti. Le barche che incrociavano al largo in tutti i sensi, per trovarlo, qualche volta ne incontravano ma non appena filavano le lenze, il pesce pareva sentirle al fiuto e scompariva subito.

Quel pesce che si era sempre saputo dove trovare, ora giocava a nascondino coi pescatori e si manifestava più furbo di loro.

* * *

La stampa bretone si occupò subito di quella strana situazione ed a poco a poco l’appassionante questione giunse anche ad interessare i giornali parigini.

I grandi quotidiani mandarono i loro inviati speciali – era l’epoca delle vacanze – e le loro colonne furono subito piene di resoconti, d’interviste, d’inchieste nonchè di dotte dissertazioni scientifiche sul fenomeno il quale veniva spiegato per lo più con l’ipotesi di gravi perturbazioni del regime delle correnti.

Un semplice spostamento della Corrente del Golfo che bagna le coste bretoni poteva aver mutato di qualche grado la temperatura dell’acqua in qualche punto così che il pesce, trovando mutato l’ambiente ove viveva era costretto a cercarne di nuovi e migrava, così, qua e là alla ricerca della località ove stabilirsi.

Di primo acchito i pescatori delusi avevano accusato l’eremita di Roch’Illievech delle loro delusioni, ma avevano poi dovuto arrendersi all’evidenza: Le Hélo aveva completamente rinunciato alla pesca e lasciava che la sua paranza infradiciasse in un angolo del porto. E se usciva ancora in mare, era soltanto per portarsi molto al largo col potentissimo auto scafo che aveva comperato e colà navigava senza meta a circa trenta miglia dalla costa ed assai lontano, di solito, dai luoghi ove talvolta si mostrava il pesce in emigrazione.

Lo stesso Luigino si arrendeva alla teoria delle correnti sostenuta da tutta la stampa e sulla quale tanto si era dissertato.

Grazie ad una sottoscrizione pubblica e ad una forte sovvenzione votata dalla Camera dei Deputati e dal Senato alla fine della sessione, i pescatori non soffrivano troppo della situazione e non volgevano al tragico. Per di più veniva loro assicurato che quella carestia non sarebbe durata a lungo perchè il pesce si sarebbe rapidamente acclimatato in altri punti della costa ed avrebbe in breve ripreso le sue abitudini così che la ripresa della loro industria tradizionale non poteva tardare a lungo.

* * *

Ma due uomini non condividevano questo ottimismo ufficiale: d’accordo con papà Anthime, Dunois sorrideva fra sè della spiegazione troppo semplicista gettata alla folla. Quali che fossero le apparenze, per lui, il responsabile della situazione era suo zio Le Hélo. Non dimenticava l’atteggiamento beffardo e sornione e gli sguardi obliqui dell’ex-capitano di lungo corso nella notte della «violazione di domicilio». Le negazioni sdolcinate non valevano a cancellare dalla sua memoria le minacce sorprese da Anthime quando travestito da vecchia faceva pascolar le mucche nella landa attorno alla casa rossa.

Tutto, dunque, lo induceva a credere che, per strappare il pesce alle abitudini sempre seguite dai sudditi di Nettuno, a Le Hélo era bastato di perfezionare un poco il sistema che gli aveva permesso, durante l’autunno precedente, di pescare a retate zeppe, in località note a tutti come quasi assolutamente prive di pesce.

* * *

Per venire a capo della cosa, aveva chiesto, ed ottenuto, senza difficoltà, che fosse messo a sua disposizione dall’aviazione militare un idrovolante per osservazione mediante il quale egli affermava di voler studiare gli spostamenti dei banchi di pesci per determinarne le cause attraverso le sue osservazioni: ma non aveva accennato, nemmeno alla lontana, all’intenzione ch’egli aveva di sorvegliare, per quanto gli era possibile, anche suo zio.

