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I SILURI NAVIGANO

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I SILURI NAVIGANO

I SILURI NAVIGANO

XXII.

Il messaggio intercettato.

Erano ormai circa due giorni che l’ Amiral Guépratte , felicemente sfuggito all’attacco dell’ Oyama , grazie all’intervento della squadra francese dell’Estremo Oriente, era giunto a Saigon, scortato da un cacciatorpediniere, senza altri guai.

La notizia dell’aggressione giapponese aveva subito provocata una forte emozione tanto nella popolazione europea, quanto fra gli indigeni e tutta la stampa locale protestava vivacemente contro quello che qualificava un vero insulto alla bandiera nazionale, e reclamava una energica protesta del Governo della Repubblica.

* * *

Nella vasta stanza da lavoro del signor Vergniaud, governatore generale dell’Indo-Cina, quella mattina si concludeva un lungo colloquio fra due uomini egualmente gravi: uno, piccolo, sparuto, logorato da un’esistenza interamente votata alla più grande Francia, era colui che era stato frequentemente paragonato a Dupleix per la sua savia amministrazione e la sua politica energica: era il quinquagenario proconsole dell’immenso impero che la Francia possiede nell’Asia: l’altro aveva un braccio sostenuto da una fascia al collo, il viso contuso, graffiato, ed aveva un aspetto assai compassionevole nel vecchio frusto abito da impiegato d’infimo ordine: era il tenente Ho-Du.

— Vi conosco già, tenente – disse Vergniaud continuando un discorso già iniziato. – Non ignoravo le prodezze aeree che avete compiuto durante la guerra: quanto apprendo ora aumenta la già profonda mia stima per l’intelligenza, il coraggio, la tenacia insidiosa, l’energia di cui avete dato prova durante questa missione speciale. Le notizie che mi avete recato sono straordinariamente preoccupanti ed è necessario che il Governo centrale ne sia immediatamente informato. Vi imbarcherete dunque sul Surcouf che salpa oggi stesso: vi darò una lettera di servizio pel suo comandante al quale prescriverò di prendere le stesse precauzioni che si usano in tempo di guerra. I seguaci dello Sciogun sono tenaci e non mi stupirebbe che tentassero d’attaccare l’incrociatore per impedirvi di giungere alla mèta.

Detto questo il governatore compilò di suo pugno le istruzioni necessarie; poi, dopo aver riaccompagnato Ho-Du fino alla porta per dargli una maggior dimostrazione della considerazione in cui lo teneva, ritornò nel suo studio e sedette alla scrivania per compilarvi il messaggio che avrebbe spedito telegraficamente a Parigi.

La luce del sole entrava nella vasta camera assai attenuata dalle cortine e dalle stuoie così che i mobili di pretto carattere locale, prodotti dell’arte indo-cinese: vasi giganteschi, bronzi, lacche, paraventi ornati con pitture delicate dai colori vividi, cortinaggi di seta, armi, oggetti d’avorio e di giada, erano immersi in una penombra che dava a tutte quelle suppellettili un che di misterioso.

Vergniaud valutava ogni parola del messaggio per dire quel che desiderava senza possibilità di equivoci pur costringendo le sue disposizioni nel minor numero di parole, e tutta la sua attenzione era assorta in quel lavoro minuzioso così ch’egli non s’accorse di un paravento a quattro sezioni che leggermente spostato dal luogo assegnatogli nascondeva lo specchio appeso al muro davanti a lui e che, abitualmente, rifletteva tutta la grande stanza.

Mentre egli scriveva, il coperchio d’una cassa, di legno scolpito, rassomigliante ad un baule, si alzò lentissimamente ed a poco a poco nell’apertura apparve un viso giallo nel quale lucevano due occhi neri obliqui.

Senza il minimo rumore, trattenendo il respiro, l’uomo si rizzò nella cassa aperta, scavalcò la parete e, sempre silenzioso, per virtù delle pantofole dalla suola di feltro che calzava, si trovò in piedi dietro il governatore il quale scriveva, cancellava e ricominciava il suo lavoro ignaro del pericolo, senza neppur provare nemmeno quel disagio che ci coglie sovente per una presenza ostile invisibile.

Lo sconosciuto alzò lentamente una mano armata di qualcosa che rassomigliava ad un ago: senza affrettarsi scelse con cura un punto nella nuca del signor Vergniaud proprio dove nascevano i capelli e conficcò rapidamente il dardo.

Sotto lo stimolo del dolore improvviso il governatore si rizzò di scattò, stese le braccia e poi ricadde seduto colla testa sul piano del tavolo senza muoversi più. Era morto istantaneamente, ucciso certamente da qualche veleno fulmineo.

Il giallo, perfettamente calmo, prese il blocco di carta sul quale la sua vittima stava scrivendo quand’era stata colpita, strappò il foglietto scritto, ne fece una pallottola che masticò certamente per inghiottirla: poi, rimesso il blocco dove l’aveva preso, ritornò alla cassa e la richiuse. Fatto questo ritornò vicino al cadavere, premette il bottone d’un campanello elettrico e, rapido, corse a nascondersi dietro un paravento vicino all’uscio.

Non attese molto: scosso dalla imperiosità e dalla durata insolita di quella chiamata, l’usciere si precipitò nello scrittoio... vide il governatore in quella posa strana e, comprendendo ch’era accaduta una disgrazia, sollevò il capo del padrone. Ma questo aveva gli occhi chiusi e lasciava cadere il capo inerte.

Il domestico uscì di nuovo per correre nei corridoi invocando aiuto colla sua voce più acuta e spaventata e l’assassino lasciò allora il nascondiglio: attraversò l’anticamera vuota e si nascose in un gabinetto di pulizia, aprentesi sulla scala, spiando dal buco della serratura.

Ai richiami dell’usciere, accorsero impiegati e funzionari che si precipitarono allo scrittoio del governatore e quando dalle scale non salì più nessuno, indice quasi infallibile che quanti avevano udito le grida d’allarme eran vicini alla vittima, l’assassino, vestito come un cinese, discese la scala, uscì dal vestibolo e, senza affrettarsi, montò in un carrozzino che attendeva non lungi dalla porta.

Quando fu seduto, l’uomo addetto al traino del veicolo si volse come per chiedere ove dovesse dirigersi e domandò in giapponese:

— Fatto?

— E fatto bene – rispose l’assassino. – Parigi non saprà nulla. Quanto a Ho-Du si può essere tranquilli: non giungerà mai in Francia... e nemmeno Viala, del resto. L’affare può esser considerato finito. Trotta!

L’altro iniziò la corsa trainando il leggero veicolo con tanta abilità da far ritenere che quello fosse il suo lavoro abituale.

XXIII.

Imprese da pirata.

Già da quarantotto ore il Surcouf , incrociatore leggero della classe Duguay-Trouin – il quale, dopo aver navigato in isquadra per cinque anni, compieva la solita crociera nell’Estremo Oriente – era in rotta per Gibuti.

Il suo comandante, capitano di vascello Calvet, ostentava una tranquillità assoluta, ma in realtà si sentiva l’animo preso dall’inquietudine perchè le istruzioni eccezionali del governatore generale, unite all’ordine di partenza, e le spiegazioni dategli da Ho-Du l’avevano informato, senza precisarli, dei pericoli che potevano minacciare la sua nave. All’indeterminatezza di essi avrebbe preferito certamente una minaccia anche più grave ma più precisa.

