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VIAGGIO AL CAPO-NORD

Viaggio Al Capo Nord Fatto L'Anno 1799 — liberliber.it · All chapters

VIAGGIO AL CAPO-NORD

VIAGGIO AL CAPO-NORD

CAPO PRIMO.

Partenza da Helsinbourg. Gottembourg, e costumi de' suoi abitanti. Canale di Trolhatta. Stockholm. Descrizione di questa città. Indole, ed usi degli Svedesi.

Il sig. Acerbi incominciando il racconto del suo Viaggio prende le mosse da Helsinbourg dirigendosi a Gottembourg. Questa è la seconda città della Svezia, assai mercantile. Conta 15 mil'anime; e nel suo interno si rassomiglia assai alle città olandesi. Giace poi sopra un suolo terribilmente sterile, coperto di piccole roccie simili al basalto. Dicesi, che vi si vive più piacevolmente che a Stockholm, trovando dappertutto urbanità, ospitalità, e niuno impaccio di formalità e di etichetta. Le donne sono belle, graziose, amabili, e di conversazione piacevolissima. Quando una persona è in Gottembourg invitata a pranzo, l'uso porta, che si trattenga in quella casa tutta la sera, e goda di una buona cena. Ciò si pratica in tutta la Svezia. Un altro uso è che al momento che si siede a tavola, ognuno a bassa voce faccia devotamente una preghiera; e così pure un'altra nell'alzarsene. Ne' pranzi di cerimonia gli Svedesi fanno girare una larga tazza d'argento piena di vino di Sciampagna, di cui ognuno gusta facendo un brindisi. Ciò si eseguisce con certe cerimonie, di cui i forestieri vengono precedentemente avvertiti. Chi per avventura non vi si conformasse, dovrebbe bere tutta la tazza.

A 50 miglia da Gottembourg, sulla strada che va a Stockholm, s'incontra il canale di Trolhatta, superbo capo d'opera dell'ardimento umano. Esso è aperto a forza di polvere da cannone in mezzo a scogli durissimi, per istabilire una comunicazione tra il mare del Nord e il lago Wennern, il maggior lago della Svezia, lungo 89 miglia, e largo 49. Questo canale è fatto per facilitare la navigazione fino alle cataratte del fiume Gotha; ed è lungo tre miglia, largo 36 piedi, e profondo in alcuni luoghi più di 50, con 9 chiuse, e parecchi bacini. La vista di questo canale, e l'aspetto delle cataratte, che per mezzo del medesimo si sono evitate, formano uno spettacolo sorprendente; e con ragione si tiene in Trolhatta un gran libro, in cui i forestieri sono invitati a scrivere i loro nomi, e qualche frase allusiva alla impressione, che le cataratte, e gli altri oggetti del contorno hanno fatto sull'animo loro. Fra le tante iscrizioni, che il sig. Acerbi vi lesse, una fu questa: Iddio benedica questa buona, e valorosa Nazione! e v'era sottoscritto Kosciusco .

Da Gottembourg a Stockholm la campagna è coltivata, come pure in tutta la Svezia, a segala, ad avena, a piselli, a fave, e ad un poco d'orzo. Nella Scania, che chiamasi il paradiso della Svezia, si coltiva anche un poco di frumento. Il sig. Acerbi giunse a Stockholm la sera dei 19 di settembre del 1798.

Noi non dobbiamo tacere la sorpresa ond'egli e il suo compagno di viaggio furono colpiti, quando la mattina seguente andarono a presentare alcune lettere commendatizie, delle quali si erano proveduti. Essi trovarono, che le persone, a cui erano diretti, sapevano tutti i fatti loro, cioè il loro arrivo, il genere di vettura, di cui si eran serviti, la strada che aveano fatta, l'alloggio che aveano preso, i nomi, e la qualità de' loro domestici, l'abito che portavano, e tante e tante particolarità simili. La capitale della Svezia di questa maniera veniva ad annunciarsi loro coi pettegolezzi delle più piccole città.

Ma poche città intanto sono in Europa situate così bene come Stockholm, tanto per le occorrenze del commercio, quanto pel diletto che reca la varietà degli oggetti, che i suoi contorni presentano. Essa giace sopra sette, od otto isole, circondate tutte, quali da acque dolci discendenti dal lago Malar, quali da acque salse refluenti dal mare. Quasi tutte hanno il loro nome particolare; ed è famosa nella storia quella di Blasiiholmen, oggi attaccata al continente, per l'orribil fatto accaduto nel 1386 sotto il regno di Alberto . Due fazioni atrocemente perseguitavansi allora, quella de' Cappelli, e quella delle Berrette; e la prima fece abbruciar vivi dugento patrioti svedesi della seconda!! — L'aspetto di Stockholm è superbo, spezialmente mirandosi dal ponte detto del Nord. Tutto ad un colpo si presenta allo sguardo una massa straordinaria di campanili, di palazzi, di rupi, d'alberi, di laghi, di canali, coronata poi dal castello che domina su tutta la città; e tutta la città da quel ponte si discopre quanto è lunga e larga, e tutta la facciata pur si vede minutamente di quel castello, la cui architettura è semplice, nobile, maestosa, senza nissuno di quegl'inutili ornamenti, che sfigurano tante grandiose fabbriche simili. La immaginazione attonita a tale prospettiva può appena sostenere siffatto incanto; e mentre è sì vivamente colpita dall'immenso quadro, che ha d'innanzi, ove il lusso, le arti, il commercio, l'industria pajono essersi accordati insieme per sorprendere i sensi, il fracasso delle onde che si precipitano attraverso delle arcate del ponte suddetto, imprime a questo spettacolo un certo carattere selvaggio, che toglie ogni paragone.

Nell'inverno questo spettacolo cambia. I ghiacci fanno sparire tutte le barriere, che nella estate le acque frappongono tra gli abitanti. Non più isole: una sola pianura si presenta, senza ostacolo alcuno aperta a slitte, a carri, a carrozze, a vetture d'ogni specie, le quali corrono, volano per ogni verso, e s'incontrano, e s'incrociano senza mai toccarsi; tanta è la sveltezza, colla quale a vicenda si scansano; e tu le vedi aggirarsi intorno a vascelli, e navicelli d'ogni specie, immobili in mezzo al ghiaccio. Su quel ghiaccio poi v'ha un popolo immenso, che corre scivolando colla rapidità del baleno; che in un momento apparisce, e sfugge. Le acque che bagnano le scuderie del Re, e quelle che si precipitano sotto le arcate del ponte del Nord, sono le sole che tolgansi al rigore dell'inverno. Esse bollono gorgogliando, e s'alzano in bianca spuma cangiandosi maestosamente nell'atmosfera in vapori, che poi condensati in una polvere di cristallo, presentano allo sguardo sorpreso una vera pioggia di diamanti, che i raggi solari tingono coi brillanti colori del topazzo, del rubino, e d'altre pietre preziose. Gli abitanti de' paesi meridionali faranno fatica a credere che la bellezza di Stockholm riceva un lustro maggiore dall'inverno; e che le comodità, e i diletti della vita dell'inverno vi si accrescano. È difficile dire quanti scherzi, quante varietà di apparenze produca il ghiaccio, che dappertutto in sì diverse maniere si attacca a muraglie, a tetti, ad alberi, a carri, ad ogni cosa, che o sia immobile, o sia mossa.

Non meno singolare riesce il soggiorno di Stockholm in estate. Ne' lunghi giorni di quella stagione, quando i crepuscoli facendo in certo modo sparire la notte, dispensano dal consumare olio, o cera, le persone agiate passano alla campagna, e vi si trattengono fino all'autunno. Allora via ogni economia; e vi si vive con più lusso, e grandezza che in città. Le abitazioni de' signori in campagna, oltre l'amenità del sito, sono abbellite con tutti i mezzi dell'arte, e fornite di tutti i comodi: tra i quali non mancano le serre, in cui fannosi maturare le pesche, gli ananassi, l'uva, ed altri frutti delicati, a dispetto del clima. I vini d'ogni specie, i liquori rari, ed altre simili pregiatissime cose vengono profuse alle tavole de' gentiluomini, de' ricchi fabbricatori e mercatanti. Ivi non hanno luogo nè le cerimonie, nè i formolarii che s'usano in città. — Questa bella libertà si gode spezialmente nelle case de' commercianti: i nobili sono alquanto più contegnosi; e que' moltissimi che stanno di piè fermo in campagna, tengono anch'essi assai alla vanità del loro grado.

Gli abitanti di Stockholm usano ancora di fare delle corse o in vettura, o per acqua ne' contorni; principalmente al Parco reale, a Moiksdal, ad Haga, a Drottingholm, e a Carleberg. Drottingholm, cioè l'isola della Regina, è lontana da Stockholm sei miglia sul lago Malar: è un palazzo ben situato, fabbricato superbamente, magnifico, ed ornato di vasti giardini. Lo decorano varie statue d'uomini, e di animali, ed alcuni bei vasi, la più parte di stile della scuola di Firenze, portati via da Praga nella guerra famosa de' XXX anni. In questo palazzo v'ha una ricca biblioteca, un gabinetto di storia naturale, uno di medaglie antiche e moderne, ed una galleria di quadri originali delle scuole fiamminga, olandese e italiana. Ve n'ha un'altra piena di pitture rappresentanti le battaglie e le vittorie dei Re, e Principi svedesi. A proposito della biblioteca, tra varii MSS. curiosi ve n'ha uno della celebre regina Cristina, intitolato Mélanges de pensées , sopra una pagina del quale Carlo XII scrisse di mano propria, essendo ancora fanciullo, vincere, aut mori .

Si crederebbe che a Stockholm un Italiano l'inverno dovesse morir di freddo. Io, dice il sig. Acerbi , posso assicurare, che quantunque qualche volta il termometro di Celsio, fisico naturalista svedese, che accompagnò Maupertuis nel suo viaggio a Keugis, marcasse il freddo a 24 gradi al disotto del gelo, soffrii meno il rigore del freddo, di quello che tal volta lo abbia sofferto in Italia. Dappertutto si mettono stufe ingegnosamente costrutte a modo, che con pochissimo combustibile diffondano il calore quanto abbisogna. Di vestiti non si fa economia, che quelli che servono ad otto, o dieci svedesi, empirebbero un'anticamera. Ho veduto de' Francesi, inimici delle pellicce, mettersi indosso fino a tre redingotti. Due paja di guanti, calosce, una canna, sono cose indispensabili quando s'esce a piedi.

In generale le Svedesi sono belle; ma belle all'uso del Nord: cioè di una fisonomia senza espressione. Essendo gli uomini del paese poco galanti, esse passano tutta la giornata o sole solette, o con altre donne; e la loro conversazione, qualunque sia la educazione loro, è senza interesse; e dandosi molta premura d'acconciarsi in ogni maniera, non fanno ciò che per superare le altre in eleganza, e in brio, anzichè per desiderio di piacere, o di fare conquiste. Amano però gli omaggi, e le lodi; e mettono molta importanza in essere dette le belle del Nord. La loro passione predominante è l'ottenere la distinzione, e i riguardi pubblici: ed è con questo mezzo che si giunge ad ispirar loro sentimenti di tenerezza, di amicizia, di amore, de' quali infine sono capaci quanto quelle che vivono in climi più caldi.

La riserva però che si osserva tra le donne svedesi di alto grado, non si trova tra quelle di stato inferiore; e ciò nasce dall'essere queste in circostanze diverse. Non trovandosi a Stockholm donne di partito, come si trovano nelle altre grandi città d'Europa, gli uomini hanno favorite, le quali pretendono di avere un certo grado nella Società; e bisogna invero sospirare, e corteggiare del tempo tali donne per affezionarsele. Se non che malgrado il loro contegno finiscono con avere due o tre amanti alla volta. E non è forza di temperamento, che a ciò le guidi: è avarizia. Ma insieme sono estremamente gelose delle esterne forme di considerazione; e dai loro amici, e favoriti richieggono un'attenzione, di cui un forestiere giustamente si meraviglia. Guai a quel loro amante che esitasse a salutarle in un luogo pubblico, o a loro baciar la mano! La facilità poi d'avere apertamente delle relazioni con questa sorte di donne senza che la morale pubblica rimanga offesa, fa che in Isvezia non si conosca gelosia.

In Isvezia tutta la giornata si consacra agli affari; e la sera al giuoco: rare volte si passa con donne. Il giuoco per gli Svedesi è una passione universale, e furiosa. Raccontasi il seguente caso. Uno de' più distinti signori vide un giorno passata l'ora del pranzo senza che apparisse alcun principio de' soliti preparativi; e discese verso la cucina per sapere onde ciò provenisse. Egli trovò tutta la sua gente occupata sì fortemente in una partita di giuoco, che nissuno s'era avveduto che l'ora dei pranzo fosse passata. Il maestro di casa teneva accordo cogli altri; e si mise di mezzo supplicando Sua Eccellenza a tollerare alcun poco, giacchè la partita era per finire. Il signore si arrese alla istanza: ma volle che il maestro di casa andasse ad apparecchiare la tavola; e prese egli medesimo il posto di lui, continuando il giuoco cogli altri!!

I vicini degli Svedesi li chiamano i Guasconi della Scandinavia. Questa imputazione, effetto della gelosia, e dell'antipatia, che tante volte hanno disuniti popoli, che la natura, e il loro interesse volevano anzi intimamente uniti tra loro, non vuole dir altro, se non che gli Svedesi sono animati dal desiderio della gloria, e da quello di distinguersi al disopra delle altre qualità che predominano generalmente ne' cuori di tutti i popoli valorosi, generosi, ed arditi. La Svezia è piena di stabilimenti scientifici e letterarii; ed ha avuti, ed ha uomini di merito distinto. Eccettuate poi l'Irlanda, la Scozia e Ginevra, non v'ha in Europa paese, in cui l'istruzione sia generalmente sparsa nel popolo quanto che nella Svezia. S'insegna a leggere, a scrivere, e far conti a tutti, sì nelle città e ne' villaggi, sì in qualunque più piccolo gruppo di paesani, senza eccezione, o distinzione veruna. A questa generale istruzione i paesani svedesi debbono le belle qualità che li distinguono, la franchezza, la lealtà, l'umor lieto, l'ospitalità, il cuor buono, il coraggio, e lo spirito.

Oltre le accademie di scienze, di lettere e d'arti, la Svezia ha eziandio parecchie università; ed è un problema difficile a sciogliersi questo, se altra nazione avesse mai fatto tanti progressi nelle scienze, e nelle arti liberali e meccaniche, quando avesse dovuto, come la Svezia, trionfare del suolo, del clima, delle discordie domestiche, e della gelosia di vicini orgogliosi e potenti.

CAPO II.

Partenza da Stockholm per Grisselhamn. Condizione di chi fa questo viaggio. Traversata sul ghiaccio del mare ed accidenti occorsi. Vitelli marini. Paesano svedese e suoi ragionamenti. Isole di Aland e loro abitanti.

Ai 16 di marzo del 1799 il sig. Acerbi partì sulle 7 ore da Stockholm, ben avviluppato egli e i suoi compagni in pellicce di pelli d'orso della Russia, colla testa, le mani e le gambe difese da berretta, da guanti e da stivali foderati di pelli, per difendersi dal freddo, accolti entro a slitte di paesani, la vettura meglio conveniente di ogni altra, e ch'erano sicuri di poter trovare ad ogni posta sino ad Abo. Essi giunsero la sera a Grisselhamn, villaggio distante da Stockholm 69 miglia all'incirca. Nulla di notabile trovarono in questa corsa per un suolo nè montuoso, nè piano totalmente, se non sia una quantità di volpi, le une ferme, le altre tranquillamente moventisi sulla superficie nevosa, senza paura, e senza diffidenza di sorte: solo che, mentre imperterrite guardavano le nostre slitte al momento che queste passavano o si fermavano, davansi alla fuga. Per fare poi che si arrestassero, bastava trarre un fischio, chè allora volgevansi indietro; e fissavano gli occhi su chi avea fischiato.

Chi viaggia da Stockholm a Grisselhamn, dice il sig. Acerbi , non deve pensare nè a pranzo, nè a merenda, nè a dormire. La ragione è chiara: per tutta questa strada non v'è ombra d'osteria; e i paesani, le cui capanne s'incontrano, sono povera gente, che non ha più che del pane, del latte e de' salumi: cose, che i viaggiatori non possono apprezzare gran fatto. Il pane è in forma di bracciatelle, fatto di segala e d'orzo, ed insipidissimo: rari poi sono i pomi di terra, non avendo costoro fino al presente imparato il modo pur tanto facile di preservarli dal gelo. La birra e l'acquavite sono per essi oggetti di lusso. Si contentano adunque, oltre quel pane e il latte, di carne salata, o di pesce salato od affumicato.

Grisselhamn è una piccola città di posta, ove tanto d'inverno, quanto di estate i viaggiatori si fermano nel loro cammino da Svezia in Finlandia. In inverno il passo per mare è pericoloso, se la stagione non sia mitissima; ed invece bisogna andare per terra a Tornea. Nulla di notabile è in Grisselhamn; non commercio, non manifatture, non casa ove alloggiare; e la casa sola che sia fatta di mattoni, è quella del maestro di posta, circondata di casupole di legno.

Quando un viaggiatore vuol passare d'inverno in Finlandia, attraversando il golfo sul ghiaccio, i paesani l'obbligano a raddoppiare il numero de' cavalli, che avea al giungere in Grisselhamn. Noi dovemmo dunque uniformarci all'uso, il quale non è altrimenti un'angheria, ma l'effetto di una precauzione prudente. Questa formidabile traversata sopra una immensa pianura di ghiaccio è di 43 miglia, 30 delle quali si fanno senza toccar terra. Un siffatto viaggio sopra tanto vasto spazio di mare gelato offre per un abitante de' paesi meridionali un colpo d'occhio straordinario; e confesso che prima di conoscerlo, me n'avea fatto un'idea falsissima. M'aspettava semplicemente di avere a scorrere una pianura senz'altro limite che quello dell'orizzonte, il cui uniforme aspetto m'ispirerebbe una fastidiosa melanconia, e la cui superficie non mi presenterebbe nissun pericolo. Ma come e quanto la mia sorpresa, l'ammirazione, mista d'inquietezza, e dirò pur di terrore, ivano crescendo a mano a mano che ci andavamo allontanando dal luogo, da cui eravamo partiti! Questo mare gelato, dapprima tutto liscio come un cristallo, insensibilmente diventava disuguale, aspro, ondeggiato, in quanto esprimeva i flutti, che ne aveano solcata la superficie. Vedevasi, per dir così, la mano dell'inverno, che toccata l'acqua schiumante, l'avea in un istante fermata, indurita, convertita in ghiaccio; e di ghiaccio fattine i cavalloni, che dianzi la procella alzava furiosamente: in varii siti que' cavalloni ammucchiati gli uni sopra gli altri, presentavano l'aspetto di enormi rupi, le cui fronti scoscese, come sospese in aria, prendevano la somiglianza di piramidi e di guglie, e minacciavano di cadere al basso, e di coprir tutto sotto le loro ruine. Quindi per quanto l'occhio potesse discernere, non vedevansi che colossi di un cristallo trasparente, spezzati e dispersi, ove coperti di bianchissima neve, ove splendenti per la riflessa luce, ed ove mostrantisi tinti di azzurro: nel complesso loro formando un terribile spettacolo di spavento e di orrore.

Nè poche erano le difficoltà, poche le fatiche che i conduttori e i cavalli andavano incontrando per ritrovare la strada sovente perduta in mezzo ai tanti giri e alle tante diversioni, ch'erano obbligati di fare per iscansare que' gruppi di ghiaccio, che qua e là sorgevano per attraversarci il cammino. A malgrado poi di tutte le cure della prudenza, e di tutte le precauzioni della paura, ad ogn'istante le nostre slitte rovesciavansi; e servivano or l'una, or l'altra di segnale alla carovana perchè si arrestasse. Ma una circostanza impossibile a prevedersi venne ad accrescere i nostri pericoli. La vista delle nostre lunghe pellicce fatte di lupo o d'orso di Russia, e l'odore che n'esalava, spaventarono qualcuno de' cavalli a tanto, che li trasse a furore. Accadde ciò singolarmente quando rovesciata la slitta, occorrendo di uscirne per drizzarla, venivamo ad avvicinarci a' cavalli, i quali per cagione di quelle pellicce confondendoci cogli animali, da cui erano tratte, dibattevansi tra le stanghe e le redini, mordevano il freno, cercavano in ogni maniera di fuggire con immenso spavento de' viaggiatori e de' conduttori. In quel frangente il paesano per paura di perdere il suo cavallo in mezzo a tanto deserto, s'incatenava, dirò così, alla briglia; e piuttosto che separarsi dal cavallo, lasciavasi a costo della vita strascinare per que' rottami di ghiaccio, le cui punte sovente gli aprivano larghe ferite sulle membra; e durava in quella funestissima condizione, fin tanto che stanco il cavallo pe' suoi inutili sforzi, e scoraggiato dai crescenti ostacoli, si fermasse. Allora noi rientravamo nelle slitte, mentre il conduttore istruito dalla esperienza prendeva in fine la precauzione di bendare gli occhi al cavallo. Uno però di questi animali, il più selvatico e focoso della carovana, spaventato scappò; e ci toccò vedere il povero suo conduttore, che dopo essersi lasciato strascinare attraverso de' ghiacci per lunga corsa, non potendo più resistere ai dolori che lo laceravano, ne abbandonò la briglia. Fatto allora libero quel cavallo raddoppiò la rapidità della corsa; imperciocchè il rumore, che per rimbalzi fra que' ghiacci faceva la slitta, che seco traeva, accrescendo il suo spavento, pareva che gli prestasse vere ali alla fuga. Noi lo seguimmo lungo tempo cogli occhi, a misura che andava internandosi nell'orizzonte; e lo vedevamo di tratto in tratto sulle sommità de' flutti gelati come una macchia nera, la quale insensibilmente s'impiccioliva, finchè in ultimo disparve affatto. Allora poi conoscemmo come la prudenza voleva che si avesse qualche cavallo di più per siffatte occorrenze; e conoscemmo nel tempo stesso ne' pericoli di quella traversata quanto una tale precauzione fosse stata negletta. Il padrone di quel cavallo montò sopra una slitta di riserva, sperando di ritrovarlo correndo sulle traccie di esso; e noi continuammo il nostro viaggio verso le isole di Aland, prendendo, per quanto ci era possibile, il mezzo de' passi più spianati, non però senza esserci rovesciati di nuovo, e senza essere ancora in pericolo di perdere l'uno o l'altro de' nostri cavalli: cosa che ci avrebbe messi in un estremo imbarazzo.

