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I DODICI SAMURAI

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I DODICI SAMURAI

I DODICI SAMURAI

XVIII.

La città sconvolta.

L’ Amiral Guépratte , un magnifico piroscafo della stazza di ventimila tonnellate, ultimo varato dalle Messageries Maritimes, stava completando il carico, accostato al molo di Yokohama. Tutta la nave fremeva sotto lo sforzo dei paranchi, i colpi delle casse e delle balle che venivano lasciate cadere sul ponte e nelle stive tra il veloce rotolar dei verricelli a vapore, e lo stridore delle catene degli alberi di carico, perchè c’era gran fretta.

— Dunque, Catelain, come va l’imbarco? – domandò il comandante Viala avvicinandosi al suo secondo, normanno tanto biondo e sottile, quanto il suo capo, marsigliese, era tozzo e nerastro.

— Andiamo bene, comandante: per l’ora stabilita saremo pronti. Tutto è a posto e ben stivato.

Ed infatti gli alberi di carico, manovrati da un equipaggio volonteroso ed attivo, lavoravano senza ristare sollevando dalla banchina, per deporli sul ponte della nave, le ultime casse del carico ed i bagagli dei passeggeri.

Il comandante si fregò le mani: aveva fretta di mettersi in rotta per Marsiglia, via Saigon, e di finirla col compito fastidioso di accogliere i passeggeri che affidavano la loro vita alla sua capacità ed alla sua esperienza.

I profani non immaginano nemmeno quante qualità debbano assommarsi in un comandante di grande piroscafo: marinaio provetto, capo energico ma non eccessivamente rigido, anfitrione capace di tener animata la conversazione, commerciante attento, diplomatico astuto... Date tutte le virtù che si esigono da lui quanti sovrani e capi di governo sarebbero capaci di assumere il comando di un piroscafo?

Parecchi degli ospiti di maggior riguardo dell’ Amiral Guépratte erano saliti a bordo sebbene non fosse ancora mezzogiorno e la partenza fosse stabilita per le sedici e Viala, accompagnandoli alle loro cabine e sistemandoli quanto meglio poteva, aveva già dovuto rispondere a parecchie domande strampalate.

Ormai egli attendeva soltanto il treno che doveva portare alla banchina i passeggeri dell’ultima ora.

Approfittando di quel momento di calma, era ritornato al suo appartamento, e nel suo ufficio dov’erano una grande carta del porto di Tokio, spiegata, un quadrante, una bussola ed un binocolo a fianco di un volume delle «Istruzioni nautiche».

Gettò un’occhiata al barometro registratore posato sopra una mensoletta che si trovava a capo del suo letto, corrugò la fronte e parve improvvisamente preoccupato. La linea tracciata con inchiostro violetto dallo stilo dello strumento, sopra un cilindro girevole rivestito di carta quadrettata, e che era rimasta quasi orizzontale nelle ultime dodici ore, cominciava bruscamente a salire.

— Ah, diamine! – borbottò con una smorfia.

Aperse la porta che permetteva il passaggio al ponte di comando, scrutò il mare aperto e l’orizzonte, aspirò l’aria come se la fiutasse... e la sua fronte quadra segnò qualche ruga indice di preoccupazione. Con quel cielo limpido e quella temperatura calda, il comandante «pratico» dei mari orientali aveva riconosciuto nell’aria e nel cielo i segni precursori di una di quelle terribili tempeste chiamate tifoni.

Cirri e cirro-cumuli correvano rapidamente in una direzione vicina al pieno est e l’acqua del porto, tanto calma un momento prima, cominciava ad agitarsi sotto un vento ancor debole che girava al sud.

— Prima di sera dovremo affrontare un terribile colpo di mare e ci troveremo nel semicerchio pericoloso come accade quasi sempre su questa costa.

Dopo alcune osservazioni, tracciò sulla carta marina un grafico del probabile percorso del tifone, perchè queste meteore si propagano con regolarità e secondo leggi ben conosciute: poi fece chiamare il secondo e gli disse:

— Dobbiamo prepararci ad un tifone violento il cui centro passerà molto vicino alla baia, provvedere subito perchè tutto, a bordo, sia «assicurato» e perchè i forni siano caricati. Voglio salpare in tempo per non trovarmi in porto quando giungerà il colpo di vento. Intanto fate raddoppiare gli ormeggi ma in modo che possano essere mollati immediatamente.

Catelain salutò ed uscì.

Un momento dopo risuonava il soffio potente dei ventilatori che ravvivano i fuochi nei forni ed i due enormi fumaioli vomitarono torrenti di fumo nero...

Un quarto d’ora prima di mezzogiorno risuonò il primo colpo di gong annunciante la colazione e, sul ponte superiore, i passeggeri, appena imbarcati, osservavano la partenza di un altro grande piroscafo, di nazionalità inglese.

Mollati gli ormeggi, la bella nave non era più unita alla terra che da un groviglio di quei carnevaleschi nastri di carta chiamati «stelle filanti», che la folla aveva lanciato a guisa di saluto, quando rimbombarono delle sorde detonazioni mentre una scossa formidabile squassava l’ Amiral Guépratte dalla chiglia al pomo degli alberi. Squassati da scosse indescrivibili, in mezzo ad un fracasso insopportabile che rintontiva, gli spettatori credettero d’assistere alla fine del mondo.

I grandi fabbricati del Bund per un istante acquistarono vita, ma la vita di ubriachi barcollanti; parvero abbozzare una danza spaventosa, frenetica e grottesca, poi si disgiunsero, si sfasciarono, sprofondarono e si ridussero a miseri cumuli di rottami informi.

In meno di un minuto, percorsa da vibrazioni mostruose, la terra aveva ondulato, s’era aperta, rotta, spaccata... e tutta l’immensa città di tre milioni d’abitanti era scomparsa.

Un incubo da Apocalisse!

Yokohama non esisteva più, e qualche secondo prima era ancora animata, vivace e formicolante della sua popolazione lieta di vivere.

Tettoie e capannoni avevano oscillato due o tre volte sui loro piedritti, poi i tetti di lamiera ondulata erano scivolati sul terreno che aveva inghiottito sacchi, casse e tutto quanto, sotto di essi, era stato messo al riparo.

Tutto era stato spazzato via!

Uno dei più terribili fra i tanti terremoti che annualmente scuotono il Giappone e gli fanno pagar tanto cara la sua gloria ed il suo incanto, si era scatenato come al fischio di un infernale direttore di scena.

Del bello scenario che si poteva ammirare poco prima non si vedevan più che pochi pali ancor ritti qua e là. Ovunque, fino alle colline che la limitano, la vasta pianura aveva assunto l’aspetto di un vasto cantiere di demolizioni. Sparse in quel caos di rottami e di calcinacci sorgevano ancora alte case all’europea, intatte senza che si sapesse per quale miracolo o per quale inconcepibile ingiustizia. Di altre non rimanevan che degli spigoli di muro i quali parevan guglie rocciose in un oceano di detriti. Appesa ad un tratto di muro inaccessibile, era ancora una graziosa gabbia di bambù nella quale saltellava un uccello.

E, con un nuvolone di polvere, salivano nell’aria le grida di feriti che chiedevano aiuto o supplicanti d’esser finiti, e si scorgevano visi convulsi, e braccia e gambe che si dibattevano in un atroce tentativo di uscire dalla stretta di quelle rovine.