Durante i primi voli in compagnia del suo amico tenente Lemoine, allievo con lui, ma meno anziano di un anno, della Scuola Navale, egli fece qualche osservazione che lo confermò nella sua convinzione: anzitutto il pesce, che un tempo frequentava località diverse convenienti ciascuna a specie differenti, si trovava ora raccolto in un branco denso e stranamente eterogeneo; poi esso pareva chiuso in un recinto dalle barriere invisibili ma assolutamente insuperabili. Questo spazio, variabile nella superficie, ora vastissimo, ora molto più ristretto, era sempre di forma triangolare, ma questa forma mutava e talvolta il pesce si muoveva fra i cateti e l’ipotenusa di un immenso triangolo rettangolo mentre qualche ora dopo era costretto fra i lati di un isoscele.

Qualche volta il triangolo rimaneva per tutta la giornata immobile nella stessa località, ma bastava che gli si avvicinasse una barca peschereccia perchè esso si spostasse con una straordinaria rapidità – come se fosse stato diretto a distanza – trascinando seco a viva forza i pesci prigionieri.

E Dunois non aveva il minimo dubbio che la direzione di quegli spostamenti fosse comandata dal canotto su cui era Le Hélo.

Aveva potuto qualche volta sorvolare l’imbarcazione di suo zio, il quale, assordato dal fracasso del motore di essa, non aveva udito quello dell’idrovolante che non aveva nemmeno scorto, ed aveva constatato che il vecchio capitano non dedicava la sua attenzione soltanto al timone ed al motore poichè era soprattutto intento a regolare certe maniglie, certi arnesi posti a poppa, come un radiotelegrafista che regoli con grande cura una emissione d’onda.

* * *

Quella mattina il Latham bimotore s’era alzato da un mare liscio come uno specchio.

Nella luce, specialmente favorevole, l’acqua limpida era trasparentissima e, da una certa altezza vi si distinguevano facilmente i fondali coperti d’alghe, quelli sabbiosi e quelli rocciosi. Era in giornate come quella che le squadriglie da caccia, durante la guerra, si eran lanciate più lietamente a volo alla ricerca dei sottomarini nemici. Allora si era sempre sicuri di scoprire lo squalo d’acciaio e di seguirne le mosse checchè egli facesse per sfuggire all’inseguimento ed a qualunque profondità si immergesse. Ed allora le bombe subacquee erano specialmente efficaci!

Mai, fino ad allora, Yves Dunois e Lemoine avevano avuto la fortuna di volare con un tempo simile: od il mare era leggermente mosso, od il sole, riflesso dalle piccole onde, scintillava come su un’infinità di specchietti, oppure dall’acqua si alzava una bruma che, per quanto leggera, rendeva incerta l’osservazione.

Quella volta il banco dei pesci avrebbe potuto essere studiato molto meglio di quanto lo fosse già stato e forse si sarebbe potuto scoprire qualche nuovo indizio.

Per un’ora, e forse più, ogni ricerca fu vana; ma improvvisamente Dunois si accorse che in un certo punto il mare aveva un colore diverso.

— Il banco dei pesci! – gridò.

Sotto a loro, e fino ad una grande distanza il mare calmo sembrava un grande vivaio affollatissimo dal quale scaturivano milioni di piccoli lampi argentini.

Sgombri, muggini, congri, razze, animali marini d’ogni forma e costume andavano, mossi da un’unica volontà, in un’immensa mandra migratrice.

Attratti dai punti più lontani di una regione certamente molto vasta, tutti quegli abitanti degli abissi marini nuotavano in una promiscuità quasi inconcepibile.

La cosa era davvero straordinaria! Quell’esodo era paragonabile alla fuga degli abitanti delle foreste tropicali davanti all’incendio della giungla!... Quello strano corteo avanzava in formazione triangolare; formazione tattica voluta certamente da colui che ne dirigeva i movimenti. E le frequenti evoluzioni venivano compiute con un ordine perfetto.

Contrariamente a quel che fanno gli uccelli migratori, il triangolo aveva la base innanzi, e l’allineamento delle prime righe di quell’esercito, se è permessa l’espressione, era così rigidamente mantenuto che lo si sarebbe detto ottenuto con una corda tesa fra i due vertici.