Aveva preso tutte le precauzioni che l’esperienza gli suggeriva: i suoi uomini erano stati messi in guardia e dal giorno in cui il Surcouf aveva salpato da Saigon le amache non erano mai state svolte: tutta una bordata era sempre comandata ai pezzi, alle coffe e sulle passerelle. L’altra riposava, ma sul piancito del ponte, sul linoleum coperto da un pezzo di tela, vicino ai posti di combattimento.

Ai 155 delle torri erano già stati assegnati i settori da battere in caso di attacco ed i tubi lanciasiluri, a gruppi di tre, erano pronti a lanciare i loro arnesi mortiferi. Durante la notte la nave avanzava a lumi spenti come in piena guerra.

* * *

La seconda notte era quasi completamente trascorsa ed il cielo cominciava a rischiararsi a babordo annunciando l’alba. Vedette ed ufficiali di quarto avevano gli occhi stanchi tanto li avevano forzati per forare le tenebre e scoprirvi l’agguato da sventare. Inoltre, stancato dalla lunga navigazione, mosso da macchine asmatiche che avrebbero avuto bisogno di una ripassata accurata, il Surcouf non navigava con molta velocità. Studiato perchè rendesse trentaquattro nodi, non ne percorreva sedici.

A mezzanotte era stato necessario ridurre la velocità a dodici nodi perchè un cuscinetto della turbina principale di babordo si era riscaldato: e per di più non ci si vedeva affatto perchè quanto più la nave si spingeva al nord tanto più l’atmosfera diventava opaca.

Il comandante Calvet, roso da una sorda inquietudine, malgrado la sua grande stanchezza si ostinava a non lasciare il ponte di comando che non aveva abbandonato mai per due giorni consecutivi.

— Andiamo malissimo, Trévoux – diceva confidandosi al guardiamarina di quarto: – avanziamo come se seguissimo un funerale ed è in queste condizioni che ci lanciano alla cieca in un’avventura di cui non comprendo nulla... Bel mestiere, questo di batterci contro dei fantasmi. E poi, guardate tutto questo fumo – e mostrava l’enorme pennacchio nero che sfuggiva dagli alti fumaioli della nave – è proprio quello che occorre per attirare un nemico appostato sulla nostra rotta.

E lanciò alcune parole secche alle orecchie dell’ingegnere macchinista che in quel momento era di servizio alle macchine ingiungendogli di far cessare immediatamente quel fumo.

Era ricaduto nella sua preoccupazione, sempre più impressionato dallo strano presentimento quando apparve un marinaio mandato dal capo posto al T. S. F.

— Comandante – disse – abbiamo ricevuto l’S. O. S. dell’ Amiral Guépratte .

E porse al comandante una tavoletta d’ardesia sulla quale era indicata la posizione del bastimento che aveva lanciato quella invocazione di soccorso.

Il guardiamarina la riportò immediatamente sulla carta marina stesa sotto la rotonda del ponte di comando.

— Venti miglia a sud-est da noi – annunciò.

— Grazie, Trévoux; state in guardia... io scendo al T. S. F.

— Farò del mio meglio, comandante.

Poco dopo, dietro il quartiermastro dalla testa cerchiata dalla molla reggente i due microfoni e che riceveva i messaggi del grande piroscafo, Calvet poteva leggere questa comunicazione

— Siamo silurati; colpito compartimento stagno numero uno... affondiamo rapidamente a prua... due uomini uccisi dall’esplosione... nessuna nave in vista... nè silurante... nè sommergibile.

— Avvertiteli che ci siamo noi – ordinò Calvet: – dite che accorriamo... domandate se siano ben sicuri d’essere stati silurati.

E mentre il radiotelegrafista lanciava la risposta al richiamo dell’ Amiral Guépratte , fra un crepitìo di scintille ed il ronfare più veloce del motore, Calvet staccò un foglietto dal suo taccuino e vi scrisse qualche ordine per l’ufficiale di quarto.

— Rotta immediata pieno sud-est. Esigere tutta la velocità. Raddoppiare la guardia.

Non appena ebbe trasmesso ciò che il comandante gli aveva suggerito, il radiotelegrafista riprese la matita per scrivere la risposta che andava ricevendo:

— Parete secondo compartimento stagno ha ceduto. Situazione grave: Amiral Guépratte può ora affondare da un momento all’altro. Faccio disporre panneggi ai posti di evacuazione... Visto scia siluro.

— Perdio! – mormorò Calvet. Ho-Du mi aveva avvertito. È un bel colpo di quei pirati. Il governatore aveva ragione ordinandomi di diffidare di tutto.

Mentre l’incrociatore compieva l’evoluzione e si lanciava verso il sud con tutta la forza delle sue macchine, Ho-Du, avvertito, raggiunse Calvet sul ponte di comando.

— Viala sapeva – disse l’annamita: – hanno voluto eliminarlo.

Il marinaio addetto al T. S. F. ricomparve:

— Il piroscafo non risponde più – disse: – che si deve fare?

— Ascoltare ancora – rispose il comandante mordendosi i baffi. Poi, rivolto ad Ho-Du, aggiunse:

— Povero Viala! Pare che siano riusciti: cerchiamo almeno di salvare i suoi passeggeri ed i suoi uomini.

Improvvisamente un urto formidabile scosse il Surcouf come se il mare, proprio sotto a lui, avesse sollevato una mostruosa onda di fondo: contemporaneamente, a tribordo, lungo lo scafo, leggermente dietro l’albero tripode, si lanciava nell’aria una silenziosa fontana spumeggiante. Si erse al di sopra della murata, nella penombra, come un gigantesco fantasma nella luce livida dell’alba: poi si dissolse e si franse, come una cateratta, sul ponte.

— Bene, ci siamo anche noi! – disse il guardiamarina Trévoux flemmatico.

Non aveva ancor terminato di parlare che una seconda scossa simile squassò la nave ed un’altra fontana bianca balzò nell’aria, questa volta a fianco del secondo fumaiolo.

— E due! Siamo serviti – commentò, sempre freddo, Trévoux.

— Basta, siamo sazi! – gridò beffardo un cannoniere il quale, col calcio del suo settantacinque alla spalla, attendeva il momento opportuno per cominciare il fuoco.

Ma nessuno aveva veduto nulla: i binocoli frugavano in ogni senso, ed inutilmente, il mare scuro ed opaco: non si scorgevano periscopi, eppure l’acqua glauca, senza un’onda, senza la minima increspatura, facilitava le osservazioni delle vedette.

— Ma da che parte ci son venuti? – brontolò il comandante Calvet. – Credo che si tratti dei famosi siluri di cui Solok parlava nel suo telegramma – rispose Ho-Du impassibile.

Ma non era certamente il momento opportuno per discutere: il fatto, nudo e crudo, era che s’eran prese due «briscole» a tribordo.

— Ai posti di sicurezza! – comandò immediatamente Calvet e poi riprese nel portavoce delle macchine: – Tutte le macchine, stop!

Cosa strana, la sua voce non era mai stata tanto calma ed egli era quasi irritato con se stesso per quella specie di sollievo che provava ora che la minaccia, per tanto tempo temuta, si era concretata nell’azione.