Qua un cavallo, attaccato ad un carro, era stato ucciso di colpo vicino al suo conducente che era ridotto in un irriconoscibile ammasso di carni e di ossa; là, inclinata tutt’intera come la torre di Pisa, una casa di quattro piani che aveva conservato il suo aspetto in mezzo a quella rovina generale pareva spaesata e che quella sua incomprensibile resistenza all’improvvisa sgroppata della terra fosse dovuta ad una sua precisa volontà...

Fessure capricciose correvano la banchina poco prima ben piana e connessa ed ora tutta gobbe e crepacci, accidentata, ineguale: lunghi tratti crollati erano coperti dal mare e delle rotaie vi si arricciavano, contorte come trucioli di ferro.

A bordo dell’ Amiral Guépratte , sotto il ferreo comando di Viala vennero subito adottati tutti gli espedienti e le precauzioni necessarî per la salvezza della nave od almeno, di quanti vi si trovavano. Ufficiali e marinai rivaleggiavano nello zelo, calmi, attivi e metodici in mezzo a quello sconvolgimento generale.

Preparate le imbarcazioni così da poter subito essere calate in mare, furono distribuite le cinture di salvataggio mentre bisognava soccorrere ed incoraggiare le donne spaventate che urlavano e piangevano e che dovevano persino esser costrette a rivestire quell’apparecchio salvatore.

Ma sulla città cominciavan già ad apparire da ogni parte fitte nuvole di fumo.

I gasometri erano scoppiati e dei serbatoi di petrolio si erano incendiati vomitando torrenti di fuoco; un fiume fiammeggiante si riversò nel porto il quale in breve prese l’aspetto di un immenso vaso di ponce: gli olî infiammati correvano sulle acque prima come piccole lingue azzurrastre ed isolate, poi come serpi e finalmente a strati divoranti. Un’imbarcazione si infiammò, poi un’altra, poi fu la volta di una nave carica di legname, delle giunche e dei sampang colle loro vele di stuoie. Bruciati gli ormeggi quei galleggianti diventarono tanti brulotti in balìa delle onde con grande pericolo per le navi da carico e dei piroscafi.

Seguendo l’esempio dell’ Amiral Guépratte , tutti fecero ogni sforzo per salpare e sfuggire il flagello che avanzava inesorabile; il compito era grave ma tutti lavoravano di lena.

Il comandante Viala, col megafono alla bocca, dirigeva la manovra calmo come avrebbe potuto esserlo a Marsiglia in una giornata di maestrale; marinai ed ufficiali pareva si moltiplicassero nella febbre dell’esecuzione degli ordini e sul ponte, ai sabordi di carico, agli obloidi del falso ponte, dei marinai muniti di raffi, di remi, di pertiche e pali di ogni sorta, lavoravano a tutto spiano per allontanare dallo scalo quelle fornaci ardenti che, spinte dal vento già forte, andavano ad appoggiarvisi con una tenacità che pareva l’effetto di una volontà malefica.

Intanto a terra, la vita, che dapprima s’era fermata di colpo, appariva nuovamente sotto l’impulso del terrore.

Usciti non si sa di dove in quel deserto di rovine, correnti come pazzi, urlanti come dannati, inciampando, barcollando, cadendo come fantocci di carta ad ogni nuova scossa, rialzandosi smarriti per riprendere la corsa gemendo, uomini, donne, bimbi, vecchi, cercavano di fuggire un nuovo pericolo.

L’incendio divorava gli avanzi della città: aveva già carbonizzato la popolazione di interi quartieri. Una folla si precipitava al mare per cercare sulle navi un rifugio contro le insidie d’una terra perfida che imitava l’oceano, innalzandosi ed abbassandosi ad ondate per inghiottire i suoi figli oppure coprendosi d’una marea ardente che li avvolgeva di fiamme.

Dal lungomare coperto di rovine, quella folla chiamava colle braccia tese verso la nave; tutti supplicavano urlando che venisse loro concesso asilo, che si venisse a raccoglierli perchè essendosi spezzata la passerella e sciolto l’ormeggio, il piroscafo si trovava ad una certa distanza.

A bordo di tutte le navi del porto erano state messe in azione le pompe, ma l’incendio infuriava, le fiamme fischiavano come serpi ed il fuoco aveva già attaccato la poppa dell’ Amiral Guépratte.

Malgrado tutto, le imbarcazioni erano andate a terra tanto i marinai sono animosi e caritatevoli, ed esse continuavano a far la spola fra la città ed il piroscafo diventato l’arca della salvezza, sebbene il calore fosse tale da essere un vero supplizio pei rematori e gli scafi fossero bruciacchiati.

Sul ponte, nelle corsìe, sul cassero, dappertutto, ormai, si pigiava una folla eterogenea e variopinta nella quale asiatici ed europei d’ogni nazionalità eran frammisti senza alcuna distinzione di posizione sociale o di ricchezza.

A tratti, portate lentamente dalla deriva, altre navi, che ancora non avevano potuto prepararsi alla partenza, sfioravano il piroscafo francese ed allora dai ponti carichi d’un’altra folla simile, altri fuggiaschi trasbordavano ad accrescere lo strano carico umano dell’ Amiral Guépratte .

— Comandante, la pressione è raggiunta e possiamo salpare – annunciò attraverso il portavoce della sala delle macchine la voce tranquilla del capo macchinista.

Viala non attendeva che questo annuncio; il campanello di comando squillò subito e le macchine si misero in moto. La nave retrocesse lentamente verso l’ormeggio di poppa, allontanò la prua dalla banchina, si fermò, attese che il mare dinanzi a sè fosse ben sgombro e poi iniziò la sua marcia innanzi.

Il piroscafo si lanciò in quel mare in fiamme scostando facilmente; con la potenza della sua massa, le imbarcazioni incendiate che si trovavano sulla sua rotta, e presto si trovò in acqua libera ed il suo comandante ebbe un sospiro di sollievo. Era tempo!

Le lamiere dello scafo, surriscaldate, cominciavano a perdere la rigidezza della loro forma e, nel profondo delle stive, il calore spaventoso rendeva quasi impossibile il resistervi ai macchinisti ed ai fuochisti, mentre a poppa pareva che l’incendio si diffondesse.

Ma la nave mise la prua al vento e l’equipaggio potè domare abbastanza rapidamente il flagello incipiente.

Intanto si scatenava il tifone e contro di esso bisognava iniziare la nuova lotta.

Nella rada il mare si sollevava con ondate enormi e tumultuose sotto il soffio potente che urlava fra le alberature e le soprastrutture. Una quantità di navi a vela ed a vapore avevano abbandonati gli ormeggi in parte volontariamente ed in parte perchè le loro catene d’àncora s’eran rotte: in quella confusione, alcune muovevano a velocità ridotta mentre altre, prive di mezzi di propulsione, in balìa del mare, eran spinte verso la costa alla quale alcune eran già tanto vicine da esser considerate perdute.

Essendosi messo alla cappa da tribordo, a buona velocità, l’ Amiral Guépratte non avanzava affatto tanto era la violenza del vento e del mare infuriato; ma tutto ben considerato, il comandante se ne rallegrava perchè da prua la costa non era che a poche miglia e la nave non poteva virar di bordo per non mettersi traverso al vento senza impegnarsi pericolosamente.