L’idrovolante sorvolava il vertice di uno degli angoli, e Dunois lanciò improvvisa un’esclamazione;

— Là! Guarda, Lemoine; guarda quella scia.

Sotto a loro, al limite estremo di quell’orda nettuniana in cammino, dove cessava lo scintillìo di miliardi di squame, una scìa striava il mare, scìa che un marinaio esperto doveva riconoscere simile a quella di un siluro in moto.

Senza neppure che Yves l’avesse domandato, il pilota eseguiva una virata strettissima ed il grande Latham si disponeva sulla direttrice di quella scìa misteriosa.

Finalmente l’idrovolante fu proprio sopra la sorgente di essa e tanto Dunois quanto Lemoine scorsero un lungo tubo metallico simile ad un siluro... un siluro di dimensioni ridotte, più largo nel mezzo, però, di quelli usati generalmente da tutte le marine del mondo; ma contrariamente a ciò che si osserva sorvolando un siluro, non una bolla d’aria sfuggiva dall’ordigno.

Bastarono dieci minuti a quei due osservatori per accertarsi che anche agli altri vertici del triangolo navigavano ordigni simili regolando i movimenti del banco.

Ormai, che ci sarebbero rimasti a fare lassù?

— Ritorniamo, Lemoine! – urlò Dunois all’orecchio del compagno dominando il fracasso dei motori. – Mi basta per oggi!

E fra sè concludeva:

— Ora comprendo. Egli dirige a distanza quei tre fusi – magnifica soluzione di un problema di telemeccanica – i quali sprigionano certamente dei fasci d’onde formanti un circuito chiuso e che circondano tutti quei pesci impedendo loro di passare.

* * *

Il Latham si trovava a nord-est della riviera di Morlaix ad un’altezza di circa cento metri e tutt’attorno, ed al di sotto di lui, si svolgeva, in quella meravigliosa giornata, il più magnifico paesaggio di mare che si potesse immaginare.

A destra il mare immenso disseminato di scogli dai colori superbi ed il forte del Toro e l’isola Caleot... di fronte: Roscoff, l’isola di Batz, le rocce di Per-Haridy...

Dunois meditava sull’invenzione straordinaria di suo zio, quando scorse, mentre stava imboccando il passo della baia di Morlaix, uno yacht di proporzioni inconsuete, una specie di levriero del mare dalle forme molto snelle ma elegantissime che rivelavano le straordinarie possibilità della nave in fatto di velocità. Tutto bianco, attrezzato come un tre alberi, era a propulsione mista, ma pel momento le sue macchine riposavano lasciando alla sola velatura di trascinarlo. A poppa sventolava l’«Union Jack» inglese mentre sulla vetta dell’albero maestro palpitava uno stendardo color giallo oro sul quale spiccava, in color azzurro oltremare, una swastika , o croce a braccia di uguale lunghezza colle estremità piegate ad angolo retto.

Sul ponte si distingueva l’andirivieni dei marinai vestiti di bianco e, sul cassero, altre persone pure biancovestite – certamente i proprietari – stavano contemplando il paesaggio comodamente sdraiate in poltrone di vimini disposte su tappeti orientali.

Interessato, Dunois fece segno a Lemoine di abbassarsi ancora un poco e di descrivere qualche spirale sopra quello yacht meraviglioso col suo ponte abbagliante di bianchezza, cogli ottoni scintillanti e le soprastrutture laccate.

Tutto dinotava un lusso straordinario!

Anche la prua era decorata con una swastika d’oro.

— Bella nave davvero! – urlò il direttore del laboratorio biologico all’orecchio del suo pilota nel frastuono dei due motori. – È la prima volta che vien qui. Io non la conosco e tu?

— Io la conosco perfettamente.

L’amico di Dunois aveva appartenuto per lungo tempo allo stato maggiore della nave ammiraglia della squadra distaccata nell’Estremo Oriente.

— È – continuò Lemoine gridando – lo Swastika , celebre nei mari della Cina, dell’India e del Pacifico. Proprietario: sir Harry Solok, l’Eurasiano miliardario; uno dei più grandi proprietari di giacimenti petroliferi a Sumatra. Ma che diavolo può venir a fare da queste parti?