Difficilmente può figurarsi la tristezza che infonde la solitudine di quell'immenso campo di ghiaccio. In sì vasto spazio niun essere vivente si presentò a' nostri sguardi; non uomo, non quadrupede, non volatile: ivi la natura era morta. Che abbandono! che isolamento! che silenzio! Qualche volta venti in contrasto tra loro cozzando impetuosi su quelle rupi gelate, mettevano un fischio profondo, che propagavasi nello spazio, e vi si estingueva: qualche volta l'aria condensata in quelle masse gelate si apriva violenta una strada, e le spezzava con orribil rimbombo, che in un momento rompeva il cupo silenzio spaventosamente, e in un momento quel silenzio repristinavasi, e diventava più terribile. A tante cagioni di malinconia che opprimeva l'anima, a tanti pericoli che ad ogni passo moltiplicavansi, bisogna aggiungere l'incontro frequente di profonde crepature, che presentano all'occhio l'abisso delle acque coperte di ghiacci. Desolante è l'apparizione di quelle crepature, massimamente perchè non aspettate; e talune obbligano a fare un ponte di tavole per valicarle.

Noi abbiam detto che in queste orribili solitudini tutta la natura presentasi come morta. Ciò non è esatto. V'hanno creature viventi, che ne amano il soggiorno; e queste sono le foche , o direm meglio, i vitelli marini. Nelle caverne de' ghiacci depongono i frutti de' loro amori; ed insegnano a' loro piccoli a sopportare i rigori della più cruda stagione. Le madri ve li depongono nudi affatto, come sono nati; e i padri hanno cura di assicurarsi di qualche apertura, per la quale possano avere pronta comunicazione coll'acqua. Al comparire di un cacciatore corrono a salvare sè stessi, le loro femmine, la loro prole per quella via. Fuori di quel pericolo, per quell'apertura vanno a procacciar cibo per sè e per la famiglia; e questo cibo è pesce. La maniera con cui i maschi fanno quell'apertura, è singolare. Nè denti, nè zampe v'hanno parte: servonsi del solo loro alito caldo, che dirigono diligentemente e con intensa perseveranza sul medesimo punto, onde scioglierne il ghiaccio. I paesani delle isole vicine sono i più fieri nemici di queste bestie; perciocchè quando essi ne scuoprono qualcheduna, si mettono in imboscata a qualche distanza, appiattati dietro ad un masso di ghiaccio; e muniti di fucile e di bastone ivi aspettano la foca veduta discendere nell'acqua, sapendo che deve ritornare di sopra per respirare. È allora che le tirano addosso, e l'ammazzano. E come qualche volta avviene che l'acqua del buco si geli subito che l'animale ne sia uscito, allora vi corrono sopra co' bastoni, non dandogli tempo di aprirsi l'adito all'acqua impiegando il suo alito. In questo assalto sì pericoloso per lui, l'animale impiega tutto il coraggio, che la natura gli ha dato: morde co' denti i bastoni degli aggressori, e talvolta ne attacca le persone medesime. Ma il cacciatore si ride della resistenza oppostagli; molto più che la foca è troppo lenta ne' suoi movimenti; e la costituzione delle sue membra la rende poco atta ad operare sopra una superficie solida.

Dopo tante fatiche, ed alcune meno importanti avventure, noi facemmo riposare i nostri cavalli a metà del cammino; e finalmente abbordammo alla piccola isola detta Signilskar. Essa è nuda interamente, e non abitata che da qualche paesano e da un offiziale del telegrafo ivi posto per corrispondere con quello di Grisselhamn, il primo che fosse stabilito nella Svezia. Questa isoletta è una delle molte, che sparpagliate in quella parte del golfo prendono collettivamente la denominazione di Aland. Signilskar è distante in linea retta da Grisselhamn 35 miglia all'incirca. Ma il giro che noi avevamo dovuto prendere nel nostro viaggio ce ne avea fatto impiegare forse dieci di più.

Eravamo per partire da Signilskar, quando vedemmo di ritorno il cavallo che era fuggito. Quell'animale faceva pietà per lo stato miserabile in cui dopo tanto strappazzo si trovava. Ma era fiero ancora come prima, e come prima intollerante della vista e dell'odore delle nostre pellicce. Dovemmo cercare di stargli lontani, onde non s'inquietasse di nuovo.

Attraversando le isole di Aland si trovano case, ove prendere nuovi cavalli; e si viaggia parte sul ghiaccio del mare, e parte sulla neve che cuopre il terreno. Tra le due poste di Heralsby e di Skorpas trovasi posta sopra una rupe la famosa fortezza di Castelholmen, tutta cinta dall'acqua fuorchè ove una lingua di terra l'attacca all'isola. Questa fortezza occupa parecchie pagine della storia di Svezia.

Tra le isole di Vergata e di Kumlinge noi avemmo per guida un paesano di circa 55 anni, il quale ci sorprese tanto per la decenza e giocondità del suo conversare, quanto pel buon senso delle sue osservazioni. Egli, ben diverso da' suoi compatrioti, costantemente taciturni ed incapaci di dare il minimo indizio di curiosità ai viaggiatori, con una civiltà rara per un uomo di sua condizione e di que' climi, ci andava facendo molte domande sul nostro paese, sulla situazione di esso, sulla natura del governo, sul clima, sulle produzioni naturali e sopra altre interessanti materie. Il piacere da noi provato in udirlo uguagliava la sorpresa di tanta sua intelligenza. Ed avendo egli udito che noi eravamo d'Italia, mostrò qualche stupore, aggiungendo nello stesso tempo qualmente egli sapeva che l'Italia allora era involta in gran guerra; e che un guerriero che metteva spavento dappertutto, la scorreva vittorioso. Ognuno comprende di chi egli parlasse. Noi gli domandammo quante miglia credess'egli che l'Italia fosse lontana da Aland; ed egli confessò di non potercelo dire; ma credeva che l'Italia fosse assai più lontana che la Danimarca. E quando gli dicemmo che l'Italia era di là dalla Danimarca trecento buone leghe svedesi, ci guardò con grande sorpresa; e dopo un breve silenzio replicò che non concepiva che motivi ci conducessero a venire nel suo paese, e a spendere tanti risdalleri in poste. I suoi discorsi particolarmente battevano sul clero, ch'egli si compiaceva di mettere in ridicolo con quella vena di buon umore che è il sintomo ordinario di un buon criterio. Egli era grande ammiratore di Gustavo III , con cui ci diceva aver discorso; e non v'è dubbio che non lo divertisse. Nè mai perdendo di vista il suo argomento favorito, cioè di satirizzare sul clero, vi ritornava sopra costantemente terminato che avesse alcuna digressione, che noi avevamo la compiacenza di ascoltare. Gustavo III , diceva egli, era un grand'uomo, un gran re; e nondimeno egli non pretendeva la metà del rispetto e della venerazione, che da noi richiede il nostro clero. Questo clero predica la umiltà; ma intanto egli spinge l'orgoglio al di là di quanto possa mai credersi. I nostri parrochi godono di buone prebende; vivonsi in una beata tranquillità; e per non avere disturbi prendono a giornata de' preti poveri, che facciano per loro le domeniche quello che dovrebbero fare eglino medesimi. In quanto a loro non fanno altra cosa che starsi quietamente sdrajati sulle loro careghe, e ricevere gli omaggi de' paesani che passano vicini ad essi. E sappiate bene che codesta oziosità loro non dee imputarsi a poca capacità e dottrina; perciocchè se sorga qualche quistione sul pagamento delle decime, imposta ch'essi mettono sul prodotto de' nostri sudori, si fanno presto conoscere pei più dotti e più sensati uomini del mondo. Nè sono eglino soltanto buoni aritmetici; ma sanno di più sulle dita tutte le leggi, tutti gli editti, e tutti gli statuti del regno.

Io ripeto qui parola per parola il discorso di codesto paesano per dare una idea del modo di pensare sopra una materia che interessa, come per tutto altrove, il popolo di queste contrade. Ma quello che ci rendeva più sorprendente la intelligenza di codest'uomo, egli è che non avea avuta alcuna educazione, nè letto alcun libro, di modo che quanto diceva, tutto era parto della sola sua testa. Il nostro filosofo della natura mesceva ne' suoi discorsi qualche osservazione meteorologica. Così, p. e., prediceva una estate assai tarda dietro alcune macchie da lui osservate sulla da noi detta Via Lattea. Ci riferì pur anco alcuni aneddoti della guerra di Finlandia fatta da Gustavo III ; e ci disse che la battaglia di Hogland sarebbe stata più decisiva in favore degli Svedesi, se tutti gli ordini fossero stati eseguiti convenientemente; ma che il principe Federico non potè mandare la flottiglia in soccorso della squadra, che mancava di munizioni. La quale circostanza veramente è una delle più notabili in tutta la storia di quella guerra, confermatami da persone, ch'erano al fatto di ben sapere le cose, e sulle quali non può cadere sospetto di nissuna specie.

Le isole di Aland non sono meno di 80, e per la più parte piccole e deserte. Sono situate tra il golfo di Botnia e quello di Finlandia, e si stendono dal 59.º grado e 47 minuti di latitudine, fino al 60 e mezzo: la loro longitudine è dal 56.º grado e 57 minuti, al grado 39.º e minuti 47. Aland, che dà il nome a tutte, ha 20 miglia di lunghezza, e ne ha di larghezza 16. Il mare che circonda l'isola di Aland, gela rare volte; e gelava in addietro meno frequentemente che oggidì. Credesi da alcuni, che i forti agghiacciamenti, pe' quali si può transitare a piedi e nelle slitte, succedano ogni dieci anni. In generale gli abitanti di queste isole vivono lungamente: coltivano frumento, segala, orzo, avena; fanno la pesca delle aringhe; e si alimentano di pane di frumento e di segala, di pesce fresco, o salato, di latte, di burro, di formaggio e di carne: usano molto la carne del vitello marino; ed è per essi un piatto squisitissimo quello che chiamano skarkroppe , fatto di fette di carne concie con farina e con lardo. È loro particolar costume il maritarsi verso la metà della estate, con che pretendono di provare che non hanno bisogno di aspettare la raccolta delle messi per porsi in istato di mantenere la loro famiglia. Il vestito degli uomini consiste in un corto soprabito, il quale alla domenica per lo più è di panno turchino. I giovani portano calzette di cotone, ed alcuni di loro hanno un orologio: le donne hanno una gonella ed un grembiale di cambellotto, di cotone o di tela dipinta, e qualche volta di seta: di seta nera in generale è il loro abito da lutto e di cambellotto la gonnella. In testa portano de' berretti; e si coprono il seno con parecchi fazzoletti di seta: stando poi in casa usano panni fabbricati nel paese; e ne hanno di varie sorti. Le maritate s'empiono le dita di anelli, essendo questa la loro più evidente passione. Ma in Aland si veggono meno cucchiai e nappi di argento che presso i contadini di Finlandia. Le abitazioni di quest'isolani sono comunemente di legname, coperte di scorza di betulla; e nell'interno ben illuminate e pulite. La mancanza d'acqua corrente fa che usino molini a vento.

In quanto al carattere degli Alandesi è giusto dire che sono ingegnosi, vivaci ed obbliganti: che sul mare spiegano molta destrezza ad ogni uopo, e coraggio: costumati poi e buoni a segno, che si è osservato qualmente dal 1749 fino al 1793 sette sole persone furono convinte di delitto capitale; e non vi seguirono che sette omicidii. Questo popolo non è per nulla inclinato alla superstizione; ma viene accusato d'essere litigioso; il che non so su qual fondamento.

Queste isole non hanno nè orsi, nè scojattoli; e l'alce, che in addietro era comune, vi è scomparso affatto. Bensì vi sono lupi che vi provengono dalla Finlandia attraversando il mare quando è gelato. Noi non ne abbiamo incontrati, ma ne abbiamo vedute le traccia nelle foreste. Vi sono parimente volpi, martori, armellini, lepri, talpe, sorci di varie specie: rare sono le lontre; e frequenti sulle coste i vitelli marini. Di uccelli si contano più di cento specie, e molte specie di pesci. I naturalisti possono avere largo campo di esercitarsi sugl'insetti proprii di queste isole; e i botanici sulle piante. Ma pochi minerali trovansi nelle montagne d'Aland, le quali sono principalmente formate di una specie di granito rosso. Gli Alandesi curano poco le api, ed hanno torto.

CAPO III.

Abo e cose notabili di questa città. Stato e vivere degli abitanti del paese. Incontro di un bardo moderno. Aurora boreale. Yervenkile. Sua cascata. Caccia. Stato economico dell'albergatore.

Non v'era gran che a quest'isole, perchè vi ci fermassimo. Noi dovevamo spingerci ad Abo; e per arrivarvi passammo presso il castello di Abo-Hus, situato alla foce del fiume Aura. Abo è una di quelle città, che nel paese si chiamano Stapestad , cioè che hanno il permesso di commerciare co' forestieri. È situata al 60.º grado e 10 minuti di latitudine settentrionale, sopra un promontorio formato dal golfo di Finlandia e da quello di altrove Botnia. È distante da Stockholm 287 miglia; e siede in riva del fiume Aurajocki, ivi largo da 180 a 300 piedi, e le cui acque fangose poco o nulla servono agli usi domestici. La città, lunga 12,820 piedi e larga 7,250, è divisa in cinque quartieri, tre de' quali sono situati al nord-est del fiume, e due al nord-ovest; e comunicano insieme per mezzo di un ponte di legno. Ha tre piazze. La detta piazza grande è cinta di parecchi edifizii pubblici e privati, costrutti in pietra: la piazza nuova ha fabbriche d'ogni specie fatte di legname; e presso la piazza della chiesa è l'accademia. Questa chiesa è la cattedrale, detta di Sant'Enrico : bel fabbricato gotico, lungo 350 piedi e largo 190. Essa serve ai due cleri, lo svedese e il finlandese: il primo incomincia le sue funzioni alle sei ore della mattina; e il secondo alle ore nove. Abo non ha altra chiesa che questa.

L'accademia ha due piani, ed è fabbricata in pietra. Ha sale per le sedute degli accademici, per gli esercizii ginnastici, per la biblioteca e per altri usi. In questo fabbricato alloggia il vescovo d'Abo; e sta inoltre anche il seminario.

L'università ha molto credito, e singolarmente in grazia di uno statuto, il quale obbliga tutti quelli che hanno terreni o pensioni dalla corona, a lasciare i loro corpi, morti che sieno, ad uso del teatro anatomico. Questa università ha professori adunque di anatomia, che vi si sono distinti, e ne ha di chimica, di storia naturale e di economia. Recentemente si sono assegnati stipendii fissi e sicuri a' professori che prima non ne avevano; e si è istituita una nuova cattedra di poesia unita a quella di eloquenza. Il numero degli studenti si valuta a cinquecento cinquanta all'incirca. Questa università deve la sua fondazione alla famosa regina Cristina : essa ne formò pure la biblioteca, accresciuta poscia da diversi personaggi assai rispettabili; ed oggi è ricca di libri rari, di manoscritti, di medaglie, ecc. Tra varii oggetti di curiosità ci si mostrò un libro di orazioni incise da un paesano sopra tavolette di legno. V'è ancora una bella raccolta di medaglie svedesi antiche e moderne; e vi si contano più di dieci mila volumi, e si ha un fondo annuo di centocinquanta risdalleri per ampliarla.

A tre miglia di distanza da Abo verso il sud-ovest è Beckholmen, piccolo porto, ma sicuro, e per la profondità delle sue acque atto a ricevere le più grosse navi mercantili, provveduto inoltre di quanto occorre per caricare e scaricare. I legni che non hanno bisogno di oltre 8 o 10 piedi d'acqua, possono risalire quasi fino al ponte.

Abo ha varie manifatture di tabacco, di zucchero, di fettucce di seta, di tele, di corami, di carta, ecc., e le piantagioni di tabacco sono per essa un oggetto importantissimo, poichè ne producono ogni anno per lo meno 152,000 libbre grosse. Considerabile è pure il commercio, ch'essa fa non solo nei porti del Baltico, o ne' vicini, ma in quelli di Cadice, di Lisbona, di Bordeaux, di Genova e di Amsterdam. Ma è d'uopo partire da Abo.

Noi ne partimmo ai 20 di marzo, e ci dirigemmo verso il nord. Per risparmiarci la pena di scaricare e caricare le nostre cose ad ogni posta, avevamo comperate ad Abo delle slitte, affatto simili alle usate dai paesani. Ma come in quell'anno non era caduta moltissima quantità di neve, il cammino riusciva stentato; e il cavallo incontrando de' tratti di terreno spoglio o in tutto, o in gran parte di neve, faceva una enorme fatica a strascinare la slitta, e ad ogni momento ci bisognava discendere, e andare a piedi finchè si trovasse neve, o qualche lago, o fiume gelato. Molte volte adunque la slitta si rovesciava; e com'era stretta e bassa, noi non correvamo per ciò gran pericolo.

Nulla di gran momento il viaggiatore incontra sul cammino da Abo a Yervenkile. Il paese è in gran parte piano; e solamente a qualche miglio da Yervenkile diventa un poco montuoso, senza presentare però punti di vista dilettevoli. In generale le case de' paesani sono ben fatte; e il forestiere vi trova alloggiamento e letto. Il paesano lo accoglie con buona ciera; e gli fa parte delle sue provvisioni, le quali comunemente consistono in latte rappreso, in aringhe salate, e in carne pure salata anch'essa. Questi paesani sarebbero poveri confrontati colla nostra maniera di vivere; ma confrontatisi tra loro sono ricchi, perchè hanno tutto quello, che secondo essi costituisce l'agiatezza. Potendo risparmiare qualche denaro, lo tengono pei loro bisogni impreveduti, o lo spendono in vasellami ed utensili necessarii alla famiglia. E in Finlandia non è cosa rara il vedere che in una casa di legname, ove non si trova che aringhe e latte, si porti acqua in una coppa di argento, che vale 50 o 60 risdalleri. Le donne sono vestite di abiti caldi; e sopra i loro abiti portano una specie di duglietta di tela, di modo che vedendole in tale figura si crederebbe che fossero miserabilmente coperte. L'interno della casa è sempre caldo ed anche molte volte troppo per que' medesimi ch'entrano dall'aria aperta. Gli uomini rimangonsi costantemente in casa con una semplice camicia e un piccolo giubbettino sopra di essa; ed escono sovente anche fuori in quella maniera senza paura nè di febbri, nè di reumi. Ne troveremo la ragione quando ci avverrà di parlare de' loro bagni. I Finlandesi che accompagnano i viaggiatori per di dietro alle slitte, sono coperti di un piccolo sopratutto di pelle di vitello marino o di panno, chiuso alla metà del corpo con una cintura: essi mettonsi sopra gli stivali delle grosse calzette di lana, avendo così il doppio vantaggio di tenersi caldi e di non iscivolar camminando sul ghiaccio.

L'interno della famiglia di un paesano presenta all'uomo che non abbia il cuore corrotto, un quadro giocondissimo d'innocente costume. Le donne sono intese a cardare o a filare la lana; e badano bene a queste loro faccende mentre gli uomini fanno fascine o reti, o fabbricano od acconciano slitte. A Mamola noi incontrammo un cieco con un violino sotto il braccio, circondato da una folla di giovinetti e di ragazze. Era calvo sulla parte davanti della testa, avea una lunga barba che gli arrivava al petto e bianchissima come la neve, con che ispirava una certa venerazione. Sarebbesi preso per uno di que' bardi, o poeti descritti con una specie di entusiasmo nella storia del Nord. Quella folla nol circondava invano, perciocchè cantava strofe graziose, e le alternava con istorielle di varie maniere. Al giunger nostro tutto tacque, e molti si sbandarono; e come i ragazzi sono ragazzi in ogni paese, veggendo essi de' forestieri, cosa per loro affatto nuova, dimenticando il bardo si misero a burlarsi, e a ridere di noi. Il povero bardo approfittando della occasione ci domandò in cattivo svedese qualche moneta in limosina.

La maniera nostra di viaggiare parte in islitta, e parte a piedi mi condusse a meditare sulla utilità di una slitta, il cui modello avea veduto nel deposito delle macchine di Stockholm. Era questa una slitta sospesa a' due fianchi, la quale con una sorta di molla potevasi collocare sopra quattro ruote, e le molle l'alzavano dal terreno, e servivano a convertirla in una vettura. Ai 30 di marzo verso mezza notte eravamo ancora in istrada, con un freddo di 13 gradi sotto il gelo, secondo il termometro del Celsio , quando, molto a proposito per distrarci dalla nojosa monotonia del viaggio, ci si presentò lo spettacolo di un'aurora boreale. Il cielo nella parte del settentrione parve ad un tratto tutto infuocato; ed insensibilmente prese quel brillante colore del rubino, di cui il tramonto del sole arricchisce le belle serate d'Italia, felice presagio, al dir di Virgilio ed alla prova della esperienza, della bellezza del dì susseguente. Dal seno di questa porpora superba immantinente s'alzò verso il polo un arco splendentissimo di tutte le varietà dell'iride, e tagliato da moltissimi altri archi non meno vivi, ma mobili, e con maestà ondeggianti, i quali disegnavansi sopra un immenso velo di un fosforo luminoso, le cui pieghe diafane, agitate continuamente si sviluppavano in lunghi solchi di fiamma, ed ognor più animati da come fiaccole ardentissime, colle quali sarebbesi detto, che il cielo ad ogn'istante le fulminava, prolungavano lungi l'incendio sotto la volta celeste. Tutta l'atmosfera veniva presa dal loro chiarore; e indoravano vivamente i contorni di tutte le nubi. Se queste meteore frequenti nelle contrade vicine al polo interessano per la loro magnificenza gli abitanti del Nord, accostumati pure a vederle, facil'è giudicare l'effetto che questo spettacolo produsse in noi, che ne godevamo la vista per la prima volta.

Finalmente giungemmo ad Yervenkile, piccolo distretto, il quale appartenendo alla università di Abo è affittato ad un onesto paesano. Questo galantuomo ci accolse eccellentemente, e ci diede una camera e de' letti. L'ingenua sua ospitalità ci rendette giocondissimi i tre giorni di riposo che prendemmo in casa sua, e di cui avevamo gran bisogno. Quest'abitazione, vicina ad una bellissima cascata, offre un eguale interesse al pittore e al cacciatore. Non sarà grave udirne una breve descrizione a chi ami più particolarmente conoscere codesta parte della Finlandia in cui ora siamo.

