Ore di sole
Ore di sole
Ore di sole
«STVDIVM QVID INVTILE TENTAS?»
A TE LUIGI AGOSTINI
MIO DILETTO FRATELLO ESTINTO
XVI OTTOBRE MCMIII
Correva il treno veloce sul malinconico piano: il sole basso calava giù verso il mare lontano.
Là ne la luce del mare passavano isole ignote: lucevan per la Maremma guizzi qua e là d'acque immote.
Poi come su la Maremma fu cupa e triste la sera! E il treno che mi portava ne l'ombra sempre più nera!
Ah fossi stato per sempre dentro a quell'ombre remote; senza mai giungere, sempre in quel romore di ruote!
Chè per me tutto era meglio; ma non saper che mai più, mai più o dolce fratello, non t'avrei visto mai più!PROLOGO
O sovrumana, Musica, profonda favella che tremando il cuore intende, dove non la parola ardua contende a serrar l'infinito in breve sponda;
ma sei vasta e possente come l'onda d'un mare che nessun lido comprende, dove ogni sogno tremola e risplende ed ogni scuro abisso si profonda;
quante volte il poeta, o sovrumana, se la Bellezza indarno egli nei lacci chiudere tenti de la rima vana,
sconfortato s'avvede che tu sola libero e vivo il suo fantasma abbracci! — E pure i tuoi tormenti ama, o Parola.LA CHIMERA
«FLAMMISQUE ARMATA CHIMAERA»
Gemere intorno a me odo lamento fraterno e petti sospirare — In vano! — E sui volti rivedo il mio tormento stesso e il mio pianto nel gran pianto umano io sento. Passa la Chimera e splende in alto, tra le sue fiamme, lontano: rapito, ebbro di lei, le palme tende ai suoi fulgori l'egro stuolo insano.
Ed ella passa, e con le menzognere labbra qualcuno bacia su la bocca. Passa, e rosei volti e fronti austere piegano al fuoco che da lei trabocca. — In vano! — Forse! — Ansano i petti: intanto la Morte da l'agguato i dardi scocca. Le fronti intorno piegano nel pianto: giunge la Morte e questo e quello tocca.I GIOVANI
A noi l'allegra coppa ed il liquore aspro del pentimento; a noi le fiere battaglie per la gloria e del piacere l'ardente ebbrezza ed il mortal languore.
Noi consumiamo de la vita il fiore al fuoco de le perfide Chimere: dal balenar di due pupille nere divampan esse e s'avventano al cuore;
tra gli ozii de le veglie e nel lavoro ci addentano improvvise; e su le vie nostre fiammeggian come fiamme d'oro.
— Ma la gioia in dolore, ma in rimorso il piacere per noi mutan le rie, di cui sentimmo il velenoso morso.I VECCHI
Or eccoli. Ne gli occhi semispenti l'ombra pensosa de l'età fuggita, e in cuor l'antica piaga non guarita. Altri aspettano l'ora confidenti;
altri, del sonno estremo sonnolenti, dormono quasi già fuor de la vita; ma in tutti l'insanabile ferita che sentirono in petto adolescenti.
Essi bevvero al fin l'ultime stille del calice, e non bevvero che fiele: essi nel fuoco de la rea Chimera
consumaron l'ardor de le pupille piagandosi ne l'unghia sua crudele. — Ah la vita sognata non questa era!SONETTI DEL PASSATO
LA SPINETTA
La spinetta onde già la contradanza e il menuetto in toni dolci e piani sorsero al tocco di squisite mani, or dorme nella solitaria stanza.
E lo specchio che vide l'eleganza dei lenti inchini e dei sorrisi vani di bianche dame ai bei tempi lontani, s'annoia or nella solitaria stanza.
Pur se le vecchie corde un'aura sfiora, da la Spinetta di lavor sottile sorgon gli accordi de l'antica danza;
pur se un tramonto le cornici indora e il verde specchio, ancor qualche gentile coppia nel vetro mutamente danza.GLI STAGNI
Sola, — (qual sogno la seduce ancora?) — ella guarda gli stagni scintillare vaghi a la fredda chiarità lunare che cingono la muta sua dimora.
Una nebbia diafana vapora pei cieli: ella s'indugia a contemplare: come mille pupille acute e chiare luce su l'acque una maligna flora.
E tutti i sogni de la notte l'ora intorno aduna. Intinge l'anulare talvolta ella ne l'acqua e il fondo esplora.
Passar: nel ciel turchino lente rare nuvole bianche. Ed ella s'addolora chiamando quello che non può tornare.I BROCCATELLI
Sul baule di noce sta la dama curva, (chiara è la treccia che fu bionda); e fra le sete le sue mani affonda e i rasi e i broccatelli che più ama.
— O nonna che godesti tanto! — esclama, (e curva pare sovra una profonda tomba), — oggi per non esserti seconda, la tua veste più bella Auretta brama!
Sibilano le sete verdigialle, luce la gonna a strascico trapunta di gigli di scarlatto e d'oro vecchio;
ed ella volta verso l'ampio specchio, con un sorriso languido s'appunta l'ultimo nodo a sommo de le spalle.DON JUAN
Aspra la sizza batte per le strade. Davanti al caminetto don Giovanni ritorna con la mente ai suoi belli anni ed una gran malinconia lo invade.
Una tristezza che non ha conforto a poco a poco il vecchio cuor gli assale, il vecchio cuor ch'egli credeva morto ma d'un tratto gli punge e gli fa male.
E il biglietto ingiallito dove ancora un profumo di lei sembra che emani, il biglietto che ancor umile implora, ecco gli trema quasi fra le mani.
Da quel giorno quanti anni dileguati! — Ell'era assai leggiadra, bionda e fina! Quelli che amammo abbiamo addolorati! — E morì molto giovine: Delfina!
Brontola il vento ne la notte mesta. Accanto al fuoco, solo, don Giovanni richiama ne la mente i suoi belli anni: e il biglietto obliato in man' gli resta.SERA
Su la piazzetta triste e solitaria un flauto si lamenta, trema una voce spenta.
Pur come dolce, come ingenua l'aria! Trema la voce spenta: il flauto si lamenta.
A la finestra un vecchio ed una dama, in gran malinconia, guardano tra le rose ne la via.
L'aria d'un tempo come parla e chiama! Era un tempo lontano: faceano un sogno — carezzato in vano.AL LIMITARE OSCURO
O pallido giardino silenzioso al sole, s' io ti penso rivedo un elisio fiorito: non voci, non romori, sospiri le parole, ed ombre con un sogno ne gli occhi d'infinito. A te, muto giardino, spesso ripenso. — È aprile e nascono le prime rose: convalescenti a cui la febbre tolse l'aspetto giovanile, si riscaldano al sole le membra sofferenti. Vanno per l'erba nuova guidati da un piacere nuovo e profondo, misto di dolcezza e stupore; o solitarii, dentro a un lor vago pensiero, sognan distesi ai piedi di qualche albero in fiore. Ripensano a la loro rovina; a dì lontani pensano; (non sentirono mai l'anime più sole!) Piegano tristi il capo; si guardano le mani pallide sospirando: — o buon sole! o buon sole!
