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LA TERRA TREMA

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LA TERRA TREMA

LA TERRA TREMA

XV.

Un vero Samurai.

Seduto in una poltrona girevole davanti al piano rovesciato di una scrivania di mogano a coperchio ribaltabile, il colonnello Iroscighe – colui che per due anni aveva rappresentato la parte del servo Yen-Fu – esaminava attentamente un grosso fascio di documenti.

Una calligrafia pesante aveva coperto quelle pagine nelle quali ricorrevano di frequente schemi e calcoli, e l’ufficiale giapponese, con una matita in mano, controllava qualche operazione difficile e poi approvava con un segno del capo.

In mezzo alla stanza, ufficio comunicante colla sua cabina, il comandante Yamamoto, in semplice panciotto, si esercitava, solo, alla scherma con una sciabola giapponese che aveva tolto da una panoplia: con una agilità ed una sveltezza sorprendente, egli eseguiva, balzando di qua e di là, delle finte, degli attacchi, delle ritirate di fronte ad un nemico immaginario e dei mulinelli vertiginosi e terribili lo circondavano come di un alone lucente e del fischio della lama tagliente nell’aria.

Era già qualche tempo che quell’esercizio durava quando il colonnello, voltato l’ultimo foglio, alzò il capo, posò la piccola mano callosa sui documenti e sorrise:

— Con vostro beneplacito, carissimo Yamamoto – disse – è proprio spiacevole che siamo stati costretti a sopprimere quel vecchio Le Hélo: era una grande intelligenza e dirò, anche, un uomo di genio.

Il comandante dello Swastika , che in quel momento stava lanciando in aria delle bacchettine di legno duro che tagliava infallibilmente con un colpo preciso della sua terribile sciabola, posò l’arma e rispose sorridendo:

— Certamente egli era «qualcuno» come ha scoperto fin dal primo istante la vostra penetrazione. Ma il Giappone è qualche cosa!

— È tutto ! E non v’è altro al mondo... e l’avreste detto voi stesso se non ne foste stato trattenuto da quella rara delicatezza che vi ha fatto cedere a me la gioia di proclamare ancora una volta una verità dall’evidenza incontestabile. Ma, per ciò stesso, noi dobbiamo riconoscenza al defunto poichè ci avrà dato le armi che faranno per sempre potente il nostro Impero del Sole Levante. La sua memoria ci deve essere sacra.

— È onorevolmente giusto! – dichiarò Yamamoto inchinandosi con gravità cortese.

Entrambi, in un istante di raccoglimento, contemplarono il pulviscolo dorato danzante in un raggio di sole che scaturiva da un obloide semiaperto.

L’uscio si aperse di colpo ed apparve Solok salutato dalla sentinella che stava di guardia in armi nella corsia come su una nave da guerra.

I due ufficiali si inchinarono colle mani appoggiate alle ginocchia e, raddrizzatisi, attesero, per sedere, che il miliardario ne desse il permesso.

Sebbene, dall’aspetto, egli apparisse apportatore di notizie importanti, non lo interrogarono, ciò che non sarebbe stato conforme alle norme della cortesia giapponese che può essere considerata come la più raffinata del mondo intero. Abituato a questa etichetta, il miliardario non li fece attendere a lungo:

— Sappiate – disse – che vengo ora da terra, da Roscoff. Ho fatto parlare i giornalisti col pretesto di lasciarmi intervistare da quei chiacchieroni... Dunque, il giudice istruttore segue una traccia.

— È quella giusta? – domandò colui che per tanto tempo si era fatto chiamare Yen-Fu.

— È quella che speravamo venisse seguita! Per un momento i sospetti si sono addensati su quel Guyader, Luigino, il proprietario del vivaio; ma i magistrati credono fermamente, ora, che il vero colpevole sia il servo della vittima...

Tre sorrisi si incrociarono ironici e soddisfatti.

— Quei signori hanno la certezza – prosegui Solok beffardo – che quel «miserabile domestico» abbia ucciso il padrone per derubarlo del denaro e di certi documenti relativi ad un’invenzione. Il sostituto procuratore della Repubblica non ammette altra ipotesi.

— Benissimo – disse Yamamoto, stropicciandosi lentamente le mani.

— Dunque, come lo desideravo – continuò il miliardario – essi hanno interpretato la mia messa in scena col coltello di quell’imbecille di pescatore, come un tentativo ingenuo del colpevole per sviare le ricerche della giustizia. È stato emesso mandato d’arresto al nome di Yen-Fu... Colonnello, avete rappresentato la vostra parte con una perfezione ed una abnegazione strabilianti!

Un leggero color rosato tinse le gote di Iroscighe.

— Vostra Eccellenza mi renderebbe orgoglioso colla sua alta lode se io non fossi persuaso che si esprime così per sola benevolenza. Comunque è bene che i sospetti si appuntino su Yen-Fu poichè Yen-Fu è scomparso. Si facciano quante ricerche si vogliono, egli sarà introvabile e perciò non v’è nulla da temere!

Solok fece una leggera smorfia:

— Dire che non si debbano avere preoccupazioni è forse esagerato... c’è quell’infernale preparatore del Laboratorio che va ficcando il naso dappertutto: è proprio un peccato, colonnello, che non siate riuscito a toglierlo di mezzo quella sera in cui l’avevate già conciato a dovere. Che la peste lo colga! Se mi riesce di acciuffarlo, non mancherò di insegnargli a non mettere il naso in quel che non lo riguarda.

Ed il miliardario sorrise ancora colle sue labbra tanto sottili, ma nessuno dei due ufficiali, questa volta, gli rispose.

Erano capacissimi di uccidere senza pietà, per necessità, per la grandezza della loro patria, anche a tradimento, ma ciò non costituiva per loro un piacere.

Solok riprese il suo racconto:

— Pare che questo preparatore insinui che le ultime parole che la vittima avrebbe pronunciato e che sarebbero state raccolte da Guyader quando quest’imbecille si è preso la briga di venirmi a disturbare, indicherebbero altri colpevoli. Le parole «hanno preso i siluri» dimostrano chiaramente, secondo lui, che l’assassino non era solo e, guardate come la passione poliziesca faccia dire delle sciocchezze, egli trova la colpevolezza di Yen-Fu troppo flagrante per non essere da considerare con molto beneficio. Tanto varrebbe dire che la stessa evidenza sia un indizio di falsità.

I lineamenti bizzarri di Solok avevano preso un’espressione di durezza spietata oltre che d’ironia diabolica.

— Che egli abbia qualche sospetto? – domandò Yamamoto pensoso. – Dobbiamo confessare, anche, che il nostro piano non è riuscito interamente. Scusatemi, Eccellenza, se la deficienza del mio intelletto mi fa scorgere altre difficoltà, ma credo sarebbe stato meglio se i pescatori si fossero presi loro la briga di ammazzare il capitano com’erano stati incitati a fare dal vostro manifesto!