— Oh! — rispose l’ittiologo. — Che cosa può fare un miliardario se non andare a zonzo?

* * *

Da quel momento, turisti, giornalisti e roscoviti non ebbero più un solo enigma da risolvere: ne ebbero due.

Lo Swastika si era ancorato davanti a Carantec e tutto quanto Lemoine aveva narrato della leggenda di sir Harry Solok e delle voci misteriose che correvano sul conto di quel reso dell’Estremo Oriente, aveva straordinariamente stuzzicato la curiosità di tutti: e tutti attendevano con impazienza l’apparizione in paese di quel nababbo e dei suoi ospiti.

Che cosa significava la loro presenza nella baia di Morlaix?

Evidentemente c’era una spiegazione sufficiente ed era che la Bretagna val la pena di una visita e quando si è passeggiato a sazietà in tutti gli angoli dell’Est lontano, si può provare piacere e sollievo a vivere per qualche tempo nei nostri climi temperati e clementi.

Ma molti, e sebbene non ne dicesse nulla papà Anthime era fra quelli, non sapevano accontentarsi di questa semplice spiegazione; ne cercavano altre e con tanto maggior accanimento in quanto il contegno di quanti erano a bordo dello Swastika appariva assai strano.

Dopo tre settimane nessuno ancora era sceso a terra; tutti rimanevano gelosamente rinchiusi nella loro bella fortezza galleggiante e non manifestavano curiosità alcuna per le bellezze bretoni.

* * *

Però ogni giorno, a Roscoff ed Saint-Pol-de-Léon, si vedevano sbarcare gli uomini che il yacht inviava a terra per l’acquisto dei viveri freschi. Erano marinai biancovestiti, dalle facce color bruno giallastro, dagli zigomi sporgenti, dagli occhi stretti, i quali non parlavano che una lingua incomprensibile ma sapevano ugualmente provvedere ai loro acquisti gesticolando: intelligentissimi, malgrado l’ignoranza della lingua francese, coi loro atteggiamenti scimmieschi sapevano venir ugualmente a capo delle loro transazioni mercantili.

I giornalisti li spiavano, li avvicinavano, spendevano somme in offerte di bevande diverse – perchè si sa che i marinai chiacchierano volentieri davanti ad un bicchiere pieno, e più ancora davanti ad uno vuoto – e si prodigavano in gesti da telegrafia ottica all’uso dei sordomuti.

Ma non v’è peggior sordo di chi non voglia sentire: i marinai, per lo più giapponesi, di temperamento educato e financo cortese, si accontentavano di sorridere e di manifestare così che non comprendevano nulla di tutti quei gesti, malgrado il loro desiderio di creare relazioni più intime con gente tanto gentile e generosa.

Fin che si trattava di discutere coi commercianti per l’acquisto di carne, frutta o legumi, apparivano molto intelligenti, sapevano discutere, malgrado l’apparente ignoranza della lingua e non si lasciavano imbrogliare; ma non appena si trovavan seduti al tavolino di un caffè coi loro «amici giornalisti» quella notevole facoltà d’espressione e di comprensione svaniva come per incanto. Non c’era più modo di farsi capire da loro malgrado tutta la buona volontà ch’essi parevano mettere in quei tentativi. Era chiaro che con loro non bisognava uscire dal campo delle questioni alimentari.

* * *

Una mattina, mentre colla loro vogata rapida ed elegante i marinai ritornavano a bordo dello Swastika , Lodovico Trèze, il cronista più abile del Grand Echo battè un piede, indispettito, e dichiarò:

— Amici miei, siamo semplicemente ridicoli: quegli scimmiotti gialli si beffano di noi e se si continua così dovremo ritornare colle pive nel sacco e questo rappresenterebbe una macchia indelebile sulla bandiera del grande giornalismo d’informazione! Se siete d’accordo con me, andremo, come dice il tribuno, «a cercar quella gente fino in fondo al loro covo!».

Questa mozione venne subito approvata e non rimase che noleggiare una barca sufficientemente capace per trasportare tutti i giornalisti.