Ahimè! sul loro capo dai rifioriti rami, dai nidi cinguettanti fra le tenere foglie, la primavera spande i suoi blandi richiami, il canto de la vita e de l'amor discioglie. Romba ne l'aria come una voce infinita; da la città soggetta, immenso cuore, sale confusamente il vasto palpito de la vita, il romor de la gioia, del lavoro mortale. Odon gli afflitti ed una segreta ansia li punge. Vivere ancora! Amare! — Arrivano sommessi gemiti a tratti, o qualche ultimo grido giunge da l'alto. Odon gli afflitti, e pensano gli amplessi de l'orrenda nemica che stringe i moribondi a la gola. — Ah non mai sentiranno più forte la Vita, ah mai gli umani affetti più profondi di quest'ora contesa fra la Vita e la Morte!
A quel muto giardino spesso io ripenso. Il sole lo scalda e lo rischiara come una dolce lampa, e il bianco dei viali e il verde de l'aiuole di vaste solitarie ombre d'alberi stampa. Lungo i dritti viali un sedile di legno aspetta, vuoto, qualche confidenza fraterna: una siepe di rose chiude il silente regno e con la nuda vite e l'edera si alterna. O rose, che cercate d' impedire la via dei ricordi a colui che sperare non deve, vedete le pupille con che malinconia sognan oltre la vostra pietosa siepe breve!
Ed è un brillare immenso nel limpido mattino, sotto, di vie, di asfalti, di tetti diseguali, di finestre; un rispondersi da lungi e da vicino di colorate cupole di vecchie cattedrali. Oscure moli, neri campanili, dipinte case, che mareggiando in un confuso piano, bizzarra sinfonia di linee e di tinte, dilungano, si perdono in un grigio lontano. E i neri campanili che i secoli a… rintocchi di ore misurarono e le chiese e le mura dei monasteri portano su gli archi lievi fiocchi d'erba fiorita d'ogni vecchia screpolatura; e un'onda di campane spande non so che ignota gioia fra terra e cielo e il sol non so che festa; e una voce remota, una feminea nota non so che cosa in fondo a l'anima ridesta. E le pupille sognano sognano: — il caro viso de la madre; fra gli alberi una casetta bianca. In fondo il Golfo, come un divino sorriso; e sereno ed azzurro fin dove l'occhio manca.
Ma, quando il giorno cala, (dal cielo di turchese, giù giù dal mare un'ombra di viola si stende su le case e si mescono le voci de le chiese e gridano i fanciulli e la città s'accende a poco a poco tutta riscintillando in giro), i viali ritornano deserti. Ultima in fondo dilegua un'ombra; passa tra le foglie un sospiro; mormora una fontana nel silenzio profondo. Nessuno. Si, forse uno che sente il cuor più grave d'angoscia in un sedile solitario rimane ancora, e non sa togliersi da quell'ora soave, da quegli echi diffusi di campane lontane. O campane profonde e dolci di Santa Chiara! Un giovinetto, (sempre sarà ch'io lo ricordi quel viso bianco, quella pietosa anima ignara), una sera, (salivano i vostri primi accordi), cercava una finestra laggiù, fra mezzo a mille. Finestra illuminata, visione lontana che t'aprivi davanti a le fise pupille! O piccola finestra, o tu ch'eri l'umana felicità, la vita, la madre pia, la casa ch'egli non rivedrebbe forse! — Seduti accanto, (sentiva da quelle ombre anch'io l'anima invasa), io l'udiva tossire piano di tanto in tanto. Di te che avvenne, dove sei tu, povero ignoto? Parla le dolci sere ne l'ombre la fontana, scintillano le stelle, pure, nel ciel remoto: ma forse più non cerchi la finestra lontana. Così tu mite imagine di quel limbo fiorito, a l'anima ritorni se batte a le sue porte. Placido limbo pieno, d'un sogno d'infinito, al limitare oscuro del regno de la Morte!IDILLII
INVOCAZIONE
In vaghe piaggie fiumi azzurri e cheti, dove le pioppe su l'erbosa riva mettono al vento murmuri segreti; o laghi impressi ne la roccia viva, verdi smeraldi a l'ombra dei canneti; fonti che già la ninfa custodiva; i bei mister ne le vostre onde immersi voi svelate ai miei sogni e date ai versi il suono de la dolce acqua sorgiva.
O poggi solatii, o valli ombrose, (odo ancor, se vi penso, dei pastori meriggianti le tibie armoniose); umili praticelli ed erbe e fiori; boschi profondi, erme rive petrose; gole abitate di segreti orrori; voi svelate a lo spirito ed al senso, date a la rima il vostro intimo senso col segreto dei ritmi e dei colori.
Candide su pei monti intatte nevi; monti turchini, punte irte di geli; nubi vaganti come veli lievi, golfi sognanti sotto puri cieli; cieli d'opale, cieli truci e grevi, o sparsi di viole gli aurei veli; voi temprate l'indocile pennello, voi mi svelate ogni tesor del Bello, o monti, o nubi, o puri golfi, o cieli.IL BOSCO
O bosco, (l'alto bosco secolare su la spiaggia deserta in riva all'onda agita ai cieli la sua chioma bionda e palpitante come il glauco mare); — o bosco, ogni romore lontanare sembra ne la tua pace assai profonda.
Volan ne la gran pace le palombe per le tue rame con un volo eguale. Da le rame una luce claustrale e verde piove: alto silenzio incombe. E nel silenzio vanno le palombe, come in un sogno, senza romor d'ale.
Ansa ne la gran pace la tua folta chioma scorsa da languidi susurri; molli ai tuoi piedi ansano i flutti azzurri. (O verdi cime, dove udii talvolta tutta dei suoni l'armonia raccolta, gli alti silenzi e i placidi susurri!)
Ed un odor silvestre si diffonde misto a l'agrezza de l'odor salino. Odor di bosco, odore di giardino, qual erba prodigiosa si nasconde per il fogliame de le ombrie profonde, in qual siepe fiorisce il gelsomino?
O intraveduti tra le, foglie e i fusti remoti asili dove un nido pende vuoto da l'alto e il fil èsile stende il ragno fra due roveri robusti, mentre il sol tra le foglie e tra gli arbusti furtivo occhieggia o favoloso splende!
Segrete voci ne l'immensa pace come respiri di viventi occulti, mentre nel folto crescono i virgulti e qualche bacca da la cima audace piomba e le linfe con vigor tenace salgono i tronchi in fervidi tumulti!
E tu cresciuto su la curva riva, (pei tuoi sentieri s'inseguian gli snelli fauni, Diana armata di quadrelli la fuggitiva damma perseguiva); bosco pagano che su l'erma riva il tuo verde in eterno rinnovelli;
tu raccogli ancor me ne la tua sorte. Oh ne la mite ombria, ne la solenne pace ove regna gioventù perenne, rivivere la tua gioventù forte; tra le radici tue dormir la morte, o bosco, ne la gran pace solenne!LA SPIAGGIA
Avvampa sul gran piano l'aura impura, avvampa il cielo tutto bianco e denso: bianco ed eguale il ciel come un immenso velario su la squallida pianura.
Deserto, senza vela e senza riva, specchio a quel cielo il mare si distende, ed un barbaglio tremulo l'accende innanzi fin dov'occhio non arriva;
Da la spiaggia il gran bosco centenario fosco contempla il biancheggiar marino: sta su gli scogli un rudere latino fra l'onde e la maremma solitario.
Luce e silenzio! Non da erbose macchie garrir lieto d'uccelli o di bifolchi disparsa voce in verdeggianti solchi; ma il raro crocidar de le cornacchie,
ma il bufalo che guada pel pantano. Silenzio e luce! E qui potessi, o cuore, frenare l'assordante tuo romore! Come il tuo mondo è piccolo e lontano!