— Che farci? Non ha forse detto, un saggio, che non gli uomini governano gli avvenimenti, ma questi governano quelli?

— La saggezza di questo precetto è rilevata dal fatto che l’azione di ieri sera mancò forse un poco di preparazione.

Solok ebbe un moto d’impazienza che urtò certamente i due giapponesi perchè da quel momento essi accentuarono ancor più il loro rispetto, ciò che rappresenta un modo raffinato per far sentire ad un interlocutore che ha superato i limiti permessi.

Ma il miliardario aveva rinunciato da lungo tempo a tutte le circonlocuzioni che ritardano le conclusioni dei discorsi:

— Eh! Potevamo forse fare altrimenti? Il tempo stringeva e se avessimo atteso anche un sol giorno, sarebbe stato troppo tardi! Non ero forse riuscito a sapere che le autorità francesi si preparavano ad intervenire segretamente? Ed allora esse, e non noi, avrebbero avuto questa invenzione preziosa! Bisognava agire, agire subito, ed agire con rapidità!

— Anche la mia debole intelligenza lo comprende! – rispose Iroscighe.

— E la mia pure – aggiunse Yamamoto.

Solok si inchinò seccamente.

— Ora il dado è tratto e bisogna conformarsi agli avvenimenti – continuò – e vedo una sola soluzione la quale permetta di eliminare tutti i sospetti che forse potrebbero arrivare a sfiorarci, ed è che i magistrati di qui abbiano la prova incontestabile che proprio Yen-Fu sia stato l’assassino... e per ciò bisogna semplicemente che si ritrovi il suo cadavere vicino al canotto scomparso del vecchio capitano con una parte dei documenti che sono stati rubati. Da ciò si dedurrà certamente che il servo è stato punito dalla giustizia divina senza che il suo delitto gli abbia profittato.

Con dignità e fermezza il colonnello Iroscighe si era alzato e con voce ferma ed assoluta semplicità dichiarò:

— Se, onorevoli signori, è necessario che si ritrovi il cadavere di Yen-Fu , io sono pronto. Dal principio dell’azione ho fatto sacrificio della mia persona alla Causa e se il mio miserevole corpo può servire, esso le appartiene. Esso sarà il cadavere di Yen-Fu quando lo vorrete e come riterrete opportuno! Non sarò più felice di quanto potrei esserlo il giorno in cui la mia morte servirà alla mia Patria!

Il sorriso di Yamamoto a questa nobile dichiarazione priva della minima intonazione enfatica, manifestò il rispetto, la gioia e l’ammirazione che egli provava di fronte a tanto spirito di sacrificio.

Ma chiaro e preciso, come durante una discussione d’affari, il miliardario rifiutò l’offerta.

— Colonnello, sono persuaso che, se le circostanze lo esigessero, voi agireste conformemente alla vostra dichiarazione; ma la vostra esistenza è troppo preziosa pel servizio dello Sciogun, il Dominatore di domani. Il cadavere che ci occorre non è necessariamente il vostro... Ci basta un corpo della vostra razza, della vostra statura e della vostra complessione; per un europeo, quando manchino segni particolari, un Giallo rassomiglia ad un altro Giallo.

E si rivolse a Yamamoto:

— Troverete certamente nell’equipaggio uomini che corrispondano alle misure del nostro amico e pronti a dar loro vita per il trionfo della Causa.

— Non sarà difficile – rispose il comandante. – Ne conosco cinque o sei che agli occhi degli europei potrebbero esser confusi coll’onorevole colonnello.

— Abbiate la cortesia di farli venir qui.

Il comandante dello yacht suonò ed apparve un timoniere al quale egli diede un ordine rapido e poco dopo un giovane ufficiale si presentò portando la punta delle dita alla visiera del berretto.

Militarmente rigido egli attese che gli venisse rivolta la parola.

— Tenente Samado – disse il suo capo – vogliate chiamare numeri di matricola 6-28, 30-42, 19-106, 27-03 e 5-90; spiegherete loro brevemente che Sua Eccellenza desidera far loro l’onore di scegliere fra di loro un uomo che deve morire: – un uomo che, morto, possa essere creduto il cadavere del colonnello.

Il tenente sorrise:

— Caro signore, scusate la mia mancanza di educazione e, se una domanda mi è permessa, favorite dirmi se gli ufficiali siano esclusi dalla scelta.

Anche Yamamoto sorrise:

— Affatto, tenente Samado.

— Allora, col permesso del mio comandante, io, essere infimo, potrei tentare la sorte?

Il capitano di vascello si inchinò.

— Onorevolmente ed allo stesso titolo degli altri ed anche, in caso di parità, colla preferenza che è dovuta ad un figlio di samurai; ma la scelta è basata soltanto sulla rassomiglianza.

Il giovane ufficiale salutò, e questa volta alla moda giapponese, col corpo rigidamente piegato in due e le palme posate sulle ginocchia.

Stava allontanandosi con passo agile e leggero, quando Solok lo fermò:

— Pregate, prima, il dottor Tagachi di venir qui.

Poco dopo Solok spiegava chiaramente e seccamente al medico dall’aspetto ascetico:

— Dovrete trovare il modo che nè il viso nè le mani del cadavere destinato a rappresentare la parte di quello di Yen-Fu, possano essere riconosciuti. D’altra parte dovrà essere evitato assolutamente che si possa sospettare la mutilazione di essere artificiale; occorre ch’essa apparisca naturale e perciò si deve eliminare l’uso dell’acido solforico e non si deve procedere a schiacciamento, mi spiego?...

Tagachi ebbe un risolino:

— È cosa straordinariamente facile; Vostra Eccellenza ordini che mi si provveda di un paniere di granchi e tutto sarà fatto secondo il suo desiderio.

Samado ritornava in quell’istante coi cinque uomini richiesti; cinque individui dai capelli rigidi e lucenti, dagli occhi obliqui e stretti nel viso largo e giallo dagli zigomi sporgenti, dalle bocche sottili e dalle mascelle indicanti volontà quasi testarda. Tutti e cinque si allinearono gomito a gomito, coi talloni uniti, e salutarono con assoluta contemporaneità, tenendo gli sguardi fissi sul capitano di vascello.

— Ragazzi – disse questi pacatamente – la Patria ha bisogno di voi; il vostro tenente vi ha già spiegato quello che oggi attendo dal vostro patriottismo indiscutibile; ciò che ne attendiamo tutti... Uno di voi sarà scelto fra poco per una morte oscura, e lo scopo che si vuol raggiungere vieta che il nome del prescelto figuri accanto a quelli degli eroi caduti per la gloria del Giappone!