Yervenkile è un piccolo villaggio di tre o quattro famiglie situato sopra un lago. Noi prendemmo la strada di questo villaggio invece di quella di Wasa, perchè volevamo vedere la cascata che n'è distante un quarto di lega, e ch'è famosa per la sua elevazione. Essa è formata dal fiume Kyro, il quale uscendo del lago che porta lo stesso nome si precipita attraverso di scogli e rupi scoscesissime e disuguali per un'altezza di circa 210 piedi. È difficile dire in quante diverse forme si presenti l'acqua impetuosa e schiumante che si gitta giù da tante asperità enormi. Noi per meglio contemplarne lo spettacolo ci fermammo sopra un'altura, da cui si discopriva un paese mirabilmente variato, e quasi tutto coperto di pini, la cui verzura tetra, indorata dai raggi del sole faceva un contrasto pittorico colla bianchezza abbagliante della neve e colle masse de' ghiacci sospesi sull'orlo della cataratta. L'aspetto della cascata è particolare affatto alle regioni del Nord; nè di simile se ne trova alcuna in Italia. Vedevasi l'acqua scagliarsi da enormi volte di ghiaccio cristallizzate in mille maniere; e come il vapore che s'alzava, ivasi congelando nell'aria in forma di polvere, percosso dai raggi solari presentava iridi sorprendenti pe' vivi e diversi colori, e per la loro ineffabile mobilità. Cadendo poi que' vapori gelati sopra la discendente corrente, formavano de' ponti di ghiaccio di tale solidità, che si potevano passare con tutta sicurezza; e siccome i flutti urtavansi e precipitavansi con somma violenza contro le pareti di que' ponti, sovente accadeva che travasassero al di sopra de' medesimi, e ne rendessero la superficie sì liscia e sdrucciolevole, che i paesani per passarvi erano obbligati a mettersi col ventre a terra e a camminare colle ginocchia e colle mani. Essendo stati a questa cascata più volte ne' giorni che ci fermammo nel villaggio, ci prendemmo anche il piacere della caccia per tirare alle lepri, alle volpi e ai lupi, delle quali bestie vedevamo i segni nelle foreste; ma non avendo cani con noi, non ne potemmo snidare alcuna. Ci limitammo a tirare a piccoli uccelli, che osservammo di razza non veduta in Italia. I paesani vedendoci gittare la nostra polvere per sì poca cosa, ridevansi di noi; e come uno di loro credette di farci cosa grata ammazzandoci qualcuno di quegli uccelli, prese il suo archibugio, lo sparò, e ce ne portò uno, il quale avendo noi trovato senza testa, gli facemmo intendere che il dono non poteva esserci grato: l'avremmo desiderato intero. Il suo archibugio avea una canna simile a quella di una carabina, ma di calibro piccolissimo; adoperava inoltre palle grosse quanto un pisello. Io gli mostrai la nostra minutissima munizione: egli ne fu meravigliato, non avendone mai veduta di simile; ma ricusò di adoperarla; e caricato di nuovo l'archibugio alla sua maniera, tirò, e mi recò un uccello della specie del primo, tutto intero, e non avente che una piccola contusione al petto. Non avea fatto che toccarlo leggierissimamente. Ammirammo la sua destrezza e la giustezza del suo colpo d'occhio; ed egli disse che tutti i paesani tiravano colla medesima abilità.

Prima di lasciare Yervenkile desideravamo informarci della maniera di vivere del nostro ospite, delle sue spese domestiche, e del prezzo delle derrate in quella parte di Finlandia. Il legname non costa che la fatica di tagliarlo e di trasportarlo; e la giornata di un lavoratore è cara, perchè costa dai 12 ai 16 soldi. Il nostro ospite avea tutta l'aria di un uomo comodo. Avea sei vacche, le quali gli avevano dati sei bei vitelli: avea sei capre, che ogni sera ritornando dal pascolo gli somministravano latte abbondante: avea di più otto agnelli e tre cavalli, de' quali servivasi per le sue slitte: le vacche gliene davano ogni mattina un secchio. Una vacca gli costava da cinque a sei risdalleri; un vitello due; e sedici soldi una capra e un capretto. Il cantone non dava frumento; e il prezzo della segala era di cinque risdalleri e mezzo il barile. Gli domandammo se fosse stato mai nella necessità di mangiare pane fatto colla scorza d'albero, e se mai si fosse trovato costretto a nudrire le sue vacche coi loro escrementi, conciandoli con un poco di sale, di farina e di paglia, conforme usano quelli della Dalecarlia; e rispose non essersi mai trovato in tali angustie. L'affittanza che avea era una casa, che abitava colla sua famiglia: a destra di essa era un piccolo alloggiamento pe' forestieri, a sinistra le stalle per gli animali.

CAPO IV.

Foresta famosa in Finlandia. Indole dei lupi che vi abitano. Incendii ed uragani che la devastano. Cammino pericoloso, e mal passo sul ghiaccio. Altro ghiaccio più spaventoso. Wasa: descrizione di questa città.

Abbandonando Yervenkil entrammo in una foresta famosa in Finlandia, tanto per l'altezza delle piante, quanto per la sua profondità, dicendosi che va oltre le 80 miglia inglesi. I lupi sono i soli animali, che ivi possano temersi: non assaltano mai l'uomo; ma non risparmierebbero mai il suo cavallo senza la presenza di lui; e quando sono veramente affamati si uniscono in truppe, e danno addosso furenti a quelli che strascinano le slitte. Guai se allora la slitta si rovescia! Scappato il cavallo, e rimasto l'uomo abbandonato sulla terra, essi precipitansi sopra di lui, e sel divorano. Noi non ne vedemmo alcuno.

Queste foreste sono scure a cagione dei fitti rami che s'intrecciano insieme sulle cime di quelle piante gigantesche; e la temperatura n'è assai dolce. Ma tutto colà è muto; se non che tanto silenzio vien rotto dallo scoppio, che il gelo cagiona nel corpo de' grossi fusti. E non è questo l'aspetto unico che presentano. Noi vedemmo gl'immensi guasti di uragani terribili, e d'incendii spaventosi. Montagne, valli, spazii di più miglia coperti di boschi, sono frequentemente esterminati dalle fiamme. Onde quest'incendii? La poca cura de' paesani, che non abbandonano mai la pipa transitando per queste foreste; e una scintilla che cada sopra foglie secche, ajutata da leggiero venticello, può esserne una cagione. Oltre ciò i paesani soventi volte accendono de' fuochi o per riscaldarsi, o per cuocere le loro vivande; e trascurano poi di estinguerli partendone. La seconda cagione è riposta nelle leggi del paese. In parecchi distretti i paesani traggono i legnami dalle foreste reali pagando una certa tassa: in altri hanno la facoltà di tagliarne; ma sono multati, se oltrepassano i limiti. Più: quando una foresta della Corona s'incendia i paesani hanno il diritto di abbattere, e di portar via gli alberi attaccati dal fuoco. Avviene adunque che se i paesani mancano di legname, o se la quantità loro assegnata non basta ai loro bisogni, l'interesse loro li spinge a metter fuoco ai boschi della loro vicinanza, essendo allora liberi ad appropriarsi quanti alberi mai vogliono. Io vidi in questa foresta un esempio dei terribili guasti di uno di questi incendii. Le fiamme aveano divorato il bosco per una estensione di sei in sette miglia. Non può vedersi spettacolo più tristo. Non solo si tratta che presentinsi allo sguardo tronchi e rimasugli d'alberi confusamente giacenti sul suolo, e interamente ridotti in carboni; ma ve n'ha molti altri ancora ritti in piedi, che le fiamme hanno spogliati dei loro rami, e della loro scorza dalla cima fino alle radici. Alcuni sono stesi tutti interi sulle brage estinte: altri semplicemente inclinati appoggiano i loro neri scheletri ai vicini, morti anch'essi, ma senza essersi smossi dalla prima loro positura. In mezzo poi a tanta ruina se ne osservano de' giovani pieni di sanità, di succhio, e di forza, i quali sembrano nudrirsi delle ceneri de' loro padri, e vanno crescendo per rimpiazzare la generazione scomparsa. Ma eguale terribil guasto fanno anche gli uragani.

È impossibile concepire come i venti possano penetrare attraverso della fitta volta, che ad essi codesti boschi oppongono. Si sarebbe tentati a credere che questi uragani fossero tante di quelle formidabili trombe descritte da altri Viaggiatori, e che trionfano di ogni resistenza. Alberi di un volume enorme sono strappati dalla terra, e mostrano nude le loro profonde radici: pini che tre uomini non potrebbero abbracciare, e i cui tronchi impunemente sfiderebbero le più furiose tempeste dell'Oceano, ivi sono piegati come un debole giunco; ed abbassano nella polvere la superba loro fronte. I colossi in apparenza più indomabili sono precisamente quelli, che i venti maltrattano con maggior violenza.

In estate si batte una strada praticata in mezzo della foresta; ma in inverno i paesani vanno più a dirittura che possono, attraversando fiumi e laghi sulle loro slitte. Ed usano poi, perchè nissuno si smarrisca in codeste profonde e tenebrose foreste, ove pei primi trovino una buona strada, marcarne tutti gli alberi con un colpo di accetta, come fanno i selvaggi di America. Codeste strade però sono cattive perchè sassose ed aspre: e le scosse che le slitte soffrivano, ci defatigavano non mediocremente; e dovevamo andar lenti. Fummo sollevati da questo flagello incontrandoci in un lago, che i nostri cavalli attraversarono colla rapidità di un uccello. Non senza pericolo però: perciocchè da ogni parte il ghiaccio scoppiava; e noi tremavamo all'aspetto delle crepature, che ad ogn'istante il peso delle slitte faceva divergere in raggi all'intorno di noi. Noi non ci saremmo esposti a tante angustie, se andando per terra non avessimo sofferto mille volte di più.

Fu spezialmente tra Tuokola e Gumsila, che trovammo la strada sul fiume estremamente spaventosa; e saremmo periti senza dubbio senza il soccorso di due paesani, che ci servirono di guida spontaneamente, indicandoci i luoghi ove il ghiaccio era ancora forte per sostenerci. Tra que' due villaggi il fiume è di una singolare rapidità; e la forza della corrente in alcuni siti rendea il ghiaccio di una tessitura più tenera. Bisognava per esser sicuri conoscer bene la direzione della corrente; e le nostre guide precedendoci nella loro slitta c'incoraggiavano. Giungemmo ad un sito ove noi credemmo somma imprudenza il tentare il passaggio: ma o ritornare per sei, o sette miglia indietro, e rimetterci su quella diabolica strada che non avevamo potuto proseguire, o andare avanti qui; e trattavasi di far saltare una barriera ai nostri cavalli, e di tirare la slitta sopra un mucchio di pietre finchè potessimo riguadagnare il ghiaccio di quel fiume. Preferimmo questo partito: i cavalli attraversarono la barriera: noi ci ajutammo ad alzare la slitta, e a portarla dall'altra parte; ed in appresso ci rimettemmo sul ghiaccio presso un mulino. Ma qual desolante sorpresa! Ci si presentò un pericolo cento volte maggiore: il ghiaccio non era più attaccato alle sponde del fiume; e bisognava abbandonarci alla crosta rimasta in mezzo dello stesso, e sotto la quale sentivamo la corrente gorgogliare con fracasso. Le nostre guide si esposero le prime al pericolo; e superato che l'ebbero, ci dissero che l'avremmo con un poco di coraggio superato anche noi; e che quando avessimo passato il mal luogo, nulla più era a temere. Dicevano bene; ma il terrore non ci abbandonava. Ci risolvemmo di arrampicarci colle ginocchia sopra un monticello di ghiaccio, il quale pareva a noi che ne impedisse il cammino; e ci lasciammo scivolare dall'altra parte per giungere alla nostra slitta, che ci aspettava colà. Le nostre guide risero della nostra paura, e del partito che prendemmo; e riusciti in bene ridemmo di noi medesimi anche noi. Que' buoni Finlandesi dissero che non avevamo più bisogno di loro, e congedaronsi: noi volevamo gratificarli con qualche moneta; e parvero stupefatti della esibizione.

Fin qui avevamo veduto il ghiaccio coperto di uno strato di neve piuttosto sporca, che ne nascondeva la trasparenza; e ci faceva quasi dimenticare che camminassimo sul liquido elemento. Che nuova paura quando dovemmo attraversare un fiume, il cui ghiaccio era talmente diafano, che vedevamo non solo la corrente e profondità dell'acqua, ma fin anco i più piccoli pesci che vi guizzavano dentro? Nel primo momento, nuovo essendo per noi il fenomeno, ci credemmo perduti: vedevamo l'abisso che stava per ingojarci; e il cavallo medesimo atterrito anch'esso si fermò; e non voleva più muoversi. Se non che l'impulsione ricevuta nella sua corsa lo spinse avanti, e sdrucciolando sulle sue quattro gambe scorse lo spazio di ventiquattro in trenta piedi. La cosa non era per noi la più dilettevole. D'onde veniva mai questa singolare diafaneità? Dall'azione de' raggi solari e del vento. Così almeno ho creduto io. Il vento avea spazzata la neve, e nettata la superficie del ghiaccio: il sole alla fine di marzo e al principio di aprile, avendo acquistata forza, avea fusa ed appianata la superficie, che da prima era alquanto scabra. Questa superficie fusa durante il giorno, tornando a congelarsi la notte formava allora uno specchio liscio perfettamente; ed era sì diafana, che se non avessimo vedute le crepature perpendicolari, che ci facevano vedere la spessezza del ghiaccio, non avremmo potuto distinguerlo dall'acqua che vi correva sotto. Non posso dire il terrore sofferto in quella circostanza; noi cercammo di liberarcene chiudendo gli occhi. Quando però il fiume non avea che la profondità di pochi piedi, godemmo del piacere di considerare i ciottoli, di cui era coperto il suo letto, e di spaventare i pesci che ci stavano sotto i piedi.

Prima di arrivare a Wasa avemmo qualche altro incomodo; e fummo obbligati a fermarci ad un piccol luogo detto Sillampe, che serve di posta. Ivi facemmo buona stazione.

Wasa è la prima città che trovasi entrando nella Ostro-Botnia. Le case sono tutte di legno, e la più parte di un piano solo. Essa è situata al 64.º grado di latitudine, e lontana da Stockholm 1144 miglia. Gustavo III le diede un consiglio supremo di giustizia pel Nord della Finlandia; e costruì per residenza di questo consiglio un superbo edifizio di 210 piedi lungo, largo di 71, ed alto di 99: ha due piani, una facciata magnifica; ed è posto sul pendío di una collina presso la città; ed è un edifizio in pietra. Quel Re molte altre cose avea fatte per la prosperità e l'accrescimento di Wasa. Essa si estende attualmente per la lunghezza di 4,800 piedi, e di 3,000 in larghezza, con 17 strade tutte larghe e dritte. Ha bei viali d'alberi, una scuola, una chiesa, una farmacia, un orto botanico, una fabbrica di panni, una di tabacco, una d'olio di vitelli marini, tre di corami, due di tinture, e due per fondere la pece. Ottimo è il nuovo porto sostituito all'antico; ed è considerabile il suo commercio co' forestieri, esportando catrame, pece, tavole, e travicelli, e segala, e burro, e carne bovina, e sevo, e pelli, ed olio di pesce, ecc. Nelle sue vicinanze ha due sorgenti di acque minerali; ed ha infine una comoda strada aperta nel 1775 attraverso di varie parrocchie, la quale porta al Savolax 1 .

CAPO V.

Civiltà incontrata in Wasa. Aneddoti curiosi riguardanti Linneo . Gamla-Carleby. Nuovi motivi di spavento sul ghiaccio. Pescatori sul ghiaccio e loro industrie. Illusioni prodotte dal ghiaccio. Brachestad. Uleaborg. Avventura galante. Particolari riguardanti Uleaborg. Risoluzione di fermarsi in questa città.

Al nostro arrivo a Wasa eravamo stati a far visita al governatore e al presidente, i quali cortesemente c'invitarono a pranzo, e radunarono presso di sè la società migliore del luogo. Noi trovammo tutto sul piede di Stockholm. Ma parvemi un sogno l'avere in quelle adunanze trovata una dama di una somma amabilità, squisitamente educata e perfettamente intendente delle lingue e delle lettere sì francesi che italiane, e de' migliori scrittori delle medesime. Essa era la moglie dei presidente. Vi trovai pure un ecclesiastico pieno di erudizione e di conversazione piacevolissima. Molte cose importanti imparai da lui riguardanti i Finlandesi e i loro poeti; e ragionandomi del Linneo , da lui conosciuto in particolare in Upsal, del carattere di quel valentuomo assai cose mi disse, e molte compassionevoli in proposito della incredibile vanità che lo predominava. Fra gli altri aneddoti raccontatimi fu questo. Una dama della provincia di Upsal, che non era uscita mai del suo paese, domandò ad un amico del Linneo una commendatizia, desiderando di conoscere un uomo sì distinto, e di vedere le sue collezioni. Ebbe la lettera, andò a visitare il Linneo , vide il suo museo. Ma sbalordita da tante cose in esso raccolte, nel suo entusiasmo esclamò innocentemente: Ah! non mi meraviglio più che il Linneo sia conosciuto in tutta la provincia di Upsal! Il Linneo che si aspettava di udire nell'universo mondo , cessò sull'istante d'indicarle più altro; la condusse alla porta, e sgarbatamente la congedò. — Altro aneddoto. Un giorno in un accesso di melanconia diede ordine che non s'introducesse nissuno, e in veste da camera e in berretta da notte si sdrajò sopra un sofà per riposare. Intanto presentossi un uffiziale svedese che conosceva assai bene la debolezza di lui; ed era accompagnato da varie dame, venute espressamente per vedere la collezione del Linneo . Si negò l'ingresso all'uffiziale, che conoscendo l'umor del filosofo, nulla badando al domestico, si spinse innanzi, ed entrò nella camera, ove il Linneo stava. Il Linneo da prima si mostrò molto sdegnato della inciviltà; ma l'uffiziale senza punto badarvi, introdusse le dame; e con molta gravità disse loro: Signore! vi presento all'illustre filosofo, l'oggetto solo del viaggio che avete fatto, all'uomo che tutto il mondo ammira meravigliato, e che mette al di sopra di tutti gli uomini grandi: a quello che ha messa la natura ai tormenti per istrapparle i suoi più cari secreti. — Il Linneo si spogliò in un lampo del suo cattivo umore, e diventò la più gentile e carezzevole persona.

In Wasa tutto è ad un infimo prezzo. Nel 1790 non contava che 2,166 anime.

Partendo da Wasa il governatore ci diede tutte le istruzioni opportune per viaggiare il meno male che fosse possibile, e ci accompagnò con un ordine, onde fino ai confini della sua giurisdizione fossimo assistiti in ogni nostro bisogno. Ma i paesani di quel paese non erano avvezzi a condur viaggiatori, e mancavano di una infinità delle cose necessarie. La strada da Wasa ad Uleaborg è di circa 190 miglia. Seguimmo nel nostro viaggio la costa attraversando fiumi, boschi e bracci di mare; e qualche volta non di poco allontanandoci anche dalla costa. Il paese è piano ed abbondante di grossissimi pini. La costa è nuda e sassosa. Facemmo molta fatica per arrivare a Gamla-Carleby. Questa è un'assai bella città posta sopra un piccol golfo, e passabilmente commerciante. È lontana da Stockholm 1,023 miglia e 98 da Wasa; nel 1790 vi si contavano 1,367 abitanti. Ha molti bastimenti proprii pel suo commercio; molti ne fabbrica per venderli; e il suo commercio consiste in catrame, in pece, in tavole e in sevo, burro e frumento. Coltiva poi, e consuma per sè, segala, orzo, pomi di terra e tabacco; ed ha una fabbrica di tele di cotone dipinte.

Da Gamla-Carleby continuammo a viaggiare sul ghiaccio; e qui trovammo una novità che non mancò di sorprenderci e di farci piacere. Il gelo in quel paese è sì forte, che ferma nel loro moto i flutti del mare; e intanto il sole acquistando forza nel corso della giornata a misura che la stagione si avanza, squaglia notabilmente il gelo alla superficie; e l'acqua radunasi entro cavità o solchi, ne' quali poi alla notte fa una crosta di gelo, rimanendone così una parte nel suo stato naturale tra questa crosta e il gelo inferiore. Ora nel procedere, questa crosta facilmente si rompe, e il cavallo e la slitta pescano entro l'acqua di quelle cavità; e vuolsi tutta la fede di un buon cristiano per non temere che in quel momento non siasi per discendere ne' gorghi del mare. Di sì fatte paure ne provammo molte. E chi poteva dirci che se in un luogo o nell'altro al di sotto il grosso ghiaccio ci sosteneva, in altri luoghi non fosse per mancarci? Ogni volta che il povero cavallo rotta la fragile crosta cadeva, non mancava il terrore; e cresceva infinitamente, se la crosta essendo larga vi cadeva dentro la slitta e noi con essa.

Camminando di questa maniera incontrammo alcuni pescatori, che pescavano sul ghiaccio. Ecco la loro industria: fanno un buco nel ghiaccio e vi gettano dentro un amo, approfondandolo circa venti piedi; e intanto perchè quel buco non si serri pel gelo, vanno continuamente movendo l'acqua che al medesimo corrisponde. Costoro usano camminando sul ghiaccio scivolatoi di legno assai lunghi; e per ispingerli innanzi servonsi de' loro bastoni, sicchè per nissun conto muovono le gambe, e corrono intanto con mirabile celerità. Un'altra loro industria è quella di portar seco una piccola vela triangolare che distendono contro il vento, quando questo fortemente gl'incomoda; e mettonla tra il vento e le loro persone.

Altra cosa di queste contrade degna di menzione è quella di certe illusioni prodotte sul ghiaccio. Accade spesso ne' sommi freddi che l'acqua del mare cala, massimamente per la mancanza di quella che è solita venire dai fiumi. Allora il ghiaccio rimanendo abbandonato al proprio peso, si sfacella; e se n'alzano qua e là rottami infiniti, i quali pel disgelo alla superficie che succede il giorno, e pel gelo che si forma di nuovo la notte prendono diversissime forme agli occhi di chi li rimira; e par di vedere là un castello, qua torri, palazzi, altra sorte di edifizii in ogni maniera diroccati, e scogli pure, e rupi, e simili. E come questi rottami qua e là si estendono, il camminare di notte massimamente diventa di grave pericolo; e per iscansarli può anche avvenire che si perda la direzione; e si corra rischio di smarrirsi in quel deserto di ghiaccio, siccome a noi più di una volta è succeduto.

Noi andavamo adunque pieni di paura quanto mai possa dirsi; e intanto venimmo a passare da Brachestadt, piccola città distante da Uleaborg 56 miglia, di 763 abitanti, che fa commercio di pece, di sevo, di burro, di pellami grossi e fini, di sermoni e d'altri pesci, e di legnami: introduce poi sale, di cui usa avere sempre buona provvigione. Una volta vi si faceva commercio considerabile di carni e di certe conserve di una bacca particolare alla Svezia e alla Finlandia. Arrivammo ad Uleaborg ai sette d'aprile, e andammo ad alloggiare in un albergo assai buono, prossimo al palazzo della città. Avevamo avute, siccome si è detto, tristi avventure nel viaggio: era giusto che ne avessimo qualcheduna meno spaventosa e più degna di giovani viaggiatori. Ho avuto sempre il vizio, andando a letto, di mettermi a leggere un qualche libro prima di pigliar sonno. Stava adunque dopo essermi coricato leggendo l' Ariosto , quando mi parve di sentire tre dolci battute alla finestra della nostra camera, la quale era a pian terreno. Nè per quella volta, nè per la seconda io vi feci grande attenzione. Alla quarta volta dovetti pur pensare che si trattasse di qualche cosa, e svegliai il mio compagno, il quale dormiva in un altro letto nella medesima camera; e gli dissi che badasse se gli paresse di udire qualche rumore alla finestra. Ed egli ed io sentimmo infatti quelle tre leggiere botte, che io avea udite da prima, ed insieme alcune parole, ma poco distinte. Allora mi alzo; mi metto indosso la pelliccia; prendo due pistole; e vado fuor della camera per vedere che fosse. Che v'immaginate che fosse in un paese di una sì alta latitudine?... Era una bella ragazza, che ci domandava qualche momento di conversazione... Il fatto non mancò di sorprenderci. Sorprenderà forse egualmente il mio lettore.

