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LA RIVOLTA DEI CROSTACEI

Lo Stregone Del Mare — liberliber.it · All chapters

LA RIVOLTA DEI CROSTACEI

LA RIVOLTA DEI CROSTACEI

XII.

Attorno ad un manifesto.

Erano trascorse alcune settimane senza che nessun mutamento fosse avvenuto nella situazione: si era giunti ai primi di agosto ed il pesce disertava sempre le località che un tempo eran da lui preferite: i pescatori erano senza lavoro ed il denaro raccolto a loro beneficio, mediante sottoscrizioni, andava esaurendosi rapidamente così che lo spettro della miseria mostrava ancora una volta il suo viso laido al focolare di più di una famiglia.

Convinto, da una nuova serie di osservazioni, fatte col suo amico Lemoine a bordo dell’idrovolante Latham , che la ipotesi già formulata fosse giusta e che suo zio possedesse davvero una forza capace di costringere i pesci a mutare le proprie abitudini, Yves Dunois si era deciso ad agire senza badare a scrupoli.

Un breve rapporto ch’egli aveva mandato alla Direzione della Pesca aveva provocato la sua convocazione urgente, ed egli venne ascoltato con interesse dal Ministro della Marina al quale espose chiaramente le sue certezze ed proprî timori.

Quel colloquio era avvenuto il martedì mattina e la stessa sera gli giungeva, all’albergo dove aveva preso alloggio, una comunicazione con la quale il Ministero... lo assicurava che sarebbero stati presi provvedimenti per porre termine a quello stato di cose che recava tanto nocumento ai pescatori di Roscoff; lo si ringraziava inoltre per aver egli attratto l’attenzione del Ministero sul fatto che Le Hélo aveva scoperto un sistema per dirigere a distanza i siluri telemeccanici, cosa che interessava assai la difesa nazionale.

Ritornato l’indomani a Roscoff, e completamente tranquillizzato, l’ittiologo aveva trascorso tutto il pomeriggio a Saint-Pol, l’antica capitale del Lèon, assieme ad Alys Laurie. Del resto, dopo il pranzo a bordo dello Swastika , essi si eran ritrovati molto di frequente ed avevano fatto parecchie escursioni alle più belle località della Bretagna ed avevan goduto assieme di una profonda ammirazione pel potente fascino dell’ Armor come i celti antichi chiamavano la regione, abbandonandosi alla dolce attrazione che vicendevolmente provavano.

* * *

E si era giunti al giovedì mattina

Anthime, che si era completamente ristabilito, e da parecchio tempo, dalle conseguenze dell’aggressione sofferta, mentre scendeva nel vestibolo del Laboratorio vide entrarvi papà Le Guen. Col braccio infilato nel manico di un paniere il vecchio pescatore avanzava a passettini misurati battendo gli zoccoli di legno che aveva ai piedi e fumando una pipa spaventosamente annerita la quale spandeva tutt’attorno un odore abbastanza repellente per ogni narice ben costituita.

I due uomini si strinsero la mano e poi, senza alcun motivo, Anthime si arrampicò sulla solita scala che si trovava nel centro del vestibolo e di lassù domandò:

— Che buon vento ti ha portato qui a quest’ora, vecchio mio?

— C’è – rispose il marinaio – che ti porto qualche fico... perchè so che ti piacciono.

— Grazie, figliolo; sei molto gentile.

— Dove devo metterli?

— Qui – (ed Anthime mostrò una delle tavole di marmo) – quanto ti devo?

— Ma niente... è una cortesia che ti faccio perchè li ho colti nel mio giardino. Pagherai un bicchier di vino un giorno o l’altro e saremo pari.

— Non saremo pari in fatto di gentilezza, però... ti ringrazio, Le Guen.

Detto questo, incrociò le gambe, si prese in mano il piede destro e poi si informò

— Ci sono novità?

L’ex-marinaio lanciò all’aria una nuvola di fumo puzzolente.

— Novità? Ce n’è almeno una... ed è che io, che non credevo affatto a tutte quelle storie di stregoneria, comincio a credervi seriamente.

— Oh, mi racconti una panzana!

— Non è una panzana. Questa notte mi sono alzato alle due perchè non potevo dormire e sono uscito sulla porta per godermi il chiaro di luna... Sai che cosa ho visto davanti alla chiesa?... Un fantasma, ragazzo mio; un fantasma proprio davanti al muro del cimitero e non era alto più di un soldo di cacio. Si abbassava, si rialzava, stendeva le braccia e faceva dei salamelecchi continui sempre colla faccia rivolta al muro... Aveva in mano un secchio coll’acqua benedetta nel quale immergeva un asperges e poi faceva dei gran segni verso la facciata della chiesa con quella che certamente era «acqua benedetta a rovescio» del diavolo. Ho voluto vederlo da vicino e, siccome camminavo colle sole calze, non mi ha sentito giungere ma quando sono arrivato a dieci passi da lui si è voltato di scatto. Ah, caro mio, se avessi visto che occhi cattivi aveva! Neri e brillanti come micce accese in una faccia gialla sbarbata. Se lo avessi visto, dico, non ti saresti dato tante arie; ed io mi son fatto il segno della Croce quieto quieto... ed allora, si capisce, egli è scappato ed è scomparso... Ecco tutto!

— Avevi mangiato troppo a pranzo, od avevi un bicchiere di più nella stiva, caro papà Le Guen.

— Ma tu sai benissimo che non abuso nè di cibo nè di bevande specialmente con questo tempo di miseria. Anthime, ti dico che ho visto: ho visto, ecco tutto. Basta. A rivederci.

E se ne andò com’era arrivato colla sua pipetta infernale ed a passettini misurati e sonori pel battito degli zoccoli di legno sul pavimento.

— Ecco un’altra «storia»! – borbottava il preparatore mentre saliva al laboratorio privato del Direttore per raccontargli quanto aveva detto il vecchio Le Guen.

Dunois lavorava allegramente tra fiale, provette, vasi, e bombole di gas compressi... era allegro quella mattina e la vita gli pareva bella: forse per effetto della risposta ricevuta il giorno prima ad una certa domanda da lui fatta a miss Alys Laurie mentre dall’alto del Kreisker, il campanile della cattedrale di Saint-Pol-Léon, contemplavano il paesaggio.

Dopo lo scambio dei convenevoli d’ogni mattina, il preparatore raccontò la visita ricevuta.

— Avete un’idea – domandò Dunois – di quel che abbia potuto causare la visione di papà Le Guen?

— Ho supposto un’allucinazione, che fosse ubriaco.

Il naturalista fece cadere la cenere della sigaretta.

— Eppure il vecchio è sobrio ed ha ancor gli occhi buoni: per conto mio confesso che la sua descrizione mi impressiona... occhi fiammeggianti... faccia gialla... lo sapete che tutto ciò mi rammenta la descrizione del vostro aggressore dell’altra sera... proprio come me l’avete fatta voi?

Anthime si grattò un’ascella facendo una smorfia e poi, improvvisamente osservò:

— Allora si tratterebbe o di Yen-Fu o di qualcuno dello Swastika ; non sono ancora riuscito a farmi un’idea se si tratti piuttosto dell’uno che dell’altro e non perchè abbia risparmiato le passeggiate sulla costa di sera. Non ho mai più visto nulla di sospetto.

Sempre lavorando a metter un po’ d’ordine fra tutte quelle provette, e riempiendo delle fiale di reagenti, il preparatore emetteva certi suoni gutturali che gli erano consueti e che lo facevano ancor più rassomigliare ai quadrumani di grande statura.