Giova se stesso qui dimenticare, fuori d'ogni ansia, fuor d'ogni speranza, fuor d'ogni brama che la vita avanza, fra tanto cielo e sì deserto mare.
Giova guardando una solinga vela il naufragare in qualche elisia plaga. — Ma quale, oggi, dolorosa vaga ombra di morte, o anima, ti vela?IL LAGO
Chi vide mai più vaghe e più profonde meraviglie o più fulgidi tesori, e le gemme ed i rari marmi e gli ori fiorire tra le verdi alghe ne l'onde?
Ne le chiare onde i nobili ori immersi, e i pallidi alabastri ed i coralli rosei e gli smeraldi e di cristalli pei greti luccicar limpidi e tersi?
Cerulo ne la conca di granito il lago, quale più ceruleo lembo di cielo, tutto nel lapideo grembo scopriva al sole il prodigioso mito.
Tutte scopriva le minute arene basse ne l'acqua tremolare al sole, dove perle, diamanti e corniole saliano a fiore de le chiare vene;
o vanire in abissi senza fondo, dove le nubi d'oro e l'ardue creste dei monti e i prati verdi e le foreste rilucevano a tratti nel profondo;
mentre leggiere su lo specchio azzurro, (sogni del cielo, taciti pensieri), ombre correan con brividi leggieri, e le inseguia dai salici un susurro.
Oh come intorno nel tramonto i clivi sorridevan vermigli, oh come al vento stormivano con lento ondeggiamento salici e pioppi; e tu, acqua, fluivi
placida fra le ripe alte e i canneti o su la breccia gorgogliando ratta, mentre su te la peschereccia chiatta recava il nostro idillio! O Poeti,
vaghi pittori de l'età gioconde, e a voi pensava, se virtù d'incanto o sogno di bellezza ardi mai tanto! Quand'ella disse: — Ho sete in mezzo a l'onde.
Or noi traversevam per una chiusa conca, su le cui balze intorno intorno una pioppeta temperava il giorno. Quasi una coppa in un metallo fusa
parea la conca, in modo sì perfetto era tagliata ne la pietra viva: una fonte abondante scaturiva da la parete con sonoro getto.
Non furon l'acque ove Diana al bagno mirò l'amante star nuda e sicura più ricche di mistero e di verzura, come quel verde solitario stagno.
Diss'io: — Madonna, pur che consentiate tenere il modo de l'ebraiche schiere delle mani facendovi bicchiere, suggete qui e dolci acque fatate,
al fonte prodigioso di Merlino, dove bevvero Angelica e Rinaldo la linfa che di freddo facea caldo il petto, inebriando più del vino.
Sorrise a la scappata romanzesca ella e disse: — Per non m'innamorare soletta, sola non le vo' gustare. Ed io: — Così, madonna, non v'incresca!
Rabbrividendo le squisite mani ell'attuffò ne l'onda, e la gentile coppa m'offerse: al suo riso infantile rispondevan le allodole dai piani
con trilli acuti. O bianche mani, o gigli dal cui calice io bevvi avido a sorsi il liquore d'amore! Me ne accorsi io ben subitamente. E lei nei cigli
attonito guardava; e già sentiva salir nel sangue l'improvviso fuoco. Anch'ella disse grave, ed era un poco velata la sua voce pria si viva,
— Torniamo — disse — io sono così stanca! E non ridemmo più; ma la parola non proferita, ma la gran parola io gliela lessi su la faccia bianca.
Ora Vespero cinto d'auree bande la fronte radiosa, già da gli erti colli spargeva i suoi vermigli serti. Cadevano dal sommo ciel ghirlande
ne l'acqua tremolando in larghe rose, ed ombre di viola, ancora calde di luce, arbori ed acque in lieve falde avvolgevan di tinte armoniose.
Vespero tenea l'alto incautamento. Noi pieni di dolcezza e di stupore, confusi omai dal nostro dolce errore, gonfio il cuore del nuovo sentimento,
te vedevamo, o Vespro, dileguare! Stringendoci le mani, ebri, perduti, già dal supremo gaudio posseduti, te sentivamo, o anima, mancare!
— Sul nostro capo, il ciel trascoloriva e d'oro diventava fine argento; muta la terra in pio raccoglimento adorava la luce fuggitiva.POEMETTO SILVESTRE
O selve, eterne giovani, chi mai penetrò ne la vostra ombra segreta, chi pei vostri silenzi errò giammai, e non sentì nel
cuor d'esser poeta? Molte volte soletto io vi cercai, e vidi dove ogni romor si acqueta, dove nel folto muore ogni sentiero, confondersi la vita ed il mistero.
E trepido attendea se forse un'eco dei vostri antichi amori a me giungesse; quasi temendo ne l'ombroso speco Silvan biforme ancor si nascondesse; quasi aspettando il satirello greco scorger saltante fra le piante spesse, e veder quivi nel selvoso esilio riviver la tua egloga o Virgilio.
Mi si aprian per le mute vie profonde verdi misteri, taciti recessi; in alte stanze d'intessute fronde talami occulti di goduti amplessi: di gente mi parea che si nasconde quasi di udire i sospiri sommessi, e di confusi fremiti sentiva la vostra ombria segretamente viva.
Ma in chiusi luoghi come chiusi chiostri, pieni d'echi solinghi e di paure, eroi fatati e favolosi mostri si mescevano in fondo a l'ombre scure: o galoppando pei silenzi vostri con un guizzar di lucide armature paladini cercavano battaglia, sonando d'armi lungi la boscaglia.
Per Angelica il folle Orlando errare; vedeva Erminia gir tutta soletta; ferver la caccia ed il bel Iulio stare ai piedi de la dolce Simonetta; sir Lancilotto con Ginevra andare, soli pel bosco cavalcando in fretta, egli che il fior de la sua vita bella donato avrebbe sol per baciar quella.
Tal m'era dolce ove più l'ombra è folta, o selva, ed il silenzio mai non muta; per ermi penetrali ove sepolta par qualche antica deità, (si muta e l'aura ch'io ne trasalii talvolta); sognar d'una Bellezza sconosciuta, vago spiando pel solingo regno un lontano di lei vestigio, un segno.
Tal m'era dolce fra i nascenti steli e i vecchi tronchi immobile disteso, dove più ricco di frondosi veli arboreo padiglion era sospeso, guardare in alto trasmutarsi i cieli, sentire vegetar sotto il mio peso la terra, e la tua forza e la tua calma augusta, o selva, penetrarmi l'alma.
O silenzi profondi ove i richiami de le coppie accorrenti e il pigolare s'udia dei nidi, e per gli occulti rami i merli innamorati chioccolare! Un sommesso ronzio facean gli sciami de l'api intorno al musico alveare: nel folto a quando a quando un'ala scura palpitava fra mezzo la verdura.
Altre volte, a le grandi ore di Pane che più ferveano i vegetali amori, (tutta a le grandi ore meridiane fioria la selva in vaghi luccicori, però che il sole col fogliame strane contese aveva d'ombre e di splendori); non tal mai dolce in riva alta e solinga fu di Pane la rustica siringa,
non tal di efebi poi vivace un coro, o vasto e possente inno trionfale; qual da le cinie prorompea sonoro e dilagava il canto nuziale che la selva cantava al bel dio d'oro Sole, a l'amante ardente ed immortale, qual la voce e i clamori che la grande natura ai cieli sconfinati spande!
