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LA MINACCIA GIALLA

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LA MINACCIA GIALLA

LA MINACCIA GIALLA

IX.

Una vela nella tempesta.

Graziosamente inclinato sotto la velatura bianca ben gonfia, il Sea-Gull filava veloce, tagliando l’onda leggera: navigava rapidamente verso il largo simile ad un immenso uccello marino che, coll’ali spiegate, radesse l’onda.

Colla barra del timone stretta nel pugno, andando all’orza quando il vento era troppo forte, miss Alys Laurie si abbandonava all’ebbrezza di manovrare un rapido veliero.

È una sensazione deliziosa alla quale nessun’altra somiglia, data dalla velocità, dal senso di vitalità intensa, ardente, esaltata e pura. Docile o restìo a seconda che la mano che lo guida è pesante, o maldestra, oppur leggera ed abile, il battello obbedisce non come una macchina, ma come un animale dotato di vita, di carattere, di personalità.

La giovanetta lasciava vagare i suoi pensieri imprecisi compiendo istintivamente gli atti necessarî per la navigazione rapida e sicura del piccolo veliero.

Il Sea-Gull era comparso una quindicina di giorni prima, quando James M. Laurie, quasi completamente guarito, s’era sentito dichiarare in convalescenza dal dottor Tagachi. Certamente sir Harry Solok aveva compreso che Alys, ormai rassicurata sulla salute del babbo, necessitava di distrazioni ed egli si era dato cura di soddisfare una delle inclinazioni più spiccate della fanciulla.

Ed infatti l’elegante navicella candida, gioiello d’architettura navale, aveva fatto esultare il cuore della piccola americana appassionata per la vita marinara ed abilissima nella manovra: tutto vi era stato disposto perchè questa riuscisse comoda e facile, ed il chimico americano vedeva senza preoccupazione la figliola prendere il timone del piccolo veliero per correre il mare nelle vicinanze di Carantec senza l’assistenza di marinaio, senza compagno alcuno.

— In barca – essa diceva – si gode veramente quando si è soli: la compagnia più piacevole, la conversazione più intellettuale impediscono di assaporare il godimento e lo sciupano.

E così, ogni mattina, fin dall’alba, prendeva il volo, se l’espressione è esatta, per lanciarsi al largo.

Quel giorno, prima d’imbarcarsi, ella stava facendo un’allegra partita di shuffle-board , specie di gioco del filetto in gran voga sui piroscafi, quand’era apparso Solok.

Vestito d’un abito di flanella bianca, egli aveva davvero un aspetto signorile e nessuno avrebbe mai riconosciuto in quel personaggio aristocratico dai modi eleganti e disinvolti l’ex-piccolo usuraio dei bassifondi di Singapore.

Con grazia perfetta baciò la mano di Alys e poi si rivolse a Laurie che considerò con lieta e cordiale soddisfazione:

— Via – esclamò – la cera è bella e non è stato che un falso allarme! Vi do una buona notizia, amici; Tagachi considera Laurie come ormai completamente guarito. Fra qualche giorno il nostro valoroso scienziato avrà completamente ricuperato le forze, potrà lavorare quanto vorrà e spero che vorrà accordare il suo prezioso aiuto ad un progetto che vado accarezzando. La mia felicità sarebbe, poi, completa, se miss Alya rispondesse affermativamente ad una certa domanda che conto di rivolgerle questa sera stessa.

Quale sarebbe stata quella domanda, Alys indovinava senza stento.

Era la domanda che la Sfinge rivolge ad ogni fanciulla che fa il suo ingresso nella vita. Ma era, ella, pronta a rispondervi con piena coscienza?

Certamente il baronetto era di quegli uomini la cui richiesta viene accolta con gioia; appariva bello, favolosamente ricco e colei che l’avesse sposato sarebbe stata una specie di regina ed ogni suo desiderio sarebbe stato appagato prima ancora d’essere formulato.

Era un meticcio? Sì, ma che importava? Non mancava nè d’intelligenza nè d’educazione: malgrado il misero inizio della sua vita, ch’egli non nascondeva, aveva saputo istruirsi e diventare un gentleman.

Una donna poteva essere orgogliosa di esser scelta da colui che aveva saputo salir così, da quell’energico self made man .

L’ascesa iniziata così in basso non poteva che apparir tanto più meravigliosa e meritoria poichè il bimbo gettato ai maiali aveva saputo innalzarsi fino a diventare uno degli uomini più ricchi e più potenti del mondo.

Egli esercitava certamente un vero ascendente su di lei ed ella aveva per lui un’ammirazione paragonabile a quella che, quand’era più giovane, aveva provato per certi grandi campioni dello sport.

E di mano in mano che questi pensieri le si svolgevano nel cervello ella si abituava volentieri all’idea di diventare la moglie di Harry Solok.

— Credo proprio che gli dirò di sì – mormorava.

Eppure... eppure... non avrebbe saputo dire qual sentimento la trattenesse; alla personalità di quell’uomo mancava qualche cosa... ella non sapeva quel che mancasse, ma doveva essere qualche cosa di indispensabile, secondo lei; ed un timore impreciso, di cui ella aveva appena la sensazione, si faceva vivo in fondo alla sua coscienza.

E mentre sognava così frugando nei suoi sentimenti, non s’era accorta che la brezza rinfrescava e che le onde si facevano più alte. Il ponte della navicella cominciava a bagnarsi sotto le ondate che l’avevano colpita e parecchie volte anche la sua bianca veste era stata bagnata.

E di colpo una raffica urlante investì l’imbarcazione gonfiandone esageratamente le vele ed inclinò lo scafo sull’onde con tal forza che parve dovesse rovesciarsi. Improvvisamente la fanciulla si vide in pericolo e si pentì della sua distrazione.

Quando si fantastica sul mare, occorre aver sempre gli occhi aperti, altrimenti si possono avere delle sorprese sgradevoli. Con una sola occhiata ella comprese la situazione: sul Sea-Gull si abbatteva un turbine che nulla aveva fatto prevedere e che la sorprendeva in una località pericolosa.

Alys sapeva perfettamente quel che dovesse fare, non si perdette di animo e seppe conservare il suo sangue freddo: anzitutto doveva ammainare tutte le vele perchè l’imbarcazione era in pericolo di rovesciarsi da un istante all’altro ed aveva cominciato una danza furibonda sulla cresta delle onde.

Le drizze e le scotte eran raccolte a portata di mano della piccola americana, con un sistema di paranchi che rendeva la manovra straordinariamente facile, ed ella si affrettò a sciogliere e ad allentare certi cordami, ma purtroppo era già tardi. Prima ancora ch’ella avesse potuto fare qualche cosa di utile, una nuova raffica di violenza decupla della prima si abbattè sull’imbarcazione.

Si udì un ùlulo spaventoso accompagnato da uno schianto come un fulmine e da uno scroscio terribile. Un nuovo colpo e la barca cominciò ad inclinarsi, poi si raddrizzò di colpo e riprese a ballonzolare sulle onde come un tappo di sughero.

Il fiocco, la vela maestra, l’albero ed il pennone, tutto era stato infranto e divelto d’un sol colpo dalla violenza del turbine.