Il ponte di comando che si trovava quindici metri sopra la linea di galleggiamento era spazzato dai colpi di mare; gli uomini resistevano a stento al rullìo violentissimo e Viala, in mezzo a quella tormenta, doveva manovrare continuamente per evitare le altre navi.

Finalmente, dopo il passaggio di un’ondata gigantesca che spazzò la rada per buttarsi all’assalto della costa coprendola d’un mantello di spuma, il vento cominciò a diminuire, e nella baia il mare divenne più calmo.

Il tifone era passato: s’allontanava portando più lungi sconvolgimento e rovina.

Due ore dopo aver lasciato l’ormeggio, l’ Amiral Guépratte poteva ancorarsi su trenta metri di fondo in acque relativamente calme ed a qualche centinaio di braccia dalle banchine in rovina; ma l’equipaggio non pensava affatto al riposo.

— Sono necessarî soccorsi laggiù – disse Viala al dottor Mérien medico di bordo. – Mi avvicinerò alla banchina e vi manderò a terra con una squadra di uomini.

— Sono a vostra disposizione, capitano – rispose il medico.

— Non sarà mai detto – rispose Viala – che una nave francese si sia accontentata di cavarsela per conto proprio.

Il medico approvò: aveva già provveduto perchè l’infermeria potesse accogliere un centinaio di feriti.

— I nostri son già medicati e riposano. Spero che non avremo morti tranne quel povero Le Louan, il fuochista, che venne ferito mortalmente al capo mentre combatteva l’incendio.

L’ Amiral Guépratte manovrò nuovamente e non appena esso fu a posto il comandante fece trasportare a terra le squadre di soccorso malgrado le proteste di alcuni passeggeri egoisti i quali avevan fretta d’abbandonare quei luoghi di spavento.

Viala fu irremovibile: c’era chi aveva bisogno di lui! Certamente tutti gli ospedali, le cliniche e le farmacie della città avevano subìto la sorte delle case: c’erano degli uomini che soffrivano ed era doveroso assisterli.

Il tenente Catelain, secondo di bordo, diresse lo sbarco.

Aveva appena messo piede sulla banchina coi suoi uomini, quando scorse poco lontano, davanti alle rovine irriconoscibili del palazzo dove eran stati gli uffici della ditta Sukoda, un gruppo d’ufficiali giapponesi che discutevano animatamente.

Alla vista dei marinai francesi muniti di pale, picconi, scuri ed altri attrezzi, uno degli ufficiali si precipitò ad incontrarli: era il generale di divisione Saionji, comandante di corpo d’armata, una delle personalità più in vista del Giappone.

Giunto davanti a Catelain, salutò militarmente e con quel sorriso che i giapponesi accompagnano sempre alla manifestazione di ogni sentimento che, per pudore e per educazione, non si deve lasciar trasparire troppo, egli parlò:

— Francesi, non è vero?

— Francesi, generale – rispose Catelain.

— Grazie, signori: siete sempre pronti ove occorra sacrificarsi per chi necessiti d’aiuto.

— Non è il caso di ringraziare, generale; è il compimento di un dovere di solidarietà umana. Possiamo esservi utili?

Il generale si volse verso le macerie del palazzo.

— Abbiamo motivo di credere che sotto quei rottami sia un nostro carissimo amico, un uomo che tutti amavamo. Può darsi che sia ancora vivo: posso chiedervi di dedicare i vostri primi sforzi ad un tentativo per salvarlo? Quanti ci vedete qui ve ne saremo gratissimi.

— Ai vostri ordini, generale.

I francesi vennero salutati anche dagli altri ufficiali e sotto la guida intelligente del tenente Catelain, cominciarono subito a sgombrare quel monte di rottami usando tutte le precauzioni necessarie per evitare nuovi crolli.

Era un lavoro assai pericoloso perchè continuavano le scosse sismiche; ma non se ne curavano.

Scavarono a lungo, spostarono pietre, le trasportarono a forza di braccia, puntellarono quando fu necessario, senza mai riposare malgrado la stanchezza, fin che si riconobbe d’esser giunti dov’erano gli uffici del disgraziato Sukoda e così fu ritrovato anche il suo ufficio particolare.

Finalmente fu raggiunto l’oratorio e nello scavo quasi buio apparve incerta una forma umana. Malgrado il loro dominio sui propri sentimenti, i giapponesi si lasciarono sfuggire un grido di gioia.

Occorsero però ancora molti sforzi, molti lavori di puntellamento e molte precauzioni prima di poter trarre alla luce quel corpo: poi due marinai lo afferrarono e lo portarono alla superficie. Questa volta i giapponesi non nascosero la loro delusione.

L’uomo, che respirava ancora, era un giallo, ma non era lo Sciogun; invece d’essere aquilino, il suo naso appariva più piccolo, di forma abbastanza delicata, ma un poco rialzato: l’abito all’europea, consunto, appariva piuttosto quello di un piccolo impiegato, che non quello dell’elegante capo di una ricca azienda commerciale.

— Non è Sukoda! – esclamò tristemente il generale Saionji.

— Ebbene – rispose Catelain – mentre il dottore Mérien si occuperà di questo disgraziato, cercheremo il signor Sukoda. Se è qua sotto, morto o vivo lo ritroveremo.

E le ricerche continuarono. Non furono lunghe, ancora. Una trave di ferro, caduta di traverso, aveva formato quella specie di nicchia dov’era stato trovato il primo ferito e presto, appena emergente da una specie di imbottitura formata dai calcinacci, fra i due vasi dell’altare dagli alti fiori di loto, si scoperse il corpo del rappresentante marittimo.

Neppur lui era morto, poichè quella trave provvidenziale l’aveva in parte riparato dal crollo dei rottami.

Catelain si stupì di vedere il generale Saionji che, quasi di nascosto e ad occhi chiusi, faceva a quel corpo inerte, un grande inchino cerimonioso che manifestava più il rispetto d’un inferiore pel suo superiore che non l’amicizia d’un uguale.

Intanto il dottor Mérien prodigava le sue cure al primo dissepolto il quale presentava ferite e contusioni multiple e che, per effetto dei sali che gli furono fatti fiutare e delle energiche frizioni alle quali fu sottoposto, aperse gli occhi.

Il ferito, dopo aver fatto scorrere tutt’attorno uno sguardo incerto, scorse il berretto di Mérien dal bordo di velluto color granata ed i suoi occhi si animarono. Sorrise ed a stento domandò con voce debole come un soffio:

— Francese?

— Sì – rispose Mérien.

— Fate attenzione... non una parola che mi tradisca! – riprese il ferito. – Sono francese anch’io... Annamita, ma francese! Fatemi condurre subito dal comandante del vostro bastimento... presto!... Sono in gioco interessi immensi... non posso dir nulla prima d’aver parlato al vostro comandante... non c’è un momento da perdere!