Ma se improvvisi impallidiano i cieli e d'ombre discendean cupi velarii, rabbrividivan gli alberi e gli steli e i silenzi si fean più solitarii. (Nel folto, a stormi, urgevano coi teli i veloci centauri sagittarii?) Io trepido balzava e la remota ombra spiando urgeami un'ansia ignota.
Così, solo, perduto fra gl'immani tronchi, fra l'erba che non ha sentieri, io sognai tutti i sogni tuoi lontani, o selva, intesi i tuoi muti pensieri. Silenzi pieni d'echi non umani! verdi ombre popolate di misteri! dov'io scorgea la ninfa fuggitiva, dove sentia ciascuna cosa viva.
Il parco abbandonato ove più scura cresce l'ombra de gli alberi e più acerba e più folta si stringe la verzura; fra mezzo ai tronchi centenarii e l'erba selvaggia in cui la lepre erra sicura, il suo più verde penetrale serba: ignoto ad ogni passo è tutto pieno d'un odore di resina e di fieno.
L'elce, il ramoso pino ed il cipresso fanno il remoto luogo alto e segreto; e l'edera seguace un così spesso schermo v'ordisce che ogni sguardo è vieto; un breve pelaghetto stagna in esso, dove l'acqua che sgocciola dal greto d'una roccia forata si raccoglie celata sotto un galleggiar di foglie.
E la luce nel verde penetrale così velata e temperata piove da le cime, che sembra un vegetale riflesso. Pure, in quel silenzio dove stormir non odi fronda o batter ale, tu senti come intorno ama e si muove tutto, il bruco che striscia su la foglia, l'ape che ronza, l'erba che germoglia.
Ne gli ozii d'un settembre io volentieri veniva a questa verde ombra quieta, vagando in compagnia de' miei pensieri, od era meco un dolce mio poeta. Non arrivava passo pei sentieri; si udiva l'acqua mormorar segreta; ed io pensava a qualche decaduta ninfa nascosta in quella grotta muta.
Ben un giorno io la vidi: un autunnale giorno, velato, senza mutamento. Da poco avean cessato le cicale: era nel parco come un ritmo lento, quasi un respiro riposato, eguale, ma un silenzio profondo; mi rammento. Un silenzio ed un ritmo, (bianco il giorno inclinava), e più nulla a me d'intorno.
Più nulla dentro me; ma di me stesso un dolce oblio. Sognando me ne stava così, seduto sovra l'erba: presso era quell'acqua verde che stagnava. E de lo speco il gorgogliar sommesso occultamente il sogno mio cullava, de lo speco che il museo ed il lichene tessean di trame e di sottili vene.
Lichene, edera, musco ed erba viva facevano una siepe tanto scura che nulla veramente traspariva. Pur mal celato dietro la verzura, ampio, rotondo l'antro si scopriva, tagliato dentro ne la pietra dura, per l'eco che n'usciva ad ogni goccia che risonando percotea la roccia.
Improvvisa ell'apparve. Su la bocca pria si rattenne un poco dubitosa. Rivedo il nudo piè, neve non tocca, che sovra l'erba soffice si posa; rivedo la man lieve che si tocca su la fronte spiando curiosa. Indi scese leggiera: l'infantile atto rivedo timido e gentile.
E la chioma biondissima, incolore. quasi, (io ripenso a quell'erba che langue in luoghi senza sole); e come un fiore candido il Viso, d'un candore esangue; e tutta un giglio, (io credo che l'umore. degli alberi ell'avesse per suo sangue); e chiare le pupille sotto il lieve arco dei cigli ne la fronte breve.
Smarrita, innanzi a sè per ogni dove l'ombra e il silenzio spia de la foresta; e sui taciti passi poi si muove ancora e incerta volgesi e si arresta, come chi non ricorda o cose nuove scorge e nel cuore dubitando resta. Così la vedo andare, or ora escita dal suo sonno di secoli a la vita.
Tesero a lei con le carnose braccia l'erbe de l'acquitrino ed un riflesso cupido d'acque attinsele la faccia. Allora una radice che più presso succhiava a galla il nudo pie' le allaccia, ed un'edera i lombi in molle amplesso cingele e per le spalle con le bionde chiome le verdi foglie sue confonde.
Non resiste ella già ma docilmente inerte a quelle braccia si abbandona. La girano, la tirano con lente spire radiche ed erbe: ella si dona. Ai fianchi, al petto l'acqua già si sente: già ne l'acqua scomparve la persona. E lo stagno la tiene e non la lascia. Galleggiano le chiome in lunga fascia.
Io mi destai. La bianca image ancora regnava su le attonite mie ciglia. Era quella la tacita signora del parco abbandonato? Era la figlia ultima de le ninfe che a dimora avea lo speco? Pien di meraviglia io stavami: lo speco intraveduto mi guardava come un grand'occhio muto.
E mi levai; m'arrampicai sui massi, (provava or non so quale ansia o paura), e come giunsi a gli archi umidi e bassi che chiudean l'antro, perchè meno scura fosse quivi l'entrata, dietro i passi m'aprii quel muro di fitta verzura, i nodi de le radiche, i viluppi d'erba, i virgulti attorcigliati a gruppi.
La statua d'una ninfa entro la cava stanza, in un'attitudine composta, ne la penombra addormentata stava. Nel chiuso speco chi mai l'avea posta? Assidua sovra lei l'acqua stillava: nuda, il musco l'avea quasi nascosta: le stalattiti a torno a le sue belle membra facevan colonnette snelle.
Allor mi prese un senso di mistero, un orror vago, un turbamento strano. Era al sogno recente il mio pensiero: e qui vedeva il mio bel sogno vano, (o forse risognava?) vivo e vero starmi davanti. Ond'io, folle, la mano tendo su quella inanimata forma come per risvegliar uno che dorma.
Folle! L'argilla al tocco de le mani, che il tempo e l'acqua avean rosa e dissolta, vid'io cadermi ai piedi a brani a brani. — Quella che il sogno aveva dissepolta, la figlia de le ninfe e dei silvani, vid'io così fuggirsi un'altra volta, o selva, ne l'antico tuo mistero, cui persegue oggi in vano il mio pensiero.«PER AMICA SILENTIA»
Nel suo palagio d'ambra e di zaffiro mona Luna passeggia lentamente, pari ad una beltà convalescente che la propria stanchezza porta in giro.
Dal bel palagio d'artificio miro che le compongon vaghe nubi lente, s'affaccia ella talvolta amabilmente e mette ne la notte un suo sospiro.
Guarda il mar taciturno e guarda il colle silenzioso e il bosco addormentato; beve la calma de la notte immensa.
E d'una lagrimetta anche fa molle la prateria, però ch'ella ripensa al giovine pastore un tempo amato.
O luna che pallida sali per l'ombra del cielo e saetti su l'ombra del mare i tuoi strali;
o pallida luna difforme, che sogni, che «incubi metti nel cuore del mare che dorme?
Ei dorme: non remo quell'onde immote di pece percuote. (Ma odi: ne l'ombre profonde che pianto di voci remote?)
E ove è il mar di perla, ov'è la riva al suo fioca a luna susurrare? ne la calma de la notte estiva
il lento fiato che sa d'alghe amare fa sento, sento il fresco odor del sale; vedo un lume che appare e che dispare.
Forse una stella in cielo, od un fanale al lido dentro a l'infinito nero? Forse un grido perduto; od un segnale
gettato in mezzo a l'ombra ed al mistero.STOPPIE
Pel vasto piano che di spighe gialle mareggiava poc'anzi e poi d'allegre voci di mietitori risonava,
or vagabonde torme di cavalle pascolano la stoppia lente e negre, e il lungo scampanio per l'aria grava.