— ...Niente di sospetto... intendiamoci: ma quello Swastika , non c’è che dire, mi fa uno strano effetto. Giurerei che si stia macchinando qualcosa di non troppo come si deve fra lo yacht e Roch’Illievech... ci si sente circondati da intrighi... da misteri... Roba sospetta. Quel marinaio-fantasma di Le Guen dev’essere qualche altro filo della trama!

Papà Anthime era a questo punto delle sue riflessioni, quando un rumore strano scoppiò, ingrossando rapidamente, sotto le mura stesse del Laboratorio dalla parte della calata del Vile.

Erano esclamazioni di collera a quanto sembrava... grida e voci di richiamo.

I due uomini corsero alla vetrata che s’apriva nel giardino folto di vegetazione e, al di là del cancello decorato da un polipo stilizzato, di lamiera, scorsero un gruppo abbastanza numeroso di pescatori che gesticolavano, a quanto pareva, davanti ad un manifesto.

Quella gente si agglomerava, si urtava, si alzava sulle punte dei piedi tanto che l’assembramento poteva paragonarsi ad un formicaio in subbuglio. Chi aveva letto si allontanava per riunirsi ai gruppi che già s’eran formati e dove si discuteva con grandi scoppi di voce e con gesticolazioni violente da far credere, a distanza, che si trattasse di esercitazioni di telegrafia ottica.

* * *

Nello stesso momento, sulla piazza della chiesa, sul terrapieno del canotto di salvataggio, agli incroci delle vie, gruppi simili si affollavano davanti a simili manifesti.

Da ogni parte accorreva gente ed era un continuo incrociarsi di richiami per mostrarsi i fogli incollati sui muri. Tutta la cittadina era sottosopra.

* * *

Dunois, prima ancora che, spinto dalla curiosità, avesse superato la distanza corrente dal laboratorio al manifesto, aveva l’intuizione improvvisa del rapporto fra il «fantasma» intravisto dal vecchio Le Guen e l’affisso che provocava tanta emozione popolare: l’ asperges e la vaschetta dell’«acqua benedetta a rovescio» prendevan nella sua mente l’aspetto d’un pennello e d’un secchiello di colla.

Al suo avvicinarsi quanti leggevano o commentavano si trassero in parte per fargli spazio e Luigino, che fra gli altri era certamente uno dei più rumorosi ed anche dei più scalmanati, gridò:

— Bene, signor Dunois; non ci spiace di vedervi! Leggete un po’ questa roba, se non vi spiace, e diteci la vostra opinione, sempre che non vi chiediamo troppo.

Stupito pel tono ironico ed anche insolente del pescatore, l’ittiologo lesse rapidamente le poche righe del manifesto.

Pescatori,

Siete dunque tanto ciechi da non vedere che il solo responsabile del vostri mali, colui che vi toglie il pane dalla bocca, è lo stesso che, la notte del Natale scorso, vi minacciava? Colui il quale annunciò che fin ch’egli viva non vi sarà più pesce per voi da catturare?

Il vostro affamatore è il capitano Le Hélo!

Suo nipote Yves Dunois, colui che dice d’esservi amico, lo sa e da molto tempo...

Voi sapete benissimo quel che dovete fare.

Non avrete paura, voi, di questi individui!

Avanti, pescatori roscoviti! Salviamo il nostro paese, salviamo le nostre mogli ed i nostri figli!

Ed era firmato: « Un compagno ».

Dunois strinse i pugni. Neppur per un istante aveva esitato ad attribuire a Solok la paternità di quel manifesto.

Non v’era dubbio: restava confermato il legame fra il «fantasma» di papà Le Guen, il notturno affissatore, ed il padrone dello Swastika. .. Era proprio questo il «compagno».

Chi altri avrebbe avuto interesse ad eccitare così il risentimento dei marinai?... Quel meticcio seguiva un piano prestabilito.

Ma il naturalista non ebbe il tempo di riflettere con ponderazione e neppure di partecipare ad Anthime i suoi pensieri: Luigino Guyader, saldamente piantato davanti a lui, ed aggressivo, ritornava alla carica mentre tutti gli altri tacevano e sui loro volti attenti spuntava un’espressione beffarda.

— Ed allora, signor Dunois; voi che vi chiamate nostro amico, che ne dite di questo? Ve lo chiedo, così, tanto per sapere.

Un po’ pallido, l’ex-ufficiale guardò il pescatore negli occhi.

— Io vi sono amico, Guyader, ed i miei atti ve l’hanno provato molte volte. Sono appena tre giorni che mi sono interessato per ottenere, dal Ministero della Marina, e li ho ottenuti, dei provvedimenti efficaci perchè la situazione attuale abbia fine in brevissimo tempo.

«Quanto all’autore di questo manifesto egli ha commesso un atto di cui gli chiederò ragione se la mia certezza si confermerà. Non lasciatevi trascinare, non badate a questi cattivi consigli... Vi garantisco personalmente che i vostri interessi materiali non saranno sacrificati per lungo tempo ancora... Fra qualche giorno – capite? – fra qualche giorno potrete riprendere la pesca.

I pescatori più anziani approvavano col capo ed i più ponderati bisbigliavano:

— Bravo! Ben detto! Non facciamo sciocchezze!... Non sappiamo nemmeno chi sia quello che si dichiara nostro «compagno»... Mentre almeno, il signor Dunois lo conosciamo da molto tempo; su questo non c’è dubbio, ed è una brava persona.

Ma Luigino era ormai sfrenato: cogli occhi brillanti e colla faccia convulsa, egli riprese senza reticenze di sorta:

— Il signor Dunois difende lo zio!... Può darsi che fra poco si possa riprendere la pesca, ma intanto son due mesi che noi si muore di fame. E c’è un colpevole di questa situazione; no? Il colpevole è indicato da questo manifesto: chiunque l’abbia scritto, quegli ha detto certamente la verità... Il nostro affamatore è lo stregone, il cormorano di Roch’Illievech!... e questo è certo come esiste il sole che ci illumina.

La folla oscillò vociferando, e delle braccia si alzarono scuotendo dei pugni enormi.

Si gridava:

— Sì, sì... è proprio lui... quel cane rognoso d’uno stregone!

Guyader salì sopra un paracarro e, mentre lanciava occhiate di sfida al direttore del Laboratorio, continuò:

— Ebbene, poichè tutti lo conosciamo, non c’è più che una cosa da fare... Bisogna punirlo... tutti alla sua baracca! Avanti, andiamo a saldare il suo conto!

Un nuovo richiamo di Dunois alla prudenza venne soffocato da una valanga di grida: e già un grosso gruppo si metteva in cammino ingrossandosi di quanti, altrettanto eccitati, incontrava per le vie, quando vicino alla cappella-ricordo di Maria Stuarda, Santic Saout fece osservare che aveva già veduto l’autoscafo di Le Hélo prendere il largo un po’ prima dell’alba.

— Ah, è in mare! – gridò Luigino che guidava la masnada. – E vada pel mare... aggiusteremo i suoi conti altrettanto bene in mare quanto a terra... Avanti, ragazzi... Addosso all’affamatore... facciamolo bere alla gran tazza... o non siamo più uomini.

— Ma tu dimentichi – gridò qualcuno – che il suo autoscafo è più rapido delle nostre barche: non deve faticare per tenerci distanti!

Tutti si guardarono per un momento e poi una voce si alzò da quella folla agitata come un mare in tempesta

— Ebbene, prendiamo il Pluteus , il battello del Laboratorio. Anche quello ha un motore per aiutar le vele e poichè il signor Dunois è d’accordo con suo zio, a quel che si dice, tanto peggio per lui, per tutti i fulmini!