Ogni traccia di abbattimento era scomparsa in lui, e la spiegazione di questo stato d’animo, che può apparir paradossale, sta nel fatto che la peggior verità è meno penosa del dubbio e dell’attesa, specie per chi abbia temprato il proprio animo nel sentimento del dovere e nell’educazione marinara.

Seguìto dall’ufficiale di quarto, il comandante si era recato all’estremità del ponte di comando verso tribordo e di lassù si rese conto che la sua nave, colpita in due punti vitali, a cento miglia dalla costa più vicina, non aveva nessuna possibilità di salvezza.

Intanto, però, era necessario impedire che le falle si allargassero ed a tale scopo, appunto, aveva ordinato che si fermassero tutte le macchine, per evitare la maggior pressione dell’acqua causata dalla velocità ed anche perchè le pompe potessero tentare di scacciar l’acqua imbarcata.

Ancora non era giunta nessuna comunicazione dalla stiva sulla gravità delle avarie: ma improvvisamente la nave sbandò ed il pavimento mancò sotto i piedi.

Che il Surcouf si rovesciasse?

Trévoux e Calvet si aggrapparono istintivamente alla murata.

L’inclinazione si accentuò rapidamente come per effetto di un violento colpo di rullio e poi il movimento si fermò.

Certamente gli scompartimenti stagni invasi erano ormai pieni d’acqua ed allora, se le pareti resistevano, si sarebbe forse avuta una speranza di salvezza.

— Dieci gradi di sbandamento – annunciò il sottotenente di quarto; – ma...

Nello stesso momento una voce chiara, ma un po’ commossa, risuonava nel telefono altoparlante posto nel blockhaus vicino:

— Il comandante in seconda avverte che gli scompartimenti E1 e G1 sono completamente pieni. La parete si è flessa nella camera dei forni e quella della macchina di tribordo cede lentamente. Tutte le pompe sono in opera.

A bordo di una grande nave così colpita non v’è posizione più terribile di quella del personale addetto alle stive. Chi è sul ponte, all’aria aperta, può ancora lottare con le onde e difendere la sua misera vita; ma chi è alle macchine od ai forni!...

Venti metri sotto il ponte della nave dal quale sono separati, per di più, da un groviglio di corridoi, scalette, porte blindate formanti uno spaventoso labirinto, essi non ignorano che rimarranno chiusi in quell’inferno fino all’istante supremo: da quel momento la loro vita dipenderà dalla loro presenza di spirito e dalla loro abilità nello sgattaiolare senza però privare i compagni della loro probabilità di salvezza.

Lo scafo delle navi da guerra è diviso in scompartimenti chiamati «scompartimenti stagni» perchè servono ad isolare le eventuali falle così che l’acqua non possa invadere tutta la nave attraverso una sola via di acqua affinchè una breccia aperta nel fasciame non rappresenti un pericolo per essa.

Ma nè le macchine nè i forni possono essere suddivisi in scompartimenti perchè le stesse loro funzioni ne impediscono il frazionamento: e, quand’essi siano colpiti, la morte della nave è inevitabile e vicina.

A bordo del Surcouf , ormai, la paratìa della sala delle macchine di tribordo cedeva lentamente alla pressione del mare entrato dalla breccia aperta dal siluro tanto nel fasciame esterno quanto in quello interno facendo saltare le lamiere parasiluri e le paratìe dei carbonili: lo scoppio aveva aperto una falla di sei metri per otto.

* * *

I fuochisti erano intenti al loro lavoro col petto rivolto al fuoco ed il dorso gelato dai soffi dei ventilatori e la luce violenta delle lampade faceva brillare denti ed occhi nelle loro buone facce annerite. Improvvisamente s’era scatenato l’inferno: due esplosioni formidabili erano scoppiate le cui onde sonore, che non avevano trovato sfogo, avevano assordato i poveri marinai: la paratia di tribordo aveva lanciato come una gragnola orizzontale, simile allo scoppio di uno shrapnell , tutti gli apparecchi che vi erano imbullonati, unitamente agli stessi bulloni. Quella mitraglia falciava gli uomini; le lampade elettriche si frantumarono ed attraverso le griglie aperte i forni lanciarono un bagliore sanguigno sui corpi sconciati, stesi a terra, e sui sopravviventi istupiditi.

Ma fino a quando non giunga l’ordine di abbandonare le stive, il fuochista deve rimanere al suo posto e continuare il suo lavoro: ed i sopravvissuti al disastro, allontanati i cadaveri per non calpestarli, colla pala o coll’attizzatoio ripresero il lavoro ai forni perchè i fuochi non si spegnessero. Nessuno di loro ignorava, però, che la nave era danneggiata e che si trovavano in pericolo di affogare come topi da un momento all’altro: ma erano sorretti da tre forze; l’orgoglio nazionale anzitutto; l’onore professionale poi, e finalmente l’amor proprio che, in circostanze simili, non è da disprezzare.

Ma che significava quel fracasso di cascata?

Nella vicina sala delle macchine la grossa paratìa, rappresentante la suprema difesa contro il mare, aveva ceduto di colpo ed in quella «sala» dalle proporzioni di cattedrale, l’acqua si precipitò sommergendo le turbine le quali, col loro calore intenso, ne provocavano di primo acchito l’evaporazione producendo una scottante e fitta nebbia di vapore.

E l’acqua saliva rapida, fulminea...

Ufficiali e mastri provvedevano, tentoni, ad isolare certe tubature, mentre i meccanici, che per la maggior parte si trovavano nell’acqua fino al collo, raggiungevano a nuoto le scale.

Dietro a loro galleggiavano dei cadaveri che giravano su se stessi in balìa dei vortici.

Con tutti i mezzi di comunicazione che collegavano il blockhaus , vero cervello della nave, colle stive, affluivano le cattive notizie dall’interno del bastimento.

Rumori strani salivano di laggiù: macchine e forni erano sommersi e pareva che il cuore titanico del Surcouf si fosse fermato cessando di battere: si udiva muggire il mare che si apriva il passo nelle stive... talvolta erano gorgoglii confusi, talvolta dei terribili scrosci di cascata... Una esplosione sorda scoppiava: era una paratìa che aveva ceduto: improvvisamente il silenzio regnante nelle batterie veniva turbato da un grande colpo di gong: era qualche oggetto pesante che si staccava per effetto del maggior sbandamento e precipitava sul falso ponte.

Lo sbandamento aveva raggiunto i ventitrè gradi ed il bello incrociatore, poco prima tanto fiero della sua potenza, e dall’aspetto quasi indistruttibile, non era ormai più che una massa inerte sulle onde.

Tutt’attorno alla nave agonizzante, fin dove giungeva lo sguardo, non si scorgeva che un’immensa estensione circolare d’acqua, calma come un lago scintillante sotto il sole nascente. Non una vela, non un filo di fumo!

— Dovremo far assegnamento soltanto su noi stessi – disse il comandante a Trévoux.

Sotto la passerella, sul ponte, gli ufficiali, calmi come durante un’esercitazione, aiutati da tutti i graduati, si moltiplicavano per organizzare il salvataggio; ma non dovevano faticare per mantener l’ordine.

Coll’occhio fisso sui loro capi, marinai d’ogni specialità, meccanici e fuochisti saliti dalle stive, non volevano, di fronte al pericolo, apparir meno calmi e presenti a se stessi, gli uni degli altri.

— Oh, la gente di mare sa benissimo la fine che le tocca, non è vero, Parigino? Un po’ prima, un po’ dopo...