Mérien l’ebbe per detto: si prese la responsabilità, senza nemmeno avvertire Catelain, circondato dai giapponesi, di staccare due uomini per trasportare il ferito a bordo dell’ Amiral Guépratte mediante una barella. Nello stesso istante il tenente proponeva agli ufficiali giapponesi di far curare il loro amico a bordo del piroscafo, ma essi lo ringraziarono ed espressero cortesemente il desiderio che fosse trasportato ad una villa del Bluff che era rimasta intatta...

Mérien si accontentò, dunque, di prodigargli le prime cure.

* * *

Dall’alto del ponte di comando, che non abbandonava mai per meglio sorvegliare tutto, il comandante dell’ Amiral Guépratte vide con stupore che una delle scialuppe ritornava quasi vuota.

Vi erano due soli vogatori ed un solo ferito steso sopra una barella.

Viala discese dal suo osservatorio per accogliere alla scaletta di bordo il suo disgraziato ospite e si chinò su di lui per dirgli delle parole di consolazione.

L’uomo, un giallo, che ancora risentiva l’effetto della violenta emozione subita ed era indolorito dalle numerose contusioni, respirava a stento; ma, ansioso, si sollevò e fece uno sforzo per chiedere in buon francese, con grande sorpresa del capitano:

— Siete il comandante del piroscafo?

— Sì, il capitano Viala delle Messageries Maritimes... Come state? Vi farò trasportare subito all’infermeria perchè suppongo che si tratti di un caso urgente.

L’uomo alzò le spalle ma quel movimento che gli aveva causato un dolore acuto gli strappò una smorfia.

— Si tratta di ben altro: sono Ho-Du, annamita, tenente di fanteria coloniale: vogliate prendere nella tasca di sinistra del mio corpetto i documenti d’identità. Scusatemi se non ve li porgo io stesso, ma ho il braccio destro rotto.

— Non importa, vi credo sulla parola.

— No, no – protestò l’annamita: – è necessario che abbiate la massima fiducia in me... quel che devo dirvi è gravissimo... si tratta della salvezza dell’Europa...

Viala ebbe un tanto di sorpresa e guardò l’uomo che, sulla barella, era steso ai suoi piedi, chiedendosi se le emozioni che aveva provato non gli avessero sconvolto il cervello.

Ma no... l’occhio era limpido, lo sguardo ne era intelligente.

— Che cosa dite? – domandò.

— La pura verità; vi prego di crederlo. Volete farmi trasportare in un luogo dove si possa parlare senza timore di indiscrezioni?

Il capitano della nave esaminò rapidamente i documenti del ferito.

— Sta bene – disse: – siete il tenente Ho-Du: non ne dubitavo. Vi farò trasportare nella mia camera dove potremo parlare senza timore di indiscrezioni: ma prima dovrà essere rifatta la vostra medicazione provvisoria.

Ho-Du lo interruppe recisamente

— Mi si medicherà poi: non ho che un braccio rotto; quanto al resto non si tratta che di contusioni!... Forse un paio di costole un po’ malconce... È roba che può aspettare...

Viala ammirò la fredda ed indomabile energia che brillava negli occhi di quell’asiatico, di quel piccolo uomo dal viso d’adolescente, dai lineamenti fini, il quale doveva possedere una volontà di ferro.

Un momento dopo entrambi stavano a discorrere a porta chiusa.

Quel che fu detto nessuno lo seppe, ma in capo ad un quarto d’ora il comandante riapparve con aria grave ed assorta per trovarsi col suo secondo che aveva fatto chiamare.

— Provvedete subito alla manovra per la partenza –ordinò col tono perentorio dei giorni solenni. – Si lancino colpi di sirena per richiamare le squadre che sono a terra.

Poco dopo la sirena muggiva ripetutamente, e da ogni parte si vedevano accorrere verso i canotti gli uomini dell’ Amiral Guépratte i quali non si erano ancora allontanati molto dal lungomare demolito tanto lavoro avevan trovato fin dai primi passi che avevan fatto a terra.

Ho-Du, svenuto non appena terminato il colloquio, fu rimesso alle cure del dottor Mérien che già era ritornato a bordo; ma il suo stato non era grave.

I preparativi per la partenza vennero compiuti in breve ed il piroscafo lasciò la penisola di Idzu a tribordo e d’isola Oho-Scima a babordo coi loro paesaggi da piatti dipinti ed i loro pini dai contorcimenti fantastici.

Aveva lasciato la baia di Tokio disseminata di rottami, colle coste lugubramente sparse di navi naufragate mentre le carcasse dei bastimenti da carico affondati qua e là sembravano scogli non ancora segnati sule carte.

Vista da una certa distanza quella terra paradisiaca diveuta improvvisamente luogo di desolazione, perdeva tutto il suo orrore – fortunatamente passeggero – e si ritrovava la sua incomparabile dolcezza poichè questa derivava interamente dalla bellezza del paesaggio.

Non si distinguevano più le tracce del disastro; la brezza portava il profumo dei fiori e, malgrado tutto, partendo, si dimenticava il Giappone tragico per rimpiangere ancora il Giappone bizzarro, variopinto e grazioso.

* * *

Viala aveva fatto dire al comandante di macchina di recarsi da lui sul ponte di comando. Era quegli un uomo magro e secco di una cinquantina d’anni, dalla barba grigia, dall’aspetto corretto, sempre stretto nella finanziera d’uniforme e che si esprimeva con molta parsimonia di parole.

— Riantec – gli spiegò il comandante – è necessario che le macchine rendano tutto quanto posson dare. Ho motivi gravissimi per giungere a Saigon all’ora regolamentare malgrado tutto il tempo che abbiamo perduto a Yokohama. Normalmente facciamo ventitrè nodi, ma alle prove le macchine hanno dato anche venticinque: cercate di raggiungere e di mantenere questa velocità.

— Comandante – fece osservare il bretone – i venticinque nodi sono stati ottenuti durante otto ore e la nave non poteva reggere di più: per percorrere le duemila miglia che ci separano da Saigon bisognerebbe mantenere questa velocità per tre giorni. Non è possibile.

— Lo si farà ugualmente – rispose il comandante un po’ nervoso. – Ho detto «È necessario»; avete capito, Riantec? Non è per l’onore del bastimento: è per la Francia .

Commosso dal tono del suo capo che aveva sottolineato le tre ultime parole, il comandante di macchina guardò il capitano con uno sguardo interrogatore.

— Si tratta di cosa molto seria, caro mio – continuò questi: – scusatemi se non posso dirvi di più per ora... si tratta di una missione dalla quale può dipendere l’avvenire della nostra Patria! Chiedo la buona volontà e, occorrendo, il sacrificio di tutti.

Riantec aveva capito questa volta che non si trattava di una semplice gara:

— Sta bene, comandante, raddoppierò i quarti ai forni ed io stesso non abbandonerò mai la macchina.

La notte era completamente calata ed il mare, appena mosso, permetteva le più forti velocità: presto il loche dimostrò che gli ordini del comandante erano stati eseguiti.

Abituati ai rumori di bordo, certi passeggeri compresero perfettamente che si forzava la velocità, ma immaginarono che il comandante volesse riacquistare il tempo perduto e se ne rallegrarono e dormirono saporitamente al ronzio ed al ritmo sempre più frenetico delle macchine e degli alberi di trasmissione.

XIX.

I dodici Ronin.

