LO SCETTRO D’ORO
LO SCETTRO D’ORO
LO SCETTRO D’ORO
XX.
L’irruzione delle acque.
Cola Mac Carthy, l’imprenditore scozzese perpetuamente errante, si trovava al Perù, fra Cuzco ed Ayacucho, in piena sierra , per l’esecuzione dell’ultimo contratto concluso per lavori pubblici.
I suoi capelli duri e bianchi gli formavano come un elmo argenteo sul capo; rughe e cicatrici indicavano sul suo volto baffuto, dagli occhi azzurri d’espressione dura, una quantità di avventure pericolose e parecchi combattimenti ed il passaggio devastatore di preoccupazioni e guai ed ostacoli superati a forza d’energia.
Dall’età di vent’anni non aveva cessato di correre pel mondo e mai aveva riveduto Perth la sua città natale e nemmeno la sua famiglia: diceva sovente:
— Non so nemmeno più come sia fatto il Ben Lomond, la celebre montagna del mio paese.
La sua vita era trascorsa nella polvere degli scavi e delle gallerie; fra i vapori miasmatici delle paludi, il fracasso dei picconi, delle pale, delle macchine scavatrici e delle mine: una quantità di strade ferrate gli dovevano i loro terrapieni, molti porti i loro bacini e molte case da gioco, da Sciangai ad Acapulco, gli dovevano anche molto denaro…
Lavorava come un bue, ma si divertiva come un ragazzo: non sapeva conservare il denaro; giocava centomila franchi sopra una sola carta e quando incontrava un mendicante gli dava tanto facilmente venti piastre quanto un calcio... e di frequente gli dava le une e l’altro. Perciò non si era arricchito.
Quando uno scozzese ha le mani bucate è una cosa spaventosa.
Fra difficoltà sempre nuove ora lavorava a raccordare la strada ferrata proveniente da Cuzco, un lungo tronco il quale doveva giungere ad Ayacucho, Huancavelica e Lima.
Aveva con sè ingegneri ed assistenti peruviani, oltre a due o trecento operai d’ogni paese e d’ogni colore: v’erano indiani sfiancati e denutriti; dei coolies cinesi, gialli come la bile; dei negri dalle facce scimmiesche, degli italiani abbronzati e dei polacchi insinuanti... Pareva d’essere al cantiere della famosa torre di Babele poichè tutti quegli uomini non si capivano a vicenda; si detestavano, litigavano durante ogni giorno e, per passare le ore di libertà, stavano ad aspettarsi dietro qualche roccia, col coltello in pugno.
Anch’essi avevan corso attraverso tutti i paesi del mondo senza che ciò avesse servito a qualche cosa: in ogni uomo non vedevano che un nemico.
Quella mattina, prima della sveglia, Mac Carthy era salito sopra una delle scarpate dominanti la gola dove, pel momento, la costruzione della strada ferrata avanzava a stento: la gola serpeggiava arcigna, inospitale ed anche ostile fra le groppe aride della montagna, appena coperte qua e là da radi abeti tanto striminziti da parer scopetti per pulir le bottiglie piantati nelle rocce buttate là confusamente, grige, gialle o nerastre.
Non si scorgeva, fin dove giungesse lo sguardo, altro che cime e gobbe; terre sterili dall’aspetto lugubre.
— Un paesaggio da cimitero – borbottava lo scozzese – qualche cosa come i terreni bombardati durante la guerra.
Intanto il fondo della gola andava animandosi, dove si affollavano le tende, ricoveri degli operai durante il loro sonno pesante per l’ubbriachezza od agitato per l’irritazione: a poco a poco ne uscivano gli uomini, lenti, nervosi e nostalgici; gettavano un’occhiata di scoraggiamento sui monti funebri che li circondavano, sbadigliavano, stiravano le braccia e la loro prima idea era quella di stuzzicare, burlandolo, qualche compagno d’altra razza.
Mac Carthy, a distanza, capiva tutto questo perchè immediatamente i due uomini erano faccia a faccia pronti al combattimento a meno che, brutalmente, non intervenissero gli assistenti per separarli colla mano pronta sul calcio della rivoltella.
Quasi alle porte dell’inferno, essi non sapevano più comportarsi che da demoni, sentivano la sciagura, la disgrazia che aleggiava nell’aria e facevano il male ai compagni per vendicarsi in anticipo di quello che loro toccherebbe.
Si formarono dei gruppi e l’imprenditore vide le squadre dirigersi verso i cantieri ma senza animazione, strascicando i piedi, a capo basso colle spalle curve come se il cielo grigio e basso vi pesasse. E, l’una dopo l’altra, le macchine si misero in moto.
Dei fischi urlarono il loro timore lanciando un piccolo pennacchio di vapore subito svanito come una speranza; i vagoncini ruzzolarono sulle rotaie con un fracassìo da bottega di calderaio e delle perforatrici ad aria compressa cominciarono il loro strepito di mitragliatrici mentre i compressori d’aria anfanavano.
Gli stantuffi sbuffavano come gatti, i colli smisurati delle spalatrici automatiche si allungavano simili a quelli dei plesiosauri; le loro mascelle, spalancate da parere effettivamente affamate, si abbattevano di colpo su mucchi di pietrame e li azzannavano d’un colpo rialzandosi come per deglutire; i picconi meccanici battevano disperatamente ma la pietra era tanto dura che la frequenza dei loro colpi andava diminuendo dopo un inizio troppo precipitoso. Nel muraglione di roccia che ormai sbarrava la strada, tuonarono delle esplosioni di dinamite seguite subito dallo scroscio doloroso dei rottami dai quali s’inalzava un nuvolone di polvere.
Sulla strada proveniente da Cuzco, e sulla quale si mandavan squadre di mano in mano che il lavoro progrediva, apparve un treno merci apportatore di travi e di tavole, pezzi, attrezzi, macchine di ricambio.
Esso fischiava rabbiosamente: – Levati di lì o ti stritolo! – e le rotaie che si scaricavano risuonavano con un baccano infernale che soffocava il suono argentino proveniente dalla fucina, il solo rumore allegro di quel pandemonio.
La locomotiva vomitava torrenti di fumo nero e nauseabondo scivolando sulle sue ruote basse ed ormai colà era tutto un formicolìo di esseri al lavoro per maltrattare e sventrare la terra madre.
— Che terreno! – gemeva Mac Carthy. – Roccia più dura delle corna del diavolo! Roccia, roccia e sempre roccia! Si spende per micce e picconi quanto per tutto il resto... Siamo all’aperto e non avanziamo più di venti metri al giorno... Non so come faremo, ora che stiamo per iniziare la galleria! Con questo esercito di mangiapane a ufo, ci rimetterò del mio! È un disastro prima ancora che la linea venga aperta e che la ferrovia si incarichi del massacro dei viaggiatori!
D’accordo cogli ingegneri, aveva stabilito di iniziare la galleria contemporaneamente su tutta l’ampiezza della luce mediante cinque perforatrici montate su incastellature, e ciò per riguadagnare il tempo perduto.
Era cupo e sfiduciato.
Fin da principio quella maledetta impresa aveva zoppicato; era stata una sequela di disgrazie. Le macchine, ed erano buone, si rovinavano ogni poco ed occorreva continuamente provvedere a riparazioni; gli uomini si ammalavano senza che si sapesse precisamente di che e ne morivano come mosche. Per costruire quel maledetto tronco certamente l’imprenditore aveva perduto più tempo e denaro di quanto ne avesse mai perduto in passato.