* * *

Il Saint-Joseph di padron Frout, aveva fatto parecchie volte il giro dell’ammirevole Swastika ed i suoi passeggeri, che si erano sufficientemente riempiti gli occhi di quella visione sontuosa per avere gli elementi di una descrizione «un poco spinta», diedero ordine di accostare.

A bordo non si vedeva nessuno ed il ponte dello yacht era deserto quanto quello di un vascello fantasma; ma quando la barca dimostrò chiaramente l’intenzione di avvicinarsi alla scaletta di bordo, si vide improvvisamente apparire una mezza dozzina di marinai che la sollevarono chiudendo immediatamente la murata.

— Villanzoni! – brontolò Trèze, ma siccome non c’era nessuno in vista al quale fosse possibile rivolgere una qualunque protesta, dovette suo malgrado tenersi in corpo l’invettiva che aveva preparato.

E per quella volta la stampa francese dovette riconoscere d’essere stata sconfitta.

VIII.

...e tre anime gialle.

La sala da lavoro di sir Harry Solok riceveva luce dal coronamento dello Swastika ed attraverso le finestre aperte in quella mattinata deliziosa, il tepido sole bretone entrava liberamente cogli effluvi marini ed il profumo delicato dei fiori di giunco. Il mare si stendeva azzurro, di quell’azzurro limpido speciale sulle coste dell’Armorica, mentre la riva rocciosa vicinissima, contro la quale le onde frusciavano appena, sfumava in una bruma più sottile che una tela di ragno.

La stanza così abbondantemente illuminata, dalle pareti laccate, dal pavimento ricoperto di meravigliosi tappeti antichi, era completamente arredata alla moda di Canton con un complesso di mobili d’ebano incrostati di madreperla e d’avorio, con oggetti di lacca rossa, statue, e gingilli dorati o di color turchino della Cina.

Il satrapo orientale aveva lasciato il suo costume cinese e vestiva un pigiama di broccato di seta dalle tinte mutevoli fra le quali dominava il rosso. Coll’inseparabile taccuino a portata di mano, egli decifrava un voluminoso fascio di radiogrammi cifrati ricevuti nella mattinata, prendeva appunti e studiava ogni messaggio fin nei più minuti particolari.

Era evidente che quell’uomo non si occupava di frivolezze. Ognuna delle sue parole aveva la sua importanza come ogni suo gesto ed ogni suo pensiero avevano un effetto ed una ripercussione lontani.

Badava a tutto e nulla era da lui lasciato al caso.

Esaminato l’ultimo radiogramma, preso l’ultimo appunto, egli ripose accuratamente il taccuino col codice segreto, gli appunti ed i telegrammi, prese dal tavolo un fischietto d’oro, cesellato ed abbellito da pietre preziose, e ne cavò uno strido acuto da rompere i timpani. Il cameriere entrò quasi immediatamente.

— Chiama il dottor Tagachi ed il comandante Yamamoto – gli disse in quella specie di dialetto composto da un miscuglio di cinese, inglese, portoghese ed altre lingue che, noto col nome di pidgin , vien parlato sulla costa orientale dell’Asia.

Poco dopo veniva leggermente bussato alla porta e, col permesso del «baronetto», l’ufficiale giapponese ed il suo compatriotta medico si presentarono salutando profondamente.

— Che occorre pel servizio della vostra Alta Eccellenza? – domandò rispettosamente il medico.

— Dottore, non è tempo, ormai, che il morbo bronzino del signor Laurie volga alla guarigione? Ci è stato utilissimo fin che si trattava di avere un pretesto per tener qui il mio amico e la sua figliola...

È impossibile render l’intonazione ironica con la quale fu pronunciata la parola «amico»: i due giapponesi la colsero a volo e sorrisero discretamente; sir Harry Solok continuò:

— Quelle brave persone si lasciano guidare facilmente: abbiamo annunciato a quel caro Laurie che egli aveva il morbo di Addison spiegandogliene con cura e minutamente tutti i sintomi ch’egli doveva provare e mostrare, e quei sintomi a poco a poco si sono mostrati come gli erano stati descritti. Gli è stato detto che doveva perdere le forze, provare disturbi nella digestione e dolori imprecisabili allo stomaco, ai fianchi e alle reni, ed egli ha obbedito.