Alys vide quei rottami cadere nel mare grigio, ad una certa distanza, mentre il Sea-Gull si trovava ridotto nelle condizioni di un pontone quasi incapace di manovrare, in balìa delle onde che ingrossavano, sempre più violente e disordinate... sotto il cielo fuligginoso nel quale fuggivano nuvoloni minacciosi.

La navicella si riempiva d’acqua a vista d’occhio e la situazione si presentava con questo dilemma: o quel che restava del Sea-Gull sarebbe affondato in breve oppure, spinto dal vento la cui violenza andava continuamente crescendo, sarebbe finito sui frangenti della costa settentrionale dell’isola di Batz.

Su quella costa selvaggia il mare vi è facilmente burrascoso; ad ogni colpo di vento le ondate vi si frangono con una violenza terribile e formano tutt’intorno alle rocce nere un vero caos dal quale anche il nuotatore più abile e più ostinato ben difficilmente saprebbe cavarsi.

Una donna non poteva aver speranza di uscirne e, d’altra parte, era follia sperare in un aiuto perchè quella parte della costa è deserta... ed il mare, a perdita d’occhio, non presentava la minima vela.

Certamente nessuno poteva essersi accorto del pericolo mortale che Alys stava correndo e nessuno sarebbe accorso in suo aiuto; ma ella, pur senza spaventarsi, non cercò di illudersi e venne alla conclusione che la sua situazione era assolutamente disperata.

Valeva proprio la pena di aver tanto meditato sull’avvenire! Forse, se avesse badato maggiormente al presente, non sarebbe giunta a quel mal passo.

Con un orrore accresciuto dalla sua presenza di spirito e dalla precisa coscienza delle circostanze, spaventosamente sballottata dalle onde e continuamente lanciata da un bordo all’altro della navicella; scapigliata dal vento, infradiciata dalle onde furenti che le frustavano il viso; ella guardava avvicinarsi l’isola irta di scogli ove la sua imbarcazione doveva fatalmente infrangersi.

— Povero papà... – mormorò. – La sua figliola cara... la sua Lily!...

E poi, ben convinta che non vi fosse più nulla da fare, si prese la testa fra le mani e, seduta quasi nell’acqua, attese triste ma con fermezza la morte... la morte a diciott’anni.

Brutta morte!

Forse fra breve ella non sarebbe stata più che un lugubre ammasso di carni lacerate in balìa delle onde ed alla mercé degli animali marini, e soltanto i rottami della sua navicella, scorti da qualche pescatore, avrebbero fatto conoscere a suo padre come ella era perita.

Nessuno la vedeva... nessuno!

Sarebbe morta assolutamente sola!

Nessuno? No; qualcuno l’aveva scorta dall’alto del cielo.

Mentre ritornavano da una nuova scorribanda col loro idrovolante, Dunois ed il suo amico Lemoine, sorpresi essi pure dalla burrasca, avevano veduto il Sea-Gull . Avevano veduto rompersi l’albero e cadere tutta l’armatura ed avevano compreso il pericolo che correva la giovanetta.

— È spaventoso! – aveva gridato Dunois per farsi udire da Lemoine nel fracassìo del motore e della tempesta.

— È perduta! – gli rispose il pilota.

— Tentiamo di soccorrerla...

Si trovavano anch’essi in pericolo poichè volavano essi pure in quella burrasca che scuoteva spaventosamente il loro apparecchio facendolo a volte precipitare così che pareva dovesse infrangersi da un istante all’altro.

Ammarare pareva impossibile: avrebbero capotato certamente quando avessero tentato di posarsi su quelle acque sconvolte.

— Ma dove vuoi che mi posi? – badava ad urlare Lemoine per farsi sentire dall’amico. – Dove?!

Non aveva nemmeno discusso l’idea pazzesca, eroica, suggeritagli dal suo compagno ed amico: descriveva ogni sorta di giri sopra il Sea-Gull pericolante cercando ansiosamente un punto dove le acque presentassero minor pericolo ed era talvolta costretto ad eseguire delle vere acrobazie per tenersi in aria in mezzo allo scatenamento degli elementi tanto era difficile e pericoloso anche il solo avanzare dell’apparecchio.

Il tentativo di salvataggio proposto da Dunois gli pareva quasi impossibile, date le circostanze; ma tuttavia egli cercava ansiosamente il modo per salvare quella giovane ed innocente vita.

Malgrado il fragore dei flutti che si sfasciavano sulle rocce, il rumore del motore dell’idrovolante attrasse l’attenzione di Alys: sorpresa, ella alzò il capo: vide l’apparecchio ed i due uomini a brevissima distanza ed ebbe un grande risveglio di improvvisa speranza: ormai non era più sola, e con moto istintivo tese le braccia verso quell’aiuto che le giungeva dal cielo.

Quel gesto tanto semplice e fiducioso commosse e conquistò di colpo i due volatori: la loro risoluzione si confermò. O sarebbero periti tutti assieme, od avrebbero salvato quella fanciulla tanto graziosa la quale non sperava più che in loro.

Dunois spinse improvvisamente il braccio del compagno:

— Guarda, Lemoine, puoi ammarare laggiù.

Tra i frangenti bianchi di spuma, appariva una specie di bacino dove regnava una calma pur sempre relativa; ma lo spazio era tanto ristretto che ben difficilmente l’apparecchio avrebbe avuto il campo necessario per concludervi la sua corsa.

Era necessario posarsi sull’acqua a livello delle prime rocce, e quasi certamente, quando si fosse percorsa tutta la lunghezza del bacino sotto l’impulso della velocità residua, i galleggianti e lo scafo avrebbero urtato contro gli scogli dell’altra sponda.

Era necessario evitare quest’urto, od almeno ridurlo al minimo.

Fortunatamente l’idrovolante era fornito di un’ancora galleggiante composta di un cono di tela il quale si riempie non appena sia gettato in acqua e si oppone così alla marcia dell’apparecchio.

Un po’ gridando ed un poco gesticolando fu stabilito che Dunois l’avrebbe gettata in acqua non appena l’idrovolante ne avesse toccata la superficie così da fermarlo rapidamente.

Lemoine era un pilota abilissimo e seppe manovrare con tanta intrepidezza e maestria che la manovra riuscì perfettamente e senza eccessivi urti e sobbalzi.

Il Latham appena toccata la superficie del bacino fece schizzare un alto getto di spruzzaglia e filò a grande velocità verso le rocce della sponda opposta del bacino «calmo», sempre terribilmente sballottato dalle onde; ma l’ancora che Dunois aveva gettato funzionò subito come freno e l’apparecchio si dispose subito contro vento. Il pilota allora non ebbe più che da valersi del motore per evitare di essere lanciato contro le punte aguzze degli scogli.

— Ed ora? – urlò Lemoine volgendosi verso Dunois.

— Ora? Ecco, guarda; è semplicissimo.

Il naturalista si toglieva la combinazione di tela, si levava la giacca ed il panciotto e poi afferrando la fune Brunel – fune di salvataggio per l’idrovolante – se la fissò alla cintola.

Lemoine lo vide porre il piede sull’orlo della carlinga come per salirvi, ma quello che prevedeva gli parve tanto incredibile, di primo acchito, che non credette ai suoi occhi:

— Sei pazzo! Che cosa vuoi fare? – urlò sottolineando le parole con una mimica evidentissima.