— Siamo perseguitati dalla disdetta; questo è indubitabile. Vuole la nostra pelle. – Queste parole egli le aveva dette, mentre ritornava ai cantieri, ad un assistente meticcio che aveva incontrato per via.
L’uomo ebbe uno sguardo spaventato e fece verso il cielo un gesto di scongiuro.
— È vero – rispose. – Hai torto nell’ostinarti in un’impresa maledetta a meno che tu preferisca il tuo denaro alla vita tua e nostra.
— Non dir sciocchezze – ribattè Mac Carthy battendo nervosamente il suolo colla sua grossa scarpa ferrata. – Ho detto così per dire, ma non presterò mai attenzione a tutte quelle sciocchezze di scimmie adoratrici del Sole.
— Padrone – rispose il meticcio – gli indiani discendenti degli Inca...
— Vorrai dire discendenti imbastarditi dei grandi Inca...
— Imbastarditi o no, hanno degli indovini che sanno predire esattamente l’avvenire e te lo dico nel tuo interesse, padrone, e tu dovresti credermi. Io non ho che da perdere dall’abbandono dei lavori, eppure lo auguro.
— Ti auguri di perdere ciò che ti dà da vivere?
— Spero di conservarmi la vita: non ho ancora volontà di morire. Gli indovini indiani affermano che non si giungerà mai a nulla di buono. Ai tempi della grandezza degli Inca, queste montagne erano consacrate agli dei e tu, mutilandole per farvi passare la strada ferrata, le hai profanate.
— Non dici che delle sciocchezze! – gridò Mac Carthy violentemente. – Che cosa voglion dire tutte queste chiacchiere? Sono storielle di selvaggi. Lasciami in pace perchè mi secchi, Benito.
Ma l’assistente non rinunciò alla sua idea; era deciso a sfidare la collera del padrone:
— È forse naturale che nella Sierra, che è sana, muoiano di febbre dozzine di lavoratori rotti a tutte le fatiche? È forse naturale che dei compagni di lavoro non pensino che a battersi fra di loro?... Che le macchine siano continuamente inservibili mentre è certo che ciò non dipende dal malvolere di nessuno? Come ha potuto, la grande scavatrice che pure era stata accuratamente messa a posto, rovesciarsi sopra un gruppo di operai... storpiandone ed uccidendone una ventina?
— Lo sai bene che in questo maledetto paese avviene una scossa di terremoto ogni giorno; è stata una di queste che ha rovesciato la macchina!
— Le scosse sismiche son forse altro che manifestazioni della collera divina?... No, padrone, vedi: il sole e la luna sono scontenti di noi e quanto più noi ci ostineremo, tanto più dovremo subire disgrazie... Ti assicuro che soltanto con molto stento mi riesce di trattenere i lavoratori indiani ed i cinesi ed anche i negri: sanno benissimo d’essere circondati da malefici e che gli spiriti divini ci avviluppano e ci mostrano a dito per le loro vendette. Non ve n’è uno il quale non sia persuaso che, se continua a lavorare qui ed a scavare questa terra sacra finirà col lasciarvi la vita ed a soccombere nel dolore.
— Vuoi smetterla, Benito, e andartene al tuo lavoro invece di star a raccontarmi tutte queste sciocchezze?
Questa volta Mac Carthy aveva assunto un certo tono, dardeggiando i suoi sguardi lucenti come acciaio, che l’assistente non disse altro e se ne andò verso il cantiere... disapprovando il padrone con tutta la sua testardaggine.
Ma lo scozzese, figlio d’un paese dove le leggende si succhiano col latte, era più impressionato di quanto volesse far credere; egli pure sentiva tutt’attorno un’atmosfera ostile: il cielo pareva ancor più basso, la luce più grigia e più funebre ed un senso diffuso di disagio gravava su tutta la regione.
Ma il vecchio «contractor» si irrigidì contro questa debolezza.
— Son dunque diventato una donnicciuola? – si domandò stizzoso e rosso di vergogna. – Tutte pazzie. Andiamo a vedere come lavorano le perforatrici della galleria.
Giunse ai piedi dell’incastellatura sulla quale si trovavano le macchine e scorse un Chiciua dai lunghi capelli cadenti sulle spalle e colla testa coperta da una vasta campana di paglia che, ritto davanti alla parete sulla quale mordevano le perforatrici, stava facendo grandi gesti veementi, e certamente magici, per paralizzare la collera degli dei.
Mac Carthy, esasperato, si avvicinò silenzioso a quel taumaturgo da strapazzo e gli appioppò un terribile calcio nel sedere: l’indiano si volse sorpreso, vide il padrone e fuggì fino al vagoncino che gli era stato affidato e si mise a scaricarlo col massimo zelo.
Ma quasi nello stesso tempo tutti gli addetti alle macchine scesero dall’impalcatura abbandonando le perforatrici e scrollando il capo.
Lo scozzese corse loro incontro:
— Che diavolo vi piglia? Che cosa fate? Non è ancora l’ora della sospensione. Ritornate subito al lavoro; svelti!
Ma con una risoluzione che aveva un che di cupo, i meccanici alzarono le spalle.
— Non si può – risposero ostinati: – si morrebbe tutti.
Alla vista di quei loro compagni recalcitranti, anche gli altri operai abbandonarono i loro posti di lavoro e si allontanarono: gli assistenti si lanciarono loro incontro per rimandarli al lavoro, ma quella folla eterogenea li cacciò in disparte e continuò il suo cammino allontanandosi dal cantiere.
Questa volta Mac Carthy decise di intervenire personalmente e corse a sbarrare la strada a quegli scioperanti.
— Al lavoro! – gridò con voce tonante.
Ma pareva che gli operai fossero ben saldi nella loro decisione: i loro visi bruni, neri, gialli e color del rame, si contrassero e tutti ad una voce gridarono:
— No, no! Basta con questo lavoro... Non vogliamo morir qui.
Lo scozzese tentò di far loro comprendere la ragione frenando la propria impazienza: delle rughe profonde s’erano scavate nella sua fronte cocciuta e colla sua voce alta e metallica egli parlava così:
— Come potete immaginare di dover morire soltanto perchè compiete onestamente un lavoro onesto pel quale siete pagati? Gli dei amano soprattutto coloro che compiono il proprio dovere...
— L’indovino ci ha detto che la collera degli dei è su di noi e che noi periremo tutti se continueremo a profanare questi luoghi sacri.
— Egli ve l’ha detto; ma che ne sa egli più di voi e di me?
— Ha detto la verità! Da quando le perforatrici hanno attaccato la montagna, si odono dei rumori strani, cupi rimbombi che rispondono allo stridore delle nostre macchine. È la collera degli dei! Tutti li abbiamo uditi chiaramente e non vogliamo morire!
Quegli uomini erano suggestionati dall’idea del pericolo!
— Che selvaggi! – mormorò lo scozzese; ma non volle lasciarsi sopraffare.
Trasse freddamente la pistola dalla fondina e con voce bassa ma perfettamente distinta ribattè:
— Se non volete morire vi invito a ritornare immediatamente ai vostri posti. Chi mi ha mandato tra i piedi una tal massa di imbecilli? Avanti: al lavoro o sparo. Uno... due...