Sukoda aveva ripreso conoscenza nel ricovero provvisorio dov’era stato trasportato dagli ufficiali che avevano assistito al suo disseppellimento e volgeva sguardi attoniti sui muri e sul tetto di tela e non gli riusciva di comprendere come si trovasse in quello strano asilo.

Poi, a poco a poco, ed in senso inverso come un nastro cinematografico che si svolgesse dalla fine, i ricordi sfilarono nella sua mente. Un colpo violento... tutto si frantumava attorno a lui... l’oratorio, la preghiera, la gioia pel telegramma ricevuto... Egli trasalì.

Il telegramma? A stento egli potè togliere un braccio di sotto le lenzuola ed aperse la mano... La traduzione del telegramma non v’era più.

Già pallido e giallo come vecchio avorio, il suo viso mutò ancora di colore e divenne verdastro.

Egli rammentava benissimo il suo ingresso nell’oratorio, il telegramma di Solok e la sua traduzione che teneva nella mano destra: li aveva branditi entrambi trionfalmente verso il cielo e credeva ancora di sentirli fra le dita mentre colla mano sinistra, impugnante la mazzuola, batteva sul grande tamburo rituale. Allora la prima scossa l’aveva fatto ruzzolare a terra.

Ma egli non aveva abbandonato le carte preziose e le teneva sempre strette in pugno... sì, sì; le teneva sempre quando parecchie persone sue dipendenti erano entrate nella cappella per soccorrerlo. Ed in quel momento era avvenuta la seconda scossa e... egli non rammentava più.

Quelle carte di tanta importanza eran dunque perdute?

E se qualcuno le avesse raccolte, rubate? A questa idea angosciosa egli non fu più padrone di se stesso e con voce tremante chiamò:

— Ehi!... Ehi!.. Ehi!...

Gli ufficiali superiori, in ansia, attendevano all’ingresso della tenda che colui che chiamavano il loro signore riprendesse i sensi.

Si precipitarono nell’interno prima ancora dell’infermiera Sukoda si informò con voce debole:

— E delle carte che avevo in mano quando la terra ha tremato, che ne è avvenuto?

I generali si guardarono. Di quali carte si trattava?

Saionji si incaricò di rispondere:

— La vostra Alta Signoria non aveva carte in mano quando abbiamo avuto l’immensa felicità di ritrovare il suo corpo prezioso. Ne sono certo. Questo particolare non mi sarebbe sfuggito.

Tutti confermarono con un cenno del capo.

Il discenderete degli Sciogun si agitò gemendo:

— Bisogna ritrovarle; bisogna ritrovarle!... Altrimenti bisogna avvertire la nostra polizia. Se quella carte cadono in mani indiscrete tutta l’Opera è compromessa.

Uno dei generali partì correndo e dei poliziotti affiliati alla causa dello Sciogun iniziarono quasi immediatamente le ricerche.

Intanto alcuni ufficiali, alla luce di lanterne a mano, visitavano lo scavo fatto nelle macerie del palazzo e non disdegnavano di maneggiare picconi e pale per smuovere metodicamente i rottami. Se colà quei documenti eran caduti dalle mani del loro Signore, li avrebbero certamente ritrovati...

Ma non furono rinvenuti; e siccome nel palazzo non era scoppiato incendio, la convinzione fu presto generale che un audace si fosse impadronito del telegramma e della sua traduzione.

Dal canto loro, i poliziotti riuscivano a precisare che l’impiegato scoperto fra i rottami prima di Sukoda era stato trasportato in tutta fretta a bordo dell’ Amiral Guépratte e che il piroscafo aveva subito salpato, non senza una certa precipitazione che poteva apparire sospetta.

Quei giapponesi tanto impassibili riuscivano a stento a dissimulare la loro costernazione. Che fare? Era ammissibile che una cospirazione così ben organizzata fallisse per quel terremoto?

Saionji prese la parola:

— Non possiamo, senza pericolo per la nostra causa, far agire il Governo attuale che certamente temerebbe di suscitare complicazioni internazionali; ma fra le navi da guerra accorse in rada c’è l’ Oyama il cui stato maggiore è con noi. Lanciamolo all’inseguimento del piroscafo ed a qualunque costo riprenda l’uomo ed i documenti. Poi si potrà sempre negare e spiegar più o meno bene la nostra condotta tanto nei riguardi dell’estero quanto verso il Mikado.

Questa soluzione era ben lontana dall’essere perfetta ed era anche infinitamente avventurosa, ma essi non sapevano escogitare di meglio e poichè si trattava di una questione vitale per la Causa non c’era da esitare.

Mezz’ora dopo, visitato dal generale a bordo della sua nave, il comandante dell’ Oyama , capitano di fregata Kawaguchi, si assunse l’impegno di inseguire il piroscafo.

La cosa gli riusciva facile poichè, per anzianità, era il capo della piccola squadra sfuggita alla distruzione dell’arsenale di Sasebo e che si era subito recata a portar soccorsi a Yokohama.

— Siamo d’accordo – rispose – e che l’anima degli Antenati mi assista. Quel piroscafo lo fermerò, lo visiterò per amore o per forza e scoprirò l’uomo, lo arresterò e lo ricondurrò coi documenti.

— Perdonate alla mia insufficienza di comprensione – disse il generale. – Ma, e se il francese non obbedisse all’intimazione?

— La Vostra Superiorità ha già previsto la risposta. La Causa innanzi tutto! So benissimo che agirei contrariamente a quello che Essi chiamano il Diritto delle Genti e che mi assumerei una grave responsabilità verso il Governo attuale. Corro il rischio di esser condotto davanti al plotone d’esecuzione. Tanto peggio! I miei antenati non avrebbero esitato più di quanto esiti io.

Le circostanze volevano che il piccolo incrociatore fosse sotto pressione e pronto alla partenza. Venne dunque lanciato all’inseguimento dell’ Amiral Guépratte con tutta la forza delle sue macchine; si allontanò dalla rada sotto un pennacchio enorme di fumo nero lasciandosi dietro una larga scia di spuma e non tardò a scomparire all’orizzonte.

* * *

Alle sette della mattina, dopo una notte di corsa pazzesca durante la quale il comandante di macchina, Riantec, non aveva cessato di tremare per i suoi ordigni, l’ Amirai Guépratte , che aveva sorpassato da parecchio tempo le isole Riu-Kiu, aveva già percorso circa settecento miglia e cioè un terzo della distanza che doveva superare.

Il capitano Viala si dichiarava soddisfattissimo quando, verso le otto, il timoniere di guardia segnalò un fumo a poppa. Poco dopo Viala si accorgeva che quella nave seguiva esattamente la sua stessa rotta. Per mezzo del binocolo egli distinse sulla linea d’orizzonte un’alberatura svelta portante coffe militari e poi tre tozzi fumaioli.

Era una nave da guerra... e che si avvicinava rapidamente all’ Amiral Guépratte . Sebbene indolenzito dalle sue contusioni ed ancora febbricitante, Ho-Du, quando il dottore gli ebbe ridotto il braccio fratturato, era salito sul ponte di comando a fianco del capitano Viala.

Questi gli diede un leggero colpo di gomito dicendo:

— Tenente Ho-Du, siamo inseguiti.

— Hanno una bella faccia tosta per farlo – rispose l’annamita – ma i giapponesi sono audaci.