— Pazzo o savio – rispose Dunois – bisogna pure che vada a prenderla! Non verrà certamente fin qui da sola!

L’attimo seguente egli balzava in acqua malgrado le proteste dell’amico e la furia degli elementi.

Sotto il cielo basso e fuligginoso, nella luce giallastra e continuamente accecato dagli spruzzi che gli flagellavano il viso, Yves con poche bracciate superò la barriera di scogli ed uscì da quella zona di calma relativa. Da quell’istante le onde, che parevano esasperate dalla sua audacia, lo afferrarono, lo scagliarono contro gli scogli con un accanimento ostinato: ma non riuscirono a vincere l’ostinazione di lui.

Il mare ed il vento poterono, sì, sbizzarrirsi contro di lui; lo sballottarono, lo martellarono contro le rocce, ove lasciò lembi di pelle, ma egli riuscì ugualmente a lasciar dietro a sè la zona più pericolosa per la risacca ed a dirigersi a bracciate vigorose, passando attraverso le onde, verso il Sea-Gull che gli si avvicinava ad una velocità vertiginosa sotto la doppia spinta del vento furioso e delle ondate terribili.

Alys aveva seguito ansiosamente la manovra di quegli uomini ammirevoli che rischiavano la loro vita per lei e per un momento dimenticò il suo proprio pericolo e tremò soltanto per loro.

La tempesta raddoppiò di furore; le onde si lanciavano ancor più violentemente sul piccolo veliero disalberato il quale imbarcava acqua di traverso, situazione questa che i marinai considerano disperata. Sempre correndo verso le inesorabili mascelle di granito della costa, esso andava riempiendosi a vista d’occhio e se non si spaccava sugli scogli, sarebbe certamente calato a picco entro qualche minuto.

Colui che nuotava così coraggiosamente sarebbe giunto in tempo? E se anche fosse giunto vicino alla navicella, avrebbe potuto tentare alcunchè di utile per la salvezza della fanciulla?

E questa ad un certo punto si disse che egli non sarebbe mai riuscito a raggiungerla, che il suo coraggio sarebbe stato inutile: infatti ad ogni istante delle ondate enormi crollavano sulla testa del temerario il quale scompariva sotto uno scroscio di schiuma. Per un istante lungo – oh, quanto lungo! – egli rimaneva nascosto ad ogni sguardo sotto la tormentata superficie del mare e la giovanetta immaginava che non sarebbe mai più riapparso; ma egli riappariva ancora scuotendo la faccia colante acqua dai capelli ed aspirando una boccata d’aria nei pochi secondi che scorrevano fra un’onda e l’altra.

Avanzava a stento e talvolta un’ondata mostruosa lo ricacciava indietro facendogli perdere una parte dello spazio guadagnato a forza di muscoli, ma egli non si perdeva di coraggio e continuava nel suo sforzo ostinato.

E non appena le raffiche gliene lasciavano la possibilità, gridava alla fanciulla:

— Coraggio! Tenetevi salda... vengo

Nel momento in cui il Sea-Gull toccava gli scogli, un’ondata spaventosa, spinta a velocità vertiginosa dal vento, gli piombò addosso, lo sollevò e fulmineamente lo infranse sulle rocce aguzze.

Si udì uno stridore che nell’urlo della bufera parve un lamento: era lo scafo che si sfasciava; poi una seconda ondata mostruosa si abbattè sulla prima e della graziosa navicella non rimasero che dei frantumi; tavole sparse ballonzolanti sul ribollimento delle acque.

Alys era stata lanciata nell’acqua turbinosa senza grave danno, fortunatamente, e si mise immediatamente a nuotare. Era una fervente seguace anche dello sport natatorio e specialmente del nuoto veloce, ma nè l’ over armstroke , nè il crawl che ella eseguiva elegante e sicura in acqua relativamente calma poteva esserle di vero aiuto in simile situazione. Per dieci volte si trovò sommersa di colpo senza poter riprendere fiato; fu colta da uno stordimento certamente foriero d’asfissia e stava per abbandonarsi quando una mano delicata e forte l’afferrò improvvisamente sotto un’ascella.

Nello stesso tempo una voce energica le ordinava:

— Calma, signorina. Spiate il momento per respirare; siete salva. Basta un piccolo sforzo.

Un piccolo sforzo? Questa espressione in tutt’altro istante avrebbe potuto essere considerata come una burla: uno sforzo gigantesco occorreva! La lunga lotta contro il mare scatenato aveva sfinito Yves Dunois il quale doveva ora ritornare al bacino roccioso con forze assai ridotte e col carico del corpo di quella fanciulla che pur preoccupandosi di aiutarlo e di rendersi meno greve, non era però trascurabile.

L’acqua li copriva ad ogni istante ma l’uomo non abbandonava la fanciulla e, sostenendo sempre quel fardello vivente, rifaceva in senso inverso il calvario già percorso.

Dunois cominciava però a dubitare del risultato della sua impresa: che dovesse perdere quella battaglia contro gli elementi?

Lemoine, dal canto suo, non aveva un compito meno pesante; doveva lavorare con ogni virtuosità coi suoi motori per mantenere l’apparecchio all’onda, tenendosi lontano dai frangenti: un arresto del motore avrebbe causato la perdita dell’apparecchio; ma per fortuna i motori funzionavano con la massima regolarità. Non era però scevro d’inquietudine ed essa era ancor aumentata dall’angoscia che gli dava lo svolgersi dell’impresa di Dunois. Fu dunque con immenso sollievo che vide il nuotatore uscir finalmente dalla risacca ed entrare, in modo poco elegante e non senza qualche strappo alla pelle, nel bacino dove le acque eran più calme.

Rapido e preciso l’ufficiale non fece che un balzo fin dove era legata la fune che, all’altra estremità, era legata alla cintola di Dunois e traendola a se aiutò l’amico a raggiungere l’idrovolante.

Il direttore del Laboratorio biologico, ebbe soltanto il tempo di spingere Alys fino al galleggiante e di aggrapparvisi lui pure, prima di esser preso da stordimento. Fu però cosa di poco momento.

Finalmente, aiutato da Lemoine che doveva badare a tutto, egli poté far salire la fanciulla fino ad uno dei sedili della carlinga ed a farle rivestire la combinazione di volo e poi, gelato dal vento che gli incollava al corpo gli abiti fradici, attendere filosoficamente che l’avventura terminasse.

Anche questa seconda volta l’abilità di Lemoine fu superiore ad ogni elogio; sollevare l’apparecchio in uno spazio tanto ristretto e pericoloso non era meno difficile dell’ammararvi ed egli, malgrado il vento, malgrado il terribile sommovimento delle acque riuscì a sollevarsi, ma strisciando quasi sugli scogli da superare.

Il Latham riprese il volo simile ad una procellaria.

* * *

Due ore dopo Alys Laurie, a bordo del Saint-Joseph , veniva ricondotta fino allo Swastika per cura di Anthime perchè i suoi salvatori non avevano nessuna fretta di presentarsi al chimico yankee ed al nababbo eurasiano, per riceverne i comunque meritati ringraziamenti,

X.