Non ebbe bisogno di dir «tre». Gli operai si sparpagliarono di colpo ritornando di corsa ciascuno al proprio posto spaventati dalla minaccia immediata della pistola più che dal pericolo ipotetico della vendetta divina.
Ma non era difficile rendersi conto che quei disgraziati non obbedivano a suggestione: essi erano realmente spaventati. Ripresero docilmente il lavoro come cani frustati, a testa bassa, tremando e borbottando preci propiziatorie.
Gli uomini delle perforatrici erano ritornati alle loro macchine ed in breve ebbero terminati i fornelli delle mine dove i minatori introdussero le cartucce di dinamite e disposero l’intasatura necessaria.
Allora uno squillo di tromba dell’assistente fece ritirare tutta quella gente, fuori della portata dei rottami lanciati dallo scoppio.
Eran tutti pallidi ed ansiosi, tanto gli asiatici quanto gli europei ed i sud-americani: quella prima potente esplosione rappresentava l’attacco alla montagna sacra che l’empietà di uno scozzese pretendeva di sventrare per farvi passare una strada ferrata.
Cogli occhi fiammeggianti e smarriti, l’indiano dagli scongiuri ricominciò le sue gesticolazioni pazzesche, ed i suoi lunghi capelli neri e folti ondulavano seguendo i suoi movimenti disordinati.
Intanto il capo minatore terminava i suoi preparativi disponendo i fili elettrici che dovevano far scattare la scintilla nelle camere di mina collegate colla batteria di accumulatori.
Quando tutto fu pronto l’assistente lanciò un secondo squillo di tromba ed, al terzo, il capo minatore premette il bottone del commutatore.
Una detonazione formidabile scoppiò risvegliando paurosamente tutti gli echi delle montagne: ma l’effetto fu ben diverso da quello che attendevano gli ingegneri e lo stesso Mac Carthy.
Sempre «orso» e poco comunicativo, l’imprenditore era salito sopra un rilievo di terreno così da dominare di una trentina di metri la posizione, osservatorio ottimo vicino ai fornelli delle mine e che gli permetteva di dimostrare così di non aver paura delle proprie opere.
Una breccia enorme si aperse nella montagna ed invece di qualche tonnellata di roccia disgregata sprofondante in una nube di polvere, essa vomitò un mostruoso torrente d’acqua, una specie di Niagara. Questo precipitò schiumeggiando fuori dal fianco aperto nel monte, come uno spaventoso fantastico animale, ruggendo e spazzando tutto sulla sua strada attraverso la gola stretta ed incassata: pietre, impalcature, macchine, rotaie, materiali, vagoncini, tende... In un secondo la gola non fu più che un inferno di acque infuriate, di onde rimbalzanti che sommersero tutto; si sarebbe potuto paragonarla ad una enorme pentola in ebollizione.
Travi, cadaveri, oggetti d’ogni sorta apparivano a galla trascinati dai vortici, vi roteavano per un istante e scomparivano nuovamente lasciando il posto ad altri rottami e ad altri corpi privi di vita.
Quali catastrofi avrebbero portato quelle acque furibonde, quella forza così inopinatamente liberata, in lontane regioni abitate? Parve a Mac Carthy che tutta quell’acqua avesse impiegato un’ora a scorrere innanzi a lui!
Il fenomeno era invece durato tutt’al più una decina di minuti quando il flusso cessò quasi di colpo, poi la furia del torrente si calmò, si ridusse prima ad un fiume tranquillo, quindi ad un ruscello poi ad un filo d’acqua e finalmente cessò di scorrere.
Ma quale spettacolo di rovina!
Quel cañon desolato usciva ancor più desolato da quel turbine liquido che una maledizione pareva avesse scagliato su di lui; nessuna traccia rimaneva più dei lavori che vi erano stati compiuti; la strada era completamente scomparsa e tutti i materiali eran stati trascinati via dalle acque nella loro corsa furibonda ed irresistibile.
Lungo tutta la gola, fino alla svolta vicina, non si scorgevano che travi, rotaie contorte, abiti strappati, attrezzi, avanzi dell’accampamento, berretti, cappelli; tutto ridotto in condizioni pietose e quasi irriconoscibili.
Contorti, schiacciati, vagoncini, rotaie, macchine infrante eran sparsi nella valle.
Malgrado il suo cuore indurito, Mac Carthy era anche umano ed una lagrima scaturì dai suoi occhi. Ecco la sua opera!
Ma chi avrebbe potuto prevedere quella catastrofe? E se qualche imprudenza poteva essergli imputata non era forse essa da addossare soprattutto agli ingegneri peruviani? Per di più, qualunque esperto avrebbe omesso di eseguire sondaggi nella montagna prima di iniziarvi i lavori di mina poichè la parete appariva perfettamente compatta ed omogenea.
Ci si fida sempre dei dati geologici!
Attorno a sè egli non vedeva più nessun essere umano: erano tutti fuggiti o morti e Mac Carthy ebbe un lungo fremito e barcollò: per conto suo egli era, questa volta, irrimediabilmente rovinato, non possedeva più un soldo, nè una macchina, nè un attrezzo. Tutto il materiale che gli era costato tanto era, per così dire, volatilizzato... ed egli era indebitato fino al collo! Quell’avventura dava il colpo di grazia alla sua carriera di imprenditore e non avrebbe più potuto rifarsi.
Tolse la rivoltella dalla fondina e la considerò cupo; ma la rimise a posto:
— Ne ho viste di peggio – mormorò: – mi sono trovato in condizioni più brutte e sono sempre riuscito a rimettermi a galla... Avanti, Mac Carthy, la partita non è finita.
E già si accingeva a dominare le circostanze; battè il piede, energico e risoluto: avrebbe lottato fino alla fine; non doveva essere detto che Mac Carthy si fosse lasciato abbattere prima della morte. No!
Rialzando il capo gettò uno sguardo tutt’attorno... uno sguardo che non tenne conto alcuno di tutti quei rottami: era il passato quello, ed egli aveva ancora dell’avvenire innanzi a sè.
Di colpo egli scorse spalancata, nel fianco della montagna sventrata, la bocca da cui era stato vomitato quel torrente di morte.
Perbacco! Era là la spiegazione del disastro; dietro la parete rocciosa una grotta aveva servito da serbatoio alle acque sotterranee.
— Diavolo! – pensò. – Poichè nessun soccorso è più necessario per tutta questa povera gente che è morta qui e poichè quelli che sono riusciti a fuggire non ritorneranno certamente tanto presto, se pur ritorneranno mai, io me ne vado a visitare la «mia» grotta. Non posso dire che mi manchi il tempo per farlo.
Discese dalla collinetta che l’aveva salvato e, camminando nella fanghiglia, si diresse verso la breccia.
Superati senza troppa fatica i monticelli di rottami e di detriti, giunto sotto l’arcata scavata dall’esplosione della dinamite, egli lanciò un grido di stupore. Che cosa accadeva?
Aveva creduto di trovarsi entro uno scavo naturale dalle pareti ineguali, pieno di stalattiti e di stalagmiti dalle forme capricciose, ed invece l’immensa sala rettangolare nella quale si trovava e che aveva l’apparenza di un ampio vestibolo, era evidentemente scavata dalla mano dell’uomo.