— Vediamo un poco con chi abbiamo a che fare – rispose il marsigliese.

E paragonando i dati del libro «Flotte di combattimento» che veniva sempre tenuto sul ponte di comando, con quelli che gli apparivano attraverso le lenti del binocolo, Viala identificò presto l’ Oyama , incrociatore leggero, costruito nel 1918, stazzante tremilacinquecento tonnellate, capace di trentun nodi orari ed armato con cannoni da 139.

— Bah! – fece Ho-Du. – Non si avvicina che insensibilmente.

— Scusatemi, tenente, ma i vostri occhi non abituati vi ingannano: poco fa l’incrociatore era sotto l’orizzonte ed ora ne scorgiamo lo scafo... Non impiegherà molto tempo a raggiungerci... e non ho cannoni io. Possono forarci la pancia e colarci a picco come se l’ Amiral Guépratte fosse una qualunque tinozza.

Ho-Du interrogò il capitano con un’occhiata e vedendolo fermo e risoluto riprese:

— Posso chiedervi ciò che farete?

— Continuerò a fuggire con tutta la velocità delle mie macchine e non risponderò a nessuna intimazione. Immagino che esiteranno prima di prendere un atteggiamento apertamente ostile od a compiere atti di guerra. Hanno diritto di impiegar la forza, per fermarmi, soltanto nelle loro acque territoriali e ne siamo usciti da molto tempo. Non temete, non vi consegnerò a loro!

— Siete un uomo, capitano, ed un buon francese. Tentiamo dunque la sorte!

Viala si chinò sul portavoce della camera delle macchine:

— Attivate i fuochi, Riantec. A tutta pressione.

Il ponte andava affollandosi di passeggeri e di rifugiati i quali, anche soltanto dal contegno del capitano, che si volgeva continuamente verso poppa osservando col binocolo la nave che si avvicinava, comprendevano che stava accadendo qualche cosa di anormale.

Dal ponte superiore, delle grida salirono fino al comandante.

— Ma che cosa accade, capitano? Che nave è quella? Perchè ci segue?

Il marsigliese se la cavò rispondendo evasivamente:

— Segue la nostra stessa rotta! Il mare è di tutti.

L’ Oyama si avvicinava sempre più alla nave francese: ormai sotto il cielo chiaro, e sebbene esso apparisse ancora minuscolo, si cominciava a distinguerne i particolari.

Era quasi mezzogiorno quando giunse a portata di segnali ed una serie di bandiere salì lungo uno degli alberi.

— Benissimo! – disse Viala. – È il segnale NC del codice internazionale. Significa «Fermate immediatamente»... Mi fermerò quando mi farà comodo... Tanto più che giunge qualche cosa che ci aiuterà.

Si era alzata una brezza più fresca che accarezzava le gote e progressivamente il mare andava «gonfiandosi». Ormai, di massa assai inferiore a quella del piroscafo, l’incrociatore giapponese beccheggiava e rullava, assai più di quello, sulle onde che diventavano sempre più alte mentre il colosso del mare non ne risentiva affatto. E la distanza fra le due navi si accrebbe.

L’ Oyama perdeva velocità.

Viala chiamò Riantec al portavoce:

— Attivate i fuochi, Riantec.

— Ma, comandante, do quanto posso da ieri sera; se aumento ancora saltiamo. Mi avete chiesto venticinque nodi e credo che ne abbiate avuti anche di più.

— Ne ho avuti anche di più, è vero, ma non mi bastano più venticinque nodi, ne occorrono ventisette. Fate saltar tutto se occorre, ma aumentate ancora.

Riantec diede qualche ordine ed il movimento delle macchine divenne veramente infernale; si sarebbe detto che bielle e manovelle appartenessero ad una locomotiva da direttissimo spinta oltre il massimo della sua velocità normale.

Ed il mare ingrossava sempre più.

La distanza fra l’ Amiral Guépratte ed il suo inseguitore aumentò ancora...

Improvvisamente un fumo bianco apparve, e si dissipò immediatamente, a prua dell’ Oyama ed una detonazione secca giunse all’orecchio dei passeggeri.

— È un colpo d’avvertimento – annunciò uno che se ne intendeva. – Colpo in bianco.

— E che cosa significa? – domandò una signora elegantissima nel suo soprabito a grandi quadri.

— Vuol dire, signora – rispose il passeggero, un alto funzionario Coloniale che si dava grande importanza, obeso e che perciò occupava molto spazio – vuol dire che se non ci fermiamo quel giapponese comincerà a prenderci a cannonate ma non con delle nuvolette di fumo: con degli ottimi proiettili d’acciaio fuso più o meno esplosivi.

La viaggiatrice lanciò un grido di terrore e dal basso gridò a Viala:

— Fermate, comandante, poichè quella nave da guerra ve lo ordina.

— Signora, mi meravigliate – replicò il marsigliese. – Da quando i francesi ricevono ordini dai giapponesi?

Il grosso funzionario coloniale che aveva già parlato interloquì:

— Da quando i piroscafi non hanno cannoni e gli incrociatori giapponesi ne hanno quattro oltre i siluri! Permettetemi di dirvi, comandante, che non comprendo la vostra ostinazione.

— Signore – rispose seccamente Viala – permettetemi di dirvi che qui comando soltanto io! È una questione di dignità nazionale! Non mi lascerò fermare contro il diritto delle genti e, del resto, stiamo per sfuggire all’incrociatore grazie al vento che si è alzato.

Il funzionario coloniale si sentì colpito nel suo prestigio, il suo volto divenne rosso come un gigantesco pomodoro, grosso come venti pomodori messi assieme; egli gridò:

— È una pazzia! È un’ostinazione inconcepibile! Vi farò osservare che rifiutate di dare ascolto alle mie osservazioni ragionevoli. Farò rapporto alla vostra Compagnia ed alle autorità superiori.

— Voi farete quello che vi piacerà, signor mio; ma io so quello che devo fare e non vi ho chiesto la vostra opinione.

Molti passeggeri, e soprattutto passeggere, si erano riuniti attorno al grosso signore che aveva protestato ed alle ultime parole del comandante si innalzò un mormorìo che a poco a poco parve trasformarsi in qualche cosa che sembrava una fischiata: nello stesso tempo passava attraverso l’alberatura un sibilo potente. Tutte le teste parvero rientrare fra le spalle e ad un centinaio di metri avanti la prua del piroscafo una granata sollevò un grande spruzzo di spuma e poi, rimbalzando, parecchi altri minori.

— Colpo lungo – disse tranquillamente Ho-Du.

— Una granata!... – gridò qualcuno. – I giapponesi ci cannoneggiano davvero... – Quel comandante maledetto ci fa ammazzare!...

Con voce tagliente Viala annunciò:

— Signore e signori, vi ripeto che, per legge, sono il padrone a bordo! Chiunque, sino alla fine di questo incidente di traversata, si permetterà di alzare la voce verrà consegnato in cabina con una sentinella alla porta. Chi tenterà di ribellarsi verrà considerato come un ammutinato e sarà messo ai ferri. Ho detto!

Impressionati da questa dichiarazione energica molti tacquero, ma il funzionario coloniale, il signor Dubournier-Carbolèze, non poteva rassegnarsi a tacere: impallidì e, come uno strano camaleonte, passò dal color rosso pomodoro al color giallo sego.