(Oh tra le biade ai margini dei fossi stornellatrici, voi come lontane!) Guarda: che cielo di nuvoli rossi! Odi: che tedio fan quelle campane!OTTOBRE
Ottobre! tutti i grappoli nel tino: odor di pioggia giunse di lontano: nuvole e sole per il ciel turchino.
E in cuor si allegra il semplice villano, chè risognando il dì quando lo falci, già prepara un buon letto al nuovo grano.
Ma là, sul colle, pendono con tralci sparti le viti al sol che le scolora: pendono, derelitte, come salci;
e cade qualche foglia ad ora ad ora.LUNGO IL CAMMINO
GIOVINEZZA
Dove vanno le nuvole leggiere che la terra diffonde nei ceruli mattini? Riccioli di bambini, capellature bionde disciolte ai cieli de l'estive sere; dove vanno le nuvole leggiere?
Dove vanno i profumi dei giardini solitarii, ove piane dentro a l'ombre notturne gorgogliano ne l'urne marmoree le fontane, languon le rose a l'orlo dei bacini? Dove vanno i profumi dei giardini?
E dove vanno i tuoi sublimi incanti, i tuoi sogni divini, o giovinezza breve? Come il profumo lieve che sale dai giardini, come le rosee nubi dileguanti, o giovinezza, i tuoi sublimi incanti!ARIADNE
«In mé jurarunt sommus vantusque fidesque: pradita sum causis una puella tribus».
Abbandonata a le deserte sponde — Misera! — la tradita Ariadne esclama, — Ed Eco il nome ch'ella chiama più di Teseo pietosa le risponde.
Le pendono su gli omeri le bionde chiome strappate. — Ah — dice — orrenda trama che ordiste il sonno e tu contro me grama! — Dice: d'intorno stan le rupi e l'onde.
Trionfati dedalici segreti, pel vasto mare le cecropie vele scomparvero: nessuno ode i suoi mali.
Ben odono nel gran cuore i Poeti il pianto disperato e le querele, e pietosi le recano ai mortali.A GIOVANNI BOCCACCIO
«facevano una carola ad un verso che facea la fiammetta».
Messer Giovanni, in vostra compagnia udir quanto diletta del tempo antico pien di leggiadria!
Io so quel vago loco intorno intorno di belle montagnette incoronato, che nel vostro leggiadro libro adorno la Valle de le Donne vien chiamato: spazia nel mezzo un tondo e verde prato di molle e pinta erbetta la quale bagna un rivolo in sua via.
Fa il rivo un romor dolce ad ascoltare e in un vivo laghetto indi si aduna, di così lucid'acque e così chiare che il fondo non ti cela cosa alcuna. Anche nel verde prato evvi più d'una arbore grande e schietta che lo conforta di soave ombria.
Seduti in cerchio sovra l'erba quivi fia bello ragionar di dolci affanni; fuggendo giorni di bellezza privi, bello rider con voi di beffi e danni, d'arguti motti e d'amorosi inganni: regina la Fiammetta de la brigata novellante sia.
Poi, ghirlandate il capo, a passi lenti si prenda da le donne una carola al suono di piacevoli stromenti; mentre colei che in sua bellezza è sola, toccando vagamente la viuola canti la canzonetta: «Se amor venisse senza gelosia».LA MUSICA
Da Charles Baudelaire.
Sovente come un mare in sè mi prende la musica! Ed io verso la mia pallida stella tra un vel di grigia nebbia navigo. o sotto un ciel che libero risplende:
proteso il petto pien d'affanno, l'onde valico che la tenebra m'asconde;
come una nave a la balìa del vento ogni moto vibrar dentro mi sento;
ed il flutto mi culla e l'iraconda procella su l'immensità profonda.
— Calma, altre volte; specchio d'acque terse: e tutte le speranze ivi sommerse.ARIETTA OBLIATA
Da Paul Verlaine.
Grigioperla, ne l'ombra de la sera, del cembalo riluce la tastiera; e una vecchia aria, un po' velata, un poco timida quasi, vaga con un fioco battere d'ali ne la cheta stanza, che di lei serba ancor qualche fragranza.
Or ch'è questo che l'anima meschina lentamente mi culla e mi trascina? Che volete da me, bei suoni ingenui? Che vuoi tu, ritornello che ti attenui e muori a la finestra un poco aperta sovra il giardino, o voce tenue, incerta?NOTTURNO DI CHOPIN
Serene nei taciti giri le stelle trapassano lente.
— Il sogno a cui tesi le braccia perchè mi si dilegua? Perchè mi sospinge e mi caccia un desio senza tregua?
O Vita, promessa mendace, che ci stanchi e ci affanni! E meglio la tomba, la pace, l'oblio dei lunghi inganni! —
Serene nei taciti giri le stelle trapassano lente.TRISTEZZA
Ritorna maggio. O rose, quante sui davanzali e nei cheti viali e per le siepi ombrose de gli orti claustrali.
L'aria è piena di odori, il ciel di lieti gridi e la terra di fiori: le donne nuovi amori portan ne gli occhi infidi.
Un'eco di canzoni fluttua per le strade, i cuori pigri invade, ed alle illusioni ancora persuade.
Ma nei parchi i roseti si sfanno a mano a mano, ripensando ai segreti convegni dei poeti e de le belle, in vano.
E in vano più di un cuore si guarderà d'intorno solitario, il ritorno sognando d'un amore, come un lontano giorno.NEL PARCO
Nel parco deserto che pace! La ninfa di marmo è caduta accanto a la fonte che tace.
Il mare lontano, (che pace!) immobile, azzurro: perduta un'isola in mezzo vi giace.
pace nel bosco, nel monte! Tra l'erba, supina, abbattuta, che guarda la piccola muta? che sogna la piccola fronte?
— E il sogno e il silenzio non muta.POSILLIPO
Stelle in cielo lumi in mare; ne la chiara notte estiva che sereno scintillare!
Tra i cipressi de la riva s'ode l'aura sospirare; qualche voce a pena arriva
su dal colle, giù dal mare.
Oh le voci de la notte, dolci, labili, diffuse nel silenzio che le inghiotte!
mentre s'odono a le chiuse mitologiche tue grotte, o Posillipo, confuse
batter l'onde ne la notte.
Nel mistero di quell'onda, (tace il lido), un'ombra bianca, una vela vagabonda.
Sola, lenta, stanca, s'allontana, si profonda ne la notte dove manca.
Tace il lido, batte l'onda.
E tu Napoli, tra molli veli in fondo ti distendi sovra un talamo di colli;
mentre al mar dove risplendi, come ebra di sogni folli le tue braccia in arco tendi
tuo talamo di colli!LA MORTE DE L'ESTATE
Vedeste ieri il ciel subito smorto? Ma grandi nubi cariche di pioggia, la su le vele e gli alberi del porto, fumigavano lente a l'aria roggia.
Fumigavan lente come pire. Arse da quali prodigiose mani? Pareva che un galoppo di lontani centauri uscisse dietro quelle spire.
Udiste ieri il mar piangere? Udiste il mare su le arene e tra gli scogli piangere, (nè fu mai pianto più triste), con fiotti brevi e tremuli gorgogli?
Gemevano lontane verso i lidi le sirene: rullavano le ruote: salpavano i navigli per ignote isole. O lunghi tormentosi gridi!
Poi tutti i roghi in ciel coprì la sera. Un fiato di scirocco su le spume, un grave fiato d'alghe e di bitume: e piovve piovve dentro l'ombra nera.