Una delusione ed un giuramento.

Il pranzo era giunto alla fine: era il pranzo al quale sir Harry Solok aveva calorosamente invitato i due salvatori di miss Alys, e l’invito era stato fatto quella mattina durante una visita ch’egli, con Laurie, aveva fatto al Laboratorio. Era un pranzo perfettamente cinese e che aveva superato in magnificenza, e di molto quelli ai quali Lemoine era stato invitato quando si trovava nell’Estremo Oriente: uno strano susseguirsi di vivande bizzarre portate cerimoniosamente da file di servi vestiti del color giallo imperiale. Volatili irriconoscibili, vivande incolori, pesci informi, salumi straordinari, frutti inverosimili, dolciumi strani.

E siccome a bordo non v’erano altre donne, ad Alys era stato assegnato il posto fra il pilota e l’ittiologo.

Il primo non aveva cessato di discorrere di argomenti navali col suo collega giapponese, il cortesissimo Yamamoto, mentre la conversazione fra gli altri quattro commensali si generalizzava brillantissima ma interrotta da «a parte» nei quali la fanciulla e Dunois lasciavano scorgere una mutua e spontanea simpatia. Harry Solok, assai perspicace, non ristava dall’osservarli, e mentre sorrideva amabilmente per qualche aneddoto zoologico piacevolmente narrato dall’ospite, i suoi occhi spiavano senza averne l’aria, in quelli di Alys, l’interesse ch’ella non dissimulava.

Evidentemente quel francese poteva diventare un avversario, un nemico che sarebbe stato necessario vincere... Ma egli non lasciò scorgere i sentimenti che cominciavano ad agitarlo; tutt’altro: moltiplicò invece le attenzioni e le cortesie verso l’ex-tenente di vascello.

Dopo i più squisiti vini di Francia, venne offerto il sake , acquavite di riso.

Senza darlo a divedere, forse sotto l’eccitamento del liquore e per una specie di bravata – a meno che fosse invece per un calcolo sottile – sir Harry condusse il discorso sull’attualità moscovita e lo fece con tanta abilità sorniona che Dunois si stupì, improvvisamente, di trovarsi a discorrere spiritosamente del grande affare dei pesci.

Si interruppe dichiarando

— Scommetto che ho parlato di cosa che non interessa affatto nè sir Solok nè mister Laurie, nè la signorina.

Il proprietario dello Swastika protestò:

— Tutt’altro; queste strane perturbazioni delle abitudini della fauna marina locale mi hanno dato molto da pensare: ho letto tutto quanto pubblicarono i giornali e son convinto che anche Laurie se ne interessa quanto me.

Il chimico ammise il suo interessamento ed il miliardario continuò:

— Vi dirò, anzi, che su questi fatti mi son fatto un’opinione che credo esatta: la sottopongo al vostro giudizio.

— Qual’è? – domandò Dunois che era ben lontano dal supporre le intenzioni dell’anfitrione.

— Ecco, io sono convinto che ci sia lo zarnpino del signor Le Hélo, vostro zio, il quale sta facendone delle sue.

Lo stupore di Dunois fu pari soltanto a quello di Lemoine.

— Mio zio Le Hélo! Oh, ma che potete sapere, voi, di lui!

— Molte cose, e specialmente che è un vero originale ma di intelligenza straordinaria e capacissimo di aver inventato, e messo a punto, degli apparecchi suscettibili di turbare a suo piacere la vita marina. Tutto questo non dev’essere che uno scherzo pel pescatore che seppe rastrellare tutto il pesce nelle circostanze dell’inverno scorso e mi stupisco che non sia ancora stato fatto questo ravvicinamento di fatti che, pure, è evidente.

— Caro signore, voi siete molto ben informato per una persona che stamane, per la prima volta, è scesa a terra per visitarmi... Al ravvicinamento di cui parlate alcuni hanno pensato... ma non è molto improbabile che un vecchio capitano di lungo corso, semplice lupo di mare in pensione, possa disporre di tanta potenza?

Dunois aveva parlato tanto per vedere quel che ne sarebbe seguito e per tentare di far parlare quell’uomo sì ben informato.

Il miliardario sorrise:

— Io sono sempre informato di tutto, quando mi piaccia... e confesso che ho provato il capriccio di sapere tutto quanto era possibile di sapere sul conto di quell’uomo strano che è vostro zio... Non mi è forse stato detto che, durante la guerra, egli ha inventato ed usato un sistema per scoprire e distruggere infallibilmente i sommergibili nemici? Le autorità francesi, ed anche i vostri alleati hanno tentato ogni modo, pare, per conoscere il suo segreto, ma si dice che nessuno ne sia mai venuto a capo.

— Credo sia una leggenda... forse mio zio non aveva che una fortuna straordinaria.

— Allora mi direte pure che soltanto per un gioco della fortuna vostro zio ha catturato pesce in abbondanza là dove nessuno ne ha mai preso... No, no... i due problemi sono connessi, i due fenomeni sono analoghi e per spiegarli basta supporre che il capitano Le Hélo possa guidare dei siluri telemeccanici.

Dunois rise senza averne voglia; la perspicacia del suo anfitrione aveva qualche cosa di preoccupante.

— Volete guidare il pesce con dei siluri? – domandò con tono quasi di scherno.

— E perchè no, caro signore? Perchè no, se quei siluri contengono dei generatori ad alta frequenza?... Formando delle teorie di siluri che circondassero i pesci con una rete insuperabile di radiazioni elettriche, non sarebbe forse possibile dirigerne il moto anche a distanze considerevoli?

Lo stupore di Dunois andava crescendo: Solok parlava di quell’argomento come se gli fosse familiare: quell’orientale era veramente un uomo tutt’altro che comune: ma la cortesia esagerata che lasciava trasparire una sfumatura beffarda, quella tensione interna che talvolta affiorava con vibrazioni di voce smorzate, la sua esagerata sicurezza di sè, irritavano l’ittiologo il quale si manteneva costantemente in guardia.

— Non importa – ribattè: – pensate soltanto alla potenza elettrica necessaria per un apparecchio o degli apparecchi per la realizzazione delle vostre ipotesi e pensate anche alle difficoltà da superare per poterla usare convenientemente.

— Vostro zio, che io considero come uno studioso geniale, non deve essersi trovato imbarazzato da questi problemi che, del resto, altri avevano già risolto a metà.

Gli occhi turchini, già cupi, del miliardario diventarono ancor più cupi.

— Ma io comprendo la vostra riservatezza – continuò: – comprendo che temiate per lui il furore dei pescatori il quale certamente scoppierebbe terribile se giungessero a pensare come me, se sapessero quello che voi sapete.

Dunois, stordito, rimase senza parola.

Come aveva potuto indovinare, il suo interlocutore, ciò che lui e papà Anthime, soltanto, avevano saputo immaginare con tanta chiarezza? E l’antipatia istintiva ch’egli aveva provato per quel miliardario, fino dal primo istante, andava aumentando... senza contare ch’egli aveva un modo spiacevole di guardare la fanciulla che stava vicina a lui, Dunois.