Egli immerse lo sguardo nelle pupille scintillanti fisse nei suoi occhi e nessuno di quegli uomini vacillò; tutti rimasero calmi e sereni.

Yamamoto non seppe trattenere l’espressione del suo orgoglio nazionale davanti a simili uomini.

— Banzai! – gridò con entusiasmo e poi riprese: – Il vostro tenente, il nobilissimo visconte Samado, ha chiesto di concorrere a parità con voi a questo onore ed è bene che, una volta di più, un samurai dia l’esempio... Recatevi alla infermeria dove il dottor Tagachi procederà alla scelta.

Nella bianca stanza triangolare ricavata nella prua stessa della nave, freddamente, senza nessuna emozione, senza il menomo moto che indicasse un’alterazione nervosa, i marinai si svestirono contemporaneamente ad Iroscighe ed a Samado. E si offrirono con fierezza all’esame del medico.

Questi fu minuziosissimo, li esaminò l’uno dopo l’altro, li misurò e li paragonò al colonnello. Finalmente, dopo aver riflettuto, pose un dito secco e duro sul petto di Samado e disse semplicemente:

— Questo; gli altri possono andare.

E mentre i marinai si rivestivano con un’espressione delusa, un lampo di gioia illuminò gli occhi del giovane ufficiale che rimase, nudo, colle braccia conserte. Yamamoto venne a trovarlo:

— Tenente Samado – gli disse – nobile samurai, siete voi che morirete per la Causa. Fatemi l’onore di confidarmi le vostre ultime volontà; giuro che saranno piamente eseguite come fossero quelle del mio venerato padre... Ascolto questo prode fra i prodi!

Si inchinò, saluto rituale al quale Samado rispose con pari cortesia e poi, senza che nella sua voce si rilevasse il minimo mutamento, il tenente disse:

— Marchese Yori Yamamoto, ho una sorella ed una madre amatissime: desidero sappiano soltanto che il loro figlio e fratello le saluta onorevolmente come si addice... e ch’egli è morto secondo le regole sacre legateci dai nostri avi.

— Saranno come mia madre e mia sorella – rispose il comandante gravemente. – Per di più ciò verrà riferito anche allo Sciogun e le tavolette della vostra memoria verranno poste a tempo debito da lui nel tempio di Osaka.

«Personalmente io v’invidio.

«Del resto non soffrirete: Tagachi sa come agire.

Il viso quasi infantile del tenente si oscurò.

— Che avete? – domandò il comandante.

— Non vorrei esser privato della sofferenza per la nostra Grande Causa!... Mi considererei punito!

— Affatto! Per la vostra gloria, amico mio, non è necessaria questa sofferenza e sappiate che l’ordine del vostro capo è che voi non dobbiate soffrire... Addio, Samado: che i mani di Oshishi e dei Ronin, i nostri antichi cavalieri erranti, vi accolgano: ne siete degno.

Vi fu uno scambio di altri saluti e poi Yamamoto uscì tenendo le dita rigidamente tese alla visiera del berretto mentre Samado, nudo, gli rendeva il saluto nella rigida posizione di «attenti»... saluto impeccabile di un uomo destinato alla morte.

Mentre il comandante usciva, riapparve Tagachi che teneva un paniere dal quale uscivano degli scricchiolii strani.

Una quantità di granchi ribolliva là dentro, bronzei e brillanti; formicolìo di zampe, e pinze spaventose... E Samado sorridendo li guardava senza batter ciglio.

XVI.

Il duello.

All’uscire dal Municipio dove il sostituto procuratore della Repubblica aveva posto il suo ufficio e continuava i suoi interrogatorî, Anthime si mise a gesticolare ed a parlare animatamente criticando la mancanza di chiaroveggenza del magistrato. E che smorfie faceva!

— È incredibile!... È forse buono per rincalzar cavoli, colui... Inchiesta fatta contro ogni buon senso... parola d’onore, non capisce nulla!... E zuccone, anche; non vuol capir nulla! Insomma, l’avete visto, signor Dunois: gli ho spiegato chiaramente per la seconda volta che la colpevolezza di Yen-Fu non risulta ormai che da una messa in scena abbastanza mal congegnata e le impronte digitali di uno sconosciuto che sono sovrapposte a quelle di Luigino sull’impugnatura del coltello lo dimostrano chiaramente! E le ultime parole di Le Hélo? «Hanno preso i siluri!». Si deve dedurne che gli assassini fossero almeno due: se c’era Yen-Fu doveva esserci anche un complice. È evidente come il naso in mezzo alla faccia!

Pareva un albero da segnalazioni con quelle braccia troppo lunghe: si grattava ed intercalava il suo discorso accalorato con quelle piccole interiezioni gutturali che gli erano consuete.

Ma Dunois era, per conto suo, troppo disturbato per divertirsi all’aspetto del suo subordinato e rincarò sulle espressioni del suo compagno:

— È evidente che questo magistrato non è l’uomo che occorre per indagini come questa: è un orgoglioso dall’intelletto limitato e testardo per di più, come avete detto. Quando gli ho manifestato la mia certezza assoluta circa l’autore del manifesto per poco non mi ha riso in faccia ed imposto di tacere. Non gli riesce possibile di ammettere che un miliardario, che un sir Harry Solok – par che si gonfi quando ne pronuncia il nome – si abbassi, come dice lui, a certe burle!

— Insomma non era forse ragionevole, quel che gli ho detto? – riprese Anthime. – Mi ha chiamato Sherlock Holmes da strapazzo, detective dilettante! È il suo ritornello questo! Se fosse pagato per provare soltanto la colpa di Yen-Fu non potrebbe agire diversamente. La ricchezza di quel Solok lo ha abbagliato. Sempre il culto pel Vitello d’Oro... ma vedremo se a Parigi, al Ministero, hanno viste altrettanto corte!

Camminavano per le vie della cittadina che il delitto aveva mosso ad una animazione inusitata con tutti gli andirivieni e la curiosità che aveva suscitato.

Immischiato a quel dramma, Dunois si sentiva spiato dai passanti e la sua irritazione non faceva che accrescersi. Battè un piede al suolo.

— Bene; poichè la magistratura mette in ridicolo la mia certezza basata su ragionamenti ben fondati; poichè tutti si inchinano davanti ad un mucchio di denaro accumulato con mezzi poco chiari; mi piglio io la briga di dire il fatto suo a quel meticcio e di manifestargli quel che ne penso.

Il caso volle che proprio in quell’istante, mentre passavano davanti alla chiesa, egli si trovasse per così dire faccia a faccia con Solok che era accompagnato da Laurie e da sua figlia. Anthime li scorse subito e, un poco preoccupato per l’irritazione che sentiva ribollire nell’animo del suo superiore, cercò di distrarne l’attenzione sopra un soggetto qualunque pel timore di un alterco. Ma il naturalista non si lasciò sviare da questo tentativo e, camminando incontro agli ospiti dello Swastika , egli salutò affrettatamente tanto il chimico quanto Alys che parve sorpresa da quella rudezza:

— Scusatemi – disse egli – ma devo parlare al signor Solok.