— Non finirà così! – gridò.

— Nossignore – dichiarò Viala – perchè con mio grande dolore mi vedo costretto a farvi mettere agli arresti fino a nuovo ordine. Il caso ci ha affidato una missione importante per la sicurezza della Francia: chiedo l’aiuto di tutti i francesi e l’obbedienza degli altri passeggeri.

Bisogna riconoscere che questa dichiarazione calmò immediatamente ogni velleità turbolenta; soltanto qualche timida voce tentò ancora di proclamare il diritto, di chi ha pagato il biglietto, d’essere trasportato colla massima sicurezza: altri affermavano, ma all’orecchio del vicino, che «erano borghesi» e che «dei semplici passeggeri non assumevano missioni pericolose».

Ma tutto si ridusse a questo ed il signor Duboùrnier-Carbolèze stesso non fiatò più: il nome della Francia, gettato sulla bilancia, aveva spezzato tutti i reclami se non aveva avuto il potere di calmare tutti gli spaventi.

Altri proiettili avevano seguito il primo: il secondo troppo corto era caduto nella scia; il terzo deviato da un colpo di rullio dell’incrociatore s’era perso a babordo; il quarto, finalmente, aveva colpito in pieno la poppa del piroscafo producendovi danni, ferendo un marinaio e sfondando una imbarcazione.

Si udirono grida di donne e fra i passeggeri vi fu grande emozione; ma gli uomini dell’equipaggio non si impressionarono. Si erano investiti della cosa. Pieni d’amor proprio nazionale, anche quelli di solito più turbolenti, che ad ogni minima occasione parlavano di sbarcare, sostenevano, col loro fermo contegno, il comandante che stimavano e nel quale avevano fiducia.

— Eh, facciano pure! Ha la pelle dura il nostro Viala!

— Ha ragione, perbacco! Non dobbiamo lasciarci dettar legge dai gialli, diamine! È un peccato che non si possa rispondere a dovere a quei maledetti cani!

Il mare intanto andava peggiorando ed i giapponesi perdevano distanza: il rullìo ed il beccheggio ai quali era sottoposto l’incrociatore rendeva assai malsicuro il suo tiro e le sue cannonate, e due proiettili soli colpirono il piroscafo, uno che demolì una manica a vento e l’altro che passò vicino al comandante e, poco più in là, graffiò l’albero di mezzana.

Improvvisamente parecchie colonne di fumo vennero segnalate a prua:

— Guarda – disse tranquillamente Viala – si direbbe una squadra.

Delle alberature apparvero all’orizzonte, poi dei fumaioli e finalmente anche degli scafi; Viala potè allora riconoscere la squadra francese d’Estremo Oriente, tre grandi incrociatori, ed annunciarla ai passeggeri che, spaventati, avevano cominciato ad indossare le cinture di salvataggio.

Il piroscafo si diresse immediatamente verso quelle navi le quali avvertite dal telegrafo senza fili del pericolo che i loro connazionali correvano, avevano aumentato la velocità.

Anche i giapponesi avevano riconosciuto i sopraggiungenti: l’ Oyama non poteva competere con loro e, per di più, le complicazioni diplomatiche si sarebbero assai aggravate; perciò fece fronte indietro e ripartì a grande velocità.

Ho-Du ed il prezioso telegramma erano salvi...

* * *

Mentre l’ Oyama riprendeva la via del ritorno, fra il suo equipaggio regnava la costernazione e gli ufficiali si guardavano con aria triste.

Non erano riusciti a compiere la missione di cui li aveva incaricati il successore dello Sciogun; poco importava loro della responsabilità militare che si erano accollata nei riguardi del Mikado e le sanzioni che questi avrebbe certamente applicato loro non appena informato; i veri samurai sanno accettare le conseguenze dei loro atti; ma restava il fatto desolante che avevano fallito e che «per colpa loro» il successo della Causa, di ciò che chiamavano «il nuovo mutamento» sarebbe stato compromesso.

Un silenzio lugubre regnava sull’incrociatore che poco prima era pieno di vita e vibrava delle acclamazioni dell’inseguimento; gli stessi marinai compivano il loro lavoro senza una parola scivolando lungo le corsie come delle ombre.

Giunto nella baia di Tokio, il capitano di fregata Kawaguchi riunì il suo stato maggiore nel quadrato e quando lo vide al completo si inchinò profondamente alla giapponese, colle mani sui ginocchi, trascurando il saluto militare, formalità presa dai barbari occidentali.

Tutti gli resero il saluto ed ancor più profondamente. Le loro anime si esaltavano perchè presentivano qualche cosa di grande!

Solenne e freddo il comandante percorse con lo sguardo dei suoi occhi obliqui, quei figli della nobiltà del Sole Levante, poi sorrise e disse:

— Nobili samurai, vi saluto onorevolmente, io visconte Kawaguchi discendente di daimio ed il cui blasone è stato visto su tutti i campi di battaglia della storia giapponese... Perdonatemi la volgare inciviltà che mi ha indotto ad adunarvi qui mentre avreste voluto affrettarvi a scendere a terra per aver notizie del nostro signore. Malgrado l’infima stupidità della mia mente limitata, mi rendo esattamente conto della mia posizione verso di voi e verso la Causa: mi sono disonorato non riuscendo a compiere la missione che mi era stata affidata, ed una parte del mio disonore ricade su di voi. Ve ne chiedo umilmente scusa. Non sono giudice di ciò che voi potrete fare; ciò non riguarda che voi, nutriti fin dall’infanzia del cibo del Buchido, il nostro sommo codice cavalleresco; per conto mio, io, vostro indegno capo, intendo far ammenda onorevole al nostro signore – sia mille e diecimila volte glorificato. – Vi chiedo il favore di accompagnarmi a terra nella mia casa del Bluff poichè, col permesso degli dei ha potuto restar ritta in mezzo alla rovina generale. Attendo umilmente la vostra risposta, nobili samurai.

Un grande silenzio seguì queste parole che avevano un senso nascosto di cui ognuno degli ufficiali aveva chiaramente compreso il funebre significato,

Finalmente il capitano di corvetta Awata, comandante in seconda dell’incrociatore, si incaricò della risposta al suo capo il quale in quella circostanza non era più che l’uguale degli altri signori e li aveva riuniti soltanto a questo titolo senza tener conto alcuno dei gradi militari.

— La vostra domanda ci onora infinitamente, signor Kawaguchi e vi ringraziamo per averci considerati, noi miseri insetti, come persone che abbiano qualche valore ai vostri occhi. Ci avete chiesto di accompagnarvi alla vostra villa?

Awata si interruppe per scorrere la piccola assemblea con uno sguardo circolare scintillante, e di mano in mano che i suoi occhi ne incontravano altri questi ne sostenevano fieramente lo sguardo e poi le palpebre si abbassavano in segno di consenso. Nessuno si distolse.

C’erano il tenente di vascello Kamasura, il comandante di macchina Hito, i guardiamarina Kitagami, Tatsuta, Hoksai, i cadetti Matsuyè, Tottori e Nihigata, il commissario Nichi ed il vice commissario Ohita.

Allora Awata terminò la frase.

— ...lo faremo onorevolmente.