Dieci risposte si presentarono alla mente dell’ittiologo, l’una più violenta dell’altra e forse egli avrebbe sferzato l’ospite con una replica tanto mordace quanto diretta, se Lemoine non fosse accorso in suo aiuto. Anch’egli provava un’antipatia invincibile per quell’uomo amabile e cortese che si divertiva così manifestamente ad imbarazzare il suo amico.

Nell’udir quello straniero parlare di quell’argomento con tanta conoscenza e sicurezza, lo prendeva, e non sapeva il perchè, un’irritazione simile a quella che provava dal principio della sua conversazione col capitano Yamamoto sulla forza e l’armamento delle diverse marine militari.

Era indubitabile che il capitano giapponese appariva più franco, più cavalleresco e di più nobili sentimenti; ma Lemoine aveva trovato in lui qualche cosa che aveva già osservato in certi ufficiali tedeschi, pur cordiali e corretti, coi quali si era trovato a Kiel prima della guerra mondiale.

Perciò il tenente di vascello volle prendersi a sua volta la soddisfazione di mettere a sua volta nell’imbarazzo il miliardario.

— Sir Harry Solok – disse – volete esser arbitro cortese fra me ed il comandante Yamamoto per una nostra controversia? Noi discutevamo del pericolo giallo ed io dicevo chiaramente che per conto mio credo veramente alla sua esistenza: ci credo malgrado egli assicuri che si tratta di un mito creato dal cervello dell’imperatore Guglielmo II il quale cercava con tal mezzo di distrarre l’attenzione altrui dalle intenzioni sue e dalle sue azioni segrete...

Era una pietra in uno stagno...

Lentamente le palpebre di Solok calarono sui suoi occhi che nascosero così il loro segreto se esisteva... e con aria noncurante egli disse:

— Vi assicuro che il pericolo giallo è il parto di una fantasia pazzesca! Come può, una persona come voi, che ha vissuto nell’Estremo Oriente, come può, dico, prestar fede a questa favola di lupo mannaro? La razza gialla non è che una razza dispersa, che agisce senza coesione e senza direzione in balìa delle molte religioni che la dominano e la dividono... È certamente numerosa e non manca di qualità intellettuali e militari, ma soltanto l’Impero giapponese vi rappresenta una forza reale organizzata... quanto al resto non è che un ammasso di elementi senza coesione! Sapete dirmi che vi sia di comune fra il Tibet e la Birmania; fra un cinese di Canton ed un coreano? Ed anche fra un malese ed un cambogiano? Per me quelle genti differiscono fra loro più che un francese da un tedesco... Non si comprendono; si trovano vicendevolmente buffe e si detestano.

Mentre parlava, Harry Solok giocherellava con un ramoscello di giunco marino che ornava la tavola e, gesticolando, si punse: gettò il ramo dai fiori d’oro e, succhiando il dito che si imperlava d’una gocciolina di sangue, concluse sorridendo:

— Ecco il pericolo giallo... è questo.... non è nulla... niente di più.

Ma Lemoine era cocciuto... Senza lasciarsi suggestionare da quel discorso, appunto perchè rammentava il suo soggiorno nell’Estremo Oriente e ciò che vi aveva visto e delle cose abbastanza misteriose che aveva creduto di sorprendervi, riprese a dire:

— E sia... voi dite che il pericolo giallo non esiste: voglio credervi, almeno pel momento... eppure una guerra dei Gialli uniti contro i Bianchi è un’ipotesi ammissibile; non è vero?

— Naturalmente è cosa che si può supporre.

— Ebbene, se questa guerra scoppiasse... vorrei sapere per chi parteggereste. Sareste per la parte paterna o materna?

Il miliardario rammentava talvolta lui stesso le sue origini, ma a tempo e luogo, e gli riusciva sgradito che gli venissero buttate sul viso quando che fosse e, per di più, in presenza di miss Laurie. Tuttavia, sempre padrone di sè, ebbe appena un batter di palpebre quasi impercettibile.

— Tenente di vascello Lemoine... voi siete insistente quanto coraggioso e non è dir poco. Scherzate collo spirito della vostra razza che è la più spiritosa del mondo...

— Ma no, ma no – rispose il pilota ostinato: – mi piacerebbe rendermi conto, sempre che non sia troppa indiscrezione la mia, perchè allora riconoscerei male la vostra buona accoglienza e la vostra ospitalità...

— Ebbene, in tal caso per soddisfarvi e togliervi ogni preoccupazione, risponderò che la vostra domanda è inutile. Non mi chiamo forse sir Harry Solok? Non sono suddito britannico e baronetto di Sua Maestà il Re d’Inghilterra?

Come gli Orientali che sfuggono, l’astuto meticcio aveva risposto ad una domanda con un’altra domanda ed in modo perentorio sebbene non categorico.

Lemoine non poteva andar oltre senza passare i limiti della convenienza e si accontentò di aggiungere:

— Che situazione terribile sarebbe la vostra in tal caso... e che magnifico argomento per una tragedia: il conflitto in un uomo fra la sua anima bianca e la sua anima gialla!... Una lotta mortale perchè bisognerebbe pure che una delle due uccidesse l’altra.

La tensione nervosa di ogni commensale andava aumentando, un senso di disagio allontanava i convitati e la conversazione non ebbe più che soggetti senza interesse: soltanto Dunois ed Alys avevan ripreso a discorrere con abbandono come persone che si conoscessero da lungo tempo.

Ma il grande silenzio che li circondava attrasse la loro attenzione... ed il naturalista comprese che doveva congedarsi.

Malgrado i complimenti, le strette di mano e la falsa cordialità degli «A rivederci» la separazione fu alquanto fredda.

Soltanto Alys fu sincera dicendo:

— Se lo permettete verrò presto a visitare il vostro Laboratorio per farmi spiegare i vostri lavori...

* * *

Mentre i marinai biancovestiti remavano in cadenza sotto la luna e nel grande silenzio del mare calmo, Lemoine si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo.

— Oh, si respira meglio, qui! L’atmosfera di quel bello yacht era stranamente greve.

Dunois non rispondeva... pensava che Solok si interessava troppo a suo zio... e, poi, le ultime parole di Alys Laurie gli risuonarono all’orecchio come un dolce canto e non ascoltò altro.

* * *

L’Eurasiano e la fanciulla erano saliti sul cassero per godere il panorama di quella chiara sera lunare sulla baia.

Laurie sapeva che Harry Solok voleva parlare privatamente ad Alys e da buon padre, sperando che quella sera avrebbero messo le basi per una unione che egli sperava, era andato a letto adducendo a pretesto una stanchezza comprensibile in un convalescente...

La luna terminava la sua ascesa in un cielo trapunto di stelle e la sua luce pallida e sempre melanconica induceva al sentimento.

Illuminate dalla sua luce fredda, le terre e le rocce assumevano un che di misterioso ed ognuno sentiva risuonare in sè, limpido, doloroso ed un po’ freddo il flauto del Werther .

I fari rossi o bianchi aprivano i loro occhi, fissi od ammiccanti, che vegliavano sul mare pericoloso di quei luoghi di difficile navigazione...

— Alys – disse Solok prendendo dolcemente la mano della fanciulla – avete indovinato, non è vero, la domanda che vi avrei rivolta fin da ieri se non fosse accaduto quel disgraziato incidente? Volete esser mia moglie?