— Certamente, vecchio mio; io per esempio preferisco questo all’esser mangiato dai vermi; è più pulito. È per questo che mi sono arruolato nella marina.

Appoggiato alla murata, un grande giovanottone rosso, nativo di Boulogne, gente di solito non facile a commuoversi, non riusciva a frenare le lagrime ed alcuni suoi compagni, più stoici, lo burlavano un poco per quella sua debolezza che non tornava ad onore dell’equipaggio:

— Siedi, siedi: ti passerà...

Il guardiamarina Melville, il quale badava che le cinture di salvataggio venissero regolarmente indossate, gli si avvicinò e gli disse:

— Che succede, Collinck, hai dei dispiaceri amorosi? Bisogna curarsi, caro mio.

Collinck si raddrizzò asciugandosi gli occhi e prese un atteggiamento militare per rispondere:

— Non si deve credere che io abbia paura, tenente; ma voglio bene a mia moglie ed ai miei piccoli. Non è proibito, questo; e non fa torto a nessuno. Avevano bisogno di me ed ho sbagliato ammogliandomi prima di terminare la ferma. Che ne sarà di loro?

— Faranno come i miei, vecchio mio: lo Stato li aiuterà un poco; la loro mamma li educherà nel tuo ricordo ed avranno un buon modello nella vita... e poi, che cosa sto dicendo, ora? Non siamo ancor morti, nè tu nè io!

— Poco ci manca, tenente...

— Lo sai bene che ce ne son molti che se la sono cavata da situazioni anche peggiori di questa. Certamente dovremo fare un poco di canottaggio: bene, è una distrazione anche quella. I terraioli ne fanno alla domenica per divertirsi. E poi finirà bene col giungere qualche bastimento a raccoglierci.

— Siete molto buono, tenente, e vi ringrazio; ma non ho molta fiducia nell’avvenire.

— Spera, spera sempre, ragazzo: è la speranza che ci salva.

Il comandante si sforzava nel tentare di combattere lo sbandamento della nave: fece puntare a babordo le torricelle dei grossi calibri, ma il Surcouf non ne risentì affatto... si inclinava, si inclinava sempre.

Intanto venivano calate in mare le imbarcazioni di tribordo, si preparavano le zattere, si staccava e si gettava in acqua tutto ciò che poteva galleggiare e servire come boa di salvataggio.

Con ogni mezzo fu tentato di chiudere le falle ma tanto valeva voler chiudere un setaccio con un dito: le travi si spezzarono sotto la pressione; i teloni incatramati furono inghiottiti dalle bocche torte e ghignanti – così si supponevano poichè nessuno le aveva vedute – delle falle i cui margini slabbrati rompevano le catene.

Un colpo di cannone!

Un cannoniere aveva creduto di scorgere il nemico e si assumeva la responsabilità d’iniziare il fuoco; ma non si trattava, in realtà, che di qualche rottame galleggiante: colla massima serietà il comandante appioppò parecchi giorni di consegna all’indisciplinato che si era permesso una iniziativa «tanto inconsulta».

Calvet voleva aver l’aria di fidare nell’avvenire; era un modo per rassicurare l’equipaggio: ma quella non è gente che si possa ingannare.

— Li farò al mondo di là, i tuoi giorni di consegna! – borbottò il cannoniere felice della beffa che avrebbe fatto così a colui che l’aveva punito.

E lo sbandamento aumentava continuamente e l’acqua continuava ad invadere le stive.

I carpentieri lavoravano a tutt’uomo per puntellare le porte di comunicazione e chiudere così la strada all’allagamento ma disgraziatamente, sotto la pressione delle acque, porte e paratie saltavano l’una dopo l’altra.

E gli uomini che lottavano così col mare, andavano retrocedendo.

Un ufficiale apriva una porta, lasciava passare i suoi uomini; usciva per ultimo, richiudeva mediante robustissimi chiavistelli e grossi catenacci e poi si tentava, ancora, di puntellare.

Ma ormai non v’era più nulla da fare; la fine era certa e vano era continuare la lotta contro l’oceano invasore. Tutti gli sforzi del comandante, per raddrizzare la sua nave, erano falliti.

Allora Calvet decise che l’«alzabandiera», che doveva essere celebrato ogni mattina alle otto, lo fosse come al solito ma «un poco in anticipo, considerate le circostanze» come disse agli ufficiali con un sorriso triste.

Si vide improvvisamente salire sulla drizza dell’albero, e spiegarsi al sole, la bandiera tricolore: azzurra, bianca e rossa, essa ondeggiava alla dolce brezza mattutina, per l’ultima volta sul Surcouf . Una salva di moschetteria l’accompagnò nella sua ascesa mentre le trombe lanciavano nel cielo la più lieta fanfara del loro repertorio: «Alla bandiera».

«Coi talloni uniti quanto la conformazione dell’uomo lo permetta» – ed anche quanto lo permetteva l’inclinazione del ponte – tutti salutarono rigidamente. Cerimonia semplice priva di ogni teatralità.

Nell’interno della nave, gli schianti si susseguivano: erano le ultime paratie che cedevano; l’acqua compieva l’invasione. Lo sbandamento aumentava... sempre... la nave stava per coricarsi nel babordo.

Tutti sul ponte!

I trombettieri si sparsero nei punti ancora accessibili della nave e suonarono ancora una volta. I ritardatari apparvero e più nessuno rimase entro il Surcouf ; ma gli ufficiali dovevano assicurarsi che l’ordine fosse stato eseguito da tutti.

La nave stava per coricarsi.

La murata di tribordo fu sommersa ed allora il comandante ordinò che tutti si portassero sul babordo e che ciascuno occupasse il posto che gli era stato assegnato nelle esercitazioni per l’abbandono della nave. Era già parecchio tempo che le imbarcazioni di tribordo erano state calate in mare: quelle di babordo erano inutilizzabili per la posizione della nave. Questa stava per inabissarsi e non v’era più il tempo di girarne le grue per calare i canotti che portavano appesi rivolti al fianco colpito.

Brevi onde bagnavano ora la linea mediana del ponte: tutta la parte di babordo della carena luceva al sole benchè ricoperta di alghe e di milioni di piccole conchiglie.

— Non ti puliremo più, povero Surcouf! – mormorò dolorosamente Calvet.

L’equipaggio, scavalcata la murata, stava ritto sul fianco della nave ormai orizzontale e che poche ore prima era perpendicolare alla superficie del mare. Al comando: – Tutti in mare! – i marinai si lasciarono scivolare lungo la carena inclinata come un toboga e giunsero così sulla chiglia che, sola, dovevano superare per mettersi a nuoto.

* * *

Per morire al suo posto, il comandante Calvet aveva dovuto salire all’estremità sinistra del ponte di comando ridotto ad una stretta piattaforma. L’onore marittimo esigeva ch’egli perisse colla sua nave.

Era magnifico: sottile ed elegante, dai lineamenti fini, egli spiccava sullo sfondo del cielo. Si erse in tutta la sua statura e sporse il petto per lasciare una bella visione di sè negli occhi di coloro che sarebbero sopravvissuti e, con un sorriso paterno, fece colla mano un segno d’addio a tutti i suoi «figliuoli» che stavano per tentare l’ultima loro possibilità di salvezza. Aveva incrociato le braccia al petto, ed aspettava mentre la nave sprofondava sotto i suoi piedi ed il mare saliva verso di lui per ghermirlo.

