Remus, Sirius, Hagrid, Andromeda, Remus/Tonks
Remus, Sirius, Hagrid, Andromeda, Remus/Tonks
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Sigaretta
SiriusBlack, Remus Lupin
193parole
«BuonDio, hai ricominciato con quella roba».
Nonè una domanda, ma Sirius risponde ugualmente.
«Nonmi hanno mai dato tempo di smettere».
Remusresta immobile sulla soglia dell'oscuro soggiorno di Grimmauld Place.Scruta immobile il profilo dell'amico alla luce dei lampioni che siinsinuano attraverso le finestre opache. S'incanta a fissare le sciedi fumo che si alzano dalla sua sigaretta, la punta di fuoco chebrilla ad ogni nuova boccata.
Scattain un attimo.
Attraversala stanza a lunghe falcate, gliela strappa con violenza dalle labbra,la getta sul tappetto e la spegne con un violento movimento delpiede.
«Famale. Piantala».
Siriusresta fermo. Non si oppone, non si lamenta, non si arrabbia. Se loavesse fatto tredici anni prima, Sirius lo avrebbe colpito con unospintone e lo avrebbe mandato al diavolo – ma non lo avrebbemaifatto, tredici anni prima, e questa consapevolezza gli sta rodendol'anima.
«Cisono centinaia di cose che fanno più male, Moony».
Losa.
Losanno entrambi.
Madirlo – accettarlo, ricordarlo – è ancora troppo difficile.
Fradi loro non èrimasto che l'acre odore di un mozzicone spento con rabbia.
*
FloggingMolly – If I ever leave this world alive
Remus x Tonks
115parole
Unsecondo e la porta è a un passo in meno da lui.
«Nonandrai solo».
Lerivolge uno sguardo mesto e scuote appena il capo.
«Restacon il bambino. Andrà tutto bene».
«Va'al diavolo» lo liquida inviperita Tonks, afferrandolo per unbraccio. Lui si divincola dalla sua stretta con un gesto quasirassegnato. «Voglio venire con te».
Unaltro secondo e la porta è sempre più vicina.
«Tiprego».
Iltono di supplica nella sua voce riesce a ferirla molto più afondodella consapevolezza che ancora una volta se ne sta andando senza dilei.
«Remus...».
«Tornerò».
Unsecondo di più – un solo secondo – equella porta sarebberimasta chiusa.
*
Camminaresuivetri
AndromedaBlack
310parole
Adistanza di anni,Andromeda avrebbe suo malgrado raccontato che era tutto era accadutotroppo in fretta perché potesse rendersene conto.
Eppurequella notteaveva creduto di vivere a rallentatore ogni cosa, dal tremendoscoppio di grida al piano di sotto, il rimbombo dei passi checorrevano lungo le strette scale che portavano alle camere da letto–e sua madre piangeva, suo padre batteva pugni contro la porta, Cissystrillava di essersi sbagliata, sicuramente si erasbagliata.
Andromedanon frequenta nessun Nato Babbano ,ripeteva spaventata. Misono sbagliata, mi sono sbagliata... padre, vi prego, mi sonosbagliata.
Laporta si eraabbattuta con un fragoroso boato. Bella aveva la bacchetta salda nelpugno, lo sguardo inferocito, i capelli attorno al volto come iserpenti di Medusa – e l'odio, l'odio negli occhi, Andromedanon loavrebbe mai dimenticato.
Ilsecondo incantesimodella sorella maggiore la sfiorò di pochi centimetri. Ilvetro dellafinestra si frantumò alle spalle di Andromeda, che siritrassespaventata.
Selo era aspettato?Forse. Ma era certa non avesse più importanza.
«Dimmiche non èvero».
Lavoce di suo padreera più tagliente dei vetri che si erano conficcati sotto lepiantedei suoi piedi nudi. Il freddo della notte si insinuava nella suastanza e faceva rabbrividire la pelle coperta dalla leggere vestagliadi raso.
Adistanza di anni,Andromeda avrebbe suo malgrado raccontato che era accaduto molto infretta, con troppo rumore e ben poco contegno.