Miss Laurie rimase pensosa...

A quella domanda, che pure aveva previsto, ella fu presa da un grande turbamento. Se il miliardario gliel’avesse rivolta due giorni od il giorno prima, od anche quella stessa mattina, certamente avrebbe ottenuto la risposta che pareva desiderasse tanto; ma nel frattempo era apparso il viso di Yves Dunois disceso dal cielo come un eroe leggendario per salvarla dal mostro verde.

Era avvenuto che il giovane scienziato riassumeva in se, per così dire, i sogni che Alys aveva inconsciamente sognato; egli corrispondeva al tipo di uomo che, senza saperlo, ella aveva desiderato per compagno della sua vita. La gesta da lui compiuta e l’eroismo da lui dimostrato gli conferivano un’aureola di grandezza ed ormai la sua immagine si interponeva fra lei ed Harry Solok. Eppure la fanciulla non voleva precipitar nulla; sarebbe stata desolata se avesse dovuto addolorare quell’uomo che lo aveva accolta, col padre, con tanta e sì larga ospitalità.

Senza pronunciare parole definitive ella dichiarò che la domanda la coglieva alla sprovvista e che una decisione simile richiedeva una profonda e lunga meditazione.

Eludendo una risposta diretta ella chiese tempo per rispondere e la delusione del baronetto fu assai grande.

Aveva contato sopra una vittoria più facile... ma era prudente ed ostinato e la sua carriera lo provava. Si disse semplicemente che avrebbe atteso qualche tempo ma che ad ogni costo, e con ogni mezzo, sarebbe riuscito.

Aveva deciso che Alys sarebbe sua moglie e, che ella lo volesse o no, sua moglie sarebbe diventata!

XI.

Colui che usciva dal mare.

Più d’un’ora dopo la partenza di Yves Dunois e di Lemoine, venti minuti dopo che Solok si fu congedato da Alys Laurie per raggiungere Yamamoto che lo aspettava nella sua cabina, una testa umana emerse improvvisamente sotto la prua dello yacht.

A piccole bracciate prudenti, il nuotatore si avvicinò approfittando dell’ombra della nave sull’acqua e si aggrappò alla catena del bompresso certamente per riprender fiato. Dal punto della baia più vicino alla nave, aveva dovuto percorrere almeno due miglia, anche contro corrente.

Uscito dall’acqua, si issò sulla catena dell’àncora: nudo, o quasi, egli si innalzò fino alla lizza procedendo con una agilità straordinaria ed una destrezza meravigliosa. Finalmente saltò sul ponte ma uno degli uomini di guardia accorse e lo fermò di colpo lanciandogli una domanda gutturale, e per tutta risposta colui che era così salito a bordo dello Swastika , avvicinò le mani e sovrappose i due indici incrociandoli.

Il marinaio si inchinò profondamente e corse alla cabina sul ponte discendendo poi i gradini di ferro a quattro a quattro. Un istante dopo egli annunciava quella visita al cameriere particolare di Harry Solok.

Charlie corse verso il nuovo venuto, si inchinò lui pure profondamente e, senza pronunciar parola, lo condusse all’appartamento del suo padrone.

Il miliardario era chino sopra una carta marina che stava studiando con grande attenzione assieme a Yamamoto il quale era chino vicino a lui.

Al rumore della porta che s’apriva, poichè Charlie non aveva neppur bussato, alzarono il capo entrambi e videro l’uomo nudo che si avvicinava.

Un attimo dopo il capitano di vascello della marina giapponese si avanzava colla mano tesa e con atteggiamento ospitale verso il nuotatore che tremava pel freddo.

— Iroscighe! – esclamò.

Intanto Solok staccava da un attaccapanni una vestaglia imbottita ed aiutava con molta cordialità il suo visitatore a rivestirsene.

Colui che veniva dal mare in sì strana guisa si inchinò davanti al baronetto, ma con perfetta dignità e senza il menomo indizio di servilità ed i roscoviti avrebbero potuto riconoscere in lui il miserabile insetto Yen-Fu, il servo tanto disprezzato del capitano Le Hélo.

A quella festuca, a quell’uomo spregiato, il miliardario e l’ufficiale giapponese facevano una calorosa e cortese accoglienza la quale avrebbe certamente stupito assai il pazzo eremita di Roch’Illievech se avesse potuto assistere a quella scena.

Il sedicente Yen-Fu sedette senza nemmeno averne avuto l’invito come chi si trovi in casa propria.

— Perbacco, colonnello, senza Yamamoto, poco fa non vi avrei riconosciuto: che metamorfosi straordinaria! Ma, ditemi, non soffrite troppo dell’umiliante condizione in cui la vostra devozione per la razza cui appartenete vi ha momentaneamente ridotto?

Il finto cinese rispose:

— Chi compie il proprio dovere non può soffrire, specialmente quando senta prossima la riuscita dell’impresa alla quale si è dedicato.

— Si sa di che siate capace – disse con fervore il capitano di vascello. – Vi ammiro, Iroscighe.

— Ma non sono che un giapponese fra giapponesi, amico mio... Non sareste forse voi pure pronto quanto me a simili rinunce?

E sorrise di quel sorriso un po’ triste e stanco della gente di sua razza.

— La nostra Marina non manca di esempi illustri da seguire – rispose Yamamoto gravemente – ed io mi sforzerò di imitarli.

— Pensate al marchese Ito?

— All’ammiraglio marchese in persona.

— Non ne conosco la storia – intervenne Solok.

— Vale la pena di essere narrata... Il famoso ammiraglio Mahan della flotta degli Stati Uniti, quand’era commander , aveva avuto come domestico un cinese, il quale era un cameriere perfetto, devoto, lavoratore ed abilissimo: poi, un bel giorno, quel servo se ne andò, ricco, disse, di economie. Era ritornato al suo paese. Molte volte Mahan rimpianse il domestico perduto... era una vera perla! Ma una certa sera a Tolone, mentre visitava la squadra giapponese che si trovava colà contemporaneamente alla sua divisione, confidò al marchese Ito, scherzando, che egli gli rammentava un cinese che aveva conosciuto... Ito sorrise, si tolse rapidamente la giubba d’uniforme (era l’ora del tè) si infilò la giubba bianca di un inserviente di tavola, si mise un tovagliolo sotto il braccio e sorridendo d’un sorriso stereotipato si chinò leggermente verso l’ammiraglio americano e gli bisbigliò: «Agli ordini del signor ammiraglio». L’ammiraglio lanciò un grido: era quello il modo come si inchinava e parlava il suo cinese, il domestico che aveva avuto per tanti anni. Ed egli ammirò senza nessuna riserva il patriotta che malgrado la nobiltà della nascita ed il grado raggiunto nella marina del suo Paese, aveva saputo adattarsi per tanto tempo a lavori degradanti per sorprendere dei segreti utili alla gloria della sua Patria. Con questo esempio avrei torto di lagnarmi – continuò Iroscighe: – ho fatto come Ito: ecco tutto.

— Certamente, ma in condizioni cento volte più penose – gli rispose Yamamoto – e che, al mio modo di vedere, richiedono molto maggior abnegazione.

— Chi non sa sopportare e tacere non è capace di compiere grandi cose – concluse con grande semplicità la vittima del capitano Le Hélo.