Con un immenso fracassìo di zoccoli, la folla furibonda corse di volata al molo all’estremità del quale oscillava sulle onde il dundee che serviva di solito per le escursioni in mare degli studenti dell’Istituto zoologico.

Tutti volevano partecipare all’inseguimento: tutti volevano essere della partita.

Cinque minuti dopo venticinque uomini frenetici, rossi ed accaldati; che per primi erano saliti sul Pluteus , toglievano gli ormeggi, issavano le vele e mettevano subito la prua verso il mare aperto fra grida selvagge.

La caccia all’uomo cominciava.

* * *

Non appena aveva avuto la sensazione che ogni suo intervento sarebbe stato inutile, Dunois si era precipitato all’apparecchio telefonico del Laboratorio ed aveva chiamato d’urgenza la gendarmeria di Saint-Pol; aveva narrato l’eccitazione ed il furore dei pescatori ed il pericolo che suo zio correva nella sua casetta di Roch’Illievech ed il brigadiere, vecchio soldato e uomo dalle decisioni rapide, rispose che si assumeva di prevenire la catastrofe temuta.

— Ho appunto un’automobile a disposizione – disse e mi faccio portar subito coi miei uomini alla casa del capitano... Vi giungerò prima dei pescatori.

Il naturalista, rassicurato, lasciava l’apparecchio quando Anthime si precipitava da lui ansimante:

— Hanno preso il Pluteus quei ragazzi furiosi, ora danno la caccia al vecchio cormorano che pare sia in mare dall’alba... Sono idrofobi... e sapete che a bordo ci sono dei fucili pei delfini, fucili da guerra, perbacco. In questo momento non darei molto per la pelle del vostro rinoceronte... Certamente gli aggiusteranno i conti questa volta.

L’ex-tenente di vascello non ebbe un istante di esitazione:

— Presto, prendete la mia moto – disse ad Anthime – e filate sullo stradone di Saint-Pol... Troverete i gendarmi che stanno recandosi a Roch’Illievech e li condurrete, invece, qui. Io salto sul motoscafo e forse così riuscirò a precedere quei forsennati e ad avvertire mio zio... È proprio una sventura che uno dei due motori dell’idroplano sia stato smontato, altrimenti avrei portato via con quello il nostro uomo sotto il naso degli inseguitori.

— Ma signor Dunois... – protestò il preparatore che già vedeva il suo direttore in pericolo.

— State zitto, vecchio mio... state zitto... Non abbiamo tempo da perdere... fate quello che v’ho detto.

In un batter d’occhio si imbarcò nel canotto e data immediatamente tutta la velocità al motore si lanciò sulle tracce del Pluteus.

* * *

Questo, col motore in azione per aiuto alla vela, aveva già passato l’isola di Batz e sul suo ponte i venticinque uomini stavano in vedetta frugando il mare cogli occhi scintillanti di furore; dieci di essi, i tiratori più destri, caricavano le carabine che avevano trovato nella cabina di poppa con buon numero di cartucce. Nessuno parlava più... Mentre la navicella del Laboratorio avanzava elegante sul mare smeraldino con due schizzi di spuma davanti al tagliamare, il suo equipaggio improvvisato, dominato dalla passione omicida, non pensava che a rintracciare l’uomo odiato.

Quegli uomini semplici erano diventati assolutamente primitivi; in loro si erano ridestati gli istinti degli antenati corsari sempre alla ricerca di ricche prede; i loro occhi, verdi o neri, fiammeggiavano e l’angolo ossuto delle mandibole, contratto nello sforzo della volontà, sporgeva maggiormente sotto le gote; le mani, strette violentemente, pareva avessero già afferrato la preda ed i piedi scalpicciavano nervosamente sul ponte.... pareva la muta dei cani al suono dell’ hallali.

Santic Saoul non sapeva star fermo; Luigino Guyader aveva un continuo risolino maniaco e feroce; i due Corre, colla testa un po’ china e gli occhi e le sopracciglia alzati, spiavano ansiosamente l’orizzonte... ed il loro gesticolare nervoso denotava già il pensiero omicida che li dominava, mentre le loro bocche andavano ripetendo:

— Aspetta, figlio d’un cane... aspetta un poco e vedrai che ti sbudelleremo.

E l’eccitazione di tutti quegli uomini forsennati andava crescendo di mano in mano che la navicella si allontanava veloce dalla costa; gli occhi scintillavano sempre più fra le palpebre semichiuse, e sulle labbra andava accentuandosi il ghigno feroce delle belve carnivore affamate, in cerca di preda, e che è tanto spaventoso sulle labbra della folla inferocita.

Tutti quei muscoli potenti erano agitati nell’ansia di afferrare, di colpire, di uccidere.

Ed ecco che lontano, al largo, un punto quasi impercettibile apparve sul mare, ben rischiarato dal sole che in quel momento si innalzava sull’orizzonte: e venti voci gridarono contemporaneamente:

— Eccolo il ladro! Canaglia!

E fra tutti quegli uomini solitamente onesti, buoni e caritatevoli non ve n’era uno che, messo calmo di fronte alla propria coscienza, non avrebbe sentito la vergogna di quella passione omicida che l’agitava. Ma le folle non hanno che istinti collettivi ed un pensiero unico che si potrebbe quasi qualificare meccanico. Quello che per l’individuo è delitto, alla folla furente appare soltanto come l’esercizio di una giustizia superiore.

E delle grida scoppiarono sulla calma del mare:

— Ah, ti abbiamo, vecchio demonio! Ah, ah! Ora ti farem ballare! Questa volta aggiustiamo i conti per davvero!

— È venuto il momento di farti pagare tutto il male che ci hai fatto... a noi che non t’abbiamo fatto nulla!

— Niente pietà per quel coccodrillo... dobbiamo ammazzarlo; vogliamo vederlo galleggiare colla pancia all’aria!

Le Hélo, pur da lontano, vedeva perfettamente quella nave che si dirigeva alla sua volta ma non se ne preoccupava affatto; sapeva che il Pluteus apparteneva al Laboratorio e non poteva meravigliarsi che in quell’epoca dell’anno fosse tanto affollato. L’imbarcazione era infatti di frequente usata dagli studenti dell’Istituto per delle passeggiate scientifiche, e perciò fin a quando potè credere che non lo si potesse osservare, egli continuò a far funzionare i suoi apparecchi misteriosi.

Ma il Pluteus avanzava con tutta la forza del suo motore e non fu più, ben presto, che a circa tre gomene.

Le Hélo, in un momento in cui si rizzava sfregandosi le reni indolenzite, dopo essere stato chino per tanto tempo, udì risuonare alle orecchie un sibilo che riconobbe immediatamente, tanto più che quasi subito dopo scoppiava una detonazione soffocata e lontana.

— Maledetto schiappino! – urlò. – Quando si caccia in mare, si potrebbe anche badare dove si tira!

Una seconda pallottola fischiò vicino alla sua testa subito seguita dallo sparo.

— Ma ce l’ha con me quell’animale! Avrei ben dovuto aspettarmela però! Se avessi anch’io un fucile, cari bricconi, vi prego credere che non mi farei scrupolo di mandarvi un poco di piombo... e vi farei vedere che anche alla mia età so mettere i proiettili dove voglio.

Ma il fucile non l’aveva, e l’una dietro l’altra tre nuove detonazioni rimbombarono sul mare mentre tre altre «vespe» gli ronzarono agli orecchi

Il giochetto diventava pericoloso: non c’era più tempo da perdere ed il capitano si decise a filare con tutta la velocità possibile ma siccome scoppiava una nuova salva dovette lasciarsi cadere bocconi sul fondo del canotto non tanto per sfuggire alle pallottole che, lo sapeva, avevan forza sufficiente per attraversare lo scafo, quanto per offrire minor bersaglio ai tiratori.