Finalmente la nave oscillò.

Si formò un gorgo immenso o, se si preferisce, un groviglio di correnti nel quale il Surcouf scomparve trascinando con sè colui che ne era stato il padrone.

* * *

Da un istante Ho-Du nuotava ed attorno a lui il mare era coperto di imbarcazioni gremite. Dei nuotatori si precipitavano sulle zattere e sui rottami d’ogni sorta che potevano scoprire e raggiungere; vi si arrampicavano come potevano e, compiuta quell’operazione difficile, si guardavano d’attorno per vedere se potessero dar aiuto a qualche compagno.

Poco lontano il tenente annamita scorse una zattera che galleggiava solitaria e che poteva reggere parecchi uomini e sebbene egli avesse un solo braccio valido, potè raggiungerla e vi si arrampicò rapidamente. Poco dopo fu raggiunto da un altro nuotatore: era il radiotelegrafista di bordo, un coraggioso che era rimasto al suo posto fino all’ultimo momento e che, con un buon umore meritevole di encomio in quella circostanza, esclamò:

— Dunque, tenente, eccoci salvi pel momento

— Se questo può dirsi esser salvi – rispose sorridendo l’ufficiale – potremo dire di essercela cavata soltanto se saremo accolti a bordo di un canotto, oppure se le nostre grida richiameranno l’attenzione di una nave che ci passi vicino. Ma tutti i canotti che sono in acqua portano più gente di quanta ve ne dovrebbe stare e per poco non affondano così che non si può logicamente chiedere ospitalità a chi vi si trova. Se nessuno ci toglie di qui non ci vivremo a lungo.

— Sta il fatto – aggiunse l’operatore della T. S. F. – che non abbiamo nè viveri nè acqua. Basta, poi, che il mare si agiti un poco perchè ci si trovi in grossi impicci. Bah! Sarà quel che sarà e chi vivrà vedrà!

E, filosoficamente, aggiunse che quanto alla possibilità di esser soccorsi da una nave non v’era da pensarci perchè nessuna aveva risposto ai suoi richiami.

Attorno a loro la superficie dell’acqua andava rischiarandosi; i canotti si erano disposti in fila e qualcuno di essi, carico all’eccesso, aveva anche preso a rimorchio qualche zattera. Tutta quella gente si trovava in posizione quasi disperata e di quanti si erano aggrappati a qualche rottame ve ve n’erano già parecchi che erano scomparsi.

Il radiotelegrafista era riuscito ad acciuffare un remo che gli passava vicino, aveva potuto issarlo a bordo e s’era messo a remare di lena; e siccome nè l’uno nè l’altro dei due occupanti era egoista, essi fecero un giro in quel campo di rottami per veder se vi fosse qualcuno bisognoso di soccorso; ma non trovarono nessuno. Quanti eran stati capaci di raggiungere qualche cosa di galleggiante e di mettervisi comodamente, se è lecita l’espressione, pareva non desiderare affatto di mutar domicilio; gli altri, i cattivi nuotatori, coloro che si erano «liberati» della cintura di salvataggio ed anche quelli che non avevano voluto indossarla, erano già a fondo.

Finalmente, i due navigatori della zattera scorsero, stesi sopra una trave, due marinai che accettarono la loro offerta; ma mentre il galleggiante si avvicinava a loro, essi fecero segno che il trasbordo era inutile: ed indicarono una nave – una nave finalmente! – che avanzava verso il luogo del disastro.

Un grande urlo di gioia si innalzò da quei petti che già l’angoscia aveva stretti. Ecco il salvatore!... Molti, che nel loro animo avevano già dato un addio alla vita, ricominciarono a sperare, e tutti agitarono in aria quanto capitava loro fra le mani, un berretto ripescato dall’acqua, una cintura, un fazzoletto...

Ma erano, quelle, manifestazioni superflue perchè la nave li aveva certamente già scorti e navigava direttamente verso di loro.

Era uno yacht tutto bianco che non portava nessuna bandiera.

In breve fu a due gomene di distanza dal primo canotto della fila.

— Benissimo – disse l’operatore della T. S. F.: – ora metterà i canotti in mare. Accendiamo la pipa ed aspettiamo la nostra volta. Se anche si dimenticheranno di noi, sapremo ben farci vedere.

— Mi pare – mormorava Ho-Du – di aver già visto quel bastimento. Dove diavolo l’ho veduto?

Ma i canotti dello yacht pendevano dai loro bozzelli ed i marinai gialli, vestiti di bianco, non parevano affatto preoccuparsi di lanciarli in mare. Un certo numero di essi era rimasto raggruppato a prua attorno a qualche cosa di lungo che non si comprendeva quel che fosse.

Ho-Du aveva una vista ottima: abbagliato dal sole dispose le mani a visiera ed improvvisamente, con una vivacità rara in un asiatico, gridò:

— Ma è un cannone quello!

Poi, dopo un istante di riflessione, aggiunse:

— Certamente un cannone lanciacorda... ma perchè un cannone lanciacorda quando basterebbe...

Non finì;... si udì una specie di stamburìo a colpi secchi e precipitati, noto all’orecchio di ogni militare: era lo scroscio di una mitragliatrice.

Nello stesso tempo Ho-Du vide quanti erano sul primo canotto cadere, l’uno dopo l’altro od accasciarsi sui banchi. La mitragliatrice lanciava lentamente la sua falciata e non risparmiava nessuno.

Lo stupore fu tale tra i naufraghi che i remi rimasero immobili e che, trascinati dall’abbrivo, i canotti continuarono a sfilare davanti alla nave-carnefice, che non ristava dallo sparare.

— Ma no! – fece l’operatore della T. S. F. sfregandosi gli occhi. – Non sono impazzito...

La carneficina continuava ed il terrore si manifestava fra tutti quei disgraziati che si erano creduti salvi e, disarmati, si vedevano massacrati metodicamente da coloro nei quali avevano riposto la loro speranza.

Già gli occupanti di due delle imbarcazioni erano morti prima che si fossero riavuti dal loro stupore; parecchi si gettarono in mare nella speranza di nascondersi dietro qualche riparo, canotti o rottami, e di sfuggire così a quel massacro generale; poi anche tutti gli altri li seguirono come pecore spaventate.

Ma la gente dello yacht aveva preso una decisione ben netta perchè la nave si rimise in moto avvicinandosi a quella distesa di rottami ed ogni nuotatore che veniva scorto, era preso accuratamente di mira e con un colpo preciso mandato al Creatore. Qualche rapida falciata, diretta sotto la linea d’immersione, mandò subito a fondo i canotti.

Intanto entravano in azione anche i fucili; ottimi tiratori, i marinai gialli parevano stessero esercitandosi al bersaglio: sceglievano il loro uomo, miravano e facevano partire il colpo; guardavano la vittima che affondava, ricaricavano e ricominciavano a sparare. E la nave era giunta tanto vicina ai naufraghi che quanti di questi erano ancor vivi, ne sentivano l’equipaggio ridere.

— Non c’è che dire, siamo fritti! – disse Ho-Du in ottimo francese.

— E buonanotte a tutti – aggiunse l’operatore. – La nostra conoscenza non sarà durata a lungo, tenente.

Ho-Du porse la mano al suo compagno e ben sicuro che i loro ultimi istanti fossero giunti attese con lui tranquillamente la morte: cominciavano a familiarizzarsi col suo orrido viso.