Per una seconda volta Kawaguchi si inchinò fin quasi a terra, poi si raddrizzò e disse

— Ma siccome è necessario che la nave non soffra per la nostra assenza, gli ufficiali di ogni grado sorteggeranno chi di loro rimarrà a bordo pel servizio.

E così, Kamasura, Hoksai, Nihigata ed Ohita furono designati per rimanere a bordo. Gli altri si separarono da loro dopo saluti solenni e discesero in una imbarcazione che li portò a terra.

Smontarono sulla banchina sconvolta dal disastro e camminarono attraverso le macerie della città morta, scalando monticelli di rottami, saltando crepacci, scendendo in fossati ineguali senza omettere di turarsi il naso col fazzoletto di carta di riso tanto era insopportabile il tanfo di decomposizione che esalava da quelle rovine. Ovunque si lavorava con grande attività allo sgombero, ed un tepido sole leggero rischiarava dolcemente quell’immenso carnaio.

Certi cadaveri erano ancora irrigiditi in atteggiamenti manifestanti il terrore e gli ufficiali li guardavano senza emozione alcuna.

Che cosa, più di un vivo, è simile ad un morto?

Incontravano autocarri che portavano i rifornimenti di viveri a quella popolazione affamata; dei piccoli commercianti riprendevano il loro commercio sotto delle tende e la città cominciava a rinascere.

Così essi giunsero alla strada che saliva sul fianco del Bluff: camminavano fra giardini deliziosi, smaltati di fiori in mezzo a prati di soffice erba smeraldina.

E dietro una balaustrata di legno bianco a sezione quadra, videro apparire la villa di Kawaguchi, graziosa casetta giapponese, composta del solo piano terreno, miracolosamente rispettata dal terremoto.

Dei domestici si erano precipitati incontro ai visitatori perchè non si entra mai in una casa giapponese colle calzature da strada.

Gli otto ufficiali, cerimoniosamente guidati da Kawaguchi, furono introdotti in una specie di guardaroba ove pendevano da attaccapanni alcune dozzine di kimono, quelle vesti di seta broccata dai colori affascinanti sulle quali sono disegnati o ricamati fiori e piante, o dove volano cicogne sullo sfondo del vulcano Fusi-Yama.

Tutti svestirono l’uniforme all’europea, rivestirono quei kimoni e, calzati di tabi , specie di calze bianche, basse e nel cui piede è distinto il posto per il pollice; poi seguirono Kawaguchi nella stanza principale della casa. Secondo l’uso giapponese non v’era colà mobile alcuno e gli ospiti del capitano di fregata si prosternarono l’un dopo l’altro davanti alla cappelletta degli Antenati, formante come un piccolo gabinetto in fondo alla sala, ove bruciavano carte profumate.

Fu una scena strana e tragica.

Dopo infiniti complimenti paragonabili a quelli che si scambiano due persone gentili che si invitino scambievolmente a passar per primi, gli otto signori si misero d’accordo di «non essere importuni».

I quattro più anziani; Kawaguchi, Awata, Hito e Nichi, si accosciarono ciascuno sopra un tatami , stuoia bianca di tre piedi per sei, di paglia di riso e che si trova uguale in tutte le case giapponesi dalla più povera alla più ricca. Tutti e quattro avevano alla cintura una sciabola giapponese antica e delicatamente ornata, ed in pugno tenevano un pugnale nudo ed un foglio di carta di seta. Con cura meticolosa avvolsero le lame colla carta fino alla metà e deposero sulle ginocchia i pugnali così avvolti; allora rivolgendosi verso Kitagami, Tatsuta, Matsuyè e Tottori:

— Nobili signori – disse Kawaguchi con voce calma e con intonazione di suprema cortesia – ci userete la cortesia di assisterci nel nostro sappuku ?

Rimasti ritti, i quattro samurai più giovani si inchinarono fino a terra e Tatsuta, il più anziano, rispose collo stesso tono e colla sua voce gutturale:

— Profondamente onorati dalla vostra scelta gloriosa, è con grande fierezza e con grande, grandissimo, onore che vi serviremo del nostro meglio.

— Degnatevi prendere le nostre sciabole — disse ancora Kawaguchi.

Le quattro lame volaron fuori dalle guaine di lacca decorata ed i quattro assistenti le ricevettero rispettosamente e ne provarono col pollice il filo tagliente.

— Onorevolmente ai vostri ordini, nobili signori! – dissero.

Poi si inginocchiarono ciascuno di fronte a colui che assistevano ciascuno dei quali domandò:

— L’errore dev’essere scontato, non è vero?

— Chi sono io – risposero gli assistenti – per contestare le conclusioni della vostra luminosa intelligenza?

— Grazie, allora, della vostra infinita compiacenza.

— Scusateci, ma è cosa della minima importanza.

E colla sciabola in pugno i quattro secondi si alzarono e si posero dietro i loro «assistiti».

Intanto questi, impugnati i pugnali avvolti nella carta di seta, ne avevano provato il filo e poi avevano afferrato l’arma colle due mani, l’una sull’impugnatura e l’altra sulla lama dove questa era protetta dalla carta.

Una pressione decisa, e le quattro lame scomparvero a metà nei quattro addomi che apersero largamente da destra a sinistra: una nube rossa insanguinò i fiori ed i graziosi paesaggi dei kimono.

Ben piantati sui garretti i secondi, colla sciabola levata, attendevano il momento: quando videro gli occhi dei loro compagni rovesciarsi ed il dolore contrarre un poco, malgrado il loro stoicismo, i lineamenti che volevano rimaner impassibili, vibrarono a tutta forza le loro lame ben temprate e più taglienti di rasoi eseguendo un moto di ritirata delle braccia, come se maneggiassero una sega, per facilitare la sezione.

Quattro lampi azzurri brillarono, quattro fontane di sangue scaturirono e le quattro teste, separate di netto dalle spalle, caddero pesantemente a terra mentre ai lembi dei quattro kimono, Kitagami, Tatsuta, Matsuyè e Tottori pulivano le lame arrossate.

E la stessa cerimonia si rinnovò per Kitagami e Tatsuta assistiti da Matsuyè e Tottori. Poi fu la volta di Matsuyè che si sventrò e fu decapitato da Tottori.

Rimasto solo, questi, il più giovane di tutti quei Ronin, che non aveva ventidue anni e non ne dimostrava quattordici, ebbe il compito più duro, come si usa in simili casi.

Nessuno lo avrebbe decapitato.

Ma non esitò: si aperse il ventre, come si deve, e rimase a lungo a contorcersi sulle stuoie soffrendo dolori indescrivibili fin che un domestico di Kawaguchi, avvertito dai gemiti che gli sfuggivano, lo finì con una pugnalata.

Due giorni dopo i quattro sopravviventi dello stato maggiore dell’ Oyama seguivano i loro compagni nella morte.

L’onore della nave era lavato col sangue e quei dodici ufficiali avevano seguito l’esempio famoso dei quarantasette Ronin di Nara che si aprirono il ventre sulla tomba del loro signore Asano dopo averlo ferocemente vendicato degli insulti del gran ciambellano Yorichide.

Esistono due Giapponi: quello dolce della bellezza graziosa ed il Giappone selvaggio della tragedia spaventosa.