Guardò allora con affettazione la mano che il miliardario gli tendeva, non la strinse e guardando l’uomo ben diritto negli occhi disse:

— Lasciamo le finzioni, signore! Come osate tendermi la mano dopo quanto avete fatto?

Il baronetto si morse le labbra, ma seppe egualmente fingere alla perfezione lo stupore:

— Che volete dire?... non vi capisco.

— Cercherò allora di farmi capire. Dico, signore, che quando con un perfido manifesto si è cercato di lanciare tutta una popolazione contro un uomo ci vuole una bella faccia tosta od una buona dose d’incoscienza per darsi l’aria di trattarlo da amico. Mi sono spiegato?

Solok sostenne lo sguardo di Dunois con la più perfetta insolenza e si mise a ridere:

— Credo che scherziate!

— Vi parlo colla massima serietà – riprese l’ittiologo che sentiva ribollire in sè la collera di fronte a quello scherno velato. – E vi avverto che sono anche capace di farmi giustizia da solo; avete capito?

— Capisco perfettamente; urlate ed io non sono sordo: ma tutto questo non deve essere detto a me; ditelo, piuttosto, al magistrato inquirente. Ciò potrebbe dargli dei lumi...

— Che cosa vi permettete di insinuare con questo? – ribattè Dunois al quale il furore faceva perdere il sangue freddo.

— Non insinuo nulla, io; siete voi che avete detto di esser capace di farvi giustizia da solo... Ed allora, siccome si sta ricercando una persona che abbia un carattere simile... ah!... ah!... ah!...

Era più di quel che Dunois potesse sopportare: a quella risata ingiuriosa egli rispose immediatamente con uno schiaffo ed un manrovescio che schioccarono sonori.

Il miliardario divenne furente a sua volta e, col viso convulso, si lanciò sul naturalista, ma questi, dal momento che si trattava di iniziare una lotta, aveva ripreso tutto il suo sangue freddo. Ben piantato sulle gambe accolse l’attacco del baronetto con uno di quei doppietti al viso che fanno epoca anche nella vita di un pugilista e Solok parve sollevato da terra da quel colpo ed andò ad abbattersi nella polvere.

Si rialzò subito col viso sanguinante e ritornò alla carica, ma un nuovo doppietto applicato con non minor maestria lo buttò ancora per terra, e questa volta se l’ebbe per detto; ma ora era Dunois che rideva.

Balbettando pel furore, il miliardario si tenne a distanza dall’avversario per gridargli:

— Non siete un gentiluomo! Son modi da facchino i vostri, da vagabondo!

— Precisamente – rispose tranquillamente Dunois. – Per rammentarvi la vostra bella gioventù a Singapore; rammentate?

Il meticcio era verde di bile e fu per lanciarsi una terza volta contro il naturalista che sorrise e, rimettendosi in guardia, gli fece cenno amichevolmente di avvicinarsi.

Solok si trattenne tanto più che i passanti si riunivano attorno a loro e dei commenti beffardi si intrecciavano senza alcuna benevolenza per lui.

— Quanto incassa il miliardario!

— Non sapevamo che il signor Dunois pestasse così forte! Non bisogna attaccar briga con lui!

— Il macaco non sembra molto soddisfatto; eppure ha avuto una bella lezione gratis...

Solok fingeva di non udire e spolverandosi sibilò:

— Non abbiamo finito, signore: riprenderemo lo scontro su altro terreno.

— Ma figuratevi! Sono a vostra disposizione su qualunque terreno vogliate! – rispose il direttore del Laboratorio in tono di estrema cortesia.

— Vedremo se davanti alla mia sciabola avrete altrettanta disinvoltura – continuò Solok fra i denti. – Me la pagherete e ad usura.

— Ma volentieri, signor, miliardario! Del resto è risaputo che ve ne intendete di usura.

— Bene, bene, schernite pure: non parlerete più, quando vi avrò tagliato la gola.

Dunois gli volse le spalle.

Solok, tremante ed umiliato, si rivolse a Laurie che era rimasto a bocca aperta non sapendo più che contegno prendere.

— Volete essermi testimonio, Laurie?

— Ma... – fece il chimico imbarazzato – contro un amico di mia figlia...

— Oh, non è cosa che abbia importanza! Vostra figlia non ha più amico. È già morto od è come se lo fosse... Miss Alys, vi chiedo scusa, ma avete veduto che sono stato grossolanamente provocato.

Per tutta risposta Alys si avvicinò a Dunois, gli porse la mano e disse:

— Amico mio, non approvo la violenza, ma, senza sapere di che si tratti, son certa che avete ragione.

Il francese s’inchinò senza rispondere mentre ella si rivolgeva al padre:

— Dopo quanto è accaduto non possiamo rimanere ospiti di sir Solok. Amo il signor Dunois ed egli mi ama; ci siamo fidanzati ed il mio posto sarebbe vicino a lui se egli fosse ferito. Dobbiamo ringraziare chi è stato per noi un ospite magnifico e premuroso. Ci scuserà in considerazione delle circostanze.

Cogli occhi che lanciavan fiamme, Solok salutò profondamente, volse i tacchi e se ne andò...

La stessa sera, nel suo laboratorio, Dunois riceveva la visita del capitano di vascello Yamamoto e del tenente Otojiro comandante in seconda dello Swastika i quali, solenni e rigidi, gli chiedevano riparazione per l’offesa fatta a sir Solok.

— Vi aspettavo, signori – rispose Dunois – e due miei amici sono a vostra disposizione. Permettete che vi presenti il signor Anthime Le Gorec, preparatore del Laboratorio, ed il signor Kerdyk, capitano di lungo corso... ed ora, se permettete, vi lascio.

I giapponesi avevano lanciato un’occhiata stupita sull’uomo scimmia il quale, inchinandosi, aveva toccato il pavimento colle mani chiuse a pugno, e sul vecchio tozzo e canuto che rispondeva al nome di Kerdyk. Questi, per la circostanza, aveva vestito un abito nero di taglio straordinario, certamente fatto in casa da una sposa affezionata ma nel quale egli si trovava certamente meno a suo agio che nel camiciotto consueto. Coscienti, però, che la loro sorpresa non era conforme alle norme delle buone maniere, i giapponesi la repressero subito e sedettero sulle sedie che Anthime aveva offerto.

Si capisce che il preparatore non vestiva, in quell’occasione, la solita vestaglia di servizio; si pavoneggiava in una giacca che gli era troppo corta e colla quale avrebbe fatto una figura meravigliosa sull’organo d’un baraccone da fiera dove si mostrassero bestie ammaestrate.