Lo yacht si era fermato nuovamente ad una quarantina di metri da loro. Il massacro era quasi terminato ed i tiratori lanciavano qua e là negligentemente, qualche pallottola. La zattera che portava i due uomini fu presto scorta: essi si erano accuratamente stesi nella speranza di passare inosservati, ma avevano fatti i conti senza gli ottimi binocoli prismatici degli assassini. E la mitragliatrice riprese rabbiosa a sparare. Alcune pallottole rimbalzarono tutt’attorno alla zattera, poi Ho-Du udì uno schiocco secco e l’operatore colla testa fracassata crollò senza nemmeno un sospiro.

Astuto come tutti quelli della sua razza, Ho-Du si lasciò cadere di colpo, ruzzolò sopra un fianco e si tenne immobile senza nemmeno respirare: non era stato colpito ma fingeva meravigliosamente di esser morto tenendo la parte superiore della testa immersa nell’acqua fino al naso e respirando con ogni precauzione.

Ora alcuni colpi isolati scoppiavano qua e là e l’annamita ne concluse che i banditi davano il colpo di grazia a quei poveretti che parevano aver conservato un poco di vitalità.

Udì infatti lo yacht passare tanto vicino alla zattera da sfiorarla quasi e poi una prima fucilata ed il rumore sordo d’una pallottola che colpiva al suo fianco il corpo inerte dell’operatore. Si guardò bene dal muoversi pur essendo ben convinto che il prossimo proiettile sarebbe stato destinato a lui e che ben difficilmente non l’avrebbe colpito; ma la fortuna volle che il ribollimento dell’acqua causato dall’elica, che pure batteva l’acqua assai lentamente, facesse oscillare la zattera così che la pallottola andò a conficcarsi nel legno a due pollici dal suo cranio.

Certamente colui che aveva sparato era certissimo di aver colpito esattamente perchè non stette a verificarne il risultato, ed Ho-Du si mantenne immobile.

Udì ancora due o tre spari mentre lo yacht si allontanava ed il pulsare dell’elica, di cui l’acqua gli portava distintamente il rumore, aumentava di frequenza mentre diminuiva d’intensità.

I pirati partivano ben sicuri di non lasciare essere vivente dietro a sè.

Per una mezz’ora ancora l’ufficiale annamita rimase pazientemente nella sua incomoda posizione e finalmente si decise ad alzare lentamente il capo: la nave bianca si allontanava verso il sud-est.

Allora afferrò il remo abbandonato dall’operatore e, pur senza grandi speranze seguì la stessa direzione poichè la terra si trovava da quella parte.

Vi sarebbe giunto? Non sarebbe morto di fame e di sete prima di scorgere una costa o di esser raccolto da un bastimento?

Quello non era che l’inizio di un interminabile calvario. Solo su quella zattera, il disgraziato era come un minuscolo punto al centro di quello che gli pareva un immenso disco verde dalla superficie appena mossa.

In qualunque direzione volgesse lo sguardo, per miglia e miglia egli non scorgeva che mare e cielo e quella impressione di solitudine sconfinata era desolante.

Ma egli remava ostinatamente senza un minuto di riposo e lavorava colla convinzione che il suo sforzo non servirebbe a nulla e che ormai la sua sorte fosse decisa. Temeva il giungere della notte, gli pareva che nell’oscurità si sarebbe annoiato ancor più che durante il giorno e che abbandonandosi al sonno la deriva, allontanandolo dalla direzione che voleva seguire, gli avrebbe fatto perdere ogni vantaggio conseguito colla fatica della giornata; lavoro nella cui efficacia, del resto, non credeva affatto.

E la notte venne: egli non aveva bussola e cercava di orientarsi sulle stelle ma era troppo istruito per ignorare che l’orientamento in tali condizioni non offriva alcuna garanzia di esattezza.

Passarono ore ed ore ed egli finì col sedere sulla sua zattera lasciando che il remo strascicasse nell’acqua. La stanchezza gli appesantiva le palpebre; i suoi pensieri si confondevano; egli si lasciò cadere disteso e, incosciente, si abbandonò al sonno.

E quella fu una fortuna per lui perchè mentre dormiva, così, sotto il cielo e malgrado il fresco della notte, non soffriva. Si svegliò soltanto a giorno fatto, desolato di riprendere la coscienza dell’immenso pericolo che gli incombeva, della certezza della fine prossima e dell’impossibilità irrimediabile nella quale si trovava di compiere la missione, che gli era stata affidata, di riferire al Governo della sua seconda patria del pericolo minacciante tutti i popoli bianchi.

Aveva lo stomaco torturato da crampi continui, e la bocca arida costituiva per lui un supplizio di ogni istante e che aumentava senza posa. A poco a poco tutto il suo corpo si indoloriva.

Malgrado la debolezza, si costrinse a remare per qualche ora ancora e poi venne l’istante in cui non fu più in grado di farlo. Non che i muscoli si rifiutassero alla volontà; era questa che rifiutava di agire e di adattarsi alle circostanze: egli invocava ardentemente la fine di quella tortura, ma non aveva più nemmeno l’energia di alzarsi e di trascinarsi attraverso la zattera per gettarsi nell’acqua e finirla.

E già i pescicani lo seguivano; li vedeva, azzurrastri, gironzolare attorno alla zattera con una specie di allegra frenesia come se sentissero che fin da quel momento egli era una preda cui avevan diritto. Egli era ben rassegnato a morire, ma non di quella morte.

E calò la sera del secondo giorno e poi la notte e poi ancora il giorno... e per una specie d’ironia il tempo si manteneva bello. Il mare pareva quasi un lago, ma all’orizzonte la terra non appariva; nè la terra nè una nave: nulla che potesse far rammentare che sulla terra esistessero altri uomini. Ed a tratti egli era preso da torpore e la sua mente si annichiliva completamente.

Si formavano come dei vuoti, delle soluzioni di continuità nel suo pensiero, e per fortuna, forse, quei periodi di incoscienza, che si potrebbero anche dire di inesistenza , diventavano sempre più frequenti e più prolungati.

Ormai, quando aveva dei ritorni di coscienza, la sofferenza era diminuita e gli pareva di ritornare da un paese lontano, non di questa terra. Ma talvolta soffriva di miraggi spaventosi che lo torturavano poichè credeva di scorgere a breve distanza delle isole boscose sugli alberi delle quali crescevano frutti meravigliosi...

Li vedeva a portata di mano, credeva di provar già la sensazione deliziosa della loro polpa fresca scioglientesi nella sua bocca e rinfrescante le sue papille irritate... e stendeva la mano e non afferrava che il vuoto dello spazio infinito.

Soltanto alla sera del quinto giorno, dei pescatori del Camboge lo raccolsero e lo condussero al loro villaggio, posto sul delta del Mekong, vivo, ma d’una specie di vita prettamente animale. Essi avevano provato rispetto per quell’anima innocente nella sua pazzia.

Gli prodigarono tutte le cure che erano nelle loro possibilità, ma senza curarsi di sapere chi egli potesse essere; ed egli pareva aver perduto la parola ed anche la possibilità di rammentare con ordine la sua vita anteriore.

XXIV.

Entra in scena Criquet.