Uleaborg è posta al 65.º grado di latitudine: conta da circa 3,800 anime: ha due piazze, e sedici strade, con un porto cattivo, ma ciò non ostante con faccende mercantili di molto suo utile. Il suo commercio è di catrame, di pece, di burro, di sevo, di sermoni, e di luccio secco, di aringhe, e di legnami. Introduce poi vino, olio, limoni, e sale. Uleaborg spedisce ogni anno quattro vascelli nel Mediterraneo, i quali tra le altre cose portano spezialmente sale nel paese. Ottimo regolamento è qui rispetto alla navigazione del fiume Ulea, sul quale la città è posta. Per discendere al mare i bastimenti non possono essere condotti che da piloti espressamente patentati, perchè tanto è rapida la corrente, che la nave fa sei miglia in venti minuti; e sommo è il pericolo del naufragio a cagione de' troppi scogli, di cui il letto del fiume è sparso. I minerologi hanno di che molto occuparsi ne' contorni di Uleaborg; e vi notano particolarità meritevoli della loro attenzione. In Uleaborg si ha due mesi d'inverno più che a Stockolm, e una primavera più breve di un terzo: l'autunno però è presso a poco eguale nell'uno, e nell'altro luogo. I geli notturni nell'estate arrivano verso il fine di agosto, e qualche volta anche prima. Ma è giusto dire che in nissun luogo la vegetazione è più rapida, che in questo paese; perciocchè v'ha esempi di grani seminati, e mietuti nello spazio di sei settimane: effetto delle belle notti, o per dir meglio, della continua presenza del sole.

Noi intendevamo di non fermarci in Uleaborg più di cinque giorni per approfittare del comodo delle slitte fin tanto che v'era ancor neve e ghiaccio sulla strada che dovevamo battere: ci lusingava pure l'idea di barattare il servizio de' cavalli in quello delle renne; e di conversare coi Laponi erranti. Ma le gentilezze del barone Silfverkielm , e del governatore Carpalan , la conoscenza che facemmo di parecchie persone della città amabilissime, l'incontro inaspettato di due dilettanti di musica capaci di suonare co' nostri compagni e con me un quartetto, ci fecero dimenticare la nostra risoluzione, e fermarci in Uleaborg un pajo di mesi. Forse però più che tutte queste ragioni valse quella, che essendo alla metà di aprile, la stagione era troppo avanzata; il ghiaccio cominciava a sciogliersi; e i fiumi di giorno in giorno divenivano per l'abbondanza delle loro acque, e per gli straripamenti assai pericolosi. Potevamo poi anche godere in Uleaborg de' fenomeni, che accompagnano il cangiamento delle stagioni quando accade in paese di altezza maggiore; e nel mio particolare io poteva comodamente applicarmi a molti oggetti di storia naturale della Laponia, avendo fatta conoscenza con un bravo uomo, certo sig. Julin , farmacista della città, che avea e libri, e collezioni, come pur notizie, e dottrina, di cui avrei potuto approfittare. Eccoci dunque tutti d'accordo fermati in Uleaborg. Debbo quindi ricordare come vi passammo il tempo della nostra fermata.

CAPO VI.

Magnatizzatore, e magnatismo. Partita di musica istromentale. Simpatia de' Finlandesi per la musica. L'harpu. Caccia del gallo di brughiera, e qualità di questo uccello. Pregiudizii de' Finlandesi per certe vivande. Faccende de' Finlandesi nell'inverno. Loro pesche sul ghiaccio. Loro caccie di vitelli marini e dell'orso.

Ho nominato il barone Silfverkielm , uomo per tutti i versi amabilissimo. Era stato per una gran parte della sua vita ai fianchi del re Gustavo , avea viaggiato molto, e veduto il gran mondo. Sapeva bene di meccanica, si dilettava di chimica, e possedendo una eccellente macchina elettrica d'Inghilterra, faceva molte esperienze. Ma sopra tutto era grande magnetizzante, e il più caldo alunno di Mesmer . Io non credeva alle meraviglie mesmeriane, e meno di me vi credevano i due viaggiatori inglesi, i quali ho detto ch'eransi uniti a noi; ma il fatto è che vedendo i varii, e straordinariissimi effetti del magnetismo, e ad essi, e a me fa pur d'uopo infine confessare, che quello che vedevamo, per se stesso meraviglioso, e inesplicabile, era verità reale. Il barone però non trovava in Uleaborg persone che dessero cura, o fede alle sue cose. In generale quegli abitanti non possono dirsi giunti a sufficiente grado di intelligibilità. Facemmo con essi più fortuna noi colla nostra musica.

Uno de' due dilettanti sopraggiunti sonava il violoncello, l'altro il contrabbasso; Shioldebrand , mio compagno di viaggio, sonava il violino; io il clarinetto. Eravamo dunque in istato di sonare insieme passabilmente qualche quartetto; ed era questa sicuramente la prima volta, che si sarebbe udito in Uleaborg siffatta musica. Accorsero sino dalla prima volta, che ci mettemmo a suonare, in tanto numero uomini e donne, che dovemmo cercar la sala del palazzo di città per dar luogo a tutti. E dell'effetto di quella nostra musica sopra quegli Uleaborghesi chi può giustamente raccontare il vero? Non v'era modulazione, non tratto, non passo, che non facesse sui loro animi una impressione, la quale si dipingeva tosto vivissima sul loro volto, e sulle loro persone. Ho veduto in quell'incontro realizzate pienamente le esagerazioni de' tempi più favolosi della Grecia. I Finlandesi hanno realmente un senso innato per la musica, e per la poesia. E se non hanno fatto nella musica eguali progressi, che nella poesia, ciò debbesi attribuire al cattivo istrumento che hanno. Lo chiamano l' harpu : è una specie dell'antica cetra de' Greci, di sole cinque corde di metallo, ma non tastate colle dita della mano sinistra: essi suonano, ballano, e recitano le loro poesie ristretti a cinque note sole. L'introduzione del violino va però producendo nella musica del paese un cangiamento. L'antica melodia finlandese è chiamata il runa .

Noi eravamo giunti all'epoca, in cui, cessato coll'inverno il sonno della Natura, essa ripigliava il senso della vita in tutti gli oggetti. Giungevano da tutte le parti gli uccelli di ogni specie animati dall'amore, e popolavano i boschi, i campi, le paludi, gli stagni, ogni luogo. Le notti belle, e chiare quanto il giorno, c'invitavano al piacer della caccia. Noi pranzavamo a casa, vi facevamo la nostra partita di musica, cenavamo; e a dieci ore uscivamo alla campagna divertendoci sino alle due della mattina. Nelle nostre escursioni la luce notturna ci serviva meglio che quella del giorno; e vedevamo abbastanza bene per pigliare la mira, mentre allora gli uccelli erano più tranquilli. Era affatto nuova per me la caccia del gallo di brughiera, detto da Linneo tetra urogallus . È un uccello grosso quanto un gallinaccio, sulla schiena ha di un bruno cupo le penne, sul ventre le ha del colore dell'ardesia, ed è listato dappertutto di piccole macchie nere. Esso ama il freddo: si ciba di bacche, e di bottoni delle piante; e in questa stagione canta i suoi amori con tanta vivacità, che si direbbe convulso. Ma vuolsi molta industria ad avvicinarvisi; e bisogna sorprenderlo appunto ne' momenti di quella convulsione, la quale non gli lascia allora nè vedere, nè udir niente. È cosa ordinaria in queste caccie fissare alcun luogo di sì vasti boschi, ove riunirsi; e a quest'effetto si accende un gran fuoco, affinchè si vegga il fumo a molta distanza; e vi si lascia sempre qualcheduno che lo conservi. In questa circostanza conobbi quanto sia facile cagionare un incendio, che consumi tutta una foresta. Imperciocchè il suolo è coperto di un musco fitto, alto, e secco, il quale, se mai si accende, porta irremissibilmente il fuoco per tutto lo spazio che occupa. Si può mettere tra le cagioni de' grandi incendii delle foreste di Svezia e di Finlandia anche questa, mentre una minima negligenza di chi veglia al fuoco, che ho accennato, basta a tanto fatto.

Ho detto che pranzavamo e cenavamo in casa, e poi andavamo alla caccia. Conviene che dica qualche cosa anche di quella nostra faccenda. Non era il minore oggetto de' nostri piaceri in Uleaborg quello della tavola; e la nostra ostessa era sollecita di procurarci i migliori bocconi. Vitelli, majali di latte, buoi, non erano per lei risparmiati. Ciò che il mare, e i fiumi potevano fornire di più delicato, essa lo provvedeva senza badare alla economia. E per questo trattamento di lusso, per me, pel mio amico, e pel nostro domestico, comprendendo colezione, pranzo, cena, caffè, tè, ed alloggio, noi non ispendevamo più di due ghinee alla settimana: con che ognuno vede come in questo paese tutto è a buonissimo prezzo; nè v'ha proporzione alcuna con quanto le cose costano a Stockholm. Il nostro domestico era quello che faceva la cucina; e come seguiva l'uso d'Italia, ogni giorno la gente di casa metteva rumore non concependo qualmente avessimo da aver sempre minestra, e lesso. Più rumore s'alzò perchè mangiavamo cervella e fegato sì di vitello che di majale: cose per quella gente orribili a segno che avendo indotta una persona a gustarne, per l'avversione non potè mai inghiottirne. Similmente non potevano darsi pace veggendoci mangiare lodole, beccaccine, tordi, ed altri piccoli uccelli, che per noi erano deliziosissimi anche per averceli procacciati alla campagna coll'archibugio.

Strani pregiudizii sono questi, difficili a sradicarsi in un popolo a metà incivilito. Ma non è per queste cose, che vogliono essere giudicati i Finlandesi: si domanderà come vivano essi in una stagione, in cui mari, fiumi, e laghi e stagni sono presi dal ghiaccio; in cui una crosta di ghiaccio copre il suolo, ed animali, e vegetabili sembrano tutti assorti senza vita in un sonno profondo. I popoli di sì aspro clima pressati da bisogni più forti, e più estesi, che quelli de' paesi meridionali, sono e più svegliati, e più attivi, e più industriosi, onde provvedersi di quanto loro occorre. I Finlandesi adunque passano l'inverno fabbricandosi ogni sorta di vestimento, e d'istromenti, ed utensili loro necessarii, e reti, e slitte, e carrette; in tagliar legne, in abbattere alberi, e trasportarli, e segarli, e pulirli, secondo i varii usi, a cui debbon servire. Poi attendono alla pesca, nella quale ho accennata una delle loro pratiche; ma ne hanno altra più industriosa, e più ampia, e consiste in fare due aperture nel ghiaccio, per le quali con corde e lunghe pertiche fanno passare una rete. L'estrarre poi questa quando è piena di pesce forma una difficoltà, che la pazienza e destrezza loro soltanto li ajutano a superare. Usano un'altra maniera più singolare nella pesca de' fiumi. Quando il freddo comincia a farsi sentire, il pescatore costeggia il fiume, ed osservando un pesce sotto il ghiaccio nelle acque, gli dà un violentissimo colpo di martello, o di bastone, rompendovi il ghiaccio sopra, pel quale colpo rimanendo il pesce stordito, in pochi istanti s'alza alla superficie, ove il pescatore lo piglia con uno stromento fatto apposta.

Della caccia de' vitelli marini si è detto qualche cosa. Si ha però da aggiungere che si fa più in grande in altra guisa, e che costa al Finlandese grande fatica. Il tempo di questa caccia è quello, in cui il ghiaccio si scioglie. Quattro o cinque paesani si mettono in un battello scoperto, e si espongono al mare, e a tutti gli accidenti, che l'urto de' ghiacci distaccati, e la furia de' venti, e de' flutti possono produrre. Essi si arrampicano su quelle isole ondeggianti, e vi si strascinano sopra colla massima destrezza per mettersi al segno di tirare con sicurezza sulle foche, che riposano sui ghiacci. Raccontasi di due Finlandesi, che sette anni addietro si misero in un battello per simile caccia, i quali avendo veduto in una isoletta di ghiaccio alcuni di quegli animali, lasciarono il battello, e saliti sull'isola a forza di ginocchia e di mani, recaronsi senza essere osservati in vicinanza de' medesimi. Aveano attaccato il battello a qualche punta dell'isoletta; ma nel mentre ch'erano occupati della loro caccia, il battello si slegò; e nell'allontanarsi preso in mezzo da altre masse di ghiaccio rimase tra quelle stretto, e frantumato. Trovaronsi dunque abbandonati a se stessi; e in che luogo? niun mezzo di salvarsi; niun raggio minimo di speranza. Due settimane rimasero in sì miserabile stato, fidati ad una fragile tavola, che ogni giorno vedevano impicciolirsi pel fregamento sui ghiacci, in mezzo ai quali passavano. Agli orrori di quella situazione si aggiunse la fame, la quale li portò a divorare la carne delle proprie loro braccia. Stanchi di tanto soffrire, e a quella lenta e dolorosa agonia preferendo una pronta morte, risolvono di precipitarsi in seno del mare. Si abbracciano per l'ultima volta, e stanno per eseguire il disperato loro disegno, quando veggono a qualche distanza una vela. Oh! in qual momento? Uno d'essi si spoglia del vestito, e l'alza per segnale d'implorato ajuto. Fortunatamente il segnale fu distinto; quella vela era d'altri pescatori di foche; e furono salvati.

La caccia dell'orso non richiede minore presenza di spirito, e non minore coraggio; e veramente il Finlandese in quella occasione manifestamente prova d'avere queste due qualità nel più alto grado. Non è che da poco tempo in qua che qualcheduno tra essi ha incominciato a far uso in questa caccia d'armi da fuoco; ma il maggior numero de' paesani, massime nell'interno della contrada, non vorrebbe esporre la vita alla incertezza di un colpo, che spesso va perduto per cagione della umidità: d'altra parte un archibugio, od un fucile anche di qualità inferiore per essi costa troppo. Si attengono dunque all'arma loro favorita per questa caccia, che è una lancia di ferro piantata in un bastone, ed alla distanza di un piede dalla punta fornita da un traverso pure di ferro, espressamente posto perchè l'arma non penetri troppo in dentro nel corpo dell'animale. Adunque quando il cacciatore ha scoperto il sito, in cui l'orso sta appiattato, va alla bocca dell'antro, e fa rumore, onde irritar l'orso, e provocarlo ad uscire. L'orso esita, e sulle prime mostra di non volere uscire, ma continuando il cacciatore a molestarlo, irritato si slancia fuori, e veduto il suo nemico si drizza sulle gambe di dietro, e si appressa a sbranarlo. Il Finlandese allora impugna la sua lancia in modo però che la bestia non ne vegga tutta la lunghezza; ed avanzandosi presso di essa, quando trovansi entrambi faccia a faccia, le avventa il colpo mortale al cuore. Senza quel traverso di ferro la lancia trapasserebbe alla spalla; nè ciò impedirebbe l'orso dal cadere sopra di lui; accidente, che potrebbe essergli fatale. Il traverso adunque fa che l'orso rimanga dritto, e che indi cada rovesciato al suolo. Singolar fatto, e che parrà straordinario è questo, che l'orso sentendosi ferito, invece dì cercar di levarsi colle sue zampe la lancia, la tien ferma, e la interna più profondamente nella piaga. Quindi dopo essersi agitato, e rivolto sulla neve, cede alla morte; e il paesano se ne impossessa, e chiama i compagni in ajuto per trasportarlo al suo casolare. Colà si termina il suo trionfo con una specie di festa, ove un poeta canta le imprese del cacciatore.

CAPO VII.

Poesie improvvisate dai Finlandesi. Perchè dette runiche; loro carattere: modo con cui vengono recitate, o cantate. Esempii. Elegia per la morte di un fratello. Proverbii. — Il pasticcio di Paldamo. — Versi d'amore. Le più antiche poesie runiche sono formule di magia, d'incanti, di superstizioni, reliquie della religione dominante presso i Finlandesi prima del cristianesimo.

Ho detto che i Finlandesi hanno degl'improvvisatori. Ciò mi conduce a parlare della loro poesia. Tutte le nazioni settentrionali, Scozzesi, Danesi, Svedesi, Norvegi, fino dagli antichi tempi poetarono: e così fecero anche gli abitanti della Finlandia. Runica si chiamò la loro poesia, perchè runoot dicevasi l'antica lingua gotica, in che la espressero. I loro versi, composti di otto piedi trochei ciascuno, cioè di una sillaba lunga e di una breve, non erano rimati, ma incominciavano, almeno ogni due, colla stessa sillaba, oppure questa corrispondenza di sillabe simili veniva alternata. Ciò che importa dire si è, che codesta ripetizione di sillabe simili non manca di riuscire gradita ad orecchi alla medesima avvezzi, ed oltre ciò serve eccellentemente ad ajutare la memoria. I paesani spezialmente coltivano questa poesia popolare, e l'applicano ad ogni argomento, che sia a loro portata: nè hanno meno facilità degl'improvvisatori nostri. Singolare poi è il modo, con cui la recitano, o la cantano. Il poeta ha un ajutante, il quale ripete a mano a mano il verso, che l'altro dice, tenendo lo stesso tuono, con questo di più che incominciando l'ajutante, o ripetitore, che vogliam dirlo, all'ultima, o penultima sillaba, finisce il verso coll'improvvisatore: indi lo ripete da solo, così dando riposo al poeta, onde preparare il verso seguente. Di questa maniera continuano entrambi sino al fine; ed entrambi vannosi confortando di tratto in tratto con birra, od acquavite. Di poemi, che noi diremmo epici, fatti per illustrare la memoria di antichi eroi, ed accennare punti di storia, non se n'è trovata traccia; ma egli è probabile che se ne trovino brani, forse presso i montanari, comunque per avventura o tronchi, od alterati, poichè tutto è stato affidato alla memoria; e nulla si è scritto. Altra cosa notabile si è, che di poesie runiche non se ne trova alcuna di data posteriore alla riforma di Martin Lutero .

Checchè sia di queste due cose, giova avvertire, che i Finlandesi non fanno del ballo un genere guari ordinario di ricreazione: ma e alle fiere, e nelle loro adunanze dilettansi di certe specie di canzoni, o di racconti, che qualche volta accompagnano coll' harpu , se hanno questo istromento alle mani, e se chi lo suona può fare anche l'officio di ajutante, o ripetitore.

Ma i miei leggitori ameranno avere qualche saggio delle poesie finlandesi, il cui carattere in generale si è d'essere piene di espressioni ridondanti, e d'avere il senso compreso in due versi, ed anche più; ma questo senso ripetuto in giro diverso di parole, e di frasi all'uso orientale. Alle quali maniere naturalmente si adatta la lingua finlandese, in quanto è copiosa, ed abbonda di sinonimi. Per primo esempio ecco una elegia funebre composta da Paulo Remes , paesano, in occasione della morte di un suo fratello; elegia che fu stampata in Abo nel 1765.

«La parola viene dal cielo; da quello, nelle cui mani stanno tutte le cose».

«Vieni qui: ti farò il mio amico: appressati, poichè di qui innanzi sarai il mio compagno. Vieni dall'alto monte: lasciati alle spalle la sede del dolore: hai sofferto abbastanza: cessino le lagrime che hai versate; tu hai sentito il dolore, e la malattia: l'ora d'esserne libero è giunta: sei salvo dai giorni di tristezza: la pace si è fatta sollecita di venire a trovarti; e dalla tristezza ti è venuta la consolazione».

«Così egli è ito verso il suo creatore: egli è entrato nella gloria; si è affrettato verso il sommo bene: è partito per godere della libertà: ha abbandonata la via del rammarico: ha lasciata l'abitazione della terra».

La lingua finlandese è ricca di proverbii di un senso profondo; e i versi runici ne comprendono molti, divisi in due emisticchi, l'ultimo rischiarativo del primo, non diversamente da quello che si osserva praticato dagli Ebrei. Eccone esempi.

«L'uomo buono fa risparmio di quello che ha: ma il cattivo non darà un pugno di ciò, che ha nel suo moggio».

«Il saggio sa cosa ha da fare: lo sciocco si accinge a far tutto».

«Col piangere non si rimedia all'afflizione; nè ai mali colla tristezza».

«Chi ha provato prima si mette francamente all'opera: colui che non ha esperienza si ferma titubante».

«L'uomo saggio impara da ogni cosa: egli approfitta anche dei discorsi dello sciocco».

«La terra, che forma il patrimonio di un uomo, forma la sua principale delizia; e il più bel bosco, che conosca, è il suo».

«Il forestiero è fratello nostro; e l'uomo che viene da lontano è nostro parente».

«Quando l'aurora spunta, io so che le vien dietro il giorno: una persona buona si manifesta co' suoi sguardi».

«È finita l'opera che è cominciata: ed è perduto il tempo quando si dice: che farò io?»

«L'istromento dell'uomo industrioso è aguzzo; ma il coro del pazzo ha sempre bisogno d'essere aguzzato».

Ma diamo l'esempio di più lunga composizione. Il seguente racconto è uno squarcio d'improvvisatura finlandese di un giovine poeta chiamato Vanoen , che vivea tra Wasa ed Uleaborg, regalatomi dal governatore di Wasa, il quale conosceva di persona il poeta. Questi era povero, perchè preferiva i piaceri della immaginazione ai lavori rustici, ne' quali occupavansi gli altri paesani. Egli non sapeva nè leggere, nè scrivere; ma avea per natura un umore allegro; ed era di un carattere affatto singolare. Perciò era ben veduto da tutti, e volentieri accolto nelle case de' paesani, i quali egli divertiva co' suoi racconti, e le sue facezie. La traduzione, quantunque letterale, mentre riferisce esattamente il senso, comprende però poche di quelle bellezze, e singolarità, che consistono nella brevità, precisione, e forza dell'originale. Questa composizione, intitolata il Paldamo , è di circa dugento quarant'otto versi; e rappresenta un ricambio burlesco da un astuto paesano di Finlandia presosi sopra un officiale di dogana. Ho vedute persone ben istruite del significato, e dell'indole della lingua finlandese, leggendo questo poemetto, lodarlo a cielo, e ridere sgangheratamente a ciascun verso.

Il pasticcio di Paldamo .

«Il mio racconto sarà esposto in termini convenienti. Io canto il regalo che un abitante di Paldamo preparò da fare a un doganiere. Non si tratta di null'altro che di un gatto colla sua pelle, e il suo pelo, che cotto eccellentemente gli fu presentato per suo pasto».

«Era una domenica sera: gli abitanti della buona città di Paldamo trovavansi raccolti insieme; ed essendo tra loro caduto discorso sugli abitanti della città di Uleaborg, dicevano concordemente tutti, che coloro erano una massa di birbi, e spezialmente i doganieri. Erano pagati per mangiare, ed esitavano a pagare ciò che mangiavano: il loro vero mestiere consisteva in dare il sacco alle slitte, e in rubare le provvigioni ai viaggiatori».