La conversazione fra i quattro delegati fu brevissima: i due testimoni di Dunois avevano ricevuto il mandato imperativo di accettare senza discussione tutte le condizioni che a Solok, incontestabilmente insultato, sarebbe piaciuto di porre ed i testimoni del baronetto, per un’offesa eccezionale, chiedevano una riparazione pure d’eccezione.

Le condizioni furono dunque gravissime: lo scontro sarebbe avvenuto alla sciabola fin che uno dei due avversari fosse riconosciuto nella assoluta impossibilità di continuare.

Solok sapeva quel che faceva proponendo quest’arma pericolosa che gli era familiare e che egli usava con una abilità notevole. Ben deciso a vendicare, non appena fosse arricchito, tutte le ingiurie che aveva dovuto subire nei primordi della sua avventurosa carriera, aveva preso lezione dal miglior professore del Giappone dove son legione i cultori della scherma colla sciabola, ai quali soltanto i Tuareg, che usano quest’arma fin dall’infanzia, sarebbero capaci di tener testa.

Ma Dunois non se ne curava. Aveva fatto molta scherma durante gli anni del servizio militare e sapeva servirsi dell’arma da taglio con quella temibile precisione ch’egli usava per tutto quanto dovesse fare.

Siccome la voce del duello si era sparsa nel paese bisognava eludere la curiosità dei roscoviti e perciò venne deciso che lo scontro avverrebbe all’alba all’Isola Verde.

I canotti che portavano i due avversari giunsero contemporaneamente alla riva.

Su quell’isolotto roccioso fu abbastanza difficile trovare un tratto di terreno adatto al combattimento e quello che si dovette forzatamente scegliere non lasciava spazio sufficiente per indietreggiare; ma nessuno dei due avversari era disposto a farlo. Del resto un odio feroce animava il miliardario con un intenso desiderio omicida, e dal canto suo, Dunois non avrebbe per nulla al mondo voluto cedere anche per un solo istante, di fronte all’Eurasiano.

L’ittiologo non aveva potuto procurarsi un paio di sciabole a Roscoff e perciò dovette accontentarsi di quelle che avevano portato i giapponesi mentre egli era abituato all’elsa delle armi europee.

I due avversari si spogliarono delle giacche e dei panciotti e si trovarono di fronte su quell’isolotto selvaggio e stretto che i primi raggi del sole arrossavano in quel momento. Il duello era diretto da Yamamoto che lanciò il comando sacramentale

— A voi!

Dunois fu quasi colto di sorpresa perchè il capitano di vascello non aveva ancor terminato il suo comando che Solok gli lanciava un violento colpo alla testa; ma il francese riuscì a parare appena in tempo senza però poter ribattere. Altri colpi scagliati con una rapidità sconcertante piovevano su di lui, quasi simultaneamente, da ogni parte. Il miliardario non si faceva scrupolo dal tirare al garretto ripetendo i colpi di Jarnac; ma attento e preciso Dunois riusciva sempre a parare.

Del resto la lotta era ammirevole ed è dubbio che in campo chiuso si sia mai visto un combattimento più accanito ed accademico nello stesso tempo.

Ben «piantato» sulle gambe; fermo come il macigno sul quale si trovava, Dunois aveva l’occhio pronto e sicuro e mentre la lama di Solok tracciava nell’aria uno straordinario groviglio di lampi azzurrastri e lo minacciava senza posa alla testa, al fianco, al polso, alla coscia... egli tentava un colpo di punta per trasformarlo, con un mulinello stupefacente, in un terribile traversone... La punta della sua arma era dappertutto e la sua guardia non era in nessun luogo.

L’attacco di Solok continuava incessante, infaticato, e la difesa di Dunois era impenetrabile. In alto, in basso, a destra a sinistra le lame s’incontravano e schioccavano per scivolare l’una sull’altra e minacciare di nuovo.

Il francese dava l’impressione di forza calma e sicura di sè, mentre nel baronetto appariva l’agilità tendente a stancare l’avversario, l’insistente e perversa minaccia della mosca accanita nel tentativo di pungere.

Ma la più sorprendente caratteristica di quella battaglia a due era che, fin dal principio, nè l’uno nè l’altro dei due contendenti aveva mosso un piede, nè per retrocedere, nè per avanzare. Si sarebbero detti due alberi profondamente radicati i cui rami, per effetto di magia, d’un tratto avessero acquistato la capacità di compiere movimenti volontari per allacciarsi e scioglier poi la stretta per riannodarla ancora in senso contrario allo scopo di colpirsi continuamente.

Per un istante gli sguardi, impegnati come le lame, non s’erano abbandonati: quelli di Dunois sfidavano, e quelli dell’asiatico cercavano, colla loro minaccia, di influire sull’avversario, intimidirlo, scuoterlo, ispirargli la sensazione del pericolo e della fine prossima.

Tuttavia, fiacco per la vita troppo facile e per gli stupefacenti di cui talvolta usava, il miliardario non poteva reggere ad uno sforzo continuato; le riprese di tre minuti andavano estenuandolo sempre più e le pupille calme del francese che, anche nei momenti di riposo, non abbandonavano mai le sue manifestandogli un indicibile disprezzo, gli causavano un’irritazione sempre crescente. Ora era scosso da una collera furibonda.

Vennero rimessi ai loro posti...

— A voi!

E, sempre, Solok ritrovava dinanzi a sè quella specie di molla d’acciaio, quella calma cavalleresca dai muscoli e dallo spirito che non si lasciavano abbattere e che nessun tradimento poteva sorprendere.

Gli assistenti, e cioè i quattro testimoni, seguivano il combattimento con sentimenti diversi; espertissimi del maneggio della sciabola i giapponesi, sebbene impassibili, erano estasiati; non avevano mai assistito a simile partita d’armi nemmeno nelle sale di scherma più celebri del loro Impero; la serena sicurezza e la precisione di Dunois eran forse ciò che più li affascinava.

Il capitano Kerdyk pareva non credere ai suoi occhi i quali, essendo occhi di marinaio, non eran usi a stupirsi nemmeno per cose che ad altri avrebbero potuto apparire straordinarie.

Quanto ad Anthime, egli era in uno stato eccezionale.

Malgrado l’impassibilità voluta dalle sue funzioni, egli non sapeva star fermo. Ad ogni colpo provava una reazione paragonabile a quella di certi giocatori di bigliardo che si vedono seguire col corpo il movimento della loro biglia; si chinava e guardava con occhio inferocito, balzava indietro per sfuggire il colpo che prevedeva e si buttava innanzi quasi per lanciare quello che avrebbe desiderato. Le sue braccia brandivano una sciabola immaginaria e tutto il suo viso si contorceva in smorfie tanto che lo si sarebbe detto un terreno dove i suoi lineamenti si combattevano disordinatamente.