In quella posizione incomoda egli non poteva certamente manovrare con molta precisione tanto più che le risate ironiche, colle quali dal Pluteus era stata salutata la sua scomparsa improvvisa, l’aveva messo in tal furore da togliergli quasi completamente la calma necessaria.

Il canotto correva ed aveva in breve distanziato la barca del Laboratorio che, pure, faceva i suoi quindici nodi, ma la fucileria aveva raggiunto tale intensità da rassomigliare lo scroscio di una mitragliatrice.

I pescatori andavano sempre più eccitandosi a quel gioco crudele, si sfidavano l’un l’altro e Luigino Guyader, che aveva fama di abilissimo bersagliere, ci metteva tutto il suo amor proprio.

Ormai tutte le pallottole giungevano al segno, foravano lo scafo ed avevano anche bucato l’impiantito tutt’attorno all’uomo che vi si era coricato e che era davvero in pericolo di morte.

Egli sapeva benissimo che tutti quei proiettili, dopo aver attraversato l’impiantito, attraversavano anche la carena aprendovi delle piccole falle sotto la linea d’immersione, le quali, per quanto piccole fossero, erano pur sempre pericolose perchè, la velocità colla quale correva il canotto aumentando la pressione, aumentava anche la quantità d’acqua ch’esse potevano lasciar passare.

Se egli non trovava subito il modo di porvi rimedio, la fine di quella caccia era assai prossima.

Fece saltare in fretta le tavole mobili del fondo e, sempre sorvegliando timone e motore, afferrò un pezzo di legno: col coltello da tasca ne tagliò dei cavicchi che, di mano in mano, si affrettò a conficcare nei fori. Fatto questo, aggottò l’acqua ch’era entrata ributtandola in mare.

A quella vista gli inseguitori lanciarono grida di trionfo.

— Non ne ha più per molto tempo il vecchio... comincia a far acqua il suo canotto!

E Luigino mise maggior impegno nella sua opera mortifera.

— Ah, hai detto che fin quando sarai vivo non prenderemo più pesce? Ebbene non vivrai per molto tempo ancora, cane maledetto; carnefice della povera gente!

— Forza, ragazzi! – gridava un altro. – Ora lo prendiamo. Non è certo di comodo ora per governare la sua ciabatta... ha rallentato!

— Ah, ah! Non si va più per le lunghe, ora!

Ed infatti il Pluteus non era che ad una gomena dal motoscafo... ma, fortunatamente per Le Hélo, i tiratori, nel loro orgasmo, avevano esaurito le munizioni e non avevano più cartucce.

— Non importa – gridò Luigino Guyader gettando l’arma inutile: – non è soltanto col fucile che si ammazzano le bestie immonde come quella: in un modo od in un altro lo prenderemo; ormai non può più sfuggirci... e ce la pagherà!

Le Hélo, non udendo più fischiare pallottole, comprese subito quel ch’era avvenuto; si rialzò, guardò gli inseguitori alzando sprezzantemente le spalle e sedette nuovamente al timone; poi, movendo alcune maniglie, fece descrivere al motoscafo qualche cerchio e degli zig-zag coi quali fece perdere al Pluteus tutto il vantaggio che aveva.

— Bisogna riconoscere che se ne intende – borbottò Luigino Guyader rabbiosamente. – Non è certamente pauroso... ma non perderà nulla nell’attesa. È questione di pazienza... Quando la lepre corre a zig-zag è prossima ad esser presa!

Le due imbarcazioni erano a portata di voce, e Santic gridò al capitano:

— Puoi fare quel che vuoi, Le Hélo, sei preso, caro; e fra poco andrai a ber l’acqua dei pesci.

— Occorre qualcuno più furbo di voi per mettermi nel sacco, branco di oche... dovrete sudare ancora prima di prendermi!... Mi fate compassione... – ribattè subito il capitano.

Ed improvvisamente delle grida di spavento si alzarono a bordo della nave del Laboratorio.

— Attenzione! Accidempoli! Là; sopravvento!...

— Tutta la barra sottovento! Tutta, perdio!

Sotto la superficie dell’acqua, leggermente increspata, si vide correre, e quasi precipitarsi ad una velocità fulminea qualcosa che rassomigliava ad un delfino o ad un siluro la cui rotta tagliava quella del Pluteus. Saout, che era al timone, manovrò immediatamente, ma già troppo tardi, come in ritardo era stato dato l’avviso.

Il proiettile sottomarino urtò violentemente la carena del Pluteus : i pescatori provarono un contraccolpo terribile, ma non ci fu esplosione. Quell’apparecchio misterioso forò lo scafo sottile di legno e di lamiera e lo attraversò completamente aprendovi due falle enormi.

In due minuti il Pluteus affondò ed il suo equipaggio ti trovo in acqua senza aver ben capito quel che fosse accaduto... Il canotto del capitano Le Hélo s’era fermato cinquanta metri più in là... e la voce dura e beffarda del misantropo gridò:

— Dunque, branco di anitre?... Mi avete preso?... Chi beve l’acqua dei pesci? È calda a vostro piacere l’acqua?... Arrivederci: buon divertimento!...

E l’eremita di Roch’Illievech rimise in marcia il suo potente motore. Questa volta i poveri pescatori si sentirono alquanto raffreddare le ire...

— Ci sarà da faticare per arrivare a Batz! – commentò Santic mentre nuotava.

— Coraggio! – andava ripetendo Luigi Frout. – È già una fortuna che siam tutti nuotatori: i migliori aiuteranno gli altri ed arriveremo certamente alla costa, ragazzi.

— Insomma – riprese Luigino con una intonazione di furore – non c’è nulla da fare con quel compare del diavolo... Le Hélo è più forte di noi e credo che non l’acciufferemo mai.

In quel momento tutte quelle menti semplici e grossolane non avevano che pensieri tristi.

La costa più vicina, quella di Batz, era a cinque miglia: troppo lontana per alcuni di loro e, certamente, vi sarebbero state vittime... E tutti avevan moglie e figli.

Improvvisamente si udì il mitragliare di un motore. Era il vecchio che ritornava per godere ancora della sua vittoria?

Luigi Frout si rizzò per quanto gli fu possibile.

— È il signor Dunois che arriva! – gridò con un sospiro di sollievo. L’ex-ufficiale di marina non aveva potuto raggiungere il Pluteus a tempo per impedire il grave conflitto che temeva... ma almeno giungeva a tempo per salvare tutti quegli uomini. Lo si udì subito gridare:

— Non mollate, ragazzi,... arrivo!

Ed appena un quarto d’ora dopo i venticinque naufraghi intirizziti si pigiavano nell’imbarcazione, l’uno sull’altro perchè di spazio ve ne era poco.

Lo scafo carico da affondare aveva l’acqua quasi ai bordi: che sarebbe accaduto soltanto se il vento si fosse rinfrescato ed il mare agitato un pochino? E ci voleva ancora del tempo prima di giungere a Roscoff!

Per colmo di sventura, verso le undici, il motore ebbe un arresto che non fu possibile riparare e l’imbarcazione andò alla deriva per tutto il rimanente della giornata fin che una nave che trasportava dall’Inghilterra un carico di cipolle, la scorse al calar della notte e la prese a rimorchio.

XIII.

La frenesia nel vivaio.

Era notte fatta quando la nave dalle cipolle, che era stata ritardata nel suo cammino dal canotto che doveva rimorchiare, gettò l’àncora vicino a Pennarville, ed i naufraghi si ritrovarono sul molo che avevano lasciato la mattina con sì frenetico furore.