«A questo proposito, disse uno scherzoso vecchio della partita, farei volentieri un piccol viaggio, se potessi trovare un compagno di buon umore; perciocchè vorrei vedere almeno una volta la nostra grande città: ho un poco di sevo da vendere, e del burro, di cui posso disfarmi, quantunque la stagione mi sia stata avversa. I paesani gli risposero tutti d'accordo: anche noi quanti siam qui, desideriamo di fare una corsa ad Uleaborg; vi accompagneremo al più presto che vogliate nel basso paese».

«Così poi parlò un altro buon compagnone, famoso per le sue bizzarre storielle: nelle feste di Natale non si dee far nulla; ed io vi accompagnerò di tutto cuore. Ma mi ricordo di avere ultimamente servito uno di que' doganieri; e temo d'essere riconosciuto. Voi dovete tutti sapere, che ultimamente andai ad Uleaborg, e che avea nella mia slitta un eccellente pasticcio di pesce, che i doganieri mi presero, sebbene io dicessi loro che non poteva privarmene trovandomi assai lontano da casa mia, ed avendolo portato meco per mangiarlo in città nel tempo, in cui mi vi fossi fermato. Nulla di quanto potei dire giovò: que' ghiottoni aveano risoluto di avere il mio pasticcio, e me lo rubarono senza che io me ne avvedessi. Cani veramente! cani tre volte, che rubano ai paesani le loro provvigioni nella maniera più detestabile».

«Quando fui di ritorno a casa, proseguì egli, dissi a mia moglie com'era stato servito; ed essa mi disse il ben di dio: come, sciocco, poltronaccio! e perchè non hai rotta la testa a quel briccone di doganiere? Bravo! dagli il tuo pasticcio. Dagli il diavolo che porti te, e lui».

«Così gridò mia moglie. — Ma chi mi mette in testa il bel pensiero? Ah! Ah! diss'io. Signorini miei! ve la farò bella; e mi rimpatterò: non dubitate; nè tarderò molto».

«Dicendo così, presi per le zampe di dietro la mia bella gattona; e in un istante le feci la festa. Ora, dissi a mia moglie, scalda il forno; ed io fo intanto la pasta: e vedrai il bel pasticcio di gatto. — Essa veramente avrebbe voluto ritenere la pelle per guarnirne la sua pelliccia. Come! le dissi io in collera, vorresti dare a codesti birbanti di doganieri una sì buona vivanda! Se levo la pelle alla gatta, codesti signorini prenderanno la gatta per un buon lepre; e saranno ben contenti di gozzovigliare co' nostri buoni bocconi. Allora le slitte de' nostri poveri borghesi saranno più che sicure d'essere messe a sacco. No, no: avranno la gatta, pelle e zampe; ed infine vedranno, che noi possiamo pareggiarli in malizia».

«Mia moglie voleva a tutti i patti quella pelle della gatta; ma finalmente si ridusse a cederla; e la gatta con tutta la sua superba pelle fu messa nel pasticcio; e il pasticcio fu messo nel forno.

«Quando il pasticcio fu cotto; e non lo fu che verso la mattina, lo avviluppai in un sacco; ed allegramente mi posi in viaggio per Uleaborg. Si aggiustava il ponte di Uleaborg; e noi dovemmo attraversare il fiume sul ghiaccio. Giunti alla dogana, trassi fuori del sacco un piccolo pasticcio, e lo presentai all'officiale. — E che intendi con questo? diss'egli. Pretendi forse con siffatta miseria guadagnarti le buone grazie del primo officiale delle dogane? Via, via: voi altri paesani di Paldamo , vi conosco; non andate mai fuori di contado senza un buon pasticcio di merluzzo, o d'altro pesce eccellente; dà qua il più grosso che t'abbi, che questo darà credito alla tua città. — Questo era quello che io voleva. Trassi dunque fuori il grosso pasticcio, che conteneva la gatta; e lo diedi all'officiale, che ne fu contentissimo a segno che invitò l'altro paesano e me a bere con essolui. Egli ci diede un bicchiere di punch, ed un altro di acquavite eccellente. Noi poscia ci congedammo; e seguitammo la nostra strada».

«Così terminò il suo racconto il paesano di Paldamo ; ed io Vanoen l'ho messo in versi per divertimento di quelli, che vorranno udirlo: certo che per la mia composizione guadagnerò più di quello che per la sua civiltà guadagnasse l'official di dogana; voglio dire una delle zampe di dietro del gatto, perchè il doganiere mangiò l'altra, come presto udirete».

«L'officiale Ritzi , che così chiamavasi quel doganiere stato presentato di quel famoso pasticcio, sedutosi a tavola se l'avea posto d'innanzi. Da prima tagliò un pezzo della crosta, che assaggiò, e trovò buona. Poi tirò fuori una zampa di dietro; e nel mangiarsela si graffiò un poco la bocca colle unghie; ma credette che l'accidente provenisse da un dente del pesce, tenendo per fermo che in fondo del pasticcio si trovasse un grosso merluzzo; e la zampa di dietro, egli la credeva la testa del merluzzo. In fine aprì il pasticcio; e allora quale fu il suo stupore quando vi trovò dentro un gatto cotto col suo pelo, e col resto?»

«Pestò co' piedi la terra per la rabbia: disse, giurò, bestemmiò; ed esalò la collera dicendo: chi avrebbe mai potuto credere che un paesano di Paldamo avrebbe dato ad un commissario della dogana un gatto cotto dentro un pasticcio? Che bricconeria! Chi potrà mai sapere cosa campando gli può avvenir di mangiare, se io, giovine qual sono, era sul punto di mangiare un gatto colla pelle, e il pelo?»

«Così finì il racconto, che io, Vanoen suddetto, ho composto, e che tutti si accordano in dire essere finito bene, e in un modo ingegnosissimo».

Del rimanente v'hanno molte canzoni runiche composte da donne della classe de' paesani, le quali non sono senza merito. Le donne che aveano un certo spirito le componevano, e le cantavano, applicate ai loro materali officii di famiglia, e segnatamente macinando il formento, od altre granaglie, quando non si usavano ancora nel paese molini ad acqua, o a vento: le altre ripetevano le imparate a memoria. Ve n'ha di soggetto grave, ve n'ha di soggetto satirico, o burlesco, e più spesso di argomento amoroso. Il sig. Frauzen in Abo mi fece vedere una canzone composta da una giovane paesana, nativa dell'Ostro-Botnia, e serva del maestro ecclesiastico del villaggio, dove essa avea costantemente dimorato. Questa piccola composizione considerata come il parto d'ingegno di una ragazza che non sapeva nè leggere, nè scrivere, è cosa stupenda. Ecco tradotte letteralmente in prosa le produzioni di questa Saffo finlandese, la quale in mezzo alle nevi del suo tristo paese non mostra meno calore della musa di Lesbo.

I.

«Oh! perchè il mio diletto non è qui? Se almeno l'aspetto suo, che tanto conosco, mi fosse presente! come, come io volerei tra le sue braccia! Quanti baci le mie labbra non istamperebbero sul suo volto, fosse pur egli tutto imbrattato del sangue di un lupo da lui combattuto! Come stringerei la sua mano, fosse pur essa attortigliata da un serpente!»

II.

«Ah! perchè i venti non hanno intelligenza; perchè quello che ora spira, non può parlare? I venti potrebbero riferirci a vicenda i nostri sentimenti, comunicandone l'espressione del mio diletto a me! Questo venticello che sì spesso spira, potrebbe ad ogni istante recargli le mie parole, e riportarmi rapidamente le sue».

III.

«Oh! allora non penserei certamente ai piaceri della tavola del mio padrone; e poco mi presserei a vestir la sua figlia. Sì: dimenticherei tutto per non occuparmi che del mio amoroso, l'oggetto più caro de' miei pensieri nella estate, l'oggetto de' miei più penosi affanni nella stagione cruda dell'inverno».

Ultimo esempio sia un tratto di più lunga canzone cantata dalle Finlandesi nel cullare i loro bambini. Ne cantano qualche volta anche le nostre nutrici: in breve queste rimarranno dimenticate, giacchè ormai generalmente si abbandona il cattivo uso di agitare la culla. Questo tratto di canzone finlandese dimostrerà nella semplicità sua come la tenerezza, la ingenuità, l'affetto materno parlano al cuore di quelle donne. Eccolo.

«Dormi, dormi, bell'uccellino del prato: prendi riposo, caro Pettorosso: prendi riposo. Dio ti risveglierà in buon tempo. Egli ti ha preparato un bel ramuscello, su cui fermarti; un ramuscello graziosamente piegato ad arco colle foglie di betulla. Il sonno è alla porta, e dice: Non è qui un bambinello, un caro bambinello addormentato nella sua culla? un bambinello fasciato, un bambinello giacentesi sotto una coperta di lana?»

I Finlandesi hanno anche un altro genere di versi, giustamente riguardati come monumenti inapprezzabili dell'antichità, e modelli perfetti della più pura poesia runica. Questi sono versi di magia, d'incanto, di stregonerie, di quello di simil sorte che volete, avanzo delle vecchie superstizioni; e tenuti per efficaci massimamente in fatto di guarir malattie. Chi li possiede va cauto a comunicarli ad altri, molto più se si volesse scrivere; e ciò per paura che vengano denunciati ai magistrati, o ai ministri di religione. E ministri di religione, e magistrati fanno tutto il possibile per distruggere queste superstizioni, reliquie delle credenze di questi popolani prima che fosse loro predicato il cristianesimo.

CAPO VIII.

Si parte da Uleaborg. Difficoltà supposte per andare al Capo-Nord attraverso della Laponia. Nuovi compagni e provvigioni. Addii. — Descrizione di un ballo finlandese. Divertimenti in Hutta. Arrivo a Kemi. Il curato, e la sua famiglia: bella chiesa, e bei contorni. Bagno a vapore. Passaggio a Tornea. Suo clima, e suo commercio. Fine del mondo incivilito. Curato dell'Alta-Tornea: sua ospitalità.

Ma era tempo di lasciare Uleaborg, e d'incamminarci alla nostra meta. Parlando di andare al Capo-Nord, tutti trovavano strano il nostro disegno, e ci dipingevano l'impresa impraticabile sì per le difficoltà della strada, sì per l'incontro pericoloso de' Laponi, che ci si rappresentavano sotto spaventosissimo aspetto. Massimamente poi ostacolo immenso ci si diceva fare a tal viaggio la stagione estiva: che i missionarii, e mercanti, che andavano a quella razza d'uomini, approfittavano dell'inverno, e all'estate avvicinavansi ai luoghi di città. E tali furono anche i riscontri che io ebbi da Tornea, d'onde cercai notizie. Erasi comunemente e in Uleaborg, e ne' vicini paesi tanto persuasi, che la nostra idea fosse un delirio, che i più riguardavano come un oggetto di stravaganza. Noi, ad onta di tutto questo, fermi nel nostro proposito, deliberammo di andare per una strada tutta nuova, prendendo possibilmente la linea del meridiano di Tornea, e seguendola sino al Capo-Nord, chè speravamo per quel modo di giungervi. Il sig. Julin , buon naturalista, eccitato dal desiderio di acquistare nuove cognizioni, tentato dal nostro disegno, confidando in noi, e cedendo alle nostre istanze, acconsentì d'esserci compagno. Ci si aggiunse il sig. Castrein , ministro a Kemi, uomo istruttissimo, e versato assai nella botanica. Comprammo una tenda russa per metterci al coperto della pioggia, e d'ogni influsso d'intemperie; e ci provvedemmo di quanto potesse occorrerci di vettovaglia per 20 giorni; poi di un fucile a due canne, di un termometro di Celsius , di una carta d' Hermelin , e di una del Pontoppidano , di un compasso che indicasse anche l'ora, di una scatola per mettervi i nostr'insetti, di tabacco, di solfo, e di canfora per preparare uccelli, e pelli; nè ci dimenticammo i regali che volevamo fare ai Laponi, i quali doveano consistere in tabacco da masticare, e da fumare, e in acquavite comune.

Saluti, abbracciamenti, lagrime ancora, augurii d'ogni sorta, accompagnarono la nostra partenza da Uleaborg. Passammo il fiume; e ci mettemmo in istrada sopra una carretta tirata da cavalli. Il primo luogo, ove li cambiammo, fu Sukurri, nove miglia lungi da Uleaborg; e li cambiammo tre, o quattro volte da Sukurri fino a Testile, luogo di due, o tre case di legno. Passato in barca un piccol fiume detto Lesvaniemi, udimmo il suono di un violino; e volgemmo all'abituro di un paesano, ove trovammo dieci, o dodici persone che ballavano. Al nostro arrivo tutti furono sconcertati, eccetto il suonatore, che continuò a maltrattare il suo istromento, come se niente fosse. E sapete perchè? per non altro che per essere orbo. A poco a poco però que' paesani si riebbero dalla prima sorpresa; e ripigliarono i loro posti.

Il loro ballo non consisteva che in salti e capriole rustiche, di niuna grazia, ma di molta forza; e le donne ne mostravano quanto gli uomini. Nè varietà, nè passione ne' loro atteggiamenti, nè espressione vedevasi ne' loro volti: ma facevano tutto con aria grave, e con un'attenzione scrupolosa. Di lietezza non v'era su quelle fisonomie il minimo segno; e un vaso di birra posto sopra la tavola, la conteneva mista ad acqua: ne bevevano per puro bisogno di estinguer la sete; e il suonatore non era meno sobrio degli altri. V'erano sei, o sette donne; e tutte goffe, mal fatte. Anche il loro vestito contribuiva a renderle sgraziate. Volli far nota della loro musica; e potei copiare qualche danza finlandese. Partendo dalla sala del ballo demmo qualche mancia al povero suonatore, che per gratitudine si fece accompagnare dalla sua guida per onorarci alcun tratto di strada della sua musica.

Da Testile andammo ad Hutta, villaggio di quattro, o cinque case di legno: una ve n'era, ove noi deliberammo di rimanere, essendo stanchi del viaggio. Alcuni paesani, e alcune ragazze entrarono senza cerimonie nella camera, ove, avendo alcuni stromenti di fisica, pensammo di dare qualche divertimento a quelle buone creature. La prima cosa che ferì gli occhi a que' paesani, fu il fucile a due canne. Fu per essi una meraviglia: oh! con questo l'uom vecchio in pelliccia (intendevano l'orso) non troverebbe quartiere. Così dicevano concordemente; e per un tal fucile avrebbero dato e la casa, e che so io? Noi mostrammo loro il termometro, il cannocchiale, e per ultimo un microscopio. Ma prima di far loro conoscere quest'ultimo stromento, dicemmo loro di trovarci un pulce. Tutti andarono a cercarlo. Una delle ragazze, ritiratasi un momento, presto ritornò col pulce. È impossibile esprimere i gesti, l'esclamazioni, le grida di meraviglia e di stupore di tutti, quando videro ingrandire quel piccolissimo animaletto, e ne osservarono la mostruosa figura. Non potevano saziarsi di guardarlo, e riguardarlo per ogni verso. — Senza dubbio che si ricorderanno per lungo tempo di quanto hanno veduto.

Da Hutta a Kemi vi sono 18 miglia; e noi vi fummo il lunedì 10 di giugno.

È ben naturale che a Kemi dovevamo alloggiare dal sig. Castrein , che avea da essere il nostro compagno di viaggio. Egli era un ecclesiastico d'irreprensibili costumi, di pulitissime maniere, di molte cognizioni: parlava assai bene il latino, un poco il francese, ed intendeva passabilmente il tedesco. La sua parrocchia, di cui era il ministro principale, non ha meno di 900 miglia quadrate di estensione. Oltre la moglie, e i figli, avea undici tra fratelli e sorelle, che mantiene; ed era riguardato il padre della famiglia. Stemmo in casa sua due giorni; e vedemmo quanto era in Kemi, e ne' contorni. I contorni di Kemi paragonati a quelli di Uleaborg ci parvero il paradiso terrestre. Grande è il fiume che dà il nome al villaggio, ed è abbondante di sermoni, la cui pesca assai lucrosa è una delle principali rendite del parroco. La chiesa può far sorpresa a qualunque forestiere. Collocata in mezzo ad un bosco di abeti, e circondata da tugurii miserabili, parrebbe qualche cosa di magnifico quand'anche non fosse bella, e maestosa, com'è. Ha una superba cupola, e tre ingressi principali, decorati di un colonnato d'ordine dorico. Peccato! che tanto lusso facesse contrasto colla miseria che vidi in qualche casa di paesani, e che tutto mi faceva con gran fondamento credere, che non si limitasse a quella casa. Le sorelle del parroco mi fecero vedere due campane destinate all'uso di quella chiesa. Erano quelle campane coperte di varie iscrizioni finlandesi, una delle quali incominciava con una parola, che in italiano è oscena, e che in lingua finlandese non significa che la parola innocentissima ecco . Noi c'eravam messi a ridere sgangheratamente; e come rendere la giusta ragione del tanto ridere alle signorine, che pur erano vogliose di saperla?

Intanto il sig. Castrein volle farci gustare il piacere del bagno all'uso di Finlandia. Si scaldarono le pietre; e quando tutto fu pronto, dietro l'avviso di una ragazza di 18 anni, a cui le faccende del bagno erano commesse, entrammo nella camera, ove codesta ragazza ci spogliò, e ci presentò un bacino d'acqua fredda con alcuni rami di betulla perchè ci sferzassimo da noi, indi essa gittò dell'acqua sulla massa delle pietre infocate. Io debbo confessare l'imbarazzo, in cui mi trovai in tale situazione, tutta nuova per me. Per tenere a segno la testa cercai di fissare costantemente gli occhi sul mio compagno, e d'imitare la sua indifferenza esemplare. Ma trovai molto forte, e sul principio molto incomodo il calore del luogo. Pure mi ci avvezzai, sicchè lo sostenni a 65 gradi del termometro di Celsius . In una tale temperatura provai una deliziosissima sensazione quando la ragazza venne a buttarmi dell'acqua sul capo, e che questa mi calava giù per tutta la vita. Lo stesso pur fu quando bagnati nell'acqua que' rami di betulla che ho accennati, mi misi a battermi il corpo. Stato così mezz'ora, il sig. Castrein , a cui aveva esposto il desiderio di vedere prima lui sottomettersi alla cerimonia d'uso, egli vi si prestò senza ritardo; e capii come avea da fare anch'io alla mia volta. La ragazza gli presentò uno scabelletto su cui egli si assise; essa gli gettò sulla testa dell'acqua fredda, ne spremette i capelli, e con sapone ed acqua gli lavò tutto il corpo, e lo fregò sino alla cintura. In appresso passò ai piedi, gli fregò le gambe, e particolarmente il collo del piede, e il tallone. Io era stupefatto vedendo questa operazione; ma ciò che più mi colpiva, era la perfetta apatia del ministro. Non avendo avuto coraggio a tanta prova, presi i miei abiti, e saltai fuori del bagno. L'uso porta che si dia qualche mancia alla ragazza; e deve darla anche il padrone. Questa mancia si chiama in finlandese sauna raha .

Dopo avermi fatto erborizzare ne' suoi contorni il sig. Castrein si mise in viaggio con noi. Nulla d'interessante presenta il paese da Kemi a Tornea, se non che l'aspetto della primavera dappertutto consolante sì per l'adornamento, in che si pone la natura, sì per la speranza de' beni ch'essa prepara alla estate: ma qui è ben diverso. Lo squagliamento delle nevi e de' ghiacci sulle montagne produce ne' fiumi delle alluvioni, non d'acque solo, che pur ruinano le campagne, ma di masse affastellate di ghiacci, che rompono e distruggono ogni ostacolo che incontrano, non perdonando nè a ponti, nè ad abitazioni.

Nissuno sapeva che Tornea fosse al mondo prima della celebre spedizione di Maupertuis , e degli astronomi suoi compagni. Ora è cognita a tutti. Egli ne fece una orribile descrizione perchè vi fu in inverno. In estate ha diverso aspetto. Veramente essa non conta più di 600 anime: le case sono quasi tutte di un solo piano, alto però da non soffrire la umidità. I mercanti abitano al mezzodì; e l'hanno abbellita con viali d'alberi, con un passeggio pubblico, con orti e giardini. Le lunghe tenebre dell'inverno sono compensate dalla quasi continua presenza del sole durante l'estate; e i 40 gradi di freddo dai 27 gradi di calore. Magnifico è il fiume che dà il nome alla città, e che quasi affatto la cinge; e superbo è l'aspetto delle sue sponde, sulle cui alture si veggono varii mulini da vento; e la chiesa col suo campanile, e con varie case si specchia vagamente sull'acque del fiume. Sopra alcuno di que' mulini si va a vedere il sole a mezza notte nel mese di giugno. Meglio però si gode questo spettacolo alla chiesa di Bassa-Tornea nella vicina isola di Biorkon. I vascelli mercantili che battono le acque del golfo di Botnia possono abbordare presso la città: essa anticamente avea un buon porto; oggi è interrito. Burro, sevo, carni salate, o seccate, sermoni affumicati, o messi in sale, piccole aringhe, legnami da fabbrica, catrame, pelli di renne, di orsi, di lupi, di armellini, e d'altri animali del paese, ed una gran quantità di uccelli, sono le merci che se n'estraggono. Vi s'introducono frumento, sale, farina, canepa, cera, panni, tele grosse, tabacco, e spezierie. In inverno i mercanti vanno colle loro slitte a diverse fiere, ove comprano dai Laponi belle pelliccerie, dando in cambio pesce, farina, sale, tabacco, ed acquavite. Alcuni vanno fino ad Arcangelo, ed altri ad Alten.

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Le più distinte persone di Tornea ci hanno fatta un'accoglienza gentilissima. Tra queste più intimamente vivemmo col dottor Deutsch , giovine molto istrutto, e grande amatore di storia naturale. Egli si aggiunse compagno a noi, ma solamente sino a Kengis-bruk, atteso che non poteva allontanarsi da Tornea più di 15 giorni. Avremmo facilmente avuto per altro compagno il segretario Swamberg , mandato in Laponia dall'Accademia delle scienze di Stockholm per verificare le operazioni di Maupertuis , se il ritardo del vascello, che portava i suoi istromenti astronomici non lo avesse obbligato ad arrestarsi a Tornea. Rimanemmo dunque in cinque, cioè il sig. Castrein , eccellente botanico, Julin minerologo, il colonnello Skioldebrand , pittore di paesaggi, Bellotti bresciano, ed io, che c'incaricammo degli articoli di ornitologia, e della compilazione di quanto a giorno per giorno i nostri compagni avrebbero potuto osservare. Deutsch non sarebbe stato con noi che per un tratto di strada; ma non ci sarebbe per quel tratto mancata l'utile sua opera come entomologista. Partimmo adunque prendendo la direzione pel paese detto l'Alta-Tornea.