Così, quando Dunois, vedendo il suo avversario ansante mentre egli si sentiva tanto fresco quanto al principio, cominciò ad attaccare a sua volta ed a costringere il suo terribile avversario alla difensiva, l’entusiasmo del preparatore non ebbe più limiti.

Cominciò a parlare, ciò che costituisce, sul terreno, una grave scorrettezza:

— Piglia!... Prendi anche questa!... Bene!... Eccone un’altra! Sappimi dire quel che vale!...

Ormai Solok piegava sotto l’attacco.

Metodico e freddo; colla mano sicura e la respirazione eguale, il francese andava cercando i punti deboli e, trovandoli, falciava l’aria innanzi a sè: ormai era il meticcio il quale non parava più che a stento.

Una finta al fianco venne seguita da un colpo di testa fulmineo ed il miliardario fece improvvisamente un salto indietro: delle goccioline di sangue imperlarono la sua fronte solcata da una leggera ferita. Il suo balzo indietro era stato eseguito appena a tempo perchè per un solo centimetro egli potè evitare d’aver il cranio spaccato.

— Alt! – ordinò Yamamoto.

La ferita venne riconosciuta insignificante e dopo il riposo regolamentare i due uomini vennero posti nuovamente di fronte.

Ora la situazione era completamente rovesciata.

La stanchezza, il furore, l’umiliazione d’aver subito la prima ferita, diminuivano assai le possibilità a favore di Solok; riconosceva di aver a che fare con un fortissimo avversario e la sua fiducia in se stesso andava diminuendo; la cosa non era tanto facile quanto l’aveva creduta.

Le lame scintillarono nuovamente al dolce sole mattutino e nei loro colpi ripetuti lanciarono baleni.

Solok volle riprendere la tattica offensiva perchè sentiva diminuirsi le forze ed aveva fretta di finire; ma, ancor disposto ed abbastanza fresco, una volta superato il primo attacco di stanchezza, Dunois non si sentì di assecondarlo.

Ad un colpo al petto che gli era stato lanciato con rapidità, il naturalista seppe sfuggire e ribattè immediatamente con un a fondo. Questa volta la sua lama tagliente quanto un rasoio tagliò la camicia di Solok di cui scalfì leggermente il petto, ed il sangue corse nuovamente.

Tuttavia, Yamamoto, che si trovava alla destra del ferito, non si accorse che questi fosse stato toccato e non diede l’alt.

Dunois, invece, vide il sangue e, correttamente, fece un passo addietro abbassò la sciabola ed avvertì l’avversario:

— Siete colpito, signore.

Udì Solok? Il fatto sta che rimase in guardia.

Bisogna rammentare che il luogo dove si svolgeva il combattimento si trovava in riva al mare; un vento abbastanza fresco si era alzato e le onde cominciavano a mormorare: nel momento in cui Dunois abbassava la sua arma una ondata più forte delle altre colpì lo scoglio sul quale egli si trovava e schizzò tanto alto che un forte spruzzo colpì il francese al viso. Sorpreso ed accecato, egli barcollò.

Con una rapidità prodigiosa Solok afferrò l’occasione che il destino gli offriva; fece un balzo verso l’avversario lanciandogli un colpo di punta al petto. La larga lama penetrò sotto la mammella destra ed uscì sotto la scapola: il naturalista cadde.

Il miliardario fece un passo indietro, ritirò la lama dalla ferita e con un sorriso felino sulle labbra mormorò con scherno:

— Il più ferito dei due... eccolo!

Il capitano Kerdyk, Otojiro e Yamamoto si lanciarono verso Dunois: il primo non aveva ben compreso quel che fosse avvenuto; ma, conoscitori di regole cavalleresche, i due ufficiali giapponesi avevano perfettamente capito e, mentre si affrettavano a soccorrere il ferito, i loro visi eran cupi e lanciavano sguardi furibondi al miliardario ed il loro colorito si era fatto verdastro sotto l’impeto della vergogna.

Curvi sul francese, udirono dietro a sè una specie di gorgoglìo, ma non vi fecero caso.

Era Anthime che, sotto l’impressione di quel colpo a tradimento, era rimasto interdetto; ma poi, scorgendo steso a terra e certamente in pericolo di morte colui che considerava come un amico e come un superiore venerato, aveva perduto la testa. Pazzo di dolore gridò con voce strozzata:

— Miserabile canaglia...

E nello stesso tempo si lanciò sul proprietario dello Swastika il quale, sebbene sorpreso da quell’attacco dell’uomo gorilla, cercò di coprirsi con dei mulinelli vertiginosi.

Ma Anthime non era più padrone di sè: rapido ed insensibile al dolore, afferrò la lama a piene mani, la strappò con una torsione irresistibile delle sue braccia muscolose, afferrò l’uomo al collo, lo scosse come uno straccio e cominciò ad assestargli dei colpi da sfondare un muro.

Strangolato, soffocato, schiacciato come da un maglio, colla lingua penzolante, il meticcio non potè che abbandonarsi alla stretta erculea del preparatore il quale continuava a battere e l’avrebbe ridotto a pezzi, sbriciolato se, accorgendosi del pericolo che il loro primo correva, i due giapponesi non si fossero precipitati in suo soccorso. Malgrado l’aiuto del capitano Kerdyk, dovettero faticare assai per togliere il miliardario dalle mani di Anthime che lo maciullavano.

E mentre i testimonî del francese trasportavano nell’imbarcazione, che li aveva trasportati all’isola, il corpo inerte del loro compagno svenuto, fu un altro straccio umano altrettanto inerte che i marinai dello Swastika raccolsero sull’Isola Verde.

* * *

Ripresa la conoscenza per effetto dei rivulsivi propinatigli da Tagachi, Solok, che aveva tre costole fratturate, sorrise riconoscendo Yamamoto.

— Che selvaggio quell’individuo! – gemette con voce rotta. – Si ha torto di trattare gente simile come gentiluomini.

Malgrado il dominio di se stesso che Yamamoto possedeva in alto grado, egli trattenne a stento un sussulto a quelle parole impudenti e rispose in tono di riprovazione:

— Col vostro permesso, Eccellenza, avete mancato voi stesso e gravemente alle leggi cavalleresche. Oggi è stato calpestato il Buchido , il codice d’onore dei Samurai e ci avete disonorati tutti e tre per nove generazioni; se non mi dovessi anzitutto alla Causa, rientrerei subito nella mia cabina per praticarvi il Sappuku ; ciò che gli europei chiamano Hara-kiri.