Solok si andava spazientando per quel dialogo... che pur rappresentava la stessa essenza della compitezza giapponese.

— È prossima l’ora in cui potremo agire? – domandò improvvisamente e bruscamente.

— È prossima; imminente, anzi. Gli apparecchi di quel vecchio pazzo, cattivo e gretto, sono a punto... il loro funzionamento giustifica ogni speranza.

Yamamoto ed il magnate del petrolio, che erano seduti, si alzarono contemporaneamente manifestando con ciò quasi un principio di esaltazione, ed i loro occhi si illuminarono selvaggiamente.

— Ne conoscete la manovra?

— Non dubitatene – fu la risposta di Iroscighe, di quel colonnello del genio, nobile quanto il Mikado stesso, il quale, per sorprendere il segreto straordinario di Le Hélo, si era, da quattro anni, retrocesso alla misera condizione di un infimo servo...

— E credete che, così come sono, essi possano servire per la costruzione di copie delle quali noi contiamo armare rapidamente i nostri tre sottomarini?

— Lo affermo – rispose il colonnello del genio. – Riprodurrò con ogni facilità gli apparecchi direttori dei siluri... nessun perfezionamento è necessario, almeno per il momento. La loro azione è sicura ed infallibile. Il nostro uomo guida i suoi arnesi a trenta miglia di distanza con una precisione assoluta. Ho anche scoperto il segreto di cui si serve per la cattura del pesce: non che questo possa servirci..:

— Allora la nostra vittoria è sicura! – gridò quasi il miliardario. – Se avviene quel che noi ci auguriamo con tutte le nostre forze, diverrà padrone colui che deve dare il segnale a tutto l’Impero del Sole levante. Non rimane dunque che stabilire per ora il momento in cui procederemo a quanto è necessario...

E sorrise del suo sorriso crudele.

— Quando contate d’agire, allora? – domandò.

— Fra poco – rispose Iroschighe, – ma mi sembra necessario prendere grandi precauzioni... Il vecchio è furbo e sta sempre in guardia... e, poi, è necessario allontanare tutti i sospetti che potrebbero anche soltanto sfiorarci. Bisogna che altri appaiano colpevoli... Perchè l’arma agisca fulminea, è necessario che nessuno ne sospetti l’esistenza... e che nessuno sappia ch’essa è in nostro possesso.

— Mi incarico di stornare ogni sospetto che possa formarsi – dichiarò Solok il quale percorreva la cabina a gran passi: – saprò trovare l’uomo di paglia. Ma qualcuno sa che pensare, almeno press’a poco, dell’importanza dell’invenzione del capitano Le Hélo, e questi è suo nipote; la nostra conversazione durante il pranzo mi ha illuminato su ciò... Voi immaginavate, Yamamoto, che io parlassi tanto per discorrere... Volevo semplicemente sapere quel che sapesse Dunois. Troveremo il modo, ed è facile, per impedirgli di chiacchierare; anzi penso già ad un’astuzia...

E si chinò all’orecchio del colonnello e bisbigliò alcune parole alle quali l’altro rispose soltanto, e con tono di estrema serietà:

— Con lo Sciogun sino alla fine!

— Pel trionfo della Razza Gialla!

Il falso Yen-Fu si alzò, si spogliò della vestaglia e salutò i suoi due compagni i quali non l’accompagnarono sul ponte pel timore d’esser veduti con lui dagli americani.

Silenziosamente, a piedi scalzi, colui ch’era uscito dal mare passò davanti al marinaio che sonnecchiava presso l’occhio di prua, scavalcò il parapetto e si lasciò scorrere lungo la catena dell’àncora e ritornò in acqua senza che si fosse udito il menomo sciacquio.

* * *

Ma qualcuno l’aveva veduto...

Miss Laurie, che non poteva addormentarsi perchè troppi pensieri, e gravi, le occupavano la mente, si era affacciata alla vasta finestra della sua cabina, ed ebbe così, improvvisamente, la sensazione che lo Swastika fosse avvolto da un mistero il quale necessariamente avvolgeva anche suo padre e lei.

* * *

Flessibile e svelto come un’anguilla, il nuotatore era scomparso.

Mantenendosi quasi continuamente fra due acque, egli si dirigeva a buona velocità verso la costa, usando una specie di crawl ed in breve fu vicino alla riva.

Egli credeva che a quell’ora tutti fossero già a letto, nelle vicinanze piuttosto deserte della piccola ansa di Paimpol: nessuno, perciò, poteva vederlo.

Ma v’è sempre qualcuno che fa il contrario degli altri.

Giunto fin là senza luci a bordo, con una leggera imbarcazione «tanto per fare una passeggiatina», questo qualcuno aveva proprio allora ammainato la sua bruna vela di mezzana per osservare curiosamente le luci scintillanti dello yacht , e, sempre questo qualcuno, aveva orecchie simili a vecchie insegne di barbiere e pronte a cogliere ogni minimo rumore.

Quelle orecchie colsero un leggero sciacquio regolare che andava avvicinandosi e che seppero subito riconoscere.

— Oh! – borbottò papà Anthime. – Si nuota, qui! Che ora hanno scelto pel bagno?... Il mare dev’essere freddo: ho proprio avuto una buona idea venendo a dar una capatina fin qui... Eh, è l’ispirazione!... Mi piacerebbe vedere chi sia questo originale che si diverte a fare il delfino... Ti piglierai dei reumi, caro!

Generalmente papà Anthime era curioso a ragion veduta... Mentre parlava uniformava gli atti alle parole: spingeva la barca dietro una punta rocciosa e vi si appiattava coll’occhio attento.

Alla debole luce che in quell’ora filtrava fra le nuvole, egli vide una forma umana uscir dall’acqua circa cento metri più in là; ma la notte non era sufficientemente chiara perchè egli potesse identificare quella forma imprecisa; e non era nemmen da pensare ad avvicinarlesi perchè c’era da attraversare un vasto spazio scoperto assai più sassoso che sabbioso e certamente egli sarebbe stato udito.

Accontentandosi, dunque, del suo osservatorio imperfetto, papà Anthime potè constatare che quel misterioso nuotatore andava a ricercare i suoi abiti dietro una pietra e si rivestiva in fretta. Quando si fu rivestito, l’uomo gettò uno sguardo tutt’attorno e, certamente rassicurato, si diresse verso Roscoff attraversando la spiaggia sassosa.

Con un’agilità scimmiesca, Anthime lo seguì: ci teneva a «procurarsi i connotati» di quel nuotatore notturno; ma su quel terreno disuguale, difficile, irto di ostacoli, gli accadeva frequentemente d’inciampare: gli riusciva però sempre di mettere innanzi le mani ed allora restava immobile per un istante pel timore d’essersi fatto udire e poi riprendeva l’inseguimento.

Ma doveva confessarsi che sulle rocce egli era assai inferiore a colui che più lungi camminava rapido e leggero distanziandosi, sia pur di poco, ma continuamente.