Quella sala poteva avere cinquecento metri di lunghezza per trecento di larghezza
— Qui c’è qualcuna di quelle tombe segrete, generalmente per defunti di casta reale, che gli Inca scavavano o costruivano in luoghi lontani e male accessibili, un poco alla moda degli Egiziani che forse furono i loro antenati se l’Atlantide è esistita – pensò Mac Carthy. – Questa sala deve essere una specie di vestibolo... Non si fa un lavoro simile pel solo piacere di compierlo... È evidente che qui dentro non c’è mai stato nulla e che, dopo la conquista spagnuola, il luogo è rimasto qual era al tempo dei Figli del Sole.
E, facendo il giro delle pareti, lo scozzese non tardò a scoprire una specie di portico murato con grosse lastre di pietra sulle quali si scorgeva chiaramente la traccia degli utensili e l’antico solco degli scalpelli.
Mac Carthy fu preso da un’agitazione nervosa che gli fece tremare le mani per l’impazienza: aveva la bocca secca come nei momenti di massima emozione. E continuò il suo soliloquio nel dialetto degli Highlands.
— Cola – si diceva, – forse la Provvidenza si è decisa ad esaudirti... È una tomba questa: l’ultima dimora di un personaggio di alto lignaggio perchè un tempo, come oggi, non si usava seppellire gli straccioni nel cuore di una montagna a costo di lavori giganteschi. Perchè dunque la mia fortuna non dormirebbe entro queste sale funebri, sotto forma di gioielli, pietre preziose ed oggetti di immenso valore artistico e scientifico? Bisogna vedere, carissimo Cola, bisogna vedere...
Ma gli occorrevano degli utensili.
Una ricerca minuziosa e lunga del fondo della valletta gli procurò picconi, piè di porco, agucchie e, miracolo, anche una grossa lampada ad acetilene che, chiusa a perfetta tenuta ermetica, non aveva sofferto della furia delle acque. Poco dopo, a colpi furibondi, egli attaccava la commettitura delle lastre chiudenti il portico.
Cola Mac Carthy era un operaio robusto, dalle braccia fasciate di muscoli, dalla groppa possente e dal collo corto nel quale i tendini sporgevano nella foga del lavoro.
Scavata col piccone la calce di saldatura delle lastre, egli tentò di smuover queste col piè di porco e, per cinque minuti, si inarcò facendo forza con tutti i suoi muscoli e spinse e sbuffò; ma l’arnese scivolava e di quella costruzione nessuna parte si smuoveva tanto da fargli temere che quelle pietre, che gli erano parse semplici lastre, fossero invece dello spessore di veri blocchi e formassero una muraglia larga parecchi metri: la sua impazienza volse al furore e, ripreso il piccone, ricominciò a battere sbricciolando il cemento battendo poi furiosamente 1e lastre con una mazza. Sotto i colpi di quel pesante arnese il calcare si sbriciolò, e qua e là avvennero delle fratture che egli allargò con lo scalpello e dalle quali trasse dei piccoli ciottoli. Finalmente quasi rasente al suolo, poichè ormai egli lavorava ginocchioni, si produssero delle lunghe crepe; ed allora, aiutandosi con ogni attrezzo che aveva sotto mano, gli riuscì di smuovere un grosso blocco di pietra.
C’era il vuoto dall’altra parte?
Ahimè! La sua speranza febbrile cadde di colpo; apparve il blocco di pietra spaccato di traverso; ed allora egli impugnò nuovamente una agucchia, la ficcò nella frattura e ricominciò a battere con frenesia.
Per parecchi minuti egli battè senza tregua con l’esatta precisione di una macchina e dal fremito dell’acciaio si rese conto che la sbarra mordeva la pietra: rovesciandola con uno strappo improvviso egli ficcò una gradina nella fenditura orizzontale. La sbarra metallica, lunga una trentina di centimetri, doveva certamente aprirsi un varco a meno che al di là della prima lastra non ve ne fosse un’altra, e poi un’altra ancora, per lo spessore di parecchi metri.
Ma, dapprima vibrante, la sbarra si immobilizzò, poi parve avanzare sotto i colpi di mazza ed improvvisamente scattò sotto un ultimo colpo e penetrò fino alle labbra del foro dove la sua testa, a forma di fungo, si incastrò. Al di là di quel muro udì uno scroscio; certamente rottami che cadevano.
L’imprenditore guardò attraverso quel foro: la sorte l’aveva compensato di tanta fatica: aveva aperto una breccia sopra un passaggio misterioso dal quale giungeva un odore scipito e dolciastro di vecchia muffa.
— Ecco! – esclamò con tono di trionfo.
Ormai sotto la spinta dell’agucchia, le lastre di pietre cadevano ad una ad una e quando l’apertura gli parve sufficiente, Mac Carthy vi penetrò: sotto la luce del proiettore della lampada, ch’egli teneva alzata, gli apparve un corridoio scavato in piena roccia e che si prolungava nel buio così da parere infinito.
Lo scozzese dovette farsi forza; nel suo animo, che appariva dominato soltanto dall’amore pel guadagno, esisteva anche, potente, la superstizione suscitatrice di terrori; ma egli li calmò con un’orazione e poi avanzò risolutamente. Il rumore dei suoi passi risuonava in distanza sinistramente ripercosso dalle pareti, quand’egli si fermò di scatto. Non aveva forse udito dire che gli ipogei segreti nascondono trappole destinate a fermare i sacrileghi ed a punirli in modo terribile?
— By Golly! – esclamò. – Bada ai pozzi guarniti di coltelli, vecchio mio; e bada anche alle botole traditrici!
Rallentò il passo avanzando con ogni precauzione dopo aver attentamente esaminato il suolo. Il corridoio pareva prolungarsi interminabilmente e, pel timore di non essersi accorto di qualche biforcazione ed anche di perdersi in un labirinto sotterraneo predisposto per ingannare gli intrusi, lo scozzese trasse di tasca un pezzetto di gesso col quale segnò sul muro una croce ogni trenta passi.
La precauzione era ottima perchè improvvisamente si trovò la strada sbarrata dalla muraglia: il corridoio finiva; egli ritornò sui suoi passi fin che il corridoio, nel quale era entrato senza accorgersi tanto la deviazione era stata ingegnosamente disposta, lo ricondusse alla strada primitiva dalla quale si staccava insensibilmente.
Seguì dunque la nuova direzione che lo portò dopo circa cento metri di cammino, e due svolte improvvise, ad una specie di galleria più alta e dal soffitto a vôlta; essa aveva abbandonato l’andamento rettilineo che non seguiva mai per più di dieci: metri: svoltava continuamente.
Ma Mac Carthy continuava a segnare accuratamente le sue croci sulla parete: aveva l’impressione vaga di avanzare a spirale sboccando sempre di tratto in tratto a certi spiazzi dai quali diramavano parecchie branche della galleria e quando errava nella scelta di quella da seguire, giungeva invariabilmente in qualche tratto cieco che doveva ripercorrere per ritornare al punto di partenza.
Questa passeggiata senza fine, così sconcertante, cominciava a scuotergli i nervi ed a stancarlo assai; nella galleria, inoltre, regnava un calore soffocante ed umido ma, testardo come ogni scozzese, egli si accaniva nel voler giungere alla fine dell’avventura.