Solok volle alzare le spalle ma quel movimento gli strappò un grido di dolore e, mentre il giapponese non sapeva trattenere una smorfia di sprezzo per quella mancanza di stoicismo, mormorò:

— Per essere forti, comandante Yamamoto, bisogna ripudiare tutti i pregiudizî; sappiate che il fine giustifica i mezzi. È l’assioma principale della morale tedesca, quello che bisogna adottare se si vuol riuscire. Se la Causa avesse al suo servizio soltanto gente cavalleresca e così impacciata da un assurdo groviglio di principî antiquati, sarebbe certo che essa fallirebbe clamorosamente ed irrimediabilmente.

A dispetto di tutti i precetti della cortesia formalista, Yamamoto volse le spalle al miliardario per nascondergli la collera e l’umiliazione che provava per essergli stato secondo in un duello da lui terminato in modo tanto contrario ad ogni legge della cavalleria.

Un proverbio giapponese gli ronzava nel cervello:

— Il sudiciume tolto dal ruscello deve ritornarvi.

Venne bussato alla porta della meravigliosa camera da letto dove giaceva il miliardario. Era l’ufficiale in seconda; il tenente Ojiro che ritornava da Roscoff dove si era recato per aver notizie di Dunois e portava la notizia che, secondo i medici che lo curavano, egli non sarebbe sopravvissuto alla ferita spaventosa; non avrebbe forse neppur passato la notte.

Un sussulto troppo brusco, che la gioia gli aveva causato, strappò un nuovo lamento al miliardario avvolto nelle bende come una mummia.

— Il destino ci favorisce – disse. – La morte farà tacere quel chiacchierone. Capitano Yamamoto, non ci resta che salpare.

Ed il capitano di vascello uscì per eseguire quell’ordine ma trascurando questa volta tutte le cerimonie d’uso.

Poco dopo si udì lo stridore della catena dell’àncora nella cubia e la macchina cominciò a russare.

* * *

Quella stessa sera un doganiere comunicava al procuratore della Repubblica di aver trovato sulla costa, sotto la punta di Per Haridy, il cadavere del servo Yen-Fu, divorato per metà dai granchi, vicino al canotto sfondato del defunto capitano Le Hélo.

Un fascio di documenti, resi quasi illeggibili dall’acqua, era stato trovato nelle tasche del Giallo.

XVII.

Il signor Sukoda.

All’avvicinarsi del mezzodì, con un calore alquanto greve, le banchine di cemento armato della grande città di Yokohama, presentavano la sfilata dei moli galleggianti, dei magazzini e dei godowns , vaste tettoie aperte a tutti i venti e coperte di lamiere ondulate: e dappertutto erano gru, elevatori pel grano e bacini galleggianti di raddobbo...

Da una parte era la rada ove scorrevano imbarcazioni d’ogni specie, canotti automobili, yous-yous , chiatte che gironzavano attorno ai piroscafi d’ogni nazionalità che si ormeggiavano ai pali ed agli anelli della banchina. Dall’altro era l’arco disegnato tutt’attorno alla baia, fino al capo collinoso del Bluff, dai palazzi del Bund: alberghi di mattoni rossi fra riquadri di pietra, coronati da merlature anacronistiche o colle finestre ogivali; banche, palazzi, circoli, uffici, magazzini; un miscuglio di tutti gli stili e di tutte le epoche uniformemente presentati in assetto moderno.

Ed in lontananza sfumavano i fianchi del Bluff dove parchi, prati, campi di gioco e villini erano sparsi tra il verde degli alberi...

Sulla via, fiancheggiante la banchina, l’attività era nel suo pieno; era una sfilata continua, un torrente interminabile di automobili, carri a cavalli, carrette a braccia dalle ruote massicce, leggeri kurumas correnti al trotto agile degli uomini che li trascinavano colla testa coperta dal largo cappello conico di fibre di bambù, col torso rivestito di una specie di casacca portante sul dorso non si sa qual blasone, e colle gambe completamente nude.

Al pian terreno di uno di quei palazzi di dieci piani, si trovavano gli uffici del signor Sukoda, il mediatore marittimo forse più importante di tutto l’Impero giapponese.

Erano un vero alveare quegli uffici nei quali durante tutto il giorno lavorava un piccolo esercito di impiegati d’ogni grado.

La ditta Sukoda era nota in tutto il mondo ed era specializzata in affari d’armamento ed uno dei suoi principali clienti era appunto sir Harry Solok, il magnate dei petroli di Sumatra.

Giapponese aristocratico, dagli occhi meno obliqui di quelli del volgo, dal naso quasi aquilino, il signor Sukoda professava idee ultramoderne; dagli studi fatti negli Stati Uniti egli aveva portato in patria metodi commerciali che usava da maestro e gli Americani stessi lo riconoscevano affermando:

— È un vero business man.

Ed era nello stesso tempo un padrone di casa dall’ospitalità elegante magnifica che nulla aveva dimenticato di quella virtù che, nella sua terra, patria di ogni gentilezza, era assurta ad arte affascinante.

Riceveva, tanto nel palazzo che aveva comperato da un vecchio daimio ridotto in povertà, quanto nella sua sontuosa villa del Bluff, le più alte personalità giapponesi ed i membri più notevoli della colonia straniera; e se alcuni rappresentanti dell’antica nobiltà feudale lo circondavano segretamente d’una straordinaria venerazione, ciò derivava dal fatto che il signor Sukoda era niente di meno che l’ultimo discendente diretto dell’ultimo Sciogun, un puro Togukawa sfuggito ai massacri che avevan seguito il disastro di Kumamoto dov’era naufragata la potenza dei suoi antenati.

* * *

Secondo il piano stabilito fra il defunto padre dell’attuale mediatore marittimo ed i suoi segreti partigiani, gli eredi di quei baroni feudali che il Mikado si era lusingato di schiacciare per sempre, ora, apparentemente legittimisti, erano riusciti ad occupare le più alte cariche del governo, della diplomazia, della marina e dell’esercito; e contemporaneamente avevano pure in pugno la direzione della grande finanza e degli affari.

Tutti riponevano le loro speranze nel signor Sukoda che, fra di loro chiamavano coi nomi di Togukawa o Sciogun. In lui essi vedevano l’uomo capace di ristabilire la gerarchia della nascita e la potenza del sangue azzurro e di lanciare, nel giorno propizio, l’impero nella grande avventura dalla quale doveva uscire padrone incontrastabile del mondo.