— Buona sera, amici – disse Dunois.

Luigino Guyader gli prese una mano e, lieto che l’oscurità impedisse di vedere il suo viso umiliato, esclamò:

— Insomma, noi vi siamo sempre molto riconoscenti... Voi lo siete davvero, nostro amico... E non conservate rancore.

— È fortuna che non ne conservi! – rispose l’ex-ufficiale un po’ beffardamente. – L’odio, amico mio, serve soltanto a far commettere delle sciocchezze!

E questa fu tutta la sua vendetta.

Luigino riprese subito la strada della cappella di Santa Barbara presso la quale egli abitava nel recinto del suo grande vivaio.

Quella notte Roscoff aveva un aspetto insolito: il sindaco, preoccupato per l’agitazione che lo strano manifesto aveva suscitato nella popolazione, e temendo le conseguenze di una rappresaglia sulla stessa persona di Le Hélo, aveva, fin dal mattino, chiamato la forza pubblica... e dieci gendarmi di Morlaix, per ordine del sottoprefetto, erano accorsi in rinforzo ai sei loro colleghi già accorsi da Saint-Pol.

Perciò ad ogni angolo di via si udiva tintinnìo d’armi e si vedeva sbucar dall’ombra qualcuno dei militi della polizia il quale interrogava chiunque passasse e gli permetteva di continuare il suo cammino soltanto dopo essersi accertato che rincasasse.

Il furore di Guyader era completamente sbollito ed ormai egli non pensava più ad assediare Roch’Illievech e neppure ad usar violenza contro «il vecchio cormorano»: egli rispose dunque con tutta tranquillità alle domande dei gendarmi e, sebbene essi sapessero ch’egli era uno dei capi dell’agitazione, venne lasciato passare...

E fu così ch’egli ritrovò la sua casetta in ordine e la moglie preoccupatissima per le notizie che in quella giornata d’agitazione eccezionale eran corse pel paese: aveva udito la fucileria sul mare e temeva le conseguenze di quella violenza... ed i suoi timori si tradussero in rimproveri al suo «uomo». Non era pazzo, lui, padre di famiglia, con tre figli; consigliere comunale, per comportarsi in tal modo? Bell’impresa avrebbe compiuto se avesse massacrato il vecchio Le Hélo! In prigione, l’avrebbero ficcato! E lei, che cosa ne sarebbe stato di lei?

Sebbene sapesse d’aver torto, e forse appunto per questo, il pescatore non accolse benevolmente quei rimproveri e li fece terminare bruscamente. Poi sedette a tavola senza mai parlare e sempre immerso nei suoi pensieri. Cenò con una buona zuppa di lardo che l’agiatezza ancora sufficiente della famiglia gli permetteva, e con una scodella di latte rappreso, poi, accesa la pipetta se ne andò, come ogni sera, a dar un’occhiata al suo vivaio: quel bel vivaio che lo rendeva il più ricco pescatore del paese.

Sebbene, dopo la grande carestia di pesce che ancora Roscoff stava attraversando, la popolazione di quel vasto serbatoio non si fosse accresciuta d’un sol capo, fra quei muri di pietra, in quei bacini mantenuti pieni d’acqua per mezzo di quattro chiuse, c’era una vera piccola fortuna in crostacei d’ogni specie: egli avrebbe avuto ancora merce ricercata da vendere ed in buona quantità.

E con questa considerazione che, dopo tutto, era rassicurante, egli salì nella sua camera e si mise a letto.

Ma non era soddisfatto di sè: eh, sì; aveva agito da uomo senza cervello: lui che, per la sua posizione, avrebbe dovuto dare il buon esempio! Ma, d’altra parte, non era necessario difendersi contro il vecchio di Roch’Illievech? Ed era da sperare che le disposizioni che Dunois aveva promesso mettessero fine a quei sortilegi e che si potrebbe riprendere la pesca!

E fini coll’addormentarsi sognando le cattiverie del vecchio capitano il cui sembiante beffardo lo perseguitava... poi, coll’aiuto della spossatezza, il sonno divenne più profondo, fino all’oblìo completo...

Ma verso la mezzanotte il pescatore si risvegliò improvvisamente: aveva udito un rumore insolito che dapprima gli parve provenire dalla camera stessa; era un rumore continuo, strano e che non gli riusciva di identificare! Un forte scroscio di pioggia? Ma no! Si sarebbe detto, piuttosto, che qualcuno agitasse un sacco di noci secche. Erano scricchiolii, grattamenti, qualcosa come lo sfriggolìo d’una padella d’olio al fuoco, ma d’un’intensità cento volte superiore... Che diavolo poteva essere?

E come accade quando, pur essendo ben svegli e coscienti, si rimane per un poco sotto l’influenza del sonno, egli si ostinava ad indovinare quel che potesse essere quel grande fremito, invece d’andar semplicemente a rendersene conto di persona...

Ed improvvisamente s’accorse che «quel rumore» era come punteggiato, di tanto in tanto, da una specie di sciacquio, di gorgoglio, di pluf-pluf come se, lì vicino cadessero dei ciottoli nell’acqua... e quel suono proveniva dal vivaio.

Guyader balzò subito dal letto, corse alla finestra e la spalancò. Ai suoi occhi apparve il grandioso paesaggio delle rocce, delle isole e della immensa estensione del mare infinito, bagnato dalla pallida luce lunare; e nello stesso tempo quello strano rumore gli giunse più distinto.

Esso giungeva effettivamente dal vivaio la cui acqua ribolliva come se qualche fuoco gigantesco l’avesse riscaldata dal di sotto, e quello straordinario ribollimento era prodotto da una strana agitazione che aveva colto i crostacei che abitavan tranquilli quelle acque.

Contrariamente alle loro abitudini, nate nel remoto inizio della loro razza, omari ed aragoste salivano alla superficie dove correvan qua e là battendo l’acqua con furibondi colpi di coda e si raccoglievano lungo il muro che limitava il recinto verso il mare, aggrappandosi cogli artigli delle loro zampe numerose ad ogni asperità della pietra inclinata a sessanta gradi e facendo sforzi per arrampicarvisi quasi volessero superare quella barricata posta fra loro e la vasta libertà dell’Oceano.

Una sola poteva essere la causa di quell’agitazione...

Con voce furente Guyader chiamò sua moglie

— Maria-Gianna; ecco Le Hélo che ricomincia... Guarda le nostre bestie che se ne vanno proprio ora.

— Le tue bestie che se ne vanno?... O Santa Vergine mia!... Ecco che il mio uomo diventa matto, ora!

Ma quando si fu levata dal letto ed ebbe raggiunto il marito, Maria-Gianna dovette pur arrendersi all’evidenza.

Si trattava proprio di un esodo degli abitanti del vivaio... e non soltanto di un tentativo!

Sorretti da una incomprensibile forza estranea al loro organismo, alcuni di essi raggiungevano il ciglio del muricciolo di cinta, e si lasciavano cadere al di là, nel mare libero dove scomparivano... Altri, scivolando sulla superficie della pietra ruzzolavano all’indietro entro il bacino ma riprendevano immediatamente la loro fatica per raggiungere una libertà che non avevan mai rimpianto...

E di nuovo il pescatore fu preso da un accesso di collera furente.

Ah! Dunque, sotto l’impulso di una forza inesplicabile, di un richiamo incomprensibile, tutti quei crostacei ch’egli aveva saputo ammassare e che per lui rappresentavano una fortuna la quale gli dava qualche sicurezza per l’avvenire malgrado gli avvenimenti degli ultimi tempi, tutti quei crostacei pareva fuggissero dal recinto nel quale egli li aveva chiusi e che fuggissero deliberatamente per effetto di una volontà ben determinata. Veniva loro vietato di appartenergli, ed essi obbedivano!