— Quando non si abbia qualche cosa di preziosissimo da nascondere – brontolava – non si prendono tante precauzioni per sviare degli ipotetici predoni. Coraggio, Mac Carthy... probabilmente stai per mettere le mani sopra un tesoro degli Inca il quale ti indennizzerà degli scherzi di cattivo genere che ti ha fatto il loro supremo iddio Pasciacumac per farti capire che le sue montagne devono essere lasciate tranquille.
Ma non era soltanto l’intuizione che gli faceva sperare nella scoperta di un tesoro: nella sua gioventù, egli aveva partecipato ad una spedizione scientifica inglese nell’Egitto, durante la quale, ed in seguito a scavi ben studiati e ben eseguiti, eran state scoperte, nelle vicinanze di Tebe, delle ricchezze favolose. Il ricordo di quella spedizione era rimasto assai vivido nella sua mente ed egli non sapeva più concepire l’idea di un ipogeo senza il corollario di un tesoro! Ma questa volta il tesoro degli Inca non era facile da raggiungere ed in quell’atmosfera pesante, accasciante, la sua energia stava quasi per essere sopraffatta dall’angoscia. Temeva continuamente di dimenticare qualche precauzione e di non saper più uscire, poi, da quell’immensa tomba dove sarebbe morto di fame lungi da ogni contatto umano, punito crudelmente della sua cùpida curiosità. E di nuovo si risvegliò in lui la sua anima gaelica, superstiziosa malgrado la superficiale verniciatura di scetticismo.
Egli si credeva assai superiore ai Pellerossa che temevano la collera di Pasciacumac, ma nella sua memoria rivivevano vecchie storie di fate, coboldi e grotte incantate: forse quei corridoi bui dell’ipogeo erano fatati e si moltiplicavano continuamente dinanzi a lui perchè egli girasse e rigirasse eternamente in quelle profondità tenebrose fin che cadesse sfinito sulla roccia ardente d’un calore vulcanico. Poi, dopo la morte, ci si trascinerebbe la sua anima gemente fino alla consumazione dei secoli.
Malgrado il caldo umido e soffocante egli sentiva un sudor freddo colargli dalla fronte e lungo la schiena scossa da brividi; ma, abituato da lungo tempo a corazzare la sua volontà ed a vincere le reazioni della «carcassa», riuscì a vincersi ed a far cessare quelle divagazioni che lo indebolivano: ritrovò il suo consueto sangue freddo e la sicurezza del passo. Se doveva morire... sarebbe morto colà! Un poco prima, un poco dopo, è sempre quella la fine di tutti gli sforzi degli uomini; ma se, come credeva sempre più fermamente di mano in mano che quel dedalo ostacolava più accanitamente la sua impazienza, in quelle caverne artificiali che parevano scavate da ciclopi, esisteva davvero un tesoro, ebbene, egli l’avrebbe trovato!
La fortuna o la morte! E non doveva perder tempo per assicurarsi l’eventuale beneficio dell’esplorazione; il Governo peruviano non scherzava coi ricercatori di tesori e i violatori di tombe indiane, più numerosi di quanto si possa immaginare. Quelle profanazioni, quando giungevano alla conoscenza del pubblico, producevano effetti spiacevoli sulla mentalità della popolazione indiana i cui rappresentanti protestavano apertamente ed ufficialmente contro quella violazione delle loro tradizioni avite; e la stampa raccoglieva volentieri e propagava quelle proteste.
E poi, se veramente si scopriva un tesoro, lo Stato sapeva farsi la parte del leone lasciando soltanto le briciole allo scopritore, mentre Mac Carthy era ben deciso, se avesse potuto scoprirne uno, di tenerlo per sè considerando che si trattava del prodotto delle sue fatiche e che nessun altro vi avrebbe avuto diritti all’infuori di lui.
Il passaggio si ridusse ancora ad uno stretto corridoio e lo scozzese, che ormai camminava sicuro dimentico delle precauzioni iniziali, si affrettava avendo la sensazione che sarebbe giunto il momento in cui non potrebbe più sopportare a lungo quella marcia verso una meta che continuava a sfuggirgli. Improvvisamente un moto istintivo lo fece balzare indietro di colpo con un balzo che gli costò uno sforzo non indifferente... il pavimento si era mosso sotto il piede che aveva avanzato... un largo tratto di esso si muoveva ancora oscillando e mostrando, nel moto alterno, una profonda cavità.
Vinto il terrore che gli aveva fatto rizzare i capelli sul capo, egli si chinò su quell’apertura posta attraverso la sua via e nella quale per poco non era caduto: non se ne vedeva il fondo che si perdeva nelle tenebre. Legò la lampada ad una corda che aveva portato con sè e la calò nel baratro ed allora potè scorgere dei gradini rudimentali scavati nella roccia larghi appena quanto era necessario perchè il piede potesse appoggiarvisi, e portanti un lieve rialzo all’orlo affinchè la mano potesse aggrapparvisi più agevolmente. Che v’era là sotto? Quale profondità raggiungeva quel pozzo? Quale nuova insidia vi si nascondeva?
Mac Carthy non si fermò troppo a pensarvi; aveva ormai deciso di concludere quella esplorazione o di «lasciarvi la pelle».
Senza esitazione agganciò la lampada alla cinghia dei pantaloni e, calmo, iniziò la discesa; sembrava difficile, ma poichè i gradini erano regolarmente scavati e la loro distanza esattamente calcolata, essa non riusciva troppo difficile. Mac Carthy non dovette discenderne che dieci o dodici e si trovò in una specie di loculo quadrato; – di fronte a lui un’altra scala risaliva la muraglia opposta. L’imprenditore si mise a ridere malgrado la situazione tutt’altro che divertente:
— Che questi costruttori fossero dei mistificatori? – si domandò. – Tutto ciò rassomiglia assai ad uno scherzo!
Ma, riflettendo, finì col riconoscere che sarebbe stato uno scherzo assai laborioso per non essere anche assai divertente, e cominciò la salita dall’altra parte.
Non aveva salito che quaranta gradini quando la sua costanza ebbe un primo compenso: aveva raggiunto una specie di ripiano dove si apriva una porta alta di forma trapezoidale attraverso la quale giunse in una vasta sala decorata con figure geometriche simili a quelle che aveva veduto nel grande vestibolo iniziale.
In mezzo alla sala stava un grosso blocco parallelepipedo di roccia, alto circa due piedi e mezzo, largo tre e lungo quattro, cavo come una pietra d’acquaio per quasi tutta la sua superficie, così che si trovava circondato da un bordo in rialzo ininterrotto e vi erano visibili due scanalature che dovevano aver servito certamente per lo scolo di un liquido sulla natura del quale Mac Carthy non ebbe fin dal primo istante dubbio alcuno.
Era certamente una pietra destinata ai sacrifici rituali e, date le sue dimensioni, si doveva trattare di sacrifici umani.
Ma egli non si fermò a lungo ed, attraversata la sala, varcò una porta ancor più grande della prima entrando in un’ultima camera il cui aspetto lo fece trasalire: da ogni lato, per terra, sui muri, sul soffitto corso da scanalature abbastanza grossolane, la luce della sua lampada si rifletteva in un rivestimento d’oro ed avvicinandosi al muro egli potè assicurarsi che quell’oro non era stato applicato a foglie di spessore infinitesimale come ora si usa, ma che si trattava di placche massicce aventi – come si assicurò mediante il suo coltello – uno spessore di circa due millimetri e mezzo. E sopra quel rivestimento fantastico erano incastonate pietre preziose, zaffiri, rubini, smeraldi, disposti così da formare disegni che rammentavano quelli già visti nelle sale già attraversate.