«Gli è stato preannunciato che la sua pelle avrebbe preso una colorazione grigio-brunastra sempre più scura ed in poco tempo egli si è regolarmente abbronzato. Se gli fosse stato detto che doveva morire, scommetto che sarebbe morto per farci piacere tanto è servizievole, quell’uomo.

«Non c’è dubbio che è gente facile da guidare: tutto sta nel saperla influenzare e voi, Tagachi, siete un meraviglioso suggestionatore! Avete preso di colpo la direzione delle glandole surrenali di quel bravo chimico, scienziato universalmente ammirato. Ma credo che ormai lo scopo che ci eravamo prefissi sia stato raggiunto nella misura massima consentita dalle circostanze. Che ne dite? È il caso di continuare l’esperimento?

Coi capelli tagliati tanto vicino alla cute da sembrar rasati, Tagachi rassomigliava molto a certi bonzi dall’aspetto ascetico la cui aria d’austerità fanatica ha impressionato una quantità di visitatori dell’Estremo Oriente: egli portava un chimono il quale rammentava, anche per la qualità del tessuto, la tonaca dei nostri monaci, ed era di una magrezza impressionante perchè curava la maggior parte delle malattie mediante il digiuno e si credeva sempre ammalato.

Ma, malgrado questo suo aspetto, possedeva una forza di resistenza straordinaria aumentata ancora da una forza d’animo assolutamente eccezionale. Le sue piccole mani ossute parevano artigli d’uccello ed i suoi occhi obliqui brillavano d’una luce cupa entro le orbite profonde dagli orli che parevano anneriti colla fuliggine; portava, insomma, sulle spalle magre, un vero teschio che si sarebbe detto richiamato alla vita da un sortilegio.

Ripetè la smorfia sinistra che usava come sorriso e, colle mani ficcate nelle maniche del chimono, rispose con una voce tremolante e velata:

— Eccellenza, mi avete incaricato di scoprire ciò che vi fosse in quel cervello ed a questo scopo ho usato il mezzo più semplice; gli ho dato, per mezzo della suggestione, una malattia che l’ha indebolito quanto era necessario perchè nelle mie mani non fosse che un fanciullo senza volontà; e, nel tempo occorso pel viaggio da Manilla alla Bretagna, con voce dolce e suadente l’ho interrogato circuendolo e spingendolo alla confidenza ogni volta che gli sfuggiva una parola che mi permettesse di scoprire qualche nuova manifestazione della sua attività intellettuale. Posso dire veramente di aver cavato dal suo cervello quanto era possibile di estrarne. Ed è così che ho potuto comunicarvi più d’una informazione preziosa che il Comitato dei Petroli degli Stati Uniti voleva fosse assolutamente segreta.

Rise d’un riso secco e breve, si fregò le mani e continuò:

— Ma perchè quel Comitato possa conservare i suoi segreti è necessario che nessuno dei suoi membri cada nelle mani di Tagachi. Anche stamane il vostro ospite, ridotto allo stremo delle sue forze, mi confessava che le risorse petrolifere degli Stati Uniti sono quasi esaurite: ne hanno forse ancora per un anno.

Solok sussultò

— Che dite? un anno?

— Un anno, Eccellenza; e perciò egli insisteva sulla necessità di trovare un mezzo pratico per produrre sinteticamente il petrolio, altrimenti sarebbe un colpo terribile per la supremazia americana. Ma quando la conversazione giunse a questo punto, mutò improvvisamente d’argomento e non mi è più stato possibile di saper nulla. C’è un segreto in quel cervello; un segreto che non mi riesce di strappargli e che, ne ho ormai la certezza, non riuscirò a chiarire coi mezzi usati fin qui. Per tutto questo io credo che voi abbiate ragione. È meglio rendere la vita e la forza a questo grande chimico e consentirgli di continuare i suoi studî. Sorvegliandolo assiduamente e strettamente, come sappiamo far noi, riusciremo certamente ad impadronirci delle sue scoperte come di quelle che abbiamo già potuto appropriarci...