Ivi termina il mondo incivilito: non più cavalli, non più strade, non più alloggi pe' viaggiatori, salvo una baracca stabilita dai mercanti di Tornea per loro uso ne' viaggi che, come ho detto, fanno l'inverno per le varie fiere che frequentano. Però prima di giungere colà da Tornea, varii villaggi s'incontrano. Kukko è il primo, distante 7 miglia: 9 miglia oltre è Frankila, le cui donne ci parvero di fisonomia gradevole. Otto miglia più oltre è Kerpicula, ove il fiume fa un bacino d'acqua quieta e nera, proveniente da una strepitosa cascata; ed altrettante più oltre ancora è la chiesa di Kirkomeki, ove vedemmo l'industria, colla quale i pescatori di sermone ivi sanno piantar palizzate attraverso del fiume per assicurarsi pesca copiosa. Una forte pioggia ci obbligò a cercar ricovero in una casa, che vedevasi sopra un'altura. Vi andammo: in quella casa era una camera pel bagno; e noi ci divertimmo a vedere gli uomini e le donne a mano a mano che vi entravano. I primi si spogliavano nella casa, e correvano al bagno situato 20 passi più oltre: le donne si spogliavano nella camera del bagno; ma perchè le loro gonnelle non prendessero umidità, le gittavano fuori; ed erano poi obbligate ad ire a pigliarsele affatto nude. Io volli entrare in quella camera per misurare il grado di calore, e mi si toglieva il respiro. Il nostro interprete potè sostenere sì alta temperatura; e seppe dirmi sulla osservazione del termometro, che saliva a 65 gradi. Di là da Kirkomeki 6 miglia è Niemis, 8 miglia distante dal quale è l'Alta-Tornea, ove giungemmo ai 18 di giugno.

Quest'Alta-Tornea è una parrocchia, il cui curato invigila sopra tutte le altre chiese di questa parte della Laponia. Quello che ivi trovammo, era uomo compitissimo. Volle che tutti otto (di tanti era la nostra brigata) alloggiassimo da lui. E ciò fu bene perchè troppo per noi sarebbe stato angusto il piccolo albergo pubblico di Mattarange. Bisogna poi sapere, che fuori che sulle grandi strade, l'uso in Isvezia porta, che il viaggiatore volgasi alla casa del curato, e vi domandi una camera, giacchè le case de' paesani sono assai miserabili per ogni verso; ed al curato, persona comoda, in generale non pare vero di veder qualche persona di garbo, che rompa la monotonia della vita triste ed uniforme, ch'egli è obbligato a menare sequestrato in codeste regioni remote da ogni società. Codesti curati parlano quasi tutti il latino, parecchi il tedesco, alcuni il francese. Con queste lingue ogni viaggiatore può farsi facilmente intendere. Aggiungasi che assai spesso in casa di questi ministri trovansi giovani belle e garbate, state in educazione nella capitale; e che mal si affanno alla solitudine, a cui nel seno della loro famiglia sono costrette ad accomodarsi. Se capita qualche giovine viaggiatore di buona maniera, non v'è cortesia che non gli si usi, nè cura, o pensiero che non s'impieghi per far che prolunghi il suo soggiorno; e il momento in cui egli dee partire, è un momento di tristezza per tutta la famiglia; poichè la cordialità de' padroni si estende sino alla servitù. Così accadde a noi in casa del sig. Sandberg , le cui amabili figlie, giovinette vive di carattere, e per natura spiritose, nulla omisero per renderci gradevole il soggiorno che in casa loro facemmo.

Il sig. Sandberg ci condusse al monte Avasaxa, di cui parla Maupertuis , e sul quale questi fece le sue operazioni per l'oggetto, a cui mirava la sua spedizione. Noi tenemmo per andarvi la stessa strada, e trovammo dappertutto vera la descrizione, ch'egli ne ha lasciata. I nostri naturalisti e botanici fecero osservazioni e raccolte. Ritornammo a casa morti di fatica, e di fame; e mad. Sandberg ci avea preparata una cena sontuosa, ove mangiai un arrosto di renna, la quale era stata tenuta otto mesi nella dispensa. Era stata ammazzata nel novembre del 1798, e la mangiavamo ai 19 di giugno del 1799. Ciò dimostra la lunghezza dell'inverno in quel paese; e come il gelo vi conserva bella e fresca la carne.

CAPO IX.

Faticoso viaggio dall'Alta-Tornea a Kardis. Kassila-Koski sul punto, su cui passa il circolo polare. Più faticoso è il viaggio da Kardis a Kengis. Graziosa accoglienza avuta in Kengis dall'ispettore delle miniere di quel luogo. Ragazze del contorno; e particolarità di una di Kollare. Separazione de' viaggiatori. L'autore rimane solo con un compagno.

Ai 20 di giugno abbandonammo l'Alta Tornea non senza rincrescimento; e ce lo accrebbe la risoluzione dell'ottimo sig. Castrein , obbligato per urgenti motivi a lasciarci per ritornare alla propria famiglia. Nel paese, in cui entravamo, può viaggiarsi per cento miglia senza trovare un sentiero. Noi andavamo per acqua, e in un angusto battello, che doveva rompere la resistenza dell'acqua con molta forza scendente da cataratte: un venticello assai vivo in ciò ajutò i nostri rematori, e noi. Kaulimpe è il primo villaggio che incontrammo sulla sponda sinistra del fiume; ed ivi vedemmo una di quelle palizzate che ho detto usarsi nel paese per la pesca del sermone. Comprammo il più grosso di que' pesci; e in quella occasione imparai come si mangia crudo. Si taglia in piccole fette transversali; si pongono queste in sale umettato con un poco d'acqua, e vi si lascia tre giorni: così preparato si mangia con delizia.

Mutammo battello e rematori per la seconda volta a Toullis, otto miglia al di sopra di Kaulimpe. Il viaggio fu più faticoso, e di maggior pericolo, dovendo passare tra scogli e cascate. A Kassila-Koski, che è una lunga sequela di cascate, formata dal letto pietroso del fiume, e da grossi scogli, che s'alzano al di sopra dell'acqua, i nostri rematori ci fecero vedere tutta la loro bravura in risalire contro la corrente rapidissima delle cataratte. Queste cataratte poi sono famose sulle carte geografiche per essere il punto, che corrisponde alla divisione del globo, nota sotto il nome di circolo polare. Non vorrebbevi che il sangue freddo, e la imperturbabilità de' Laponi finlandesi per azzardare con un battello sì fragile una navigazione di sì manifesto pericolo. Ebbero però i nostri la precauzione di farci smontare a terra; e noi fummo contentissimi di potere seguire a piedi la riva del fiume. Ma con che fatica! tutto è pieno di boschi, di ceppaje, e di un ruvido musco alto verso due piedi, ed in fondi pantanosi. Noi tirammo di lungo per acqua sino a Pello. Pello è un piccolo villaggio di quattro, o cinque case di paesani dal quale si vede la montagna di Kittis, ove Maupertuis terminò le sue operazioni trigonometriche. Il dotto sig. Swamberg era venuto in queste parti della Laponia per esaminare, siccome ho già detto, le operazioni degli accademici francesi nel 1736. Le eccezioni ch'egli ha creduto di opporre, tendenti a dimostrare la necessità di nuove misure, furono lette da lui nella pubblica adunanza dell'Accademia di Stockholm nel 1799; e trovansi nel rapporto sul suo viaggio in Laponia.

Da Pello a Kardis v'ha 18 miglia; e bisogna farle sempre contr'acqua, e contr'acqua corrente da alto. Lungo il fiume vedemmo come si possono avere le uova dell' harle , uccello dal Linneo detto mergus mergunser , delle quali i nativi di questo paese sono assai ghiotti. Quest'uccello, sia per indolenza, sia per sottrarre le sue uova agli uccelli di rapina, invece di fare un piccol nido come le anitre sulle sponde dell'acqua, o tra i giunchi, o alle radici de' cespugli, mette le sue uova ne' vuoti tronchi d'alberi vecchi. Ora chi vuol godersene le uova, mette un tronco vuoto di un vecchio albero in mezzo ad uno di abete, o di pino, e comunemente in riva al fiume: l'uccello ne approfitta, e vi depone le uova; ma il paesano gliele porta via, lasciandone però una, o due, e se le mangia. L'uccello ritorna, e non trovando che un uovo, o due, ne lascia due o tre di più, che sono portate via come le prime. L'uccello ritorna un'altra volta; e come se si fosse dimenticato del numero delle uova, che avea ivi deposte, continua a deporvene delle altre; e il paesano continua a portargliene via: cosicchè dopo averne goduto una ventina, finalmente ne lascia le ultime, onde la razza non si perda. Appena poi i piccoli escon dall'uovo, la madre li prende a un per uno nel suo becco, e li porta a piedi dell'albero per insegnar loro la maniera di correre all'acqua, ov'essi la sieguono con sorprendente agilità.

Da Kardis a Kengis corrono 15 miglia: viaggio sempre più faticoso, e pieno di pericoli. Qui i nostri servitori perdettero la pazienza, atterriti anche più dalla considerazione, che avevamo ancora 400 buone miglia da fare verso il Nord. Si calmarono però alquanto giunti che fummo a Kengis, ove trovammo un ispettore delle miniere, che ci trattò molto amichevolmente dandoci viveri ed alloggio. Era egli un bravo e buon uomo, che in quella solitudine avea formata una specie di colonia, dando valore a miniere prima di lui neglette, e per esse aprendo un nuovo ramo di commercio utile alla Laponia. Quando Maupertuis volle inoltrarsi nel cuore della Laponia per vedere certi sfregi sopra una pietra, ch'egli chiamò caratteri, e disse la più antica scrittura del mondo, considerò Kengis come un luogo miserabile, non distinto da altri simili se non per avere qualche fucina di ferro; e come alloggiò in casa del parroco, convien dire che allora non vi fosse ispettore. Noi di quello, che vi trovammo, fummo ben contenti: del resto ci era venuta voglia di andare a vedere quella pietra; ma essa ci andò via udendo dagli abitanti di Kengis, ch'essi non ne hanno veruna cognizione. Dubitammo della fervida immaginazione dell'Accademico francese. Nel corso di questo viaggio raccogliemmo molte piante in fioritura.

Non vi fu cosa fattibile che l'ospite nostro non facesse per nostro piacere. Egli raccolse i paesani del luogo per farci conoscere il ballo dell'orso , e la loro musica. Tra i varii loro balli fissò la nostr'attenzione appunto quello che chiamano dell' orso . Fa da orso un paesano, che si mette a terra con quattro gambe, e fa salti e capriole, come fa l'orso, studiandosi di seguire il tempo della musica, la quale è interamente gotica. Codesto ballo è faticosissimo, e continuato per soli tre o quattro minuti costa un immenso sudore. Ma un tale esercizio conforta mirabilmente i muscoli delle braccia; e l'abituarvisi giova, a chi ha da risalire le cataratte. Mentre godevamo di questo divertimento, vennero sul luogo, attratte dalla curiosità di vederci, parecchie ragazze del paese, le più belle delle quali invitammo ad avvicinarsi al nostro circolo, essendo noi sotto una tenda, che l'ispettore avea fatto alzare sopra una bella eminenza coronata di pioppi d'Italia. Offrimmo loro del vino, che ricusarono, non amandolo; del punch, che non mostrarono di gustar molto: della birra, che appena l'assaggiarono. Erano accostumate troppo a ber acqua e latte. Tra quelle ragazze una ve n'era nativa di Kollare che si distingueva dalle altre per l'alta statura, per l'umor lieto, per la risolutezza del suo contegno. Colei avea nelle braccia una tale forza, che quando vi ci accostavamo con qualche famigliarità, respingevasi a modo da farci fare quattro, o cinque passi indietro. Era insieme flessibile, ed agile in ogni suo membro, e poteva passare dappertutto per bellina. Siccome andavamo folleggiando intorno a codeste ragazze, il nostro interprete ci avvertì di guardarci dal far cosa che potesse disgustare la giovine di Kollare, poichè essa dovea darci alloggio in casa sua nel nostro passaggio colà. Il che avendo essa inteso, ci promise che farebbe di tutto per riceverci alla meglio.

Partimmo infatti la mattina seguente da Kengis, e quanto eravamo stati lieti il dì precedente, altrettanto fummo tristi il susseguente, non solo per lasciare sì cordiale ospite, ma per dover perdere la compagnia del Bellotti , del Julin , e del Deutsch , i quali per particolari loro ragioni non poterono esporsi ai pericoli, che ci minacciavano in regioni più elevate. Quella loro risoluzione ci fece esitare sulla nostra. Ma un certo orgoglio la vinse: il colonnello Skioldebrand , e il suo domestico mi restarono fedeli. Eccomi dunque in viaggio per la Laponia.

CAPO X.

Primo trattamento di ospitalità in Kollare far piangere chi entra in casa, e perchè. Descrizione di questo villaggio, e de' contorni. Simon, l'eroe delle cataratte. Pericoli sotto la sua direzione evitati. Digressione.

Da Kengis a Kollare, che vi è distante 22 miglia, non cambiammo battello. Impiegammo dodici ore nel viaggio; e i nostri rematori non ne presero di riposo che cinque. Avemmo per istrada una pioggia, simile alla quale, tanto era grossa e fitta, io non ne avea mai veduta alcuna dacchè n'era partito d'Italia. Non credeva che se ne desse di tale in sì elevate regioni; e fu anche l'unica volta, che colà udimmo il tuono. Navigando a Kollare incontrammo molte cataratte, che prima ci avrebbero messo terrore, e che allora ci erano cosa indifferente; ma però una volta andammo a dare sopra uno scoglio; e il caso solo ci salvò dall'annegarci.

La erculea ragazza, di cui ho parlato, ci avea preceduto; ed avea preparati buoni letti, e buon pasto di latte, di burro, e di carne di renna. Noi la trovammo in casa con sua madre, e con una figlia di una sua vicina: gli uomini erano andati alla pesca. Il primo trattamento che codeste donne ci fecero, fu empier di fumo le camere a tanto da farci continuamente lagrimare. L'intenzione era buona, volendoci liberare dall'incomodo delle zenzale, che ivi è veramente orribile; ma il rimedio era molto penoso. Il fumo impediva che quegl'insetti entrassero in casa; e fuori un gran fuoco li cacciava a migliaja lontani. In questi paesi il conservare continuamente nelle camere il fumo è una specie di lusso; e noi nol considerammo che come un oggetto di prima necessità. Che terribil flagello per gli Europei sono in questo paese codesti insetti! Ci coprivano in ogni parte della persona; e se ci riparavamo dalle loro beccate, niun mezzo poi avevamo per liberarci dal loro continuo ronzìo, che non ci lasciava dormire. Fummo parecchie volte tentati a non andare più oltre.

Il villaggio di Kollare è abitato da paesani finlandesi, che ci parvero passabilmente comodi. Esso sta sopra una isoletta formata dal fiume Muonio: vi si coltiva dell'orzo; e v'hanno pascoli abbondanti di fieno eccellente. Il paese all'intorno dà belle viste, massime per le due rive del fiume coronate di betulle, albero in più maniere utilissimo a questi popoli settentrionali. Della sua scorza si fanno calzari, corde, piatti, sporte, secchi, e vasi, ed utensili diversi, e per fino un certo manto, o copertojo per difendersi dalla pioggia. Del legno si fa tutto quello che vuolsi.

Noi per nostra buona fortuna trovammo in Kollare quattro rematori più esperimentati di quanti n'avessimo avuti mai; ed uno di questi fu da noi salutato per l' eroe delle cataratte , appunto perchè colla meravigliosa sua destrezza fece che il nostro viaggio non finisse tra Kollare e Muonionisca.

Del rimanente da Kollare a quest'ultimo luogo, che è di 66 miglia, si va sempre in mezzo alle cataratte; ed è inesprimibile la fatica, che i Finlandesi fanno per condurre il battello, vuoto de' viaggiatori, tirandolo dalla riva per mezzo di corde, e cercando di liberarlo dalle strette degli scogli, e dall'impeto violento della corrente. Noi intanto, non potendo essere di nissun ajuto a' nostri rematori, facevamo cammino lungo la riva come potevamo, seguendola, o dilungandocene conforme volevano le boscaglie, e i siti paludosi, che la contornano. Avevamo camminato di questa maniera un buon tratto, quando ci si disse che non era possibile condurre più oltre il battello. Per lo che andar più innanzi senza di esso, non era cosa da pensarvi; nè potevamo arrivare a Muonionisca senza attraversare il fiume; ed in quel luogo la cosa era impossibile. L'unico ripiego era di chiamare e il battello, su cui stavamo noi, e l'altro, che portava il nostro convoglio, a terra, e strascinarli per circa due miglia attraverso delle boscaglie, onde guadagnare una parte del fiume, che fosse più facile a salire. Il nostro eroe delle cataratte non trovava niuna difficoltà insuperabile. Volle spingere la magnanimità sua sino a proporre che noi montassimo sul battello, ch'egli, e i suoi compagni l'avrebbero strascinato per lo spazio occorrente. Noi scegliemmo di fare le due miglia a piedi, domandando solamente di riposarci mentre la nostra gente andava a cercare il nostro bagaglio, e il battello, che n'era carico. Nel corso di questo viaggio, invitati dal rumore straordinario del fiume, vi ci accostammo per vedere la famosa cataratta di Muonio-Koski, la cui corrente rapidissima sopra ogni credere, quantunque ci paresse impossibile a sostenere volendo scendere per essa, pure al ritorno nostro avemmo la temerità di affrontare; e vi riuscimmo. Dirò qui il come, per non aver più da parlare di siffatto argomento.

Bisogna figurarsi prima di tutto il fiume chiuso entro un letto estremamente stretto, ed imbarazzato da roccie, e massi a modo, che per superarli la corrente è forzata a raddoppiare la sua rapidità. Il canale intanto è per un miglio tutto pieno di scogli, le cui cime acute frangono l'acqua, e l'alzano in forma di bianca spuma. Come sperare che un piccol battello, portato attraverso di tanti ostacoli con una rapidità, per la quale in tre o quattro minuti fa un miglio, non abbia da andare in mille pezzi? E notisi che il battello non può passare per codeste strette seguendo semplicemente la corrente: bisogna che vada con una velocità accelerata per lo meno del doppio. A tal fine due rematori de' più svelti e robusti hanno da vogare senza intermissione, mentre un altro uomo sta al timone per regolare la direzione secondo le circostanze; e quest'uomo intanto può appena vedere gli scogli e le rupi che deve evitare. Egli dirige la prora del battello verso la rupe che dee oltrepassare, e quando sta per toccarla dà un colpo al timone, con ciò facendo un angolo acuto per allontanarsene, e muovere al largo. Il passeggiero freme all'aspetto della manovra, che non si aspettava; crede che il battello vada a spezzarsi in mille schegge; ed un momento appresso rimane attonito vedendosi salvo; e vedendo quella rupe di dietro a sè per una distanza prodigiosa. Ma non istà qui tutto l'imbarazzo e tutto il pericolo. I flutti bollenti, e accumolati intorno al battello, ora entrano dentro il medesimo, e lo riempiono; ora lo trapassano da una sponda all'altra quasi senza toccare i rematori; e in tante forme si presenta la morte, che si stenta ad aprir gli occhi, qualunque cosa dicano per darvi conforto e sicurezza le persone, che la sperienza ha addomesticate con questi pericoli. Parecchi uomini del contorno erano periti; e due soli del villaggio di Muonio rimanevano, nella capacità de' quali si potesse confidare: erano questi un vecchio di 67 anni, e suo figlio di 26. Non saprei esprimere la impassibilità di quel vecchio nel corso di quel tragitto. Quando eravamo in un momento de' più critici di codesti passaggi, ci bastava gittar gli occhi sopra di lui; e la nostra paura dileguavasi. — Chi legge s'immaginerà la contentezza nostra quando avemmo superato quel mal passo; ed allora finirono le fatiche, e i pericoli, che una vanità temeraria ci avea fatto incontrare. Ma noi dobbiamo ritornare, secondo il naturale ordine delle cose, al nostro primo racconto.

CAPO XI.

Povera colonia di Finlandesi. Muonionisca. Ministro di questa parrocchia, e suo singolare carattere. Costumi de' paesani di questo villaggio, e de' contorni.

Prima di giungere a Muonionisca ci fermammo ad una piccola colonia di Finlandesi, che ci parve estremamente povera, e la cui situazione vivamente c'interessò. Due sole famiglie la componevano, consistenti in tutto in sette persone, comprendendovi due donne, e un ragazzo. Il paese all'intorno era superbamente ridente. Un pittore non lo potrebbe disegnare più vago, ed ameno. Ma questa piccola comunità per cinque mesi dell'anno non poteva comunicare con nissun altro luogo: vivea, si può dire, solitaria anche il rimanente dell'anno, essendo caso fortuito, che colà capitasse qualcheduno, come vi capitammo noi. Essi dispongono di un territorio di sei miglia all'intorno, fiumi, peschiere, boschi, prati, sono loro: ma sì grande e ricco possedimento faceva un gran contrasto colla loro indigenza. Non aveano che quattro vacche, non seminavano che un barile d'orzo, il quale nelle annate buone non ne dava che sette: in alcune cattive non dava nemmeno la semenza; ed era un anno, che sarebbero morti di fame, se non fosse capitato colà un mercante di Tornea, che provvide al loro bisogno. Queste due famiglie trovandosi per mala fortuna entrambe disperate, erano venute d'accordo a questo luogo, e vi si erano stabilite giovandosi dell'uso che in Laponia corre; ed è che chi vuole fissarvisi non ha che da scegliersi un cantone a piacimento, purchè sia discosto dal più vicino villaggio sei miglia; e quando vi ha piantata la sua baracca, tutto il terreno circondante per sei miglia all'intorno è cosa sua.

Muonionisca è un villaggio di 16, o 18 fuochi, posto sulla riva sinistra del fiume Muonio, che qui ha il suo principio. V'è una chiesa, e un ministro, come a Kengis: e questo ministro è suffraganeo del curato dell'Alta-Tornea. La sua parrocchia, come ho detto, non è estesa meno di 200 miglia quadrate; ed in lui non vedevasi segno alcuno che lo distinguesse dai suoi paesani, salvo un pajo di calzoni neri. Avea avuta la disgrazia di vedere abbruciarsi in un incendio tutti i suoi mobili, e tutti i suoi libri, compresa fin anco la bibbia. Forse codesta disgrazia avea contribuito a dargli una certa rusticità, che lo metteva a livello de' suoi parrocchiani. Però avea una gran dose di buon senso, ragionava con sagacità e giustezza in materie politiche: masticava male il latino; ma sapeva la lingua svedese, e finlandese e ci spiegò assai bene molte etimologie, che desideravamo intendere. Del rimanente com'egli era povero, declamava violentemente contro la maniera, colla quale l'alto clero usava delle ricchezze. Era dichiarato nemico d'ogni potere dispotico; e badando a' suoi discorsi sarebbesi detto ch'egli avesse ferma speranza di vedere che il giovine Conquistatore giugnesse un giorno a Muonionisca, e lo facesse patriarca della Laponia. Egli odiava altissimamente la Russia, e il suo governo, dicendo che avviliva il popolo, e per ragione di Stato lo teneva nella più brutale ignoranza. Qualche volta discorreva sugli abusi della nascita, e della successione ereditaria di un tuono sicuramente notabile in un uomo, che nulla aveva al mondo salvo una camicia, un pajo di calzoni, e le scarpe che portava ai piedi. Udendolo ragionare così, congetturai che gli fosse capitato per le mani qualche libro moderno; ma quando mi fece il catalogo de' libri della sua biblioteca abbruciata intesi che non avea posseduto che trattati di teologia, e libri su materie di controversia, aggiungendo però che poco avea studiato gli uni, e gli altri. Non era poi uno di que' Ministri, presso i quali i viaggiatori potessero trovare alloggio; ma egli avea piacere di vederne, perchè ne traeva qualche bicchiere di acquavite; e fece molto elogio di quella, che noi gli davamo ogni volta che veniva a trovarci.