Era l'ultima pompa de l'estate, l'ultimo sogno de le nubi, ieri. Oggi le cose ridono pacate, tremano a l'aria palpiti leggieri.
Una serenità nuova, più chiara oggi nel cielo dolcemente brilla; una serenità chiara e tranquilla, a gli affranti occhi nostri assai più cara.
Aprile! ma egli era men sereno, con quel suo cuore incerto di fanciullo; di lagrime e sorrisi ognora pieno, di gocciole e di voli ognora un frullo.
Quasi un po' stanco, quasi un po' pensoso, come chi sogni una speranza morta, Settembre ne la dolce anima porta un bisogno di pace e di riposo.
O Settembre, anche noi troppo delusi fummo! E tu ci offri l'ultimo sapore dei tardi frutti, e tu spargi il languore tuo blando sovra i nostri affanni chiusi.BALLATA DE LE STELLE
Nel ciel remoto passano le stelle. In fulgide corone ed in coorti passano e vanno vanno ai luminosi porti che occhi mortali giammai non vedranno.
Geme Romeo: — Come correte in fretta! Oh rallentate, o pie, la vostra corsa qualche minuto! Già la notte è scorsa: odi? la lodoletta! — E il vecchio Fausto implora: — O peregrine del cielo, troppo l'anima si stanca nel silenzio pensosa! A gli occhi al fine arrivi l'alba bianca! —
— Ma passano e non vedono le belle peregrine gli sguardi in loro assorti: passano e vanno vanno ai luminosi porti che occhi mortali giammai non vedranno.A L' IGNOTA
Dove, quando io t'ho veduta cara imagine segreta? Forse in sogno sei venuta tu nel cuor del tuo poeta?
Certo in sogno: e dileguata morta nel tuo mondo vano? O vivente ritornata dove? presso a me? Lontano?
Viva? Morta? In van ti chiedo or al sogno ed a la vita: non ti trovo, non ti vedo più, per sempre a me rapita.
Quante volte innanzi ad una tela antica, d'improvviso, non so, colsi come alcuna rimembranza del tuo viso.
O confuso per le strade tra la folla, una parola che mi giunge il cuor m' invade d'un ricordo, di te sola!
Di te sola! Un atto, un gesto, (è la punta d'uno stile?) e mi chiedo: — È dessa? — e resto con quel brivido sottile.
Ma tu, forse, s'io ti penso tu mi vedi, (morta? viva?) O a te questo vano e intenso grido forse non arriva.
Morta? Viva? Ad occhi aperti oh sognarti; (presso o lungi?) aspettare i giorni incerti se improvvisa tu mi giungi!
Ma pure, questa mattina, certo eri tu: sei passata bella e pensosa vicina a me che t'ho ravvisata.
Non eri tu? Tu portavi sovra le tempie i capelli un poco bassi, e i scavi occhi dicean ch'eran quelli.
E il caro viso? Tu eri certo, lo so, non m'inganno: lo so per tanti pensieri, per questo insolito affanno.
E vedi, io penso che forse anche tu m'hai ravvisato. Che sguardo quel che mi scorse! Sembrò che avesse tremato.
Tu sai? Sai dunque? In pensiero mi porti dunque e rammenti? Conosci il nostro mistero dunque ed il grido mio senti?
O resta a l'anima ignara l'ombra di un sogno lontano; e trema, incerta, la cara anima innanzi a l'arcano?
Chi sa? Ma al fine vederti! Vederti, udirti, o Sorella sognata, amata! Poterti dire fra tutte: — Sei quella! —AUTUNNO
Poi che ancor a risplendere fuori dai grigi veli torna il sole ed a noi sono benigni i cieli; poi che ancor, lusingando, un palpito di vita scalda la terra e i cuori segretamente invita; poi che un ultimo sogno ancor vaga ne l'aria, vieni, vieni a goderti quest'ora solitaria. Non vedi come è tiepido il sole e come bianco? Non vedi come tutto, intorno, è dolce, è stanco? Cercheremo la pace dei tranquilli sentieri, a l'ombra de le siepi solinghe, dove ieri fiorivano le rose ed oggi i crisantemi spirano la tristezza blanda dei sogni estremi. Cercheremo nel fondo del cuore qualche buona memoria; altra dolcezza forse il cuor non ci dona. Ch'io possa a la tua voce, possa al tuo sguardo muto ripensare a l'incanto di quel che abbiam perduto! Oggi l'anima ha freddo: vieni: l'anima vuole piamente scaldarsi al tuo benigno sole. Chi sa se non è l'ultima volta? Vieni: domani forse saremo morti; chi sa? forse lontani.ELEGIE
NOTTE D'ANGOSCIA
Giovine, questa notte, la Luna era più bianca: languida, come stanca, la terra carezzava. (Tu come triste e solo!) Dormiva e sospirava la terra: ogni sentiere pareva un incensiere aperto ne la notte.
Sotto la tua finestra al bianco lume blando passavano sognando silenziosi amanti; (tu come triste e solo) e fra i lunari incanti e l'ombre de le cose battean misteriose voci a la tua finestra.
Giovine, questa notte, (piangevi tu?) era ogni cuore pieno di sogni. Come una tomba vuota avevi il cuore solo: quale tristezza ignota, quale muto dolore pesava sul tuo cuore, giovine, questa notte?NOTTE DI PASSIONE
«In quel saluto ripensando».
Elena, questa notte che dolcezza! Ne l'ombre che profumo di viole! Udiva nel mio cuor le tue parole cantare come voci in gran tristezza.
Che silenzio e che voci! Ed ho guardato per la tenebra piena di mistero. Chi dunque aveva detto il mio pensiero a quel vasto silenzio addolorato?
Chi piangeva ne l'ombra; chi gemeva laggiù tra il mormorar de le fontane? Quale sconforto da le nubi strane la luna su la terra diffondeva?
Tu lo sai chi piangeva, o mia perduta; tu che da lungi ripetevi: — In vano! — — O labbra non baciate, o cara mano ch'io muto strinsi ne l'angoscia muta.NOTTE DI OBLIO
Quale improvvisa molce dolcezza mia ferita? Il sogno de la vita sognare ancor m'è dolce?
— Bianca notte autunnale piena d'alti languori, a cui tiepido sale il respiro dei fiori, il sospiro dei cuori; bianca notte serena, oh non i dolci amori sogna l'anima in pena! Tutte le ansie, le lotte, in un'ora d'oblio! Sola un'ora d'oblio ella cerca, o pia notte.
Treman le stelle; sviene di dolcezza ogni fiore. Che pace, o notte, viene dal tuo profondo cuore!
— Ansie, lotte, tempeste! Ma quale odor di rose, anima, fuor da queste vanità dolorose! Non odi? nei precordi parlano voci ascose: le speranze e i ricordi dicono dolci cose. Buoni i ricordi e pure le tue speranze: ascolta. Ascolta e sogna pure, anima, un'altra volta.»CAMPANE
Avanti, avanti! per la sconsolata pianura dove fuor che la falciata messe più nulla, arida, nuda, eguale.
— Giungono di campane voci ora fioche or vane:
la nebbia di lontano ai monti sale.
Avanti, avanti! Su la via deserta annotta: (una capanna, sola, aperta: sta riverso l'aratro in un sentiero).
— Armonie di campane; fioche, dolci, lontane.
Suonano in un paese forestiero.
Annotta. Dove andremo? Non ci aspetta nessuno. (Un passo dietro a noi si affretta verso casa). Ed ancor molta è la via.
