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Due giugno

Raccolta Di Racconti Raffazzonati, Ruspanti Ed Accidentalmente Riflessivi — www.efpfanfic.net · All chapters

Due giugno

Due Giugno

Il due giugno io, i miei genitori e mia sorella Gloria andiamo a casa di amici di famiglia, come facciamo da allincirca sempre. Ad un certo punto mia madre dice: - Andate a salutare i ragazzi - e indica un gazebo su base esagonale. Vedo un gruppetto di ombre indistinguibili luna dallaltra, e una voluta di fumo che si arriccia attorno ai tralicci dei rampicanti: che spettacolo depravato, giudico, quante volte lho gi visto sta scena, dal primo due giugno della mia vita fino ad ora? Sono certo che dieci anni fa erano gi tutti l, ciascuno posteggiato ad uno dei sei angoli, ad aspettarmi succhiando sigarette mentre i grandi cianciavano senza ritegno, e qualche volta esplodevano in una clamorosa risata corale, e noi: com possibile che i nostri vecchi si divertano tanto?, e ancora: cosa c di sbagliato in questo gazebo? Comunque, allora aveva ancora un senso. Aveva smesso definitivamente di averne quando la nostra amicizia per via delle circostanze era diventata solo nuda compagnia per via delle circostanze. Il mondo del gazebo, ecco, unoasi dispersa nel tempo e nello spazio, unisola ignorata dai radar in cui faccende inesistenti pretendono di esistere. Pretesa assurda, secondo me. Ad ogni modo Gloria mi convince a non essere cos ostinato, quindi attraversiamo il prato come astronauti che trotterellano sulla crosta lunare. In mano sua unipotetica bandierina bianca.

I sei figli degli amici dei miei genitori ci sono tutti, con noi due siamo otto ostaggi dello stato di cose. Alberto fuma, con la testa immersa in un cubo di nebbia. Sua sorella bacia entrambi sulla guancia, sbrigativa: indifferente ai nostri desideri, ci attrae a s e dispensa baci come timbri e poi ci spinge allindietro. Eccoci che rimbalziamo da un angolo allaltro dellesagono, bollati e poi respinti lungo tutta la trafila. Affondiamo in Alberto, e nella sua nube personale, e c un attimo di sospensione nellaria densa. Dopodich si viene sbalzati come palline di un flipper, le labbra schioccano e il punteggio cresce: del resto gli angoli sono solo sei e noi otto, e poich solo un idiota lascerebbe la propria postazione chi arriva per ultimo sta al centro. Io e Gloria ci piantiamo dove le assi del pavimenti si incrociano, e quasi stiamo schiena contro schiena. Sono talmente scialbi che mi viene in mente di metterli in ordine di blandizia, ma la classifica sfuggente, si scambiano continuamente di posto ad ogni momento. Dicono cose tipo commenti sul pranzo, si palpeggiano le pance, cosera pi buono e cosa meno, e pure accanendosi non gli riesce di trovare una risposta: Gloria sorride, invece a me sembra di sedere sul nucleo vivo della terra, circondato da inutili detriti minerali. Dico che voglio altra torta, si sollevano proteste che in realt sono solo ronzio di sottofondo. Base acustica. Accompagnamento, comunque si voglia dire.

- Ancora!

S, ancora, ancora, ancora. Vorrei imbrattare le loro facce di panna montana, e mi propongo di farlo avviandomi lungo il prato. Poi per scopro il salone vuoto, la lunga tavola con i vassoi dimezzati, laria pesante che grava sullinsalata russa spalmata sulle tartine. Molte cose non sono pi invitanti, adesso, sono gi scattate nello stadio supplementare di avanzi. Mi taglio una fetta di torta e me la mangio, tutto solo: si sente solo la forchetta che sbatte sul piatto, e io che mastico. Dato che la presenza del cibo mi fa sentire osservato prendo e vado a mangiare di fronte alla finestra, mentre tengo docchio il gazebo, che da qui sembra un giocattolo per bambini. Non seguo il filo di nessun pensiero in particolare. Sto in mezzo alle cose e mi piace come si sta. Mia sorella entra nel salone chiedendomi che faccio tutto solo, io ribatto che potrei farle la stessa domanda. Non risponde, e si avvicina anche lei alla torta. Impugna il coltello.

- Perch non portiamo un pezzo di torta anche a loro? - propone - Tanto per fare una cosa carina.

- Sono pieni, ricordi? Non hanno pi fame.

- Ah, giusto. Lavevo dimenticato. Allora, un bicchiere di spumante? Tanto per, dai.

Io guardo fuori dalla finestra. Sto giugno fa schifo, perch alle cinque di pomeriggio gi comincia a scurire.

- Fa buio. Una mezzoretta e ce ne andiamo - dico, come se questo chiudesse la questione.

Lei aspetta un momento prima di rispondere, segno che ha capito che intendo, ma preferisce fingere di ignorarlo: - Quindi? - scrollo le spalle. Non rispondo a domande che non significano niente.