Nel timore di vedersi sfuggire lo sconosciuto, Anthime si mise a correre così che quando la luna si nascose improvvisamente dietro una nube, egli inciampò e cadde quant’era lungo ferendosi dolorosamente contro delle pietre acuminate: nello stesso istante il coltello che teneva in tasca gli sfuggì e cadendo sulla pietra produsse uno schiocco che risuonò nella notte il cui silenzio non era rotto nemmeno dal frangersi delle onde.

Immediatamente la luna riapparve ed Anthime vide l’uomo volgersi e cercare a lungo con lo sguardo donde provenisse quel suono. Aveva compreso, costui, d’essere inseguito?

Comunque, divenuto diffidente egli scomparve quasi subito.

— Dove s’è ficcato quel burlone? – brontolò il preparatore strofinandosi le gambe e le costole indolenzite. – Credi d’essermi sfuggito? Ti ritroverò, caro!

E, lentamente, metodicamente egli si mise alla ricerca dell’altro, sicuro che l’altro si era nascosto.

— Caso sospetto! – diceva intanto fra sè. – Poichè ci tieni tanto a non esser visto, è certo che non hai la coscienza tranquilla. E, diavolo, ho sempre il desiderio, io, di vedere questa gente troppo discreta!

Con delle precauzioni da indiano, egli fece il giro delle rocce che lo separavano dal punto dove aveva visto fermarsi e scomparire lo sconosciuto, badando bene che questi non riuscisse ad andarsene insalutato ospite.

Ma l’uomo rimaneva nascosto e certamente non era meno agile nè meno svelto del suo avversario perchè con nessuna astuzia Anthime riuscì a coglierlo in fallo. Sicuro che fosse vicino, il preparatore non si scoraggiava pel risultato negativo delle sue ricerche.

— Conti di liberarti di me e di esaurire la mia pazienza? Bene, ti sbagli: puoi nasconderti, strisciare e saltare da un buco all’altro... quando Anthime s’è ficcato nella zucca di trovar qualcuno, lo trova anche se ci mette la coda il diavolo. Ti dico che vedrò il tuo muso.

Intanto non vedeva che massi, sabbia ed alghe.

— Va’ pure, figlio mio... ti acciufferò! Bisognerà pure che...

Ma non potè finire.

Qualcosa di pesante e di flessibile gli era piombato sulla schiena, e così violentemente che i suoi garretti d’acciaio si piegarono, e nello stesso tempo due braccia gli strinsero il collo come in una morsa con tal forza irresistibile da fargli crocchiare le vertebre, mentre due gambe gli stringevano i fianchi tanto forte ch’egli sentiva cedere le costole.

— Jiu-jitsu – pensò l’aggredito giudicandosi quasi dominato: – ho certamente a che fare con un giallo... del resto l’avevo immaginato.

Dotato d’un vigore eccezionale, Anthime non era facile a perdere la testa... Non riuscendo, malgrado la sua forza, a liberarsi da quel collare che stava per soffocarlo, prese la sola decisione possibile in quella circostanza. Si gettò indietro di scatto per piombare con tutto il proprio peso sull’aggressore il cui dorso avrebbe battuto violentemente sulle pietre. Ma quegli indovinò il colpo... abbandonò la presa e lasciò che Anthime cadesse solo pensando certamente che si sarebbe accoppato di schianto.

Ma, sebbene stordito, il bretone si rialzò immediatamente con un rapido colpo di reni e si precipitò sull’avversario e questi gli apparve come un uomo di bassa statura dal viso quasi completamente nascosto da una striscia di stoffa così che se ne scorgevano solamente gli occhi piccoli e brillanti.

Un giallo... certamente un giallo!

Poteva essere un marinaio dello Swastika. .. e poteva essere il servo di Le Hélo.

Chiunque fosse, quell’uomo attendeva Anthime di piè fermo; lasciò che gli giungesse addosso, parò abilmente due diretti che pure gli erano stati lanciati con violenza, si lasciò prendere al collo ed allora invece di resistere seguì l’impulso ricevuto; afferrò il preparatore per le maniche del camiciotto, gli piantò un piede nel ventre ed a sua volta si lasciò cadere indietro di piombo.

Trascinato dal suo slancio aumentato dal colpo che l’altro gli aveva dato, il bretone passò al di sopra di questo ed andò a precipitare, disteso, due metri dietro a lui.

Pronto come il lampo lo sconosciuto gli fu subito sopra ed alzava già un grosso ciottolo per fracassargli il cranio, quando un rumore di scarpe chiodate risuonò sulle rocce.

L’orientale alzò il capo, vide un doganiere che, rivoltella e coperta a tracolla, ispezionava il suo tratto di costa, abbandonò la pietra e fuggì con la massima rapidità.

Credendo che si trattasse di un contrabbandiere, il doganiere impugnò la rivoltella e stava per premere il grilletto, quando scorse sulla roccia un corpo inanimato: al chiaror della luna che s’era fatta più vivida riconobbe allora Anthime col quale era in rapporti molto amichevoli: di colpo, dimenticando il fuggiasco, rimise la rivoltella nella fondina e, accosciandosi, si pose sulle ginocchia la testa pallida del ferito.

— Che diamine, papà Anthime! Che cosa è accaduto?

Il preparatore non si muoveva e non dava neppur segno di vita.

— Che sia morto? – si domandò il milite.

Raccolse nel cavo della mano un poco d’acqua fresca da una pozza vicina e la versò sulla fronte pallida. Questa volta lo svenuto emise un profondo sospiro ed aperse gli occhi che mosse per un istante smarriti e finalmente riconobbe il viso chino su di lui.

— Ah, siete voi, Kerampont? Buona sera, vecchio mio; che cosa mi è accaduto?

Il doganiere gli narrò quel che aveva veduto.

— Ah, si! – fece il preparatore. – Bene, posso dire che se n’intende quell’omiciattolo! Come m’ha conciato!

Ed a stento si rimise ritto.

Pieno d’ammaccature, il braccio destro gli doleva; egli se lo strofinò e guardandosi d’attorno continuò:

— Da che parte se n’è andato, quel demonio?

— Di là – rispose il doganiere indicando la direzione di Roscoff: – stavo per sparargli quando vi ho visto a terra. Mi ha addolorato perchè siamo vecchi amici, non è vero?

— Certamente: grazie, Kerampont. Bisogna che lo acchiappi, figliolo, quel figlio d’un cane d’un omiciattolo.

— Non ci pensate! Se corre ancora dev’essere lontano, ormai... Ma per che cosa avevate a che fare con lui? Chi è?

Anthime non ci teneva affatto a proclamare i suoi sospetti e neppure il motivo delle sue indagini:

— È un giovinastro che mi ha imbrogliato una volta in un contratto per degli animali marini pel laboratorio.

— Come si chiama?

— Non lo so neppure... non è di qui; ma se lo ripesco non la passerà liscia, me l’ha fatta una volta e non ci ricadrò la seconda.

Accompagnò per un tratto Kerampont lungo la spiaggia chiacchierando di questo e di quello, poi, dopo averlo ringraziato ancora, prese dei sentieri fra i campi e raggiunse la strada di Roscoff.

Rimuginava nella sua mente immaginosa quella strana avventura.

— È però ben strano, tutto questo. Se è qualcuno dello Swastika , perchè veniva a terra a nuoto?... E se era Yen-Fu, che cosa ha a che fare, lui, con coloro che sono su quella nave?