Egli discese la scala di volata e si trovò subito sulla piccola diga che circondava il vivaio.

Formicolanti, gli uni sugli altri, in un continuo leggero sbatter d’acqua, in un crocchiare ininterrotto di zampe, di gusci e di mandibole, ora i crostacei riuscivano più facilmente a raggiungere la cresta del muro e, di là, la libertà.

Guyader considerava con uno stupore desolato quell’esodo che nella fredda luce lunare e per le forme mostruose degli esseri fuggenti assumeva aspetti da incubo: esso si svolgeva continuo, regolare ed inesorabile. Era la rovina che andava compiendosi così sotto i suoi occhi; ed egli, col cervello in ebullizione ed incapace di connettere, afferrò un raffio e cominciò a colpire i fuggiaschi ricacciandoli nel vivaio nella cui acqua essi si dibattevano tumultuosamente per qualche istante a gran colpi di coda per riprender poi la testarda ascensione. E quanto più il tempo trascorreva, tanto più l’esodo si intensificava.

Aragoste, omari, granchi, si montavan gli uni sugli altri senza neppur pensare ai loro combattimenti feroci: una sola mèta era presente alla loro volontà incosciente: fuggire quel vivaio, non appartener più all’uomo che aveva osato sparare sul Padrone del Mare...

Allora, gemente, supplicante, frenetico e convulso, Luigino Guyader si lanciò al sommo della diga fra le bestie in fuga e l’Oceano: col raffio, coi piedi, colle mani, accompagnandosi con bestemmie e maledizioni, egli respinse a blocchi interi quell’orda di gusci in cammino.

Respingeva... respingeva con tutta la velocità che gli era possibile, con tutta la sua forza, quella massa viva e formicolante; ma mentre la respingeva da un lato essa continuava a sfuggirgli dall’altro. Ed egli accorreva dove la fuga era più numerosa, e ricominciava la sua opera ansimando... allora la marcia riprendeva implacabile nel punto stesso ch’egli aveva appena abbandonato. Vi accorreva di nuovo in uno stato di smarrimento da far pietà schiacciando spietatamente sotto i piedi quelle vite per lui preziose, senza preoccuparsi dello scricchiolar dei gusci, delle zampe infrante e del danno che si arrecava. Venti volte fu per cadere in mare dall’alto del muro: delle pinze acute lo afferrarono dolorosamente ed allora egli urlava e si divincolava, combattendo fino allo stremo delle sue forze.

In breve, attorno a lui, fu un flusso incessante di antenne, di zampe striscianti, di code battenti: ed egli si sentiva sfinito, senza più forza: provava, nel suo esaurimento, quasi un incitamento a gettarsi in acqua ed offrirsi in olocausto a quel branco vorace, per trattenerlo mediante l’offerta di un pasto pantagruelico.

Maria-Gianna, spaventata, era discesa anch’essa; aveva visto e s’era messa ad urlare ed a combattere col marito per la conservazione di quel che rappresentava la fortuna della famiglia; ma sommersa in quell’enorme brulichìo, pizzicata e morsicata alle gambe che aveva nude, si vide perduta e fuggì gridando come una pazza.

Anche Guyader ebbe la visione della sua sconfitta: ormai, a poco a poco, la sfilata dolorosa rallentava ma soltanto perchè il vivaio era quasi vuoto. Le file dei crostacei diradarono: gli animali s’arrampicavano, dispersi, su pel muro, si chinavano quand’erano giunti sulla cresta e pluf! si lasciavano cadere nel mare.

— Un altro... e bello!... – mormorava il disgraziato il quale colle membra, incapaci di servirlo, s’era lasciato cadere sull’orlo del vivaio.

Non vide più che due o tre aragoste... poi una sola... e tutto fu finito. Fu il silenzio: nulla più agitò la superficie dell’acqua del vivaio che ritornò immobile.

— Perbacco! – gridò Luigino scoppiando in una risata sinistra. – È vuoto; non c’è dentro più nulla! Eccomi completamente rovinato!... Non c’è giustizia a questo mondo! Che cosa abbiamo fatto per essere ridotti alla miseria dalla sfortuna?

Egli contemplava tristemente l’acqua calma sotto la luna ed ogni istante aumentava in lui l’amara coscienza del suo desolante destino. A poco a poco i suoi occhi divennero inquieti, smarriti, si riempirono di nuovo furore, e d’una esasperazione selvaggia.

— E la causa di tutto questo?... Un uomo: un solo uomo. Perchè Le Hélo sia ricco e contento occorre che tutto un paese in prosperità sia ridotto alla rovina e tutti i suoi abitanti muoiano di fame. Perchè a quel maledetto è piaciuto di dare al demonio la sua anima in cambio di un potere malefico, dovrò io veder cadere attorno a me, dopo mia moglie ed i miei figli, tutti i miei compagni? Tutto Roscoff si ridurrà al cimitero mentre Le Hélo nuoterà nel denaro e si befferà di noi.

Si alzò strappandosi i capelli e battendo i piedi con rabbia, gridando:

— No, no, no!... Non dev’essere!... Ah, perchè non son riuscito stamane a saldargli il suo conto a quella canaglia? Ma non è ancor finita! La soppressione di una peste simile è un beneficio per l’umanità: accadrà quel che vorrà accadere, ma io libererò egualmente il paese da quel cane maledetto!

E quasi fosse completamente impazzito balzò fuori del recinto e si diresse verso Roch’Illievech deciso a commettere uno sproposito. Ma, perchè la notte minacciava d’esser buia, coll’automatismo dei gesti abituali egli prese con sè una lanterna accesa e tolse di tasca il suo coltello.

Correva senza mai voltarsi, egli scorgeva sulla vetta della roccia la luce che brillava alla finestra della casupola rossa.

XIV.

L’enigma della casupola rossa.

Luigino correva verso Roch’Illievech brandendo il coltello aperto ed il chiasso degli zoccoli sulle pietre gli parve uno strepito enorme ed insopportabile.

Colla preoccupazione, che nell’economo è sempre desta anche negli atti più insignificanti, pur allo scatenarsi delle maggiori passioni, egli si tolse gli zoccoli e li depose con cura fra due grossi massi di roccia; poi, rapido e silenzioso riprese la corsa nella notte, borbottando ingiurie, maledizioni e minacce.

La luce della sua lanterna, che andava tracciando arabeschi e marezzature fantastiche nella strada a seconda delle scosse ch’egli le imprimeva nella sua corsa, non la vedeva che attraverso un velo di sangue e nel suo cuore e nella sua mente altro sentimento non esisteva più che il furore che lo spingeva all’omicidio.

Ma se in lui la ragione non era più desta, vegliava però l’istinto e talvolta un rumor di passi ch’egli sentiva senza udirlo, l’avvertiva dell’avvicinarsi di qualcuno; allora, con un balzo fulmineo, si precipitava in qualche nascondiglio, si rannicchiava dietro una pietra, si appiattava come un gatto in cerca di preda ed attendeva che quello scalpiccìo regolare si perdesse nel silenzio e nel buio della notte e poi riprendeva la sua corsa senza che quegli istanti di inazione avessero permesso alla sua ragione di riprendere il sopravvento sulla passione.

Mentre si trovava ancora in una strada in trincea a cinque o seicento metri dalla casupola rossa, e questa non gli era visibile, giunse fino a lui lo scoppio di una violenta detonazione.