— Ma potrete guarire quella malattia che di solito non perdona?

— Laurie non ha che l’apparenza del male... Vedete, Eccellenza, sono bastati pochi anni al Giappone per assimilarsi la scienza di cui eran tanto fieri gli Occidentali; ma, esperti come siamo nel distinguere le cause dagli effetti, l’abbiamo arricchita, perfezionata, e spinta fino ad un punto che gli stessi maestri europei non speravano nemmeno di raggiungere prima di un tempo lunghissimo... Essi sono ancora al balbettìo iniziale mentre noi, che lavoriamo nell’ombra ed in silenzio, usiamo il nostro immenso sapere con ogni sicurezza. Non ignorate che di tanto in tanto rendiamo pubblica qualcuna delle nostre scoperte meno importanti tanto per assopire eventuali sospetti e per non lasciar indovinare i nostri preparativi. Ma le nostre conquiste più importanti sappiamo conservarle segrete per riservarcene tutti i benefici.

«Non ci è difficile far assumere da un soggetto tutte le caratteristiche di una malattia in modo da ingannare completamente i pretesi scienziati occidentali, ma quando ci piaccia sappiamo anche rendere a quel malato tutta la sua salute. È quasi uno scherzo! Provvederò dunque a rimettere il vostro ospite nelle condizioni di salute corrispondenti agli ordini che avete avuto la bontà di impartirmi.

Rimasto solo col capitano Yamamoto, l’Eurasiano lasciò brillare il suo sguardo orgoglioso:

— Che uomini abbiamo! – esclamò. – Quel Tagachi è un vero luminare! Che hanno essi da contrapporre a simili intelligenze, a tanta sapienza ed a tanta devozione?

— Nulla, sempre nulla, così come non avranno nulla da contrapporre alla nostra forza armata.

— Il loro risveglio sarà perciò tanto più terribile. A proposito, a qual punto sono i tre grandi sottomarini? Procedono i lavori?

Il capitano di vascello sfogliò un libriccino nel quale certe notizie erano registrare mediante geroglifici e rispose:

— Secondo le ultime notizie, il Yamagata ha terminato le prove, Eccellenza, ed ha dato risultati ottimi. Pensate che può immergersi fino a centosettanta metri mentre nessuna nave simile, in servizio nel mondo intero, ha potuto superare la profondità di ottanta metri. Quanto alla velocità, esso fila, in emersione, ben quaranta nodi, il che significa che nessuna torpediniera, per quanto veloce, può raggiungerlo.

— Il Drago Giallo trionferà dunque dei suoi nemici; non si tratta più che di una breve attesa... se però riusciremo ad impadronirci rapidamente della invenzione di quel Le Hélo!

— Se Yen-Fu non ha esagerato – riprese l’ufficiale sarà davvero un’arma formidabile quella che passerà nelle nostre mani. Pensate dunque a quello che si può fare con dei siluri che possano esser guidati con sicurezza da una distanza di trenta miglia almeno... Se Yen-Fu non esagera, noi saremo padroni incontrastabili del mare.

— Colui che vien chiamato Yen-Fu non è persona che esageri... – affermò tranquillamente Solok. – È una mente coltissima e piena di senso critico, e da quando la nostra buona stella gli ha fatto scoprire Le Hélo egli ha avuto campo di studiare accuratamente l’invenzione, i suoi principî e la sua realizzazione. Non avremo dunque che da adattarla ai nostri bisogni! È certamente una scoperta geniale.

Il viso grave del capitano di vascello, che conservava quello straordinario aspetto giovanile che i Gialli conservano spesso fino ad età avanzata, si illuminò di una luce di orgoglio selvaggio quando esclamò:

— Allora l’impero del mondo è nostro!