Maciò che davveroaccadde fu terribilmente più semplice. Si era mossa adisagio fra ivetri, e mentre ispirava una profonda boccata d'aria gelida avevacapito che era giunto il momento di prendere la decisionepiùimportante della sua vita.
«Èvero».
Siera Smaterializzatalontano da loro senza aggiungere altro e a distanza di anni, suomalgrado, Andromeda non avrebbe davvero aggiunto altro.
*
Albero
Remus,Hagrid
522parole
Irami spogli del Platano Picchiatore ricordano le dita scheletriche diun morto.
Remusle fissa con sguardo distante, eppure nei suoi ricordi quelle frondesono fitte come un mantello di spessa lana. Ha di nuovo quattordicianni, vi scivola attraverso e sa che i suoi amici sarebbero arrivatidi lì a poco – e in quei ricordi arrivavanosempre, e nessuno sidimenticava di lui.
«Oh,Remus, non ti avevo mica visto qua di fuori».
Voltaappena la testa per rivolgere un vago sorriso al gigantesco omone chelo ha raggiunto. Hagrid si pulisce le grosse mani sporche diterriccio sulle braghe e alza lo sguardo al cielo.
«Eh,mi sa che la neve ci sta arrivando a Hogwarts. Quest'anno cièarrivata tardi».
«Forseha avuto freddo anche lei» risponde piano Remus.«Con tutti questiDissennatori, intendo».
«Creatureorrende, se dai retta a me,orrende». Hagrid scuote il capo con un sospiro affranto.«Silente èarrabbiatissimo con quelli là del Ministero, ma che ci vuoifare,te, con quelli del Ministero?».
Remusannuisce appena.
«Comestai, Hagrid?».
Ilgigante gli rivolge un'occhiata interrogativa e Remus china la testacon genuina tristezza.
«Hosaputo... sai, di Azkaban».
«Oh».
Perun attimo fra di loro non resta che il soffio del vento.
«Èstato bello venirci fuori».
«Midispiace».
«Micaè colpa tua, Remus. Mica è colpa diqualcuno».
Ilgrosso uomo gli batte la mano sulla spalla sinistra. Remus ècostretto ad aggrapparsi alla recinzione di legno per non cadere aterra, ma sulle sue labbra affiora un sorriso nostalgico.
«Tidomandi mai se abbiamo davvero fatto del nostro meglio?».Hagridpare non capire, così Remus prende un profondo respiro emormora:«Contro Voldemort. Contro la guerra. Contro tutto quello cheèstato. A volte penso che avremmo dovuto fare di più. Esserepiùforti».
«Tu-Sai-Chiè andato via e non è mica che adessotorna».
Remusosserva di nuovo il vecchio Platano. Quante volte da ragazzino avevagiocato incauto fra quei rami incantati?
«Nonlo so, Hagrid. Ho sempre l'impressione che non sia mai finita. Inquella guerra c'è qualcosa che non è ancorafinito».
Hagridsi muove a disagio sui pesanti piedi.
«Nonc'è più, la guerra... non le devi pensare questecose, Remus. Cifanno male a tutti».
Remusresta per un poco in silenzio, poi arrangia un sorriso triste ericambia bonariamente la pacca del grosso amico.
«Hairagione. Non devo pensarci».
Maquando fissa il Platano i quattro coraggiosi ragazzini dei suoiricordi sono ancora lì, immobili nella sua memoria e ignaridelloscorrere del tempo. E i rami si stagliano nel cielo come le crepe diun muro, si intrecciano, si agitano nervose nel vento, e Remuscontinua a fissare le sue foglie rosse. Torneranno gemme, tornerannoverdi e poi cadranno di nuovo.
Ciprova da una vita a non pensarci, ma a ogni arrivo dell'inverno credefaccia un poco più freddo dell'anno prima. Si sente un pocopiùsolo ed è allora che tende le dita scheletriche verso ilcielogrigio... nessuno le ha più afferrate.
Ele foglie continuanoa cadere, alla fine.