Era troppo agitato per poter distinguere le sue percezioni e, siccome dal cielo divenuto completamente buio cominciavano a cadere goccioloni di pioggia egli attribuì quella detonazione al fragore di un colpo di tuono.

D’improvviso, il temporale scoppiò.

E fu in mezzo ad un vero diluvio che lo bagnò fino alle ossa, ed in un susseguirsi infernale di lampi che correvano pel cielo nero disegnandovi bizzarre ramificazioni luminose, ch’egli terminò la sua corsa alla morte.

All’uscita di quella strada in trincea gli parve che la luce di Roch’Illievech si fosse spenta.

Sempre in preda al suo delirio arrivò alla porta precedente la scala che saliva fino alla vetta della guglia rocciosa dov’era la casupola rossa.

Quella porta era aperta!

Luigino non se n’accorse neppure.

Sotto la pioggia scrosciante egli infilò la scala, la salì in tre balzi e si precipitò alla porta della casetta che si aperse senza opporgli resistenza e, col coltello alzato, piombò all’interno protendendo la lanterna per meglio vedere.

Quello che vide era straordinario. Ritto nell’oscurità, calpestando i frammenti della sua lampada infranta, il viso convulso, gli occhi smarriti, apparentemente in preda ad uno spaventoso accesso di collera, era Le Hélo.

Alla vista di Guyader il capitano mosse verso l’intruso tendendo i pugni, ma con un passo incerto che impressionò Guyader sebbene fosse accecato dal furore.

Tuttavia, Guyader stava per colpire quando, improvvisamente, portandosi le mani al petto, il vecchio lupo di mare barcollò e cadde di schianto.

Egli si contorceva, ansimava e pareva soffrire enormemente: voleva parlare ma non poteva.

La sorpresa restituì finalmente la ragione al pescatore.

Come poteva accadere che quell’uomo, ch’egli non aveva neppur toccato, potesse trovarsi in quelle condizioni?

Un colpo apoplettico, forse?

Appoggiò una mano sul petto del capitano e fu sorpreso ritraendola insanguinata: allora gridò:

— Le Hélo! Le Hélo! Che è accaduto?

Il vecchio aperse gli occhi e mormorò con uno sforzo:

— Sono finito... hanno preso i siluri... badate!

Furono le sue ultime parole: dopo una convulsione si distese: era morto.

— Ah, perdìo! – esclamò il pescatore costernato lanciando un’occhiata tutt’attorno. – Ma che cosa è accaduto, qui?

Aveva buttato a terra il suo coltello.

Nella stanza era un disordine indescrivibile; tutto era sossopra e sconvolto: egli raccolse la sua lanterna, sollevò la stuoia ed entrò nel secondo compartimento. Lo scompiglio vi era ancor maggiore che in una casa saccheggiata: il lettuccio del «cormorano» era stato buttato all’aria ed il materasso vomitante lana e crine attraverso uno squarcio della fodera si trovava sventrato vicino alla cassaforte il cui portello, contorto, strappato, annerito pendeva da un cardine solo rimasto intatto. Guyader stava per avvicinarsi alla cassaforte quando, fortunatamente, s’accorse che la botola conducente al locale sotterraneo era spalancata ai suoi piedi! Se si fosse mosso vi sarebbe precipitato! Guardò attraverso l’apertura e comprese che anche colà tutto era sossopra: utensili e attrezzi erano stati gettati a terra e vi si ammucchiavano in una confusione indescrivibile; delle casse di legno o di lamiera erano rovesciate, e fogli di carta sparpagliati su tutta quella confusione.

Il pescatore fece un passo indietro inorridito e ridiventato completamente padrone della sua volontà e della sua intelligenza.

Un delitto era stato commesso ed aveva preceduto quello che egli aveva in animo di commettere entrando nella casupola rossa che ora giustificava perfettamente il suo nome!

Sconvolto egli ritornò a quello che si potrebbe chiamare lo scompartimento d’ingresso, e si assicurò che il cuore del vecchio non battesse più; indi, poi che non v’era nulla da fare per soccorrere il capitano, decise di avvertire l’autorità e, senza nulla toccare, ridiscese la scala esterna velocemente come l’aveva salita, per lanciarsi a tutta velocità verso Roscoff.

Ad un angolo di strada c’era un gendarme di guardia che, avvolto nella sua mantella impermeabile rilucente alla pioggia che non era ancora cessata, stava per intimare a Luigino di fermarsi; ma il pescatore giunse fino a lui:

— Dov’è il brigadiere? Le Hélo è stato assassinato.

— Ah, perbacco! – fece il gendarme con tanta flemma nella voce da contrastare colle parole. – Venite con me in Municipio.

In una sala bassa della Casa comunale il brigadiere di Saint-Pol stava giocando alle carte e fumava coi colleghi di Morlaix che erano stati pure mandati a Roscoff. Il gendarme, che non era del paese, entrò nella sala tenendo Luigino per un braccio sebbene questi non avesse fatto il menomo tentativo per ribellarsi. Il brigadiere lasciò cadere le carte e domandò:

— Che c’è?

— Il vecchio Le Hélo è stato assassinato... – ripetè Luigino.

— Questo è un bel pasticcio! – commentò il brigadiere che non era facile a commuoversi. – Procediamo con ordine. Di dove viene quel sangue che avete sulle mani?

Guyader guardò con un brivido le sue mani sporche e rispose:

— È il sangue di Le Hélo. Voi mi capite; l’ho toccato per sentire se fosse ancora vivo... ma è morto; nella sua casa c’è tutto in disordine... deve esserci stato un furto... ha detto qualche parola ed è morto nelle mie braccia perchè l’avevo sollevato per tentar di facilitargli la respirazione.

— Siete molto turbato, voi – disse lentamente il brigadiere.

— Certamente... credevo di trovar vivo quell’uomo e l’ho trovato ridotto uno straccio.

— Oh! Ma la cosa non è molto chiara, Guyader – riprese il brigadiere dopo un momento di riflessione ed un nuovo esame del pescatore che, scosso, tremava alla sua presenza. – Avete detto più di una volta che avreste fatto la pelle al vecchio Le Hélo. Mentre faremo delle indagini vi arresto.

— Come volete – rispose il pescatore alzando le spalle, forte della sua innocenza.

Il brigadiere chiamò due gendarmi i quali, dopo una giornata di strapazzo, si alzarono di cattivo umore affibbiandosi il cinturino: affidò loro il prigioniero e ne mandò un terzo a chiamare un medico coll’incarico di condurlo alla Casupola Rossa dove egli stesso si recava subito per iniziare le indagini.

— Bisognerebbe avvertire anche il signor Dunois —suggerì Guyader. – Le Hélo era suo zio.

Ed il brigadiere ordinò al gendarme che già doveva recarsi dal medico, di passare, al ritorno, anche dal Laboratorio.

Così venne iniziata l’inchiesta che però il brigadiere credeva superflua perchè nel suo animo era già entrata una convinzione. Il colpevole era già arrestato; ed era Luigino Guyader che in un momento di esasperazione doveva aver messo in esecuzione la sua minaccia: altrimenti, perchè si sarebbe recato a quell’ora in casa di Le Hélo?

Di ritorno alla Casupola coi suoi due custodi, Luigino, coll’immancabile pretesa di coloro «che sanno» volle aiutare nelle indagini.

— Andate a vedere nell’altro scompartimento – disse al brigadiere – e vedrete la cassaforte sventrata.

— Ma come sapete che sia sventrata?

— Semplicemente perchè l’ho vista, to’!