Dove andremo? — Campane! Suonano dolci e piane.
Nè si vede onde venga l'armonia.LA NORIA
Talvolta, solo, a notte alta vegliando, nel silenzio che avvolge la campagna, ne l'ombra nera dove tutto affonda, odo un fioco lamento che si lagna che si lagna ne l'ombra a quando a quando.
È un basso cigolare, un gemer lento che sale e scema, e stranamente accora. E pur grande è il silenzio ed è profonda la notte, e pur come una morta gora stagna l'aria senz'alito di vento.
Chi dunque affanna ne la notte sola? Chi geme, solo, mentre tutto dorme? È la ruota invisibile che l'onda del fiume laggiù volge quell'informe voce che piange sempre una parola?
È la ruota invisibile che spinge l'onda che passa ne la notte immota mentre il sonno ogni cosa alto circonda. E gira, gira, e dentro l'ombra vuota le grandi braccia ell'agita di sfinge.
O che tu dorma o che tu stanco al lume d'una lampada vegli, ed ella gira a te presente, assidua, a la sponda del nero fiume con sua lenta spira. E passa passa senza tregua il fiume.
Ell'è, domani, non più ch'una ruota traballante sui cardini, certosa, che i grassi campi di granturco inonda; una povera ruota lamentosa grondante d'acqua, sudicia di mota.
Pur quando oscura l'anima ti stringe un'ombra, (l'ombra che fors'è del vero), fosca, diritta su la nera sponda d'un fiume che non sosta, in tuo pensiero rivedi quell'immagine di sfinge.VOCE DA L'OMBRA
Ogni strepito al fine cessò, vanì lontano. Come a questo silenzio venni, più non ricordo. Più non ricordo in petto il tuo palpito sordo quando tu vi battevi battevi, o cuore umano.
Più non ricordo il tenue suono de le parole. E se pure la mente le sue memorie chiama, io vacillare vedo la lor fragile trama come l'onda di un lago lontano sotto il sole.
Oh da quanto che giaccio in questa oscura cella? Secoli? giorni? Nulla di me saprò mai più. E pur ero ancor giovine e la vita era bella, ed io ti amava, o vita, e non ti vedrò più!
Oh solo nel silenzio di questa cella oscura piangerti, o vita! — Il giorno col suo bel sole d'oro, col confuso tumulto de gli ozii e del lavoro; la notte con le stelle e con la pia frescura.
E il desiderio, fiamma sempre diversa e nuova, il desiderio assiduo ci sferzava le reni. O corsa senza posa dietro i segnati beni! O corsa dietro l'ombra di quel che non si trova!
Ed eri bella, o vita! come l'onda di un fiume che tra fuggenti ripe ognor predando va: piani ridenti, cupe gole, sereni, brume: e la foce, l'Oceano, in fondo, ch'ei non sa.
Tu dove sei? Non giunge per quest'ombra deserta la tua sembianza e in vano il tuo nome il tuo nome cerco ne la memoria. Pur da te sento come la dolcezza che lascia un sogno, lieve, incerta.
Così il giglio nascosto dal chiuso orto vapora lieve la sua fragranza a la tacita notte: così caduto il giorno, ancor tra le interrotte nubi un'estrema luce il ciel lungi colora.
Dove sei? Oh potessi rivederti una sola volta e rivivo fosse tutto quello che fu! Dove sei? Oh potessi ricordar la parola che mi restò col sole e i dolci anni lassù!L'ALBERO
O albero amico, fratello a me ne la vita, oggi come di fiori sei carico e bello!
Di', quale parola, qual nome ti giunse ne l'orto solingo? d'un tratto ti ornavi le chiome
tu pure ne l'orto solingo.
Tra squallide mura, (oh la vista negata de gli ampi orizzonti!) il cuore tuo muto s'attrista.
Ai liberi cieli sui monti frondeggiano i boschi nativi. tra l'erbe gorgoglian le fonti....
Qui solo per sempre tu vivi.
Ma pure il tuo giorno di sole ogni anno ti copre di fiori, ti porta le blande parole
rapite a la festa ch'è fuori. E ogni anno in disparte anche tu il sogno di festa che ignori,
triste albero, sogni anche tu.CANZONE DEL RIMPIANTO
Oh triste triste ne le sere d'autunno udire i trilli lenti dei grilli, che già senti ne gli orti le prime foglie tacite cadere! — (Oh triste ricordare i dì perduti, i dolci incanti morti!) Gli alberi muti sotto un cielo di nuvole e di luna stanno, nè più nessuna voce sotto la luna.
Tacquero da gran tempo gli usignuoli nei lor boschi di maggio, e aride le fonti più ne l'ombre non mettono parole: vento per l'aria morta eco non porta: (oh triste ricordare i dì perduti!) nè altro che le sole foglie cadere, nè altro che leggiere voce di foglie in queste mute sere.
Dove sei tu che un giorno mi dicesti d'amarmi? In vano in vano attese il tuo ritorno la nostra giovinezza solitaria. (Tacquero da gran tempo gli usignuoli nei lor boschi di maggio). In vano in vano attese: nessun'amica mano a lei si tese. Ed or che il sogno è infranto, e caduto l'incanto, non altro che l'inutile rimpianto.
E dove siete voi, sublimi ardimenti, propositi e speranze, voi che un tempo come fiaccole ardenti splendeste sul nostro arido cammino? — Odi, che svolo di foglie morte! Ah nel silenzio questo romor solo! Questo solo romore e questo affanno, questo segreto affanno che gli alberi a la luna e i grilli fanno.DOLORE
Pace al fine! — O poeta, col cuor dietro i fantasmi, ne l'anima inquieta quanti celati spasimi,
quanti di carne vivi brani lasciati ai rovi, mentre avido inseguivi quello che ancor non trovi!
Pace al fine! Che resta dopo tanto soffrire? Triste imbiancar la testa e aspettar di morire.CONFORTO
Chi mi parlò quel dì? — Giusto è il dolore e benefico: accogli l'amarezza che la fortuna ti distilla in cuore, e che sarà poi fonte d'allegrezza
quando guarito d'ogni vil languore, mondato d'ogni naturale asprezza, sereno aspetterai nel tuo valore se ti giunga la gioia o la tristezza.
Ma non l'ardente assenzio in te constretto il cuor ti strugga d'un'angoscia oscura; ben fluisca pacato nel tuo petto
come un olio vitale ed una pura fiamma: fiamma che bruci ogni imperfetto, olio vital che nutra tua natura.LE FOGLIE
Le foglie al vento le foglie che Autunno senza tregua ai rami coglie!
Come erano belle, come erano belle le chiome dei boschi sotto il sole piene d'oro! Nei meriggi di luglio quando il giorno non avea voce a l'intorno, ricordi tu l'inno sonoro simile al canto del mare di quelle divine cetre, o come il rombo di un fiume lontano tra le sue pietre? Poi le notti più tacite e più chiare il lor confuso odore senza nome: pareva la sottil falce lunare un bianco diadema in quelle chiome.
Ed ora il vento le scioglie, ora il vento le scioglie e le corone auree scompone e lontano ne semina le foglie. Di qua di là per la campagna, lungo i sentieri, pei solchi, sotto il pie' de le greggi e dei bifolchi, nei fossi ove la pioggia immota stagna, e più lontano a mulinar sul bianco de le strade, a turbinar ne l'aria senza tregua verso il tramonto che laggiù dilegua.