In una stanza stretta e mal illuminata che serviva contemporaneamente come cucina, gabinetto da toeletta, sala da pranzo e camera da letto, coi piedi chiusi in un paio di scarpe di pelle verniciata, le gambe in un paio di pantaloni col gallone di seta sulla cucitura, il busto preziosamente chiuso in una camicia molle pieghettata, Anthime terminava di vestirsi in gran pompa. Quel giorno l’uomo-scimmia doveva far colazione all’Hôtel Ritz, nè più nè meno, ed aveva gran da fare per rendersi bello davanti ad uno specchio grande press’a poco quanto un palmo.

Si trattava della colazione pel fidanzamento di Dunois e di Alys Laurie, poichè, grazie alla eccezionale robustezza della sua costituzione, il direttore del Laboratorio biologico di Roscoff aveva potuto rimettersi dalle conseguenze della terribile ferita subita nel duello all’isola Verde.

Con delle mossette che volevan essere delicate ed apparivano buffe, facendo un’infinità di smorfie, il preparatore annodava la cravatta bianca, poi infilò il panciotto e la marsina all’ultima moda: quando ebbe finito, presentando lo specchietto davanti alle varie parti del corpo, ciò che gli riusciva facile data la straordinaria lunghezza delle braccia, cercò di farsi un’idea complessiva del proprio aspetto; ma non vi riuscì. Allora chiamò:

— Griotte!

— Eccomi! Eccomi! – rispose una voce sottile ed allegra.

E dal negozietto di «droghe e commestibili», di cui quella stanzetta era il retrobottega, giunse, in peduli di vivagno pigramente strascicati sul pavimento, con un grembiale azzurro a pettorina e panciotto di maglia, un omino tondo, dalla faccia da luna piena, rosea e sempre ilare, aureolata da una specie di casco da ammiraglio di tribù di selvaggi dell’Africa centrale. Egli deplorò le pretese dell’amico Anthime.

— Che cosa occorre ancora al signore? Che non si possa vendere in pace un misero quarto di chilo di uva di Corinto?

— Griotte, tu che sei parigino, dimmi un poco se sono stringato a dovere. Io non riesco a vedermi.

Senza rispondere, Griotte si volse verso la bottega e chiamò:

— Signora Griotte, favorite venir a passare in rivista questo farfallino! L’eleganza è cosa che entra nelle vostre attribuzioni femminili. Si desiderano i vostri lumi.

La signora Griotte guardò Anthime e vide qualche cosa di tanto bello che giunse le mani in atto d’ammirazione mormorando devotamente:

— Un vero Principe Azzurro!

— Allora va tutto bene? – domandò ancora Anthime il quale voleva essere sicuro del fatto suo e si conteneva del suo meglio colle ginocchia piegate e le mani, penzoloni in fondo alle braccia, all’altezza delle caviglie.

— Se state bene? Ma dovreste farvi fare un ritratto dipinto!

Questa fu la sentenza della buona signora Griotte ed Anthime si decise a congedarsi dai suoi ospiti e si avviò in fretta verso l’Hôtel Ritz.

— Ho appena il tempo necessario; la piazza Vendôme non è qui a due passi.

Ed andava col suo camminar oscillante mentre i due Griotte lo seguivano collo sguardo e tutti gli abitanti del Grand Montrouge uscivano sulle porte per vederlo passare.

Cinque minuti dopo, in una straducola deserta egli passava lungo un terreno incolto chiuso da una palizzata cascante quando udì voci di litigio:

— Ah, tu vuoi quel che ti spetta, brutto moscerino? – diceva una voce volgare e strascicata. – Ecco quel che ti spetta: pago con dei calci, io, e gli sportelli sono sempre aperti.

— Ed avrai anche una mancia speciale – aggiunse un’altra voce non meno volgare ma più roca.

E si udivano colpi sordi interrotti da gemiti e richiami d’aiuto.

Anthime guardò attraverso una breccia della palizzata e vide due giovanotti sulla ventina, vestiti come vagabondi dei sobborghi, che coprivano di busse un malcapitato fanciulletto che poteva avere dodici anni al più.

Il sangue generoso del preparatore diede un tuffo; dimenticando l’abito di cerimonia che portava, Anthime fece un balzo; passò a traverso le tavole fradice come un cavallerizzo da circo salta attraverso il cerchio di carta, e con tre salti fu addosso ai due prepotenti. Ne afferrò uno pel colletto e lo gettò a sei passi di distanza come uno straccio e con un pugno alla mascella mandò l’altro rotoloni come un coniglio, colle gambe sopra la testa.

Semistorditi, entrambi si rialzarono masticando ingiurie grossolane e ritornarono alla carica; ma non se ne trovarono bene: una grandinata di pugni e di scapaccioni li accolse, li ammaccò e li mise in fuga ed Anthime, spazzolando la stoffa fine dell’abito, si trovò solo in mezzo a quel terreno incolto davanti ad un monello sudicio e stracciato dagli occhietti neri e vivaci, dal naso rincagnato e dai capelli irti ed incolori. Coi piedi nudi nei resti di un paio di scarpe aperte a tutte le acque, quando pioveva, egli si strofinava le costole indolenzite e rideva allegramente malgrado le tracce che le lagrime avevano lasciato sul suo magro visetto.

— Ah!... ah!... ah!... Quante gliene avete date al Pancetta ed al Ricciuto!... Il guaio è che i cocci saranno miei! Se mi ripiglieranno sarò fortunato se non mi demoliranno completamente.

— Bene, allora vieni con me – disse il preparatore che si interessava per quel marmocchio. – Ho fretta... chiacchiereremo camminando e se potrò fare qualche cosa per te... Vedrò. Vuoi?

— Ma certamente! – esclamò il monello. – Mi avete l’aria d’esser ben piantato, voi.

E mentre camminavano Anthime interrogò il suo nuovo compagno.

— Dove sono i tuoi genitori?

— A far terra da ceci con un giardinetto sulla pancia. Sono orfano come una scarpa scompagnata.

— E perchè quei mascalzoni ti picchiavano?

— Perchè eravamo in società nel commercio del panico. Io ho lavorato, io; volevo la mia parte di guadagno e loro non volevano darmela perchè dicevano che son troppo piccolo: mi avrebbero pagato in natura ed avrebbero messo il mio denaro alla Cassa di Risparmio perchè potessi farmi fare il funerale quando avrò novant’anni. Ho voluto gridare «A1 ladro!» ed allora mi hanno rifilato una buona battuta. Picchiavano sodo e senza di voi...

— Ma tu, come campi?

— Me la cavo da solo da due anni; vendo il panico per gli uccelli; il vischio per Natale; l’ulivo il giorno della Palme, i mughetti ai primi di maggio, l’agrifoglio e le foglie secche in settembre, distintivi i giorni di festa e qualche volta giornali. Faccio delle commissioni; apro gli sportelli delle vetture, porto le ostriche pei negozianti, lavo i cani, prendo posto nelle «code» alla porta dei teatri per gli spettacoli gratuiti il giorno della Festa Nazionale e lo vendo ai «signori». Raccolgo le vecchie scatole di sardine per ricavarne la saldatura che vendo ai cenciaioli; faccio servizi pei commercianti del mercato e questi mi pagano con una zuppa o mi danno un mazzo di radicchi... ma sto lontano dalle guardie di polizia perchè mi acciufferebbero e mi ficcherebbero in qualche casa dove si sta male!