— Ah! Dunque, invece di venir subito a chiamarci non appena avete scorto il morto, vi siete divertito a visitare la casa?

— Che vuol dire?... L’ho fatto per rendermi conto.

— Era forse cosa che vi riguardasse? Potrebbe ben darsi che il colpo l’abbiate fatto voi!

Luigino protestò con tutta la sincerità dell’innocente:

— Io?! Perchè?

— Per vendicarvi di Le Hélo che accusavate di esser la causa della fuga del pesce... e per indennizzarvi!

E così dicendo il brigadiere indicava la cassaforte svaligiata.

Quell’accusa scosse fortemente il pescatore che non dimenticava con quali intenzioni si fosse recato in casa del capitano; tuttavia egli protestò:

— Via, brigadiere, ho forse l’abitudine, io, di passeggiare con della dinamite nelle tasche?

E l’idea gli parve tanto buffa che scoppiò in una risata:

— Ah, ah, ah!... È proprio un’idea da gente di terra!

— Non fate dello spirito! – intimò il brigadiere seccato. – Bei modi questi! Aggravate la vostra situazione che coll’affare della cassaforte non ne ha proprio bisogno. Assassinio con furto e scasso... Sappiamo perfettamente che vi sono dei pescatori i quali si servono della dinamite sebbene sia vietata.

Il brigadiere dimenticava semplicemente che la pesca di frodo con la dinamite vien fatta soltanto nei fiumi. Luigino alzò le spalle; tuttavia la sua situazione cominciava a preoccuparlo e gli appariva ormai difficile di potersi scolpare.

Osservava con pietà inquieta il cadavere di quell’uomo che poco prima egli stesso era stato in procinto di uccidere, quando fu preso da un violento sussulto.

— Ah! – fece cogli occhi fuor dell’orbite ed indicando il corpo con mano che tremava.

Il brigadiere volse gli occhi nella direzione indicata, ma senza comprendere:

— Ebbene, che c’è?

— Il mio coltello! – esclamò Guyader. – È il mio coltello!

Infatti un coltello era confitto nel petto del cadavere che nessuno ancora aveva toccato, perchè si aspettava che giungesse il giudice istruttore di Morlaix che era stato avvertito per telefono.

Colla mente sconvolta, vedendosi così irrimediabilmente compromesso, Luigino Guyader era preso da tal tremito che gli faceva battere i denti. Il gendarme ebbe un sorriso da persona pratica di certe cose:

— Ah! È il vostro coltello quello?

— Ma sì, il mio – rispose ingenuamente il pescatore. – Quando sono venuto qui ero in un momento di collera e confesso che ero deciso a far la pelle al vecchio; devo dirvi, poi, che egli mi aveva vuotato tutto il mio vivaio. Ma quando l’ho veduto barcollare e cadere prima ancora che io l’avessi colpito, ho gettato il mio coltello... sì, l’ho gettato, e sono corso a chiamarvi.

— Sentite, Luigino, io non ho nessuna prevenzione contro di voi e vi auguro che possiate far «inghiottire» questa storia al sostituto procuratore che verrà qui stasane; ma se devo essere sincero dubito che egli la «beva». La vostra storiella è troppo inverosimile e contro di voi ci son già troppe prevenzioni per non dir troppe prove.

Luigino abbassò il capo: il gendarme aveva ragione.

— È vero – riconobbe affranto. – Ho tutto contro... ero troppo felice, ora è giunta la disgrazia. Ma si potrà anche tagliarmi la testa; ciò non farà sì che l’assassino sia io. Guardatemi, brigadiere; guardatemi negli occhi, vedrete se mentisco.

Il brigadiere era una bravissima persona e fu commosso dall’accento di quel poveretto; ma che poteva farci? Non spettava a lui di rendere giustizia. Si accontentava di fare il suo dovere meglio che potesse; quanto al resto avrebbero dovuto pensare i magistrati.

E continuò le sue ricerche, intanto, con intelligenti precauzioni: ma la sua convinzione era salda: il colpo era stato fatto da Luigino. Non aveva forse confessato di essersi recato fin là a quello scopo? Non aveva riconosciuto come suo il coltello?

Il medico, che intanto era giunto, non potè che constatare la morte del vecchio capitano colpito selvaggiamente con cinque coltellate tutte mortali.

Poco dopo giunse anche Dunois accompagnato dal suo fedele Anthime, e malgrado la pietà che gli ispirava l’atteggiamento doloroso di Guyader, quando fu informato dal brigadiere non dubitò neppur lui che quello fosse il colpevole. Tuttavia la cassaforte infranta, il locale sotterraneo saccheggiato gli davano assai da pensare perchè se si poteva ammettere che Guyader avesse commesso il delitto in un momento di ira, non era da pensare che fosse stato mosso da cupidigia. L’onestà scrupolosa del proprietario del vivaio di Roscoff era nota a tutti.

Mentre ascoltava il racconto del brigadiere, papà Anthime aveva ficcato il naso dappertutto avendo la massima cura di non toccar nulla pel timore di confondere le impronte che gli oggetti potevano portare, e quando il brigadiere, lasciando uno dei suoi uomini alla custodia del cadavere, se ne andò conducendo seco Luigino, che non oppose la minima resistenza, egli disse al suo Direttore:

— Povero Luigino... Io non credo però che la sua prigionia debba esser lunga. Secondo me egli dice la verità e non entra per nulla in questa faccenda.

— È certo – disse Dunois – che egli non ha l’aspetto di un colpevole; ma e le sue minacce, la sua intenzione, il suo coltello?

— Allora voi credete che egli abbia vuotato la cassaforte?

Malgrado la situazione tragica Dunois non seppe impedirsi di sorridere perchè mentre gli faceva quella domanda Anthime si era arrampicato sulla cassaforte ed andava grattandosi furiosamente la testa tenendo un ginocchio sotto il mento, simile ad un orang-utang accoccolato sul ramo di un albero.

— C’era Luigino – disse – ma è pur vero che c’è anche Yen-Fu, e quel cinese non mi dice nulla che valga con quel suo aspetto umile che mi è sempre parso simulato. Doveva essere assai più intelligente di quanto lo si credesse e per conto mio detestava il suo padrone. L’ho visto qualche volta lanciare a Le Hélo certe occhiate...

— È vero – mormorò Dunois – c’è anche Yen-Fu.

— Ebbene, e dov’è Yen-Fu? Perchè non è qui? No, no; non è Luigino che ha ammazzato papà Le Hélo, è stato qualcun altro e, pel momento, affermo che questo qualcuno è Yen-Fu. Questi Gialli hanno sempre degli scopi reconditi... e li perseguono con una pazienza instancabile fino al momento propizio per l’esecuzione... Il Giallo aveva già colpito Le Hélo quando è entrato Guyader e si era nascosto nel sotterraneo. Poi, quando Luigino è andato a chiamare i gendarmi, egli ha terminato il suo lavoro, e cioè ha cercato qualche cosa che non aveva ancora potuto trovare; ha preso il denaro, tutto ciò che aveva valore e, forse, anche i disegni. Stava per andarsene, quando ha visto il coltello per terra. Era un’occasione troppo bella per perderla, ed ha ficcato il coltello di Luigino nel petto del suo padrone, e soltanto dopo aver fatto questo, ha tagliato la corda. Mi pare che sia tutto molto semplice, no?

— Infatti la vostra spiegazione è accettabile.

— Vedremo quello che risulterà dalle indagini ufficiali; ma io credo che occorra cercare Yen-Fu. Ha un bell’essere furba quella gente, e sempre molto difficile per un cinese nascondersi in Francia; ed un momento o l’altro egli dovrà pur cadere nelle unghie della polizia.