Ecco le notizie che io mi procurai intorno a questo villaggio, e ai costumi de' suoi abitanti. Tutta la parrocchia conta circa 400 anime, disperse sopra una superficie, siccome ho detto, di 200 miglia quadrate: gli abitanti sono tutti finlandesi emigrati. Tutti i viaggiatori venuti in queste contrade li chiamano Laponi, perchè è Laponia il paese, ove sono venuti a stabilirsi. I costumi e il modo di vivere sono gli stessi che quelli de' nativi finlandesi, colla differenza però dell'alterazione prodotta dal clima, e dalla situazione topografica. Questi Laponi finlandesi, come i pastori laponi, nulla sanno nè di poesia, nè di musica; nè hanno veruno strumento musicale. Circondati da laghi e da fiumi, abbondanti di pesce, poco coltivano la terra, e vivono principalmente della pesca. Hanno comuni colle nazioni selvaggie la forza, e l'attività: conoscono l'amore, ma non le grazie che lo accompagnano presso i popoli più inciviliti: hanno tutti i segni di una tristezza abituale: nè qui ho veduto mai un giovine lanciare uno sguardo d'interessamento sopra una ragazza. È uso generale che i due sessi dormano insieme, senza che tale intimità abbia alcuna delle conseguenze, che potrebbe avere, se fosse sofferta in un paese più meridionale. Il padre è quegli che trova la sposa al figlio; e le sole convenienze di famiglia dirigono il contratto. Il figlio è indifferente a prendere per moglie questa, o quella ragazza. Conviene però dire, che anche tra questo freddissimo popolo si sono dati tristissimi esempi di gelosia feroce; ed un caso veramente pietoso ne narrò il ministro. Nè furti, nè omicidii in questa alta regione d'Europa si odono; ma bensì suicidii, che non possono attribuirsi se non se a qualche genere di follia, o ad eccesso di abbattimento di spirito.

In estate il nudrimento principale di questi popoli è il pesce seccato al sole, se la pesca è buona: vendono il superfluo per aver farina, sale, e ferro, di cui abbisognano pei loro usi domestici. D'agricoltura poco sanno, e poco vogliono sapere; il loro Ministro ha predicato loro colle parole e coll'esempio l'uso dell'aratro; e non v'è stato verso che se ne sieno persuasi. Quando in autunno comincia a nevicare fanno la posta all'orso; e si uniscono in tre, o quattro per dargli la caccia. Alla metà di agosto vanno alla caccia delle anitre selvatiche, e d'altri uccelli, i quali allora mutando le penne non possono volare, e ne ammazzano quanti vogliono.

Finito che abbiano di raccogliere i loro fieni, li mettono a coperto in trabacche erette sopra legni ben forti, e tenendo alto il palco, onde l'umidità delle alluvioni non lo guasti. Alcuni posseggono renne, che danno a custodire, e a pascere a qualche Lapone.

Somma è la sobrietà di questi popoli: non bevono liquori spiritosi che il dì delle nozze: nel qual giorno usano un desinare alla loro maniera, ed un ballo accompagnato da grida, e da sbattimenti di mani. Non amano punto la birra; e gustando del vino, che loro offrivamo, facevano mille smorfie, come se bevessero una medicina. Il Ministro ci assicurò che in tutta la sua parrocchia forse non v'era un solo bicchiere di acquavite; e che la ubbriachezza è riguardata da questo popolo come il vizio più scandaloso, a cui possa essere soggetto un uomo. Il che ci fece pensare, che questa fosse una delle cagioni per le quali egli era sì poco riverito e stimato dal suo gregge. Vivendo questi popoli di tale maniera non è meraviglia se non soffrono le malattie, le quali affliggono gli abitanti de' paesi più meridionali; e il Ministro ci disse aversi esempi di paesani, che hanno vissuto fino a cento dieci anni. La malattia unica, che faccia strage tra loro, si è una specie di febbre infiammatoria, che sbriga le persone in pochissimi giorni.

Nel breve tempo che noi stemmo in Muonionisca il ministro ci propose di fare qualche corsa all'intorno; e noi volentieri scegliemmo di visitare il monte Pallas, della cui denominazione il nostro conduttore non seppe darci conto. La gita fu faticosa in quanto al salir la montagna, alla cui cima non potemmo giungere. Da quelle alture, a cui salimmo, ci si presentarono superbi punti di vista, che meriterebbero la diligenza del pittore. Ci mettemmo a raccogliere insetti, e piante: il buon Ministro non sapeva comprendere a che pro tanta fatica per cose da nulla. Dacchè gli si era abbruciata la biblioteca, si era accostumato a far senza teologia. D'allora in poi avea capito che la cognizione dell'Esser supremo riguardata come scienza non era in generale buona a niente nel mondo, se non sia per divertir l'intelletto, e a togliere dal corso della vita la non curanza, in cui l'uomo pensante potrebbe cadere sugli avvenimenti futuri. In 20 ore avevamo fatto trentasei miglia: il calore era eccessivo, poichè a mezzogiorno, ma all'ombra, il termometro di Celsius segnava 27 gradi. Ritornammo dunque a Muonionisca, ove dopo breve riposo ci mettemmo in ordine per tirare innanzi il nostro viaggio.

CAPO XII.

Pallajovenso. Errori de' viaggiatori e geografi circa la Laponia. Ciarlataneria di Maupertuis. Aspetto del paese tra Muonionisca e Pallajovenso. Musco delle renne. Arrivo a Lapajervi, e crudele persecuzione delle zenzale. Lago di Pallajervi: isola Kuntigari: fermata in essa deliziosissima. Rondinelle di mare come servizievoli ai pescatori. Laponi nomadi presi a guida, congedati i Finlandesi; e penoso viaggio fatto con coloro.

Partimmo adunque il dì 1 di luglio da Muonionisca circa le ore 10 della sera. La giornata era stata caldissima, perciocchè a mezzo giorno il termometro di Celsius segnava 29 gradi, e a mezzanotte discese ai 19, ond'è poi che deliberammo di viaggiare per l'avvenire la notte, e riposare il giorno. Noi risalimmo il Muonio sino alla imboccatura del piccol fiume chiamato Pallojoki, presso al quale trovasi una piccola colonia detta Pallajovenso. Parlo di questo villaggio perchè esso è propriamente il confine della Laponia dalla parte di Tornea; mentre è locuzione impropria quella di chiamar Laponia il vasto paese, che comprende Lulea, Pitea, ed Umea sino a Tornea, il quale invece appartiene alla parte occidentale della Botnia. E ben fa meraviglia che Maupertuis , a cui le scienze sono obbligate di una topografia del luogo, ove fece le sue osservazioni, e sì celebre per le sue operazioni astronomiche in queste parti, abbia sì poco conosciuti i luoghi ove si è fermato, chiamando Laponia la Vestro-Botnia, e intitolato Viaggio in fondo alla Laponia quello ch'egli fece per visitare con Celsius la già rammentata rupe coperta di caratteri runici. Egli avea appena appena toccati i confini della Laponia. Ed egli, e gli accademici suoi compagni dissero una bella bugia, e furono veri ciarlatani, quando dissero a' Parigini, che presentavano loro due donne lapone, che non lapone erano quelle miserabili, ma vere finlandesi; e non parlavano che la lingua di Finlandia.

Il paese da Tornea a Muonionisca, ed a Pallajovenso, comunque vada insensibilmente prendendo un carattere selvaggio, non varia gran fatto all'occhio: le montagne, i laghi, i boschi, le cateratte che lo coprono, non presentano molta differenza. Ma procedendo da Pallajovenso a Kantokeino pel fiumicello Pallojoki la differenza salta agli occhi: potrebbe dirsi, che qui tutto comparisce nuovo. Pallajovenso è uno stabilimento finlandese di quattro, o cinque famiglie. I mercanti di Tornea vi hanno costruita una camera, ove fanno fuoco, e si ricoverano nel loro passaggio l'inverno; e gli abitanti vivonvi in migliore stato, che quelli d'altri luoghi vicini. La navigazione sul Pallojoki non fu meno faticosa delle sostenute dianzi, sebbene per altre cagioni. Siccome era lungo tempo dacchè non era piovuto, poca era l'acqua, di modo che spesso il battello toccava il fondo, e i rematori doveano spingerlo avanti a forza di andarlo alzando. Più: il fiume è sommamente tortuoso; e con tante fatiche sovente invece di andare innanzi si andava indietro allontanandosi dal punto, a cui tendevamo. Sudavano que' poveri uomini; e noi ci annojavamo, c'inquietavamo, ci trovavamo male, perchè obbligati a camminare a piedi dietro la riva, ci toccava farci strada attraverso del bosco, ove i rami degli alberi, e i cespugli ad ogni passo ci arrestavano, lacerandoci inoltre il velo, che ciascheduno di noi portava intorno al volto per non essere divorati da quelle maladettissime zenzale, che a migliaja e migliaja ci erano continuamente addosso. Noi eravamo diretti a Lapajervi: intanto prima di giungervi facemmo alto per riposarci sopra una rupe considerabile, che veniva a formare un isolotto. Ivi accendemmo un gran fuoco per cacciare da noi quegli eterni nemici di ogni creatura fatta di carne; e di là avemmo la veduta di una prospettiva tutta ancora nuova per noi. Il musco, di cui si nudrono le renne, copriva tutto il terreno del contorno, che appariva quasi affatto piano, e da lontano chiuso da alcuni monticelli egualmente coperti dello stesso musco, che, naturalmente di un giallo pallido, allora per la siccità era quasi bianco. Un sì vasto tappeto così colorato, faceva all'occhio un colpo singolarissimo: tanto più, che per le circostanze del suolo prendendo quel musco alcune gradazioni di colorito, presentava qua e là de' pezzi di forme diverse, e prendeva a guardarlo in totale la figura di un gran mosaico a cagione de' varii compartimenti, in che appariva diviso. Quel colore biancastro del musco poteva ricordare quello della neve; ma tale idea spariva per la verzura de' piccoli boschetti qua e là sorgenti, e più ancora pel senso del calore, che qualche volta riusciva insopportabile. Essendo poi quel musco ben secco, faceva che ivi si potesse piantar la tenda, e godervi migliore e più grata stazione, che altrove: perciocchè altrove io avea bensì incontrati luoghi coperti di questa pianta; ma nè mai tanto secca, nè in tanta copia: chè qui soltanto parea avere essa dalla natura il regno, essa sola dominando, senza che altra pianta possa prendervi posto; e non è che su que' monticelli, che ho accennati, o sulla sponda del fiume, che si vegga disperso qualche abete, o qualche cespuglio. Qui dunque veramente vedemmo d'essere in un paese totalmente straniero, ove la superficie del terreno, e il genere delle sue produzioni dimostrano, che la natura l'ha destinato a razze d'uomini, e di animali interamente differenti da quelle, che sussistono in Europa.

La sera giungemmo a Lapajervi con grande contentezza de' nostri rematori, i quali speravano di rifarsi ivi della fatica sostenuta in tutta la giornata. Abbordando alla sponda del lago, su cui è il villaggio, incontrammo due Laponi, che ritornavano dalla pesca, ed erano per passare la notte sul luogo. Una densa colonna di fumo che si alzava in aria voluminosa, ci guidò senza bisogno d'altra scorta al luogo, ov'essi trovavansi; ed avvicinandoci ad essi vedemmo che aveansi intonacata tutta la faccia con catrame, e coperta la testa, le spalle, e il corpo con un vestito di lana, per difendersi dalle morsicature delle zenzale. Uno d'essi pipava; e l'altro preparava il pesce preso per farlo seccare al sole. La sporchezza loro, la loro magrezza, e bruttezza, erano una prova evidente della loro povertà. Erano assediati da capo a piedi da sciami immensi di zenzale, che li beccavano penetrando attraverso de' loro abiti con quegli acuti loro pungiglioni: ond'è che non aveano cuore di spogliarsi, quantunque fossero inondati dal sudore; e meno ancora di allontanarsi dal fuoco ad onta della caldissima temperatura. L'arrivo nostro a quel luogo fu annunciato dai milioni di zenzale, che accompagnavano noi medesimi, e che tosto si unirono a quelle che tormentavano quelle buone creature. Non ci fu verso di avere un momento di calma: ad ogn'istante eravamo costretti a bagnarci, dirò, la testa nel più fitto del fumo, ed a saltare sulla fiamma, affine di liberarci da sì terribili persecutori.

Volemmo visitare le famiglie di que' pescatori, che abitavano alla distanza di un miglio. Trovammo dappertutto fuochi accesi. Ve n'erano ove stavano i majali, e le vacche, e ve n'erano non solo nell'interno, ma anche di fuori, presso alla porta delle case. Queste case de' Laponi non sono grandi come quelle de' Finlandesi; e la porta di quella che noi visitammo, non era più alta di quattro piedi. Avevamo lasciate indietro le tende sperando di trovare alloggio con codesti Laponi; ma facemmo i nostri conti assai male. Ci fu forza accettare l'offerta di quella famiglia; e quando venne l'ora di ritirarci fummo condotti in una cameruccia tutta piena di fumo, dove trovammo delle pelli di renne stese sopra foglie di betulla, delle quali era coperto il pavimento. Noi entrammo a tentone, poichè il fumo non ci lasciava vedere alcuna cosa. Quando stavamo per addormentarci io intesi una specie di respiro, procedente da un angolo della camera, e forte a maniera che poteva meritare attenzione, tanto più che noi ci eravamo immaginati d'essere le sole creature viventi, che si trovassero ivi. Io adunque pensai che quel respiro fosse di qualche cane, o d'altro animale venutovi per passare la notte vicino a noi. Ma ben presto distinsi un sordo sospiro, che mi parve più d'uomo, che di animale. Alzai pian piano la testa provandomi di vedere che cosa fosse; e come alcune crepature della muraglia facevano penetrare una debole luce, colle mani e colle ginocchie mi mossi per approfittare di quella luce; e non tardai a scoprire il luogo da cui veniva il rumore udito: erano due ragazzetti nudi, giacenti sopra pelli di renne, i quali vedendomi ebbero paura, credendoci animali feroci venuti per divorarli, onde gridando corsero dalla loro madre cercando ajuto. La paura di que' ragazzetti fece ridere noi, e servì a distrarci dalla tristezza, in che ci aveano gittati quelle faccie de' Laponi impegolate di catrame, e quel tormento, che soffrivano quanti erano ivi uomini, ed animali da quei crudelissimi insetti. Le donne erano estremamente brutte, e sporche; e tutto indicava miseria.

A Lapajervi noi cercammo informazioni sul viaggio, che dovevamo fare verso Kantokeino, e nulla ci fu detto di confortante. Eppure non si trattava che della distanza di 70 miglia: ma bisognava attraversare parecchi laghi, risalire, e discendere varii fiumi, affrontar paludi, rinunciare a trovare abitazioni di sorta, e a vedere stampa di umana creatura per tutto il viaggio. Al più ci si diede ad intendere che avremmo potuto trovare qualche pescatore lapone sul lago di Pallajervi; e su questa speranza rimontammo il fiumicello Pallajoki, che viene da quel lago. Ho detto già la fatica occorsa in navigarlo: gli ostacoli furono i medesimi, ed anzi crebbero, perchè molte volte fummo obbligati a portare noi stessi le nostre robe per alleggerire il battello. Quando poi giungemmo al lago si alzò un sì fiero vento, che il battello corse gran pericolo di sommergersi, prima di giungere all'isoletta Kintasari. Posto piede in essa, trovammo tre pescatori, i quali s'avean fatta una capannuccia con rami d'alberi, ed ivi aveano esposti al sole molti pesci per seccarli. In mezz'ora può farsi il giro di quell'isola, accanto alla quale ve n'ha un'altra più piccola. Da quella, in cui eravamo, vedevasi il circuito del lago, formato da piccole alture coperte di musco, con boschetti frammezzati di betulla e di abeti. Dappertutto poi avevamo d'innanzi il paesaggio, che ho già descritto; e la nostra immaginazione si esaltava a segno, che pareaci d'essere in un'isola incantata. Mai non avevamo veduta cosa simile: il sole non calava mai giù dell'orizzonte; non vedevamo altri colori che il bianco e il verde; e la forma delle casucce de' pastori, e quella, novissima per noi, de' fiori che smaltavano il suolo, la novità degli uccelli, che empivano i boschi, e facevano eccheggiar l'aria de' loro canti: tutto ci riempiva di sorpresa, di ammirazione, di diletto. La nostra tenda quando fu piantata, pareva la reggia dell'isola dominante; e superava in lusso la capannuccia de' nostri Laponi, come la residenza di un sultano dell'Asia supera le catapecchie de' suoi schiavi. Ci mettemmo nel nostro battello per contemplare in distanza quel nostro regno chimerico; e n'andammo superbi. Avevamo fatto stendere nell'interno della tenda foglie di betulla, e musco; ed olezzava il luogo di un grato profumo. I nostri pescatori erano incantati dello splendore di un tale stabilimento; e per la prima volta poterono farsi idea delle pompose abitazioni de' popoli inciviliti!!!

Tre giorni ci fermammo ivi deliziandoci; e que' tre giorni ci parvero corti. Ivi non avevamo il flagello delle zenzale, poichè un vento assai forte ne le avea cacciate lungi: quel vento avea anche rinfrescata l'aria. Noi andammo raccogliendo piante ed insetti, e cacciando quadrupedi, ed uccelli; ed un nuovo piacere ci recava il ritorno de' nostri pescatori: ritorno che assai prima che li vedessimo, venivaci annunciato da una nube di rondinelle acquatiche, le quali nudrendosi di piccoli pesci non cessano di fare la loro corte a' pescatori, trovando sempre di che guadagnarvi. Per lo che questi uccelli, pieni d'intelligenza, veggonsi regolarmente venir la mattina al luogo ove i pescatori hanno dormito, quasi avvertendoli qualmente è tempo di porsi all'opera; e partono coi battelli pescarecci, e servono a' pescatori in luogo di bussola, volando innanzi a quelle parti del lago, ove veggono l'adunamento de' pesci, perciocchè hanno vista acutissima. Le loro grida poi, e il loro immergersi nell'acqua serve per non fallace segno, che con ottimo successo in quella parte saranno gittate le reti. Quelle rondinelle sono sì famigliari co' loro amici, che vengono sul battello in presenza loro; e come lo scoppio delle nostre armi avrebbe potuto spaventarle, i nostri pescatori pregarono a non usarne; e così feci.

Mentre però così ci sollazzavamo in codesta isola incantata, non perdevamo di mira il nostro viaggio. Mancavaci qualche Lapone viaggiatore, che ci ajutasse ad attraversar le montagne colle sue renne, e ci aditasse i passaggi, pe' quali potere inoltrarci alla nostra meta. Uno de' nostri pescatori andò per cercare, ed accordare chi ci prestasse l'opera, della quale abbisognavamo; e trovò, ed appuntò tutto, e noi movemmo al luogo, ov'egli avea concertato che troveremmo que' Laponi. Erano sei uomini, ed una ragazza di circa diciotto anni. Stavano sdrajati sotto una betulla, a' rami della quale aveano appese lo loro provvigioni, consistenti in pesce seccato al sole, ed aveano in mezzo a loro un gran fuoco, a cui facevano arrostire pesce fresco, infilzato in una bacchetta, che andavano voltando di tratto in tratto, affinchè quel pesce prendesse il calor del fuoco per ogni verso. La ragazza fu la prima a vederci giungere; e n'avvertì i suoi; ma essi nè si mossero allora, nè alcun'attenzione mostrarono per noi quando fummo smontati di battello. Erano costoro vestiti di una specie di camiciotto annerito dal fumo, e fatto di pelle di renna, con un collo alto di dietro, e ben dritto: aveano alle reni una cintura, che stringeva quel camiciotto, a modo che gli dava l'aria di un sacco, ove riponevano tutto quello, ch'era di loro uso: portavano inoltre de' pantaloni, e degli stivaletti; cose fatte anch'esse di pelle di renna; e i piedi di quegli stivaletti erano molto larghi, e pieni di una sorta di fieno ch'essi pestano, e rendono morbido quanto la canapa. La ragazza avea de' pantaloni anch'essa, e degli stivaletti come gli uomini; ma i suoi vestiti erano di lana, e di un panno verde era il suo berretto, che s'alzava dritto, e colla punta sulla cima della testa, a un di presso come il berretto degli antichi popoli della Scizia.

Que' Laponi erano quasi tutti piccoli; e i tratti della loro fisonomia più caratteristici consistevano in avere le gote spianate, il mento aguzzo, e molto sporgenti gli ossi delle guancie. La ragazza era lontana dall'esser bella. Di sei uomini quattro aveano i capelli neri: cosa che mi fece presumere che tra i Laponi prevalesse questo colore, con che si distinguessero dai Finlandesi, non ne avendo io tra questi trovato uno solo che avesse i capelli di questo colore. E le persone poi, e il vestito di codesti Laponi, erano di una sporcizia inesprimibile: tenevano nelle mani il pesce che doveano mangiare, e l'olio che ne colava, dalle loro braccia scendeva alle maniche del vestito, sicchè anche da lontano se ne poteva sentir l'odore. La ragazza era passabilmente netta; ed avea qualche cosa di quella decenza, che forma il più bell'ornamento del suo sesso: il che potemmo vedere dal modo di ricusare la bevanda che le si offeriva, e segnatamente l'acquavite, ch'essa pure amava quanto gli uomini. Onde dissi meco stesso: ve' dunque, che anche in mezzo alla Laponia le donne hanno quell'affettazione di modestia, quell'aria di ricusare ciò che pure desiderano vivamente di avere!

Noi sbarcammo le nostre robe, e saldammo i nostri conti co' buoni Finlandesi che sì fedelmente e sì bene ci aveano servito da Muonionisca fin lì. Avemmo per essi tutti i riguardi, che il loro buon procedere poteva aspettarsi; e vedemmo un sincero sentimento di affetto, e di riconoscenza destar loro le lagrime; e ci presero per le mani, e ci dissero le più toccanti cose. A modo che i Laponi, che furono testimoni di questa scena, a malgrado del loro carattere flemmatico ne sembrarono commossi: cosa che a noi fece piacere, perchè potevano formarsi buona idea di noi.