Le foglie al vento le foglie! Andiamo; oh vedi, cadono così folte sotto i piedi ch'io temo di smarrir tutti i sentieri! Talor con un subito volo si levano verso le cime: c'inseguono come bisce via sibilando pel suolo. Oh ma qualcuna, vedi, ma qualcuna che ancora trema e resiste sola su l'albero nudo, ma qualcuna che palpita caduta nel cavo d'una pietra, come è triste!
Nude, con tragiche farine, alza atterrita le braccia a quel ciel grigio ove cavalcan torme di nuvoli che il vento a guerra caccia la selva; chè già sente con alti echi ne le orribili notti urlare il vento giù per le forre e gli spechi, e le pioggie infinite e i giorni brevi e gl'immoti silenzi de le nevi. Le mille braccia contorte alza la selva disperatamente. Ma ne l'ombra ora, guarda, come affonda! E assiduo per le cupe solitudini il rombo de le foglie morte!
Andiamo andiamo. E ne le lunghe sere, mentre la pioggia batte a le finestre e l'ora lenta nel silenzio oscilla, presso la fiamma de gli antichi alari ci raccolga la lampada tranquilla. Errammo a lungo, portiamo le spoglie de le primavere scomparse attaccate a le vesti. Errammo a lungo e, si, siamo un poco stanchi, un po' mesti. Ma ne la calma de le dolci veglie che la tranquilla lampada rischiari, ma nel silenzio soave presso la fiamma de gli antichi alari, apriamo il nostro cuor grave, narriamo la nostra pena. E tu, tu dimmi che tutto può tornar quel ch'è distrutto, come le foglie tornano sui rami. Chè io sento ancor l'anima serena se tu, fedele, tu m'ami.DUE NOVEMBRE
«Pentendo e perdonando»
Dormite in pace, o voi poveri morti che nel mondo soffriste, e voi che ciechi faceste altrui soffrir! Ne la tomba non più deboli e forti, non sogni vani e desiderii biechi, ma il profondo dormir.
Ecco, nel ciel turchino ilare il sole brilla ed i cespi su le vostre zolle s'inghirlandan di fior. Ma pace, pace a voi: non le parole di dolci amanti, non quest'aura molle vi turbi, o morti, il cuor.
Limpido è il sole e son le piagge liete; ma i sospir nostri misti a l'aure vanno. Meglio guardar di là l'odio, l'amor, le dubbie ansie segrete come si guarda il superato inganno. Pace in eternità!
E pace a voi, anime tormentate dal sogno: omai l'angoscia irrequieta tacque nel freddo cuor. (Giovine, e tu sfiorito fra non grate opere, che in segreto eri poeta, tu dormi o sogni ancor?
E pace a voi, cui tennero le fiere cupidigie; ed a voi di sangue tinti: il rimorder cessò. O servi de l'orgoglio e del piacere, giacquero al fin gli oscuri ardori estinti: ogni febbre cessò.
Pallida amante, e tu vergine pura, passata come in sogno ne la vita; dolce è il vostro dormir. Tu che vivesti dolorando, o scura plebe, la tua giornata ecco è finita; profondo è il tuo dormir.
O voi che amaste, o voi che odiaste, o tutti che affannaste nel cuor feroce o pio, tutti soffriste! Or già sul vostro cuore de gli antichi lutti immemore, come un divino oblio l'eterno sonno sta.RITORNO
Ricordo: pesavan le nuvole immoti fantasmi nel cielo; gli alberi intorno nudi sembravano rabbrividir sotto l'acuto gelo.
Nel ciel senza sole, ne l'aria un grigio diffuso biancore; stavano i monti di neve candidi; valli, campi, villaggi in un vapore
eguale di nebbia annegavano: e sogno d'un mondo remoto pareami intorno tutto, pareami un mondo senza suono e senza moto.
O triste ritorno! Ricordami. Scendeva, saliva, volgeva la strada: e in cuore la dolce storia de la mia fanciullezza io rivedeva.
Dicevo: — O miei colli, memorie di voi care molte serbai; ma così muti, ma così squallidi per tanti anni in pensier non vi portai!
O pioppi, animati nei vesperi di canti, di murmuri al vento, quante viole, che viva musica! E che malinconia s'io mi rammento —
E i colli ed i pioppi alti immobili dicevan: — Chi è questo che viene ed a noi parla pensoso giovine? Assai mutato, se ben ci sovviene.
Ritorni? Molti anni passarono e cose da che ci lasciammo. Di quei che amavi quanti scomparvero! E noi, quasi dal tempo fuor, restammo.
Sei triste? In cuor quale memoria o speme tradita nascondi? Vieni; nel nostro vasto silenzio l'umano breve tuo dolor confondi.
Parlava così la grand'anima dei luoghi. D'angoscia io gemeva segreta. Muto guardava: le ultime foglie a la terra ogni albero rendeva.ERRAI LONTANO!
O madre mia, o madre mia, ti trovo! Stringimi al petto, parlami pian piano, così, ch'io non so dirti quel che provo.
Lungi da te soffersi, errai lontano. Speravo, amavo: e troppe volte il mondo indifferente mi rispose: — Invano! —
Or guarda, o madre, non te lo nascondo, qualche fil bianco su le tempie spunta; ma l'anima ognor buona, il cuore è mondo,
degno di questa gioia che gli è giunta.
Quando pieno d'oblio l'estive sere fra un'estranea folla io solo errava seguendo il volo de le mie chimere;
quando l'anima ignara lagrimava a le prime sconfitte e di leggiadre speranze mal sopite indi esultava;
io non t'aveva a me vicina, o madre. Ma il tuo sorriso, ma la tua parola, ma lo sguardo tuo puro, o dolce madre,
ripensava in sè allor l'anima sola.
La giovinezza or ella guarda lieve fuggirle innanzi, e ancor non l'abbandona la visione di quel sogno breve.
Ch'ell'oda, o madre, la parola buona de le tue labbra, (un'eco menzognera forse nel cuore incerto ancor le suona);
ch'oda la cara voce dirle: — Spera, cammina, ecco la via ardua ma pura. Ed ella vada vada insino a sera,
ferita a la suprema ombra ma pura.ALLORA
Canti di rosignuoli, due voci d'assiuoli, un'eco di lontane acque, il latrar d'un cane: tutto era come ancora lo ricordavi tu.
Quei folti di querciuoli sotto la luna soli; quella finestra aperta; quella notte deserta; si, tutto come allora quello che amavi più.
Canti di rosignuoli, boschetti di querciuoli, ah tutto era lo stesso! Ma tu cercavi adesso qualche cosa di allora che non trovavi più!CONGEDO
Come sotto la scorza d'arido cerro a maggio l'acerba linfa sale; brillano su le rame le nuove foglie schiuse ai freschi venti in festa;
oggi un'onda di forza novella e di coraggio in tumulto m'assale, e le sopite brame d'un tempo e le deluse speranze in me ridesta.
Ed io che giacqui al suolo piangendo solitario l'ingiusta mia ferita, io mi levo e al romore de le battaglie umane palpito un'altra volta.
Così lasciato solo nel sangue il legionario, gli spirti de la vita raccoglie dentro al cuore se le squille lontane de le fanfare ascolta:
e a l'orizonte guarda quella polvere lungi; e sorgendo da terra a cercar altra morte men lunga, meno oscura, di sè più degna va.
— Orsù, che l'ora e tarda, e forse tardi giungi. Non vedi? aspra è la guerra già davanti a le porte; già s'afferra a le mura quei che trionferà.