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CAPO XIV.

Viaggio Al Capo Nord Fatto L'Anno 1799 — liberliber.it · All chapters

CAPO XIV.

CAPO XIV.

Isolamento di Kantokeino. Ragione del confine apparentemente irragionevole. Musica lapona. Maestro di scuola: sue imprese, e sua singolare incombenza. Notizie statistiche su questa parrocchia, e stato economico de' suoi abitanti. Partenza, e cordiali addii delle donne del villaggio. Il bel fiume dell'Alten. Cataratta magnifica. Rapidità singolare della corrente. Chiesa pigmea. Montagne. Guerra colle zenzale. Incontro di un pescatore di sermoni. Laberinto. Arrivo ad Alten.

Fino all'epoca, in cui mettemmo piede in Kantokeino, questo villaggio era stato considerato come un'isola inaccessibile in questa stagione dell'anno ad ogni viaggiatore. Il paese che lo circonda, viene dai geografi danesi descritto come pieno di aspre montagne, separate le une dalle altre da paludi impraticabili. E la sicurezza, in cui questa opinione poneva gli abitanti, veniva ad essere stata turbata, siccome ho detto, dalla esplosione delle nostre armi da fuoco. Non sapevano a che attribuire quel rimbombo, ed erano ben lontani dal pensare di poter avere una visita di alcuni stranieri curiosi.

Kantokeino è un villaggio di quattro famiglie, e di un ministro del culto che serve la chiesa. Il villaggio fu compreso nei domini del re di Danimarca nella linea di demarcazione stabilita, e riconosciuta da questo monarca, e da quello di Svezia. Osservando la carta non si sa comprendere come sia stato preso qui il confine, in luogo di seguire le creste delle montagne, separazione più naturale tra il mezzodì, e il settentrione, quando diversamente si è fatto voltare il territorio danese verso il mezzodì con un angolo verso la Laponia, che dovrebbe appartenere alla Svezia. Cercammo la ragione di un fatto contrario, per ciò che apparisce, alla ragione ed alla giustizia; e ci fu detto, che il commissario svedese si era lasciato corrompere dall'oro della Danimarca, quell'uomo dipingendoci come perduto tra le donne e il vino. Il mio colonnello svedese non mancò da buon patriota di rimaner colpito da tanto tradimento dell'interesse del suo paese; e facemmo insieme cento considerazioni, non solo sui differenti mezzi che la malizia umana può condurre gli uomini a corrompere, e a lasciarsi corrompere; ma eziandio sulla sottigliezza, e sui secondi fini, che i diplomatici possono avere nelle transazioni politiche. Fatto è intanto che tutti que' discorsi, e tutte le nostre investigazioni, e deduzioni reggevansi sopra un falso supposto. La vera ragione di quella eccentrica linea di demarcazione era cosa tutta naturale, e conforme al trattato del 1751 concluso tra le Corti di Stockholm, e di Copenaghen, nel qual trattato restò convenuto che i confini tra i due Stati sarebbero fissati dalla sorgente de' fiumi: cioè, che tutta la estensione de' paesi percorsi dai fiumi scendenti all'Oceano-glaciale sarebbe della Danimarca, e della Svezia quelli, i cui fiumi cadessero nel golfo della Botnia. Un anno incirca dopo il mio viaggio in Laponia conobbi a Drontheim, capitale della Norvegia settentrionale, il commissario danese, ch'era stato impiegato in quell'affare, uffizial bravo, ed uomo per ogni verso rispettabile, il quale mi diede conto del vero motivo della cosa, e rise della favola, che ne correva.

I miei leggitori s'immagineranno facilmente che io ho assai poche cose da dire di Kantokeino. Debbo dire però, che tra i suoi pochi abitanti uno ve n'era, il quale qualificavasi col titolo di maestro di scuola: denominazione che mi fece concepire un'alta idea de' Kantokeinieni; e m'aspettava di trovare un simulacro di curato, simile a quello di Muonionisca. Codesto personaggio, dissi tra me, verrà indubitatamente a gustare la nostr'acquavite, e ci parlerà un poco di latino misto a qualche parola lapona. Ma non ci era riserbata sì bella sorte. Il vero pastore era assente, andato in Norvegia a trovare i suoi parenti; e per ordinario i ministri e i missionarii durante l'estate non rimangonsi in Laponia: cosa che nella circostanza a noi fu giovevole, perchè trovammo vuota la sua abitazione, la quale però non consisteva che in una camera; e d'essa approfittammo. Ivi adunque riposammo rifacendoci delle fatiche sofferte; e ci trovammo poi meglio disposti a visitare il villaggio, ove vedemmo tutta la potenza delle leggi emanate dalla Danimarca.