La partenza da noi di que' buoni Finlandesi fu un'epoca notabile nel nostro viaggio. A noi in quel momento parve di rimanere distaccati dal rimanente del mondo; e veramente la nostra situazione era critica. La sorte nostra stava tutta nelle mani di que' Laponi; e da essi dipendeva non solo il compimento del nostro viaggio, ma la vita nostra medesima. Solamente ch'essi avessero creduta impossibile la continuazione del nostro viaggio, e ci avessero abbandonati a noi, come ritornare alla beata nostra isoletta di Kintasari? Non avevamo più battello, con cui attraversare il lago, sul quale essa giace. Questi tristi pensieri ci occupavano: se non che d'altra parte poi considerammo, che que' Laponi non erano un popolo crudele; e quantunque fossero sette colla ragazza, noi, sebben quattro soli, eravamo bastantemente forti per farli stare al dovere. La ragione, per la quale erano venuti in tanti, dissero essere per dover portare le robe nostre, attesochè in quella stagione, in cui eravamo, le morditure delle zenzale rendevano intrattabili le renne, e talvolta pericolose, perchè sì forte è il tormento, che soffrono da quegl'insetti, che arrabbiano disperatamente fuggendo. Caricaronsi dunque delle robe, spartendole tra loro colla discretezza di darne meno a chi era meno robusto. Per animarli a ben servirci, nell'atto che facevano gl'involti, noi demmo a ciascheduno un bicchiere di acquavite, e ne promettemmo un secondo al momento della partenza. Ma appena ebbero avuto questo secondo ne chiesero un terzo, giovandoci di un proverbio lapone, che dice: Prima di porti in viaggio bevi un bicchiere di acquavite per la salute del corpo; e partendo bevine un altro per trovar coraggio a terminarlo. In fine ci mettemmo in istrada: uno di loro andava innanzi a tutti: gli altri lo seguivano in fila ad uno ad uno; e noi facevamo la retroguardia per vegliare sulle cose nostre, e nissuna se ne perdesse: ma stando di dietro a coloro, rimanevamo ammorbati dal pestifero odore, che cominciarono a tramandare tosto che si posero in sudore: chè flagello di puzza simile non soffrii in vita mia giammai.

Estremo era il caldo, montando il termometro all'ombra a 29 gradi, e a 45 gradi esposto al sole. Il terreno ci abbruciava i piedi, e i pochi alberelli, che potevamo incontrare, non ci difendevano dai raggi del sole. Eravamo poco meno che soffocati; e per giunta dovevamo portare abiti di panno ben fitto per salvarci possibilmente dalle punture delle zenzale; intanto che il velo, con cui tenevamo per la stessa ragione coperta la testa, c'impediva la libera respirazione. E questo gran caldo operava pure potentemente sui nostri Laponi, che aveano bevuto i tre bicchieri d'acquavite. Costoro si fermavano a prender riposo ad ogni momento, e domandavano altr'acquavite. Ben ci accorgemmo di non aver più a fare co' Finlandesi, sobrii al pari che robusti, operosi ed arditi: costoro invece non pensavano che alla loro gola. In sei miglia che facemmo si fermarono cinquanta volte, e sempre chiedendo acquavite. Se non fossimo stati forti a ricusarla, non saremmo andati innanzi di più in quel giorno. Per fare sei miglia ci vollero sei ore: bisognava che li cacciassimo innanzi per forza, e ben guardare che non si allontanassero. Quando uno di loro cadeva, tutti gli altri fermavansi; e quello era il segnale di far alto: con che tutta la carovana si gittava per terra: e ci volevano suppliche d'ogni maniera per farli alzare. Finalmente arrivammo alle sponde di un picciol lago detto Kerijervi, sulla destra del quale stendesi una catena di montagne, che forma il confine del Finmark, ossia della Laponia norvegia e svedese. Ivi trovammo due battelli interamente sdrusciti con remi mezzo rotti e disuguali in lunghezza, i quali erano stati tutto il lungo inverno sepolti nella neve, ed esposti alla inclemenza delle stagioni. Con questi dovevamo attraversare per due miglia quel lago. Due dei nostri Laponi si misero a remigare, e due altri a cacciar fuori continuamente l'acqua che entrava nel battello per le fessure: certo essendo che se non avessero posta in tale operazione la maggiore possibile attività, noi saremmo rimasti annegati. In sì gran frangente ci toccò eziandio di vedere i nostri remiganti andare con tanta flemma e indolenza, con quanta sarebbesi potuto andare in una partita di piacere; e se toccammo infine la riva sani e salvi, noi non ne fummo obbligati che al nostro gridare, pestare, minacciare, bastonare infine sì poltrona canaglia; e metterci all'opera noi medesimi tanto coi nostri cappelli cacciando fuori l'acqua, quanto colle nostre braccia vogando.

CAPO XIII.

Erba angelica. Arrivo al Pepojovaivi. Incontro di pescatori laponi. Loro usi e sospetti sui viaggiatori. Cagioni di questi sospetti. Quantità immensa di pesce nel Pepojovaivi, ed acque adjacenti. Caccia su quel fiume. Altre particolarità sui Laponi nomadi. Arrivo a Kantokeino.

Usciti di quel lago ripigliammo il cammino a piedi; ma intanto una delle nostre guide avendo sulla riva del medesimo adocchiata una certa pianta, corse a strapparla, e se la divorò con incredibile avidità. Che pianta dunque era questa? Era un'angelica della miglior forza e vivacità. Cresce essa appunto in codeste parti polari; ed è il più eccellente antiscorbutico, che possa darsi. Mostrai a quell'uomo piacere di gustarla; e la trovai di sì buon sapore, che ne divenni avido quanto un lapone; e debbo dire ingenuamente che se mi sono mantenuto sano in codeste parti, fin che mi vi sono trattenuto, lo debbo all'angelica, di cui ho fatto uso continuo, potendo averne; ed essa mi servì a temperare i tristi effetti dei troppo riscaldanti e poco sani cibi, de' quali la necessità ci obbligava a far uso, com'erano il pesce o salato, o seccato al sole, la carne di renna di tal modo seccata, il formaggio secco, il biscotto e l'acquavite. Prova n'è, che il mio compagno, che non faceva uso di questa pianta benefica, spesso provava dolori di stomaco, accompagnati da indigestioni.

Quantunque fosse mezza notte le zenzale non lasciavano di tormentarci. L'aria era calma; e le zenzale moltiplicavansi attratte dall'odore esalato da que' sporchi Laponi; defatigavaci inoltre il musco assai alto, e l'ingombro de' cespugli. Facemmo tre miglia; e non avevamo più forza di andar oltre. Fortunatamente trovammo la sponda del fiume Pepojovaivi, ed alcuni pescatori sdrajati attorno ad un fuoco con due ragazzi di circa 5, o 6 anni. Deliberammo di passar ivi la notte accanto a loro, mentre essi facevano cuocere la loro cena. Ma le zenzale ci perseguitarono a segno che non ci fu possibile aprir bocca per mangiare, senza inghiottirne centinaja. L'aria era poco agitata: il fumo saliva in lunga colonna perpendicolare; e non ci era di verun soccorso. Dovevamo mangiando tenere i guanti, e prendere tutte le precauzioni ad ogni boccone, per introdurlo sotto il velo che ci copriva la testa, onde non fosse accompagnato da veruna di quelle implacabili persecutrici. Ma quante e quante, ciò nondimeno ci dovevamo aver sotto i denti! Per evitare possibilmente tanta noja niun altro partito trovammo, che quello d'immergere la testa nel fumo ad ogni boccone che volevamo prendere. Era però insopportabile anche il calore, che così facendo dovevamo sostenere: ma almeno questo incomodo ci parve preferibile all'orrore d'inghiottire ad ogn'istante insetti sì disgustosi: d'altra parte non potevamo pensare ad alzare la nostra tenda, perchè l'opera voleva tempo e fatica; e i nostri Laponi aveano bisogno di riposo.

Finita che avemmo la trista cena, ci mettemmo ad osservare gli usi e le azioni di que' Laponi ivi trovati, per incominciare a prendere un'idea de' loro costumi e delle loro abitudini. I due ragazzi mentovati aveano e faccia e corpo estremamente grossi, così che parevano gonfii; ma però erano vivaci e robusti. La nostra presenza non fece loro sensazione veruna; nè punto si sconcertarono. Essi andavano al fiume, ne recavano acqua, e divertivansi gittandola ora su di noi, ed ora sulle nostre robe: guastavano insolentemente tutto quello, che cadeva sotto le loro mani; e disordinavano tutto quello che fosse alla loro portata: nè i loro genitori s'imbarazzavano punto di ciò che facessero, come se niente fosse. E mentre i loro figli si esercitavano in fare a noi tutto il male, di che erano capaci, essi non badavano che a cucinare diverse sorte di pesci, che tagliati in varii pezzi facevano bollire in una pignatta con grasso secco di renna, e un poco di farina. Mentre poi la pignatta era ancora sul fuoco, tutti que' Laponi vi si assisero intorno con un cucchiajo in mano; e quando credettero che la pietanza fosse cotta, incominciarono a dare dentro quella pignatta uno alla volta, adoperando quel loro cucchiajo. Chi n'avea preso abbastanza si poneva a dormire, e svegliato poscia tornava a mangiare; e così vicendevolmente finchè fossero satolli. In tutto questo niun'altra regola potemmo vedere da costoro osservata, se non quella dell'appetito e dell'istinto. Quando non erano occupati a mangiare, dormivano, o pipavano. Avendo due di costoro preferito il pipare al dormire, cercammo di legare con essi discorso. Ci domandarono se uno di noi fosse il re, o un commissario del re. Si mostrarono curiosi di sapere perchè fossimo penetrati nel loro paese, e cosa fossimo andati a farvi. Io pensai che sospettassero in noi degli emissarii mandati per prendere cognizione di loro, del loro stato, delle loro ricchezze e della loro condotta; e da una folla di cose, che il nostro interprete non sempre facilmente intendeva, ci parve poter comprendere che cercavano di convincerci di loro estrema povertà. Nè le loro risposte alle nostre domande erano di quella franchezza, che potevamo attenderci dalla loro semplicità. Le passioni che sì spesso allontanano gli uomini dal buon senso, e dalla verità, danno della politica e della destrezza al più stupido; e non v'è passione più atta a produr questo effetto, quanto l'amor proprio e la cura interessata di conservare la propria roba. Ora bisogna sapere che quando i re del Nord mandarono missionarii in quelle deserte regioni per predicarvi l'evangelo, non solamente que' zelanti apostoli fecero pagare ai miserabili indigeni le spese del loro viaggio, ma diedero inoltre a intender loro che dovevano ricompensarli delle pene che a riguardo d'essi s'aveano prese. Quel popolo errabondo fino allora era vissuto senza ministri di culto, e senza alcun peso a questo titolo. Invocava al bisogno, e quando così gli piaceva, un certo numero di Dei che non gli costavano niente fuori che il sacrifizio di una renna, la quale non veniva offerta che di tempo in tempo, e di cui agli Dei non toccavano che le ossa e le corna, poichè la carne mangiavasi dall'offerente. Si può quindi presumere che non senza rincrescimento que' poveri Laponi si vedessero sforzati a dividere i loro beni con gente straniera, che non capivano in che potesse loro essere utile. Ma deboli, indolenti, poltroni per carattere, e per fisica costituzione; d'altra parte dispersi e disuniti in virtù della loro maniera di vivere, attaccati puramente alle loro greggie ed incapaci di combinare alcun mezzo di resistenza al dispotismo, credettero con sommissione, e senza opposizione veruna, a tutto quello che a' quei zelanti stranieri piacque di dare loro ad intendere; e per salvare il resto piegaronsi a dare a coloro una parte del loro avere. Il Lapone ignorante e povero pagò con rassegnazione le requisizioni de' missionarii, i quali in ricambio gli promisero la felicità di un altro mondo, che senza dubbio per uomini sì limitati di mente non poteva consistere che in bere acquavite dalla mattina alla sera. Ma l'interesse apre gli occhi anche ai più rozzi uomini. I Laponi non potevano concepire per qual ragione, e meno poi per qual diritto dovessero essi dividere quanto aveano cogl'inviati di un governo, la cui polizia, le cui leggi, la cui giustizia non erano loro di alcuna utilità. Ed in fatti non consideravano i riformatori ed altri inviati, che come ladroni, che preferivano di vivere agiatamente a spese altrui, piuttosto che correr dietro con tanta fatica alle renne, ed occuparsi nella caccia e nella pesca. Essi non potevano sperare nè protezione, nè profitto da persone, le quali infin de' conti bevendo e mangiando, consumavano provvigioni bastanti a cento di loro per sussistere. Così la pensavano i veri Laponi, vale a dire quegli uomini erranti, i quali contenti dei deserti, ove sono nati, stannosi ne' recinti delle loro montagne, e non si accostano mai abbastanza alle nazioni incivilite per acquistare qualche cognizione sulla forma delle loro costituzioni. Liberi per diritto imperscrittibile di natura, non concepiscono punto la necessità di leggi, atteso il modo con cui vivono. Il paese che abitano, non converrebbe ad alcun'altra razza d'uomini. Essi trovano nella carne delle renne, e in un vegetabile che ogni animale rigetta, il nudrimento ad essi adattato. Società? la trovano nella unione di alcune famiglie, avvicinate da bisogni comuni; e quando accade che due famiglie di questo genere si trovino sul medesimo suolo colle loro greggie, v'è spazio bastante perchè l'una si accosti all'altra, e le tenga il discorso che Abramo tenne a Lot : Se tu prendi a mano manca, io andrò a mano dritta; e se tu andrai alla dritta, io andrò a manca.

Noi stentammo molto a persuadere que' Laponi, che non eravamo nè re, nè inviati, nè missionari; ma persone da curiosità, e da bisogno d'istruirci, condotti in quelle loro contrade. Per essi anche queste erano idee astratte, pienamente incomprensibili. In tutti però i discorsi, che passarono fra essi e noi, non potemmo notare in essi il minimo indizio di una credenza religiosa. Nè quando mettevansi a mangiare, o aveano finito il loro pasto; nè quando andavano al riposo, o la mattina si alzavano, li vedemmo mai alzar gli occhi al cielo per ringraziare il Dio benefattore, che provvedeva ai loro bisogni.

Cercando noi di stabilire qual potess'essere il calore del sole a mezza notte, tempo in cui colà non è alto sull'orizzonte più di due o tre de' suoi diametri, volemmo provare se potessimo accendere le nostre pipe con un cristallo. I Laponi meravigliaronsi fortemente, vedendo come tosto le nostre pipe fumarono; e noi tememmo che ci tenessero per tanti stregoni. Per lo che domandammo loro se pensassero che tra essi fossero uomini eccellenti in questo genere di cognizioni; ed avevamo infatti udito molto parlarsi di stregoni di Laponia. Il fatto è però che codesti nostri Laponi ci dissero di no; aggiungendo che s'inquietavano poco assai se ve ne fossero, o non ve ne fossero. A tutte le ricerche che loro facevamo, rispondevano coll'aria della più grande indifferenza, e di un tuono da far credere che fossero stanchi della insipida nostra conversazione. Anzi quelle ricerche nostre non facevano che svegliare la loro diffidenza e inquietezza; e forse forse la persuasione che fossimo veramente commissarii mandati dal Governo. E quando loro domandammo ove fossero le loro renne, e quante ne avessero, ci risposero essere poverissimi; che ne aveano possedute ventiquattro, ma che loro non ne rimanevano più che sette, essendo le altre state divorate dai lupi. E ciò era vero; e di tale disastro de' Laponi noi avevamo udito parlare in Uleaborg.

È un singolar fenomeno questo, che il numero de' lupi in Laponia siasi aumentato successivamente ciascun anno dopo il cominciamento della guerra in Finlandia. Si sono allegate varie congetture per ispiegarlo: io credo che il miglior partito sia quello di aspettare lumi migliori, e sul presente sospendere ogni giudizio.

Intanto ripigliammo il viaggio per giungere a Kantokeino animati dal pensiero che non avremmo più a sostenere i tanti ostacoli congiunti col risalire correnti di fiumi; perciocchè il fiume che avevamo d'avanti, guidava le sue acque verso il Mar-glaciale; e le cataratte del Pepojovaivi non erano tali, a cui non potessero bastare i nostri Laponi, ancorchè deboli, goffi, e facili ad imbrogliarsi per ogni minimo intoppo, che incontrassero.

All'atto d'imbarcarci sul Pepojovaivi lasciammo sulla sua sponda la ragazza, di cui ho già parlato. Avevamo due battelli, e tre Laponi stavano al servizio di ciascuno di questi: uno d'essi nuotava in avanti, un altro teneva il remo a foggia di timone, e il terzo era continuamente occupato a gittar fuori del battello l'acqua. Costoro, senza che noi ce ne accorgessimo fecero una diversione con animo di andar a vedere alcune reti da essi piantate un giorno o due prima. La diversione consisteva in avere lasciato il corso del fiume, e in essersi internati nell'alveo di uno minore, che in quello metteva foce. Per darci poi ragione della cosa, risposero d'aver fatto, e di fare ciò che conveniva; e che ci avrebbero in poco tempo condotti a Kantokeino. Non avendo nè pratica, nè carta, con cui regolarci, dovemmo starci al loro detto: ma non tardammo a vedere ch'era loro intenzione raccogliere il pesce trovato nelle reti: le quali reti vedemmo in molte parti squarciate, ed il pesce uscitone: ma tanta era la quantità del pesce in quelle acque, ch'essi ne presero in gran copia in tutte le reti che si erano conservate intere. Usano i Laponi tenere sempre le reti in acqua, e quando hanno bisogno di una certa provvigione, vanno alle reti, e prendono quello, che sono già sicuri di trovarvi, e lo seccano all'aria, e al sole. Ma qual differenza tra questi pescatori, e quelli dell'isola Kintasari! I secondi tengono nel miglior ordine tutti gli utensili necessarii; e in quanto alle reti diligentemente le asciugano tratte che le abbiano dall'acqua: i primi le lasciano marcire nell'acqua. Ma que' di Kintasari erano Finlandesi passati in Laponia; quelli, che di presente avevamo, erano Laponi in tutta l'estensione del termine.

Noi arrivammo finalmente a Kantokeino, situata al confluente del Pepojovaivi, e dell'Alten, dopo un viaggio di 40 miglia dal luogo, d'onde eravamo partiti. Nel corso seguito del Pepojovaivi incontrammo diversi laghi, o spazii di alluvioni di questo fiume, i quali presentano amenissime prospettive, per la quantità di belle betulle, che non solo s'alzano superbe sulle sponde, ma sorgono a gruppi anche dal seno stesso delle acque. E in queste acque veggonsi guizzare i pesci in incredibile quantità, e molti fin anche gittarsi fuori per attrappare gl'insetti, che vi spaziano sopra. I nostri Laponi, sorpresi anch'essi di tanta fecondità, pensarono di approfittarne al loro ritorno. Le cataratte poi del Pepojovaivi non erano nè considerabili, nè guari pericolose: pe' nostri Finlandesi sarebbero stati un giuoco, e massime per quel bravo Simone di Kollare; ma per codesti Laponi erano una grande cosa, non avendo nè pratica, nè talento per condursi a passarle colla facilità, colla quale potevansi superarle: ond'è che ci toccava assai spesso scendere di battello, e fare gran parte di strada a piedi lungo la riva. Allora due di coloro uscivano del battello, e uno solo rimaneva sopra ciascuno de' due. Il primo procedeva innanzi, e rimorchiava il battello con una corda fatta di scorza di betulla, e l'altro con egual corda stava di dietro, fermandone, o moderandone il corso, quando la corrente era troppo forte. Ma se per caso costoro vedevano una pianta di angelica, vi saltavano addosso con una inesprimibile avidità; e quando le loro mani l'aveano abbrancata, addio corda! addio battello! non se ne rammentavano più; ed avrebbero lasciata andare la corda, e sofferto che il battello corresse a fracassarsi tra gli scogli, piuttosto che abbandonare la loro preda. La più parte del tempo, in cui noi eravamo in battello, essi erano ben più occupati a ciarlar tra loro, o a pipare, che a stare attenti onde non incontrar pericolo. Tanta loro incuria teneva in continuo studio noi; e spesso dovevamo dar loro qualche avvertimento: ma credete voi che badassero? Essi amavano meglio lasciar correre il battello contro qualche scoglio, che interrompere la grave loro occupazione di mangiare angelica, e di fumare tabacco. Ed una volta accadde loro di prendere una falsa direzione sopra un sito del fiume basso d'acqua, e tutto pieno di scogli; cosicchè si trovarono impegnati in mezzo a larghe pietre per modo, che non potevano muoversi. In sì trista circostanza il Lapone che maneggiava i remi s'alzò dal suo sedile; e vedendolo prendere un'aria seria e risoluta, credemmo che volesse fare un grande sforzo per superare ogni ostacolo. No, signori. Il movimento fatto da costui con tanta importanza non avea altr'oggetto che di scaricare il ventre. Noi eravamo ad ogni momento lì lì per perdere la pazienza con questa razza di bestie; ma non conoscendo i luoghi, e non avendo con chi supplire, dovemmo accomodarci alla loro stupidità, alla loro poltroneria, e allo spettacolo della loro svergognatezza. Sono disceso a queste minute particolarità per dare una idea de' loro costumi, e delle loro abitudini.

Prima di arrivare a Kantokeino noi volemmo prenderci il divertimento della caccia sul fiume. I nostri Laponi aveano seco un cane, il quale fu obbligato a venirci sempre dietro per terra. Non saprei dire abbastanza l'attenzione, e il buon senso mostrato costantemente da questo povero animale per non perderci in mezzo a tante giravolte che noi dovevamo prendere navigando, e che dal canto suo dovea prender esso sfondando boschi, e cespugli, e deviando per paludi, e per terre coperte di fanghi profondi. Se gli si presentavano due strade, non mancava mai di scegliere la migliore. Se doveva attraversare de' laghi, o delle isole, osservava prima, paragonava, e si risolveva: tre operazioni della mente, che i nostri Laponi non mostravano certamente di saper fare. Nel corso della sua strada, lungo il fiume, attraverso de' cespugli, e de' boschetti esso faceva alzare la selvaggina, la quale nella stagione, in cui eravamo allora, in que' luoghi è abbondantissima. Noi tirammo ad alcune anitre di una specie particolare a codeste regioni, e particolarmente all' anitra nera , e ad un'altra anitra , distinta per la coda aguzza , come pure ad alcune razze d'oca, e massime a quella che chiamasi anitra albifronte , e a' tetrai , qui comuni. Altri uccelli curiosi io uccisi nel passare dal fiume a Kantokeino, che n'è distante da circa un miglio. Noi arrivammo a Kantokeino un'ora dopo la mezza notte, e fummo meravigliati trovando tutto il villaggio spaventato, e le donne in camicia agli uscii delle case, e gli uomini sulle strade. La scarica de' nostri archibugii era stata il motivo del loro terrore, perchè è d'uopo ricordarsi che a mezza notte colà era giorno, sicchè avevamo potuto comodamente tirare agli uccelli a quell'ora; e la gente del paese misura le azioni della vita nelle due porzioni della giornata di 24 ore, come se una fosse il dì, e l'altra la notte.