L’imprenditore, che poche ore prima si era visto piombare nella miseria, ora ammirava in estasi tutta quella ricchezza: in una sola giornata era disceso dall’agiatezza alla rovina per risalire alla ricchezza senza limiti! Perchè egli non dubitava affatto che tutto quell’oro e quelle pietre preziose fossero sue!
Poi, quando la prima emozione causata da quella scoperta straordinaria si fu alquanto calmata, egli pensò ad esaminare partitamente il contenuto di quella sala che rappresentava certamente la fine del suo strano viaggio sotterraneo. Tutt’attorno, poco più su del pavimento, correva come una specie di cornicione sostenuto da piedi e sotto il quale era uno spazio vuoto e quel cornicione aveva l’aspetto d’un banco di bazar ove venisse fatta l’esposizione di ricchezze incommensurabili.
Erano vasi, brocche, anfore di terra cotta, di bronzo, d’argento, d’oro, per la maggior parte rappresentanti corpi, teste od anche soltanto visi umani e talvolta anche d’animali ed in tutti quegli oggetti erano incastonati gemme. Poi erano intere collezioni di pettini d’oro o d’argento, oggetti da toeletta, spille o fibule sempre degli stessi metalli. V’erano anche armi: archi, frecce, lance, pugnali e spade rassomiglianti a machetes.
Stoffe, broccate e ricamate fantasticamente, che dovevano aver formato una specie di cimasa, cadevano in polvere; e finalmente – e questi erano gli oggetti più curiosi di quella strana esposizione risalente a parecchi secoli prima – v’erano rappresentazioni di piante e di interi piccoli giardini, fatti d’oro e d’argento ed opera certamente di orefici d’abilità inverosimile i quali avevano saputo lavorare quei metalli con un’arte ed una finezza estreme e di cui non si saprebbe dare un’idea.
— Certamente – borbottò Mac Carthy, – non ho perduto il mio tempo!
Proprio allora, egli s’accorse che sotto il banco v’era una serie di sacchi di cuoio legati dall’alto in basso mediante solide cordicelle i quali avevano una forma all’incirca troncoconica molto allungata: potevano misurare da due piedi e mezzo a tre piedi di lunghezza.
Lo scozzese era qualche volta entrato nei musei peruviani, quando proprio non sapeva che fare, e perciò non ignorava affatto quel che potevano contenere quei sacchi. Entro ognuno di essi stava una mummia accosciata, legata nella posizione tradizionale, colle cosce contro il petto e le gambe ripiegate sulla coscia; la mano sinistra posata sul ginocchio e la destra sostenente il capo in una posa di meditazione eterna. Tutt’attorno alla sala ve ne potevan essere duecento.
— Via! – disse l’imprenditore. – Sono giunto alla camera sepolcrale di un grande signore dei tempi passati. Aveva preso tutte le precauzioni per impedire che lo si disturbasse; ma aveva fatto i conti senza Mac Carthy al quale non piace che si dorma così a lungo e neppure che non gli si faccia parte di una simile ricchezza. Dove diavolo può essere il padrone di tutta questa roba pel quale sono state prese tante precauzioni?
Le mummie erano certamente quelle delle sue donne e dei suoi servi destinati a seguirlo nell’altra vita; ma lui? Lui , dov’era?
Dopo qualche ricerca l’imprenditore scoperse che in fondo alla sala, sotto il cornicione, dietro due mummie contenute in sacchi abbondantemente dipinti, si apriva un piccolo arco alto circa quaranta centimetri attraverso il quale, strisciando, poteva passare un uomo. Rimuovere le mummie ed introdursi in quel passaggio, non fu pel «contractor» che l’affare di un momento.
Quella specie di budello non aveva nemmeno un metro di lunghezza e dall’altra parte lo scozzese si trovò in una specie d’alcova interamente rivestita d’oro cesellato e nella quale, sopra un letto d’ebano incrostato di pietre e metalli preziosi giaceva un’altra mummia, supina quella, colle mani giunte in un atteggiamento di raccoglimento così maestoso ed impressionante che, suo malgrado, Mac Carthy si tolse il cappello fermandosi a contemplare con rispetto i resti di colui che certamente era stato un grand’uomo. Là dentro il profumo degli aromi era ancor più sensibile che nelle sale precedenti; non era sgradevole ma stordiva.
Il morto, di statura media, era completamente seccato ed il suo viso aveva assunto una tinta nerastra, aveva gli occhi chiusi e pareva dormisse. Lo stato di conservazione di quella spoglia augusta era sorprendente: il viso nobilissimo, dai lineamenti fini ed energici, dalla fronte alta, dal naso aquilino e dalle labbra sottili, pareva vivere ancora malgrado il dimagrimento e, per una illusione ben nota a quanti hanno vegliato defunti, pareva che a tratti si movesse.
Lo scozzese era rimasto stupefatto, immobile, turbato fin nel più profondo del suo essere, e si sentì perfino sul punto di fuggire davanti a quella solennità sublime.
Ma le emozioni non durano mai molto forti in chi, come Mac Carthy, sia abituato a vita avventurosa; a poco a poco egli si riprese e, dapprima in punta di piedi come fosse in un santuario, egli percorse tutto quel sotterraneo funebre.
Disposti contro i muri, stavano vasi d’oro e d’argento colmi di gioie lo scozzese se ne riempì le tasche fin che poterono contenerne e poi ritornò al letto funebre. Per un istante esitò ma poi, come suggestionato, tese le mani. Dal braccio destro del defunto tolse un pesante bracciale d’oro ricco di pietre non sfaccettate e rabescato con una meravigliosa perfezione e poi, dopo aver ancora esitato, tese nuovamente le mani cupide e di fra le dita del defunto tolse, con una lieve trazione, una verga d’oro stupendamente lavorata che forse era un bastone di comando od uno scettro.
Allora, come invaso da un vago malessere perchè gli era ancora parso di veder muoversi il cadavere, mormorò:
— Quanto al resto ritornerò.
E rapidamente ripassò, strisciando, il breve cunicolo che lo separava dal vestibolo e poi, senza altri incidenti, rifece in senso inverso il lungo cammino già percorso per ritrovarsi finalmente nell’ampio vestibolo dell’ipogeo scoperto dallo scoppio della mina.
Ma era il caso di lasciare tanti tesori a disposizione del primo audace che potesse giungere fin là? Egli cercò affannosamente fra i residui dei materiali che erano nel cañon e, mediante l’esplosione successiva di tre cartucce di dinamite trovate miracolosamente intatte, distrusse l’apertura fatta dall’esplosione della prima mina che rimase nascosta da una cascata di rottami, rocce e detriti.
Fatto questo, e dopo essersi ben accertato che nessuno avrebbe più potuto trovare l’ingresso del suo ipogeo, Mac Carthy si mise in cammino verso Ayacucho... Sperava di raggiungere la costa e la città di Lima certo di essersi ormai procurato un piacevole avvenire.
XXI.
Mac Carthy fa un buon affare.
In fondo al giardino sontuoso e ben curato che circondava la sua villa nei sobborghi di Boston, tranquillo nella sua vasta stanza da lavoro divisa dal resto dell’abitazione, il professor Hitchens stava decifrando un quipo e cioè una serie di cordicelle pendenti da una, più solida, e portanti dei nodi i quali, secondo la loro disposizione, significavano lettere od anche intere parole o pure dei numeri; era questo un modo di corrispondere che usavano anticamente gli Inca.