— Non m’hai l’aria di essere cattivo – disse Anthime. – Se vuoi si potrà tentare di far di te qualche cosa di meglio di quel che tu sia ora.

— Per conto mio accetto volontieri perchè siete molto forte e dovete essere un buon uomo.

— Come ti chiami?

— Criquet perchè non sono più alto d’un soldo di cacio; ma sono capace di lavorare e non mi dispiace il lavoro.

— Bene, Criquet; io mi chiamo Anthime e saremo amici.

* * *

All’Hôtel Ritz, quando si vide entrare quel personaggio dalla faccia scimmiesca accompagnato da quello straccioncello, il portiere credette che si trattasse di un paio di acrobati eccentrici e protestò:

— Non si dà spettacolo, qui: levatevi dai piedi! Ah! Ma che si debba vedere anche questa?

Anthime dovette sudar sette camice per far capire che egli era invitato ad un pranzo di fidanzamento, ma non riuscì a poter entrare se non dopo essersi impegnato ad affidare il suo giovane compagno alla guardarobiera ed a recarsi solo nel salone dov’era il banchetto.

La direttrice della guardaroba era una brava donna la quale disse soltanto:

— Temo di pigliarmi una ramanzina perchè il vostro piccolo non è molto «presentabile» salvo il rispetto che vi devo.

— Nascondetelo, signora; farete una buona azione. Cercate il modo perchè abbia da mangiare; pagherò tutto e quando me ne andrò non avrete da pentirvene.

— Che bel tipo! – mormorò la guardarobiera mentre egli, rullando sulle sue gambe, faceva il suo ingresso nella sala dove gli altri invitati lo aspettavano.

Dunois ed Alys, raggianti dì felicità, lo presentarono con tanto affetto che nessuno ebbe voglia di burlarsi di quello scimpanzè dall’aspetto umano:

— Il signor Anthime Le Goarec, naturalista; il nostro miglior amico!

E davano speciale risalto a queste ultime parole.

— Is he indeed? (È proprio lui?) – dicevano i membri più notevoli della colonia americana, amici di Laurie, squadrando quello strano personaggio; ma poi gli porgevano la mano con quell’affabile familiarità che forma il loro fascino; uomini eleganti e signore in abiti ammirevoli, aggiungevano cordialmente:

— I am very glad to see you! (Sono davvero felice di vedervi!).

Ed erano strette di mano energiche; ma gli uomini robusti che si sforzavano, nello stringer la mano del preparatore, di disarticolargli la spalla, si accorgevano subito che avevano a che fare con uno che non era meno energico di loro e che era meglio usar maggior riguardo.

Ad ogni istante giungevano telegrammi di felicitazione e radiogrammi da ogni parte del mondo: Alys, Dunois e Laurie li leggevano lieti e li gettavano in un grande paniere che era già quasi pieno quando la fanciulla impallidì e spiegazzò nervosamente il foglio azzurro che aveva letto.

Dunois che non la lasciava collo sguardo e non ristava dall’ammirarla nell’abito da fidanzata che la rendeva ancor più affascinante, si accorse di quell’emozione, e, a bassa voce, le domandò:

— Che c’è, cara?

— Nulla, nulla! – rispose lei cercando di nascondere la pallottola di carta; ma egli le prese la mano, aperse dolcemente le dita strette e si impadronì del radiogramma. Lesse ed arrossì di collera scorrendo queste parole:

« Non siete ancora la signora Dunois . Solok».

Non fu che un attimo perchè, ridiventato padrone di sè, egli rassicurò subito la sua giovane fidanzata che tremava:

— Spacconate! Non temete nulla, Alys. Saprò difendervi e difendere la nostra felicità.

Quasi nessuno s’era accorto di quella rapida scena. Un telegramma ricevuto da Laurie, e che egli mostrava a qualche amico, distrasse l’attenzione degli invitati. Era un telegramma del Comitato dei Petroli degli Stati Uniti il quale chiedeva d’urgenza la presenza del grande chimico per l’esame di una questione importantissima.

I tre personaggi della festa non riuscivano a nascondere la loro preoccupazione e la festa parve avvolta da un’atmosfera di tristezza, quando un incidente buffo richiamò la letizia.

La porta della sala dov’era preparata la tavola s’aperse improvvisamente davanti ad un fanciullo che si sarebbe detto il più sudicio e stracciato della terra, il quale, con voce acuta, gridò fra lo stupore di tutti:

— Dov’è Anthime? Mi vien la barba colla signora Coso, sai!

Un maggiordomo, portatore d’un magnifico piatto di aragoste alla Termidoro, si precipitò per cacciar fuori quel piccolo intruso:

— Vuoi andartene, sporcaccione? Ma di dove salta fuori costui?

La speciale educazione di Criquet gli aveva insegnato, soprattutto, a temere le autorità d’ogni specie e perciò egli, quando vide la mano del maggiordomo pronta a piombargli addosso, si buttò carponi e passò fra le gambe di lui che inciampò e cadde supino mentre le fette di aragosta coperte di salsa facevano una meravigliosa volata sul pavimento lucido di cera.

Il piccolo aveva scoperto il suo protettore e continuò l’avanzata a quattro gambe; passò fra due sedie e scomparve sotto la tavola mentre le signore, fra grida di spavento, si arrampicavano sopra le seggiole come se si fosse trattato di un topo.

Criquet uscì dall’altra parte della tavola ed afferrata la mano di Anthime, che apparve pieno di confusione, lo scongiurò:

— Non mi lascerai che mi portino via, vero, Anthime? Voglio restare con te, io! Mi annoiavo, là: la signora Coso non voleva che rosicchiassi le ossa!

L’emozione suscitata da quell’intrusione era enorme.

— Ma che cosa succede? – domandò Laurie mettendosi il monocolo.

— Chiedo scu...sa... – balbettò Anthime che faceva pena per l’imbarazzo in cui si trovava. – È un buon ragazzino di cui voglio prendermi cura. Egli non sa... vero?... è solo al mondo... ha voluto venir da me...

Alys ebbe immediatamente l’intuizione di ciò che poteva essere accaduto fra l’amico-scimpanzé e lo straccioncello e si intenerì per la bontà del preparatore.

— Bene – disse: – poichè si tratta di un vostro amico, Anthime, egli è anche amico nostro. Ci occuperemo noi pure di lui; non è vero, Yves?

Dunois acconsentì ridendo di tutto cuore e la buona fanciulla aggiunse:

— Intanto noi non mangeremo certamente tutte queste buone cose senza questo piccolo amico. Come si chiama, Anthime?

— Criquet – rispose confuso il preparatore fra un rumor di risa benevole.

— ...senza il nostro piccolo amico Criquet. Portate una seggiola, maggiordomo; Criquet deve sedere fra noi due. Sarà il nostro portafortuna e credo che mangerà di gusto.

— Grazie, signora – rispose educatamente Criquet che credeva di essere in paradiso. – Mi ha già dato da mangiare la guardarobiera ma posso anche prendere qualche cosa per non dir di no, visto che un rifiuto potrebbe togliervi il desiderio d’offrire.

Ed il piccolo, sudicio com’era, sedette alla tavola elegante.

Sebbene assolutamente ignorante delle convenienze, egli, con un appetito meraviglioso, sovrappose al primo un secondo pasto e vedendolo divorare, ineducatamente ma con tanta gioconda avidità, i convitati non sapevano se dovessero ridere o piangere.