L’egemonia giapponese doveva finalmente costituirsi sulle rovine della civiltà occidentale, degli Stati Uniti anzi tutto. Si credeva vicino il Gran Giorno e l’opera pazientemente compiuta dalle più alte intelligenze, dai più alti luminari della scienza che il popolo giapponese contasse, stava per sbocciare in breve. Grazie alla segretezza miracolosa degli affiliati, quella vasta congiura era ignota alla polizia pur intelligente e ben guidata. Il tranquillo governo del Mikado ignorava, o sospettava a pena, la collera sollevata negli eredi dell’antica nobiltà dalle misure di pacificazione internazionale alle quali aveva aderito: non sapeva che, riducendo la flotta e l’esercito e rinunciando ufficialmente all’espansione giapponese nella Cina, aveva sollevato la riprovazione ed il furore nelle famiglie illustri, e che le due sciabole di ogni antico samurai avevano provato un fremito nelle loro guaine di lacca.

Sebbene il Governo, le due Camere ed i partiti al potere fossero indiscutibilmente pacifisti, la maggioranza dei nobili, di coloro che formavano veramente l’armatura della Nazione, che, in una parola, potevano guadagnare alla loro causa la marina e l’esercito, impiegava tutta la sua attività a preparar le armi che dovevano imporre al mondo il più grande Giappone...

Il signor Sukoda lavorava con grande attenzione nel suo ufficio.

Di tanto in tanto alzava il capo e cercava, lontano, sul mare, quel ricordo che gli sfuggiva o la soluzione di un problema commerciale e la sua attenzione concentrata non aveva neppure la coscienza della semplicità elegante colla quale era decorato, un po’ all’orientale, quell’ambiente di ispirazione europea.

Venne bussato alla porta ed un segretario portò un telegramma non cifrato che egli lesse subito. Si trattava di consegna di merci ed era firmato da Harry Solok.

— Sta bene – disse – andate.

Ma non appena l’impiegato fu uscito, Sukoda tolse dalla cassaforte posta dietro la sua poltrona un codice segreto di cui si servì per decifrare il telegramma, che sotto il senso apparentemente commerciale, nascondeva la vera comunicazione certamente d’indole politica, informazioni indubbiamente preziose.

Dopo qualche ricerca, il vero significato del messaggio era tradotto nei caratteri nazionali giapponesi; colonne strane di piccoli segni serpentini che rassomigliano a fiori, farfalle, arabeschi ed altri ornamenti di fantasia orientale. E quei graziosi disegni avevano un significato terribile «Riuscito impadronirmi disegni siluri telemeccanici. Scoperta anche altra invenzione importantissima. Saremo Yokohama fra venti giorni. Solok».

A quella lettura il business man dall’abito a quadretti, il fantoccio nero e giallo, fu istantaneamente trasfigurato e si alzò solennemente coll’occhio brillante per una fiamma orgogliosa e, con quella voce gutturale bassa ed atona che i Giapponesi usano per cantare i loro inni nazionali, intonò una antichissima aria dei secoli passati, alla gloria degli Sciogun.

Ed il suo atteggiamento era di tale nobiltà e così maestosamente minaccioso che sotto l’aspetto scaltro dell’affarista, apparve l’autentico erede dei Maestri di Palazzo, che durante settecento anni avevano governato il Giappone.

Con gesti rituali da pontefice egli premette un bottone posto in fondo alla cassaforte e subito questa girò su se stessa con tutto un tratto della parete scoprendo una specie di piccola cappella che formava come un retrogabinetto il cui solo aspetto lo riportò a sessant’anni addietro, ai tempi in cui la sua famiglia onnipotente si imponeva al Mikado con una parola od anche con un sol cenno.

Era una grande loggia che terminava con una vasta nicchia sormontata da una mezza cupola dall’aspetto grandioso e lugubre, tutta in lacca nera ed oro, abbastanza nuda di decorazione e priva di ogni rappresentazione umanizzata degli dei.

Certamente l’anima del Gimmu-Tenno, dio e primo imperatore del Giappone di cui fondò l’impero cinquecento anni prima della venuta di Cristo, vi era costantemente presente, ma la sua immagine non v’era, come non v’era quella di Amateratsu personificazione del sole, nè quella dei Kamis spiriti degli antenati e delle forze della natura, e neppure quella della coppia Izanagi ed Izanami, agenti della creazione.

Nella nicchia tappezzata con cortine di broccato d’oro, stava una tavola di legno bianco portante uno specchio di metallo polito. All’estremità di un bastone, dei nastri di carta bianca rappresentavano la divinità e la purezza, ed una sciabola perpetuava la memoria delle imprese meravigliose del dio Sussano-no, fratello di Amateratsu.

Cantando un altro inno, non meno lugubre del primo, il discendente degli Sciogun si prosternò e pregò a lungo: non si alzò che per bruciare; in onore della grande dea e del grande imperatore, dei nastri di carta dorata il cui fumo spandeva come un profumo d’incenso.

Poi offerse anche fiori di loto, iris bianchi e, finalmente, fece il sacrificio del riso, specialmente gradito alle divinità innumerevoli e d’ogni specie, onorate od adorate nel culto scintoista e la maggior parte delle quali è nata da Izanagi e da Izanami.

Poi, profondamente assorto dalla solennità degli atti che compieva, improvvisò questa preghiera:

— Grande Amateratsu, e tu Gimmu-Tenno, imperatore mille e diecimila volte venerabile, e voi Izanagi ed Izanami, e voi Sussano-no, e voi tutti, dei innumerevoli delle idee, delle anime e delle cose, Kamis, e voi finalmente antenati illustri, accordatemi il vostro aiuto e gettate su di me uno sguardo favorevole. Aiutate l’impresa di quanti sono veramente nobili sulla terra del Giappone, rendeteci la potenza chè ne useremo soltanto per la vostra maggior gloria!

E mentre pronunciava queste parole egli batteva con rulli sapienti sopra un vasto tamburo che si trovava a terra al suo fianco, poi si prosternava e si riprosternava fino a toccar col volto la stuoia di bianca paglia di riso sulla quale era inginocchiato.

E cantava ancora un’aria triste, e trascinava interminabilmente le finali che concludevano il canto con una specie di gemito doloroso. Infine aprendo le braccia in uno straordinario stato di esaltazione mistica disse:

— Gimmu-Tenno, grande imperatore, il più grande degli imperatori che siano mai esistiti, dimmi che la mia impresa ti è gradita; dimmi, ed è necessario per innalzare il mio coraggio, che tu sosterrai i miei sforzi e che mi condurrai per mano al trionfo finale dell’immortale Impero del Sole Levante.

Queste ultime parole furono pronunciate come in un soffio che si arrestò al risonare di un colpo violento battuto colla sua mazzuola sul grande tamburo.

Domandava un miracolo...

E fremette! Dal fondo delle viscere della terra Gimmu-Tenno gli rispondeva!

Un rombo formidabile saliva dal basso!

Il suolo si sollevò, i muri si fendettero, si piegarono come fogli di carta e ricaddero sull’uomo orante che seppellirono sotto i loro rottami mentre s’alzava una nube di polvere e tutto pareva agitato in una danza sfrenata.