Questo lavoro, vero rompicapo per qualunque altro studioso di antichità americane, non era che un giochetto per l’illustre scienziato i cui studi e le cui pubblicazioni avevano fatto di lui una vera autorità in materia. Egli andava scorrendo colle mani agili i nodi bizzarramente disseminati su quelle cordicelle multicolori e poi, colla sua grossa calligrafia, annotava le sue interpretazioni. Stava per chiamare la dattilografa quando la porta si aperse per lasciar passare Nuffins, il suo cameriere, persona dall’aspetto solenne, rasato alla perfezione, vestito d’una giacca nera e di pantaloni grigi... il quale credeva fermamente di essere, lui pure per contagio, qualche cosa come un sapiente.
— Il signor Goosebone domanda di potervi parlare, signore.
Hitchens alzò le sopracciglie foltissime nello stesso tempo in cui alzava il capo molto calvo che lo faceva rassomigliare a Bismarck senza baffi: depose il quipo sulla tavola dando una speciale disposizione, per riconoscerla, alla funicella alla quale era giunto nella sua lettura e poi rispose con voce cavernosa:
— Goosebone? Bene, entri. È difficile che mi faccia perdere tempo, quello.
Goosebone era un ricercatore incaricato di segnalare le «scoperte» ad Hitchens il quale non amava di darsi al lavoro di ricerca e preferiva quello del tavolo.
— Dunque, Goosebone, come va?
Goosebone teneva sempre in bocca un grosso sigaro; con un moto simultaneo delle labbra, della lingua e delle mascelle, lo fece passare dall’angolo destro a quello sinistro della bocca, tolse una mano di tasca per stringere energicamente quella di Hitchens e rispose:
— Bene, professore, e voi?
Poi si lasciò cadere pesantemente sul divano imbottito e coperto di pelle ed entrò immediatamente in materia:
— Ho scoperto un uomo che viene dal Perù... Costruendo una strada ferrata non so dove dalle parti di Cuzco, ha trovato dei gioielli in qualche ipogeo ed è disposto a venderli.
— Come sono questi gioielli?
— Mi sembrano interessanti... ma con quella roba è abbastanza facile farsi imbrogliare.
— Accompagnatemi l’uomo e vedrò io la sua merce. Non mi imbroglierà perchè me ne intendo alquanto.
— Benissimo; non è lontano: mi aspetta nella mia auto.
E Goosebone fece un salto fino al cancello del giardino per ritornare accompagnando Mac Carthy. Fatte le presentazioni, Goosebone se ne andò.
— A rivederci, professore.
Quando quello se ne fu andato, l’imprenditore spiegò come avesse fatto la sua scoperta ed aperse un piccolo involto che portava con sè sciorinando agli occhi del professore un braccialetto d’oro cesellato ed anche la verga d’oro che aveva tolto dalle mani della mummia.
— Che cosa ne dite? – domandò.
Con la punta delle dita il grosso professore sollevò il bracciale e lo esaminò a lungo volgendolo e rivolgendolo e lasciandosi sfuggire dei brontolii da orso che abbia trovato un favo di miele.
— Sì – disse poi: – è abbastanza interessante.
Depose il bracciale e colla stessa delicatezza sollevò la verga che cominciò ad esaminare colla massima attenzione e dovette fare qualche scoperta interessante perchè ebbe un sussulto che sfuggì però agli occhi di Mac Carthy.
Su quella verga d’oro, del diametro e della lunghezza di un comune tubo da lampada a petrolio, Hitchens aveva scoperto tutta una serie di caratteri molto piccoli e poco appariscenti i quali, per occhi meno esperti dei suoi, potevano sembrare semplici rabescature; ma che egli leggeva quasi correntemente. Gli occorse perciò uno sforzo perchè il suo viso non impallidisse per l’emozione.
Lanciò un’occhiata di traverso allo scozzese e vide che questi si guardava d’attorno in attesa della fine di un esame di cui lo interessava soltanto il risultato pecunario, poi disse bruscamente:
— Quanto volete di questa roba?
— Seimila dollari – rispose Mac Carthy colla massima disinvoltura.
— Quanto avete detto? – domandò Hitchens un poco sorpreso.
— Seimila dollari – ripetè lo scozzese senza scomporsi – tremila per il bracciale e tremila per la verga... Ve li cedo per nulla... È roba di una antichità straordinaria: se ve li vendessi in ragione di dieci dollari per ogni anno dell’età che possono avere, dovreste vendere la casa con quanto v’è dentro e fuori.
— Troppo caro; il braccialetto mi interessa poco; non prenderò che la verga.
— Mi spiace, caro signore – dichiarò freddamente Mac Carthy – ma non vendo separati i due oggetti: se volete ve li cedo assieme, bracciale e verga... Chi compera la verga deve comperare anche il bracciale e viceversa, chi non vuole il bracciale non avrà nemmeno la verga.
Ed alzandosi allungò la mano per riprendere i due oggetti.
— Siete svelto – disse Hitchens trattenendo i due gioielli.
— Lo sono perchè ho fretta e non ho tempo da perdere... Seimila dollari o nulla; so già a chi cedere gli oggetti; non siete voi il solo esperto in antichità sud-americane, professore.
Senza rispondere Hitchens tolse il libretto di assegni che teneva nel cassetto: anche lui non aveva tempo da perdere in una vana contrattazione.
Mac Carthy comprese e, non meno silenzioso, tornò a sedere mentre il professore, che era ricco, scriveva la somma di seimila dollari.
Hitchens porse l’assegno all’imprenditore dicendo:
— Non date la roba per nulla, voi.
— E voi regalate la vostra? – domandò semplicemente lo scozzese. – Non siete nè un mendicante nè una bella donna, ci corre...; ed allora, perchè volete che regali ciò che posso vendere?
— Siete un uomo d’affari, vero? – lanciò Hitchens con un sorriso all’angolo delle labbra.
— Lo si dice. Avrò forse altra roba da mostrarvi... che ne dite?
— Portatemela; vedremo...
— Sta bene. A rivederci.
— A rivederci.
E con una rude stretta di mano Mac Carty si diresse verso l’uscio pensando che l’affare non era cattivo ma che avrebbe forse potuto ottenere di più.
— Quel vecchio amatore di vecchiumi è troppo contento... mi avrebbe dato anche il doppio.
E non sapeva di dire la verità.
Hitchens, non appena l’altro fu uscito, battè un gran colpo col pugno della destra nel palmo della sinistra mentre le sopracciglia, simili a due gran baffi bianchi, ballavano un’allegra pirrica sulle arcate sopraccigliari che aveva molto prominenti; poi un largo sorriso fiorì sul suo viso burbero mentre egli mormorava:
— Bene, credo di aver qui qualche cosa che farà spalancare gli occhi ed allungare il naso a quei signori della Società Archeologica! Non so ancora chi sia il personaggio che sta in quell’ipogeo ma so perfettamente che questo scettro ha appartenuto semplicemente a Rupac-Inca-Yupac, il grande imperatore degli Inca all’epoca della più grande prosperità dell’impero.