— Lo credo rispose semplicemente Harry Solok. – La prosperità dei Bianchi non avrà avuto che la durata di un momento, di un secondo nella storia dei popoli ed i Gialli riprenderanno il posto che non avrebbero mai dovuto abbandonare poichè dispongono di una forza morale, di una capacità intellettuale e di una abilità materiale tanto superiore! Siamo sulla buona via e possiamo celebrare il nostro prossimo trionfo. Fumiamo qualche pipa di sogno e d’oblio!

E, dopo un’occhiata alle coste bretoni bagnate dal sole, il miliardario andò a stendersi sopra un divano coperto di cuscini e di stoffe preziose. Aveva steso il braccio verso un vassoio ove era il necessario per un fumatore d’oppio e che si trovava sopra una tavola d’ebano incrostata di avorio posta a portata di mano, quando Yamamoto si avanzò di colpo.

Senza brutalità, ma con una decisione ed una calma che si imponevano, egli afferrò il vassoio con quanto v’era sopra e, avvicinatosi deliberatamente alla finestra aperta sul mare, gettò tutto e stette a guardare quei gingilli preziosi che si inabissavano nell’acqua trasparente.

Sir Harry Solok, cogli occhi scintillanti per la collera, si era rizzato e con voce strozzata esclamò:

— Che avete fatto, Yamamoto? Credo che dimentichiate... Con qual diritto vi siete permesso?...

Ma più freddo, più severo che mai, eppure con una sfumatura di rispetto nella voce, l’ufficiale rispose:

— Eccellenza, non dimenticate che se, grazie al cielo, l’alcool sta rovinando i padroni occidentali, l’oppio ha ridotto l’Oriente allo stato attuale. Voi sapete che questa droga infernale uccide l’uomo dopo la sua volontà ed è precisamente della volontà che noi abbiamo bisogno per trionfare nella lotta che abbiamo iniziato contro il mondo intero.

— Mi sembra che io sia padrone di me stesso! – sibilò il baronetto coi pugni stretti.

— È precisamente in ciò che vi ingannate, Harry Solok! Siete lo schiavo di voi stesso ed è ciò che non deve essere. Io affermo che non vi appartenete poichè appartenete alla razza che conta su di voi per riconquistare lo scettro del mondo. Sono ai vostri ordini, è vero, ma fin che la nostra missione non sia giunta a compimento devo badare a che voi conserviate le vostre forze intatte per la grande lotta. Quando tutto sarà finito ognuno riprenderà la libera disposizione di se stesso ed allora vi sarà lecito anche di uccidervi a centellini, se questo vi piaccia; ma prima no!

— Mi avete offeso, Yamamoto; vi ucciderò io stesso o vi farò uccidere!

— Non dovrete sobbarcarvi a questo, Harry Solok!

Il capitano di vascello fece un passo verso il miliardario ed i due uomini si trovarono quasi petto contro petto.

Cogli occhi fissi in quelli dell’Eurasiano, Yamamoto disse lentamente:

— Quando tutto sarà finito ogni conto verrà regolato. Se allora riterrete ancora che io vi abbia offeso non avrete che da dirmi: «Paga il tuo debito» e come mio zio, l’eroico generale Nogi, farò hara kiri fra tutti i miei, riuniti per la riparazione del vostro onore e del mio, e per la gloria del Giappone. Ma fino ad allora, incaricato dal Drago Giallo di sorvegliare i vostri atti, io non ascolterò che la voce del dovere checchè possa derivarne; obbedirò a tutti i vostri ordini riguardanti il servizio, come dev’essere; ma non vi permetterò nulla che minacci il bene dell’intera nostra razza.

Egli fece schioccare i tacchi ponendosi sull’attenti, e la sua mano si stese alla visiera del berretto; poi fece un dietrofront impeccabile e si diresse verso la porta.

A quella vista il risentimento di Solok cadde: per un istante egli comprese che il denaro non è tutto e chiamò:

— Yamamoto!

L’ufficiale si volse; l’Eurasiano mosse verso di lui, gli prese la mano mormorando

— Hai ragione. Sei un vero Giallo, un nobile cuore giapponese! Per comandare bisogna davvero saper prima obbedire ed io non fumerò più fino a quando non avremo colta la vittoria!