I caratteri chiciua che aveva trovato incisi sulla verga gli avevano fatto comprendere, al primo esame affrettato, che quello strano bastoncino era stato consegnato solennemente all’imperatore durante una cerimonia, da certo Unatapec capo degli eserciti.
Quell’Unatapec era un famoso personaggio leggendario; conquistatore e viaggiatore appassionato il quale non si era accontentato di estendere fino al Cile l’impero del suo Signore ma aveva anche voluto esplorarlo visitandolo in ogni sua parte. Pareva che avesse visitato e indicato con precisione molte cose interessanti...
Il testo rabescato sulla verga annunciava che essa conteneva la relazione dell’ultimo e più importante viaggio di Unatapec.
— No, no! – si ripeteva il professor Hitchens. – Non ho speso male il mio denaro; son io che ho fatto l’affare migliore e non quel furbone di Mac Carthy...
Ed il grosso archeologo si fregò vigorosamente le mani in segno di soddisfazione; poi, metodico e paziente, cominciò a studiare lo scettro d’oro in ogni suo particolare.
Aveva capito che si trattava di una verga cava, un tubo; e si trattava di scoprire il modo per aprirla senza danneggiarla.
Trascorsero ore ed ore ed Hitchens cercava sempre, maneggiando, con precauzioni straordinarie, l’oggetto prezioso e delicato che si sarebbe creduto di veder improvvisamente appiattirsi fra quelle grosse mani. E, come accade di frequente in questo genere di ricerche, fu nell’istante in cui egli cominciava a scoraggiarsi che il segreto gli si rivelò. Il tubo si era aperto per così dire da sè.
Conteneva una specie di pergamena scurita dal tempo e coperta di caratteri perfettamente disegnati che le conferivano un poco l’aspetto di un papiro egiziano.
Sempre senza affrettarsi, e calcolando i suoi movimenti, Hitchens svolse il manoscritto secondo i sistemi migliori e più sicuri e lo stese in piano dinanzi a sè mantenendolo teso con l’appoggiarvi all’orlo superiore ed a quello inferiore due righelli metallici; poi, impugnata una grossa lente, ne cominciò la lettura.
...Pare però che essa non fosse molto facile e che Unatapec non fosse molto esplicito nella relazione del suo viaggio perchè quel lavoro si prolungò per parecchi giorni. Hitchens lasciava raramente il suo scrittoio e quando si sentiva sfinito si gettava sul divano, dormiva per quattro o cinque ore e non appena si risvegliava riprendeva quel lavoro che lo appassionava.
Ciò che andava decifrando di quel manoscritto gli appariva straordinariamente affascinante: ne compilò una traduzione accurata che non volle neppur affidare alla sua dattilografa per la trascrizione; la «battè» egli stesso alla macchina dattilografica che teneva per suo uso personale nello scrittoio.
Durante tutto il tempo che durò quel lavoro faticoso egli non trascurò una sola volta, ad ogni interruzione, di chiudere lo scettro, il manoscritto, le sue minute ed i fogli ricopiati, entro una piccola cassaforte che si trovava nel muro dietro la sua poltrona; ed ogni volta che toglieva di là quella roba non mancava di verificar tutto accuratamente perchè ogni minimo pezzetto di carta, da lui usato per quel lavoro, era stato numerato e figurava in una nota di ricapitolazione.
Ma finalmente venne il momento in cui al suo scritto egli potè mettere il punto finale; e lo firmò con tanta energia che ruppe le punte di una magnifica penna d’oro alla quale teneva assai perchè perfettamente adatta alla sua mano.
Rilesse attentamente ancora una volta e poi battè un formidabile pugno sulla scrivania e lanciò un grido
— Ah, ah!...
Ma è indicibile tutto ciò che quel grido riassumeva d’espressione orgogliosa e di trionfo: egli era giunto ad un momento culminante della sua carriera.
Rinchiuse nuovamente tutti i suoi scartafacci nella cassaforte, disfece la combinazione segreta che ne permetteva l’apertura, ritornò alla scrivania e prese il cornetto del telefono.
Dopo un breve colloquio colla signorina della Centrale, che verosimilmente masticava della gomma perchè la sua pronuncia era alquanto confusa, egli udì una voce nota che gridava:
— Allò!...
— Allò! – rispose sprofondandosi nella sua poltrona girevole e dondolante. – Parlo con William Sennet, presidente del Comitato dei Petroli?
— Con lui in persona.
— Io sono Jacobus E. Hitchens, professore di archeologia sudamericana all’Università di Harvard.
— Buon giorno, Hitchens, vecchio diavolaccio; come va?
— Buongiorno... va meravigliosamente bene. Ho qualche cosa di straordinariamente interessante da comunicarvi, Sennet.
— Dite, Hitchens...
— Non sono cose che si possano dire per telefono. Mi potete fissare un appuntamento?
— Domani?
— No; subito. Non è possibile rimandare.
— Bene; subito, allora. Vi aspetto.
— Sta bene; sarò da voi fra poco.
Hitchens riappese il cornetto e chiamò Nuffins.
— Subito l’auto.
E poco dopo, colla copia della traduzione del manoscritto in tasca, egli saliva nella sua macchina che lo chauffeur lanciava come una saetta attraverso le vie facendosi appioppare tre contravvenzioni prima di fermarsi al limitare del marciapiede davanti all’enorme palazzo del Comitato dei Petroli.
Il professore si precipitò nell’ascensore e di là nell’ufficio dell’onnipotente presidente del Comitato al quale disse a bruciapelo:
— Vecchio mio, non sono tanto assorto nelle cose della mia professione da disinteressarmi di quanto riguarda il nostro Paese, il più grande ed il più glorioso del mondo... e perciò non ignoro quali siano le sue preoccupazioni del momento... per qualcuno dei momenti passati e per molti dei momenti che seguiranno.
— Eh? – brontolò Sennet che stava masticando la punta del sigaro che aveva in bocca.
— Ma sì: so perfettamente che negli Stati Uniti non v’è petrolio che per due anni ancora, al massimo.
— E così?...
— Già... così che il vostro Comitato dei Petroli sarà fra poco il Comitato del nulla. Avete mandato gente dappertutto e fareste scavare dei pozzi anche in Piazza della Concordia a Parigi... È vero o non è vero?
— Sì... – mormorò Sennet a malincuore – È vero; una verità terribile, ma è la verità... Ed allora, poichè siete qui, mi portate forse del petrolio? Sareste straordinario.
— Lo sono... Non l’ho in tasca, ma posso indicarvi un luogo dove ve ne sono delle quantità straordinarie... Falde nuovissime intatte e capaci di rifornire se non il mondo intero, almeno gli Stati Uniti per molto tempo ancora.
— Eh! – brontolò Sennet. – Se così fosse lo si saprebbe da lungo tempo, mi pare...
— È in una località dove nessuno ha mai pensato di andarne a cercare.
— Benissimo, ed allora?...
— Griderete poi; intanto ascoltatemi.
Ed Hitchens parlò a lungo mentre Sennet ascoltava col massimo interessamento.
Quando il racconto fu terminato, il presidente del Comitato dei Petroli rifletté per un istante, prese uno stampato per telegramma e mandò un messaggio urgente al signor James Laurie a Parigi.
Non c’era tempo da perdere... Nel Texas ed in Pennsilvania le falde si esaurivano a vista d’occhio e più di un derrick non era da considerarsi che come un monumento commemorativo, come un cippo sopra una tomba.