Il nostro primo pensiero fu quello di pagare le nostre guide. Ma prima di licenziarle volemmo assicurarci da noi medesimi de' loro talenti in un altro genere di cognizioni, distinto da quello, in cui ci aveano comprovata la loro industria. Noi desiderammo di udirli cantare; e così prender notizia della musica lapona. Per ottener questo feci giuocare denaro ed acquavite, senza alcun costrutto: perciocchè que' miserabili non seppero infine far altro che qualche urlo spaventoso, a segno che mi vidi obbligato a turarmi ben bene le orecchie. Laonde dovetti infine persuadermi che i Laponi erranti non hanno veruna idea della minima armonia; e che sono assolutamente incapaci di un piacere che la natura, per quanto ho potuto apprendere, non ha negato a nessuna orda, o nazione. La musica pratica sembra essere affatto sbandita in queste contrade isolate e deserte. In esse non v'è altra musica, che quella, la quale gli uccelli fanno sentire ne' boschi; quella de' ruscelli scorrenti sui loro letti ghiajosi; quella de' venti che fischiano attraversando le folte foreste; quella infine delle acque di tanti fiumi, che precipitansi giù per le frequenti cataratte. Ho però voluto tener conto di quegli urli, che ho accennati. Poche sono le note da me registrate; più poche di quelle ch'essi urlando espressero; ma queste non erano altra cosa che una precisa ripetizione delle prime. Non mancai nemmeno di cercar ragione di certe parole, che articolavano in que' loro suoni, domandandone il significato al nostro interprete, e sperando di udire che si trattasse di qualche tratto di un inno nazionale, o di cosa simile; ma quelle parole che gridavano, anzichè esprimere, non erano che una monotona e sciocca ripetizione delle stesse idee sulle quali ritornavano in maniera insopportabile. P. e.: buon viaggio, miei buoni signori, signori, signori, signori, signori: buon viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, miei buoni signori, signori: un buon viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, etc. , così tirando innanzi fin che avessero fiato; e quando il fiato era mancato la canzone rimaneva finita.

Ho detto dei musici laponi: debbo dire del maestro di scuola lapone. Il titolo, quando lo intesi la prima volta, mi fece senso, considerando che si era in un paese enormemente lontano da ogni fonte d'istruzione; e se non altro per la singolarità del caso, colui che se ne qualificava, avea ragione di andarne superbo. Ed infatti n'era invanito come un cortigiano che nei nostri paesi arrivi ad avere un cordone, od una tracolla rossa o turchina. Ad osservarlo, gli si vedea in faccia l'uomo glorioso e beato. Ma costui non era in sostanza nè di persona, nè di maniere più che un vero lapone, come tutti quanti quelli, in mezzo ai quali viveva; se non che per un difetto di conformazione egli avea qualche cosa in proprio, per cui nel camminare faceva ridere; e questa qualche cosa era il tenere i piedi costantemente rivolti di fuori nella maniera che i nostri maestri di ballo chiamano di prima posizione.

Quest'uomo, stato qualche tempo in Norvegia, avea imparata la lingua danese, o più veramente il gergo che si parla in Norvegia; e questo era stato il gran capitale, che gli avea fruttato l'impiego più singolare che io m'abbia mai avuta occasione di osservare in alcun paese del mondo. Il ministro della parrocchia non sapendo una parola della lingua lapona non poteva comunicare i suoi pensieri al suo uditorio; e intanto voleva, o per dir meglio, doveva predicare. Per rimediare all'inconveniente, ecco il partito che si prese. Il maestro di scuola si metteva sotto la cattedra; e quando il ministro avea recitato un periodo del suo sermone, si fermava; e il maestro di scuola lo ripeteva a tutta l'adunanza in lingua lapona. Immaginate l'effetto che dovea produrre su que' popolani la così interrotta e mutilata eloquenza del pastore; e confesso che avrei pagato qualche bella cosa per trovarmi testimonio di questa scena. Siccome poi il predicatore non sapeva una parola di lapone, e perciò non intendeva cosa il maestro di scuola gli facesse dire a quella povera gente, l'assurdità della scena evidentemente cresceva; e per certo voleavi in quel pastore la più gran buona fede del mondo per lusingarsi, che la sua predicazione facesse frutto.

Del resto importa assai al governo danese che la lingua sua si estenda possibilmente in tutte codeste contrade; e per questo esso ha stabilito in Kantokeino un maestro di scuola, che insegni il danese nelle vicinanze, ed istruisca tutti quelli, che possa tirare a sè. Ma non pareva che quel maestro avesse molto approfittato nella sua dimora in Norvegia, almeno per ciò che riguarda il buon gusto, perciocchè volendo prender moglie avea fatta una scelta, da cui Iddio guardi ogni fedel cristiano. La moglie di costui era una donna non alta più di tre piedi e mezzo, e la più sporca e brutta che potesse mai vedersi di là del circolo artico. Però ci parve che in ricambio il marito avesse acquistato in Norvegia l'arte astuta della persuasione; e che sapesse molto innanzi in fatto di galanteria; perciocchè s'avea acquistato il cuore di una giovinetta della parrocchia, la quale poco tempo dopo si trovò in uno stato, da cui la indiscrezione scoprì quanto il maestro di scuola fosse stato capace d'insegnarle. Questo fatto mise in un brutto imbroglio il pubblico funzionario tanto rispetto alla ragazza, quanto rispetto alla moglie, la quale era ben lontana dal doverlo tassare d'infedeltà. La cosa però finì bene, perchè la creatura nata morì dopo pochi giorni di vita; e la moglie del maestro di scuola prese più vanità dai favori che suo marito avea ottenuti, di quello che rimanesse mortificata dalla prova che le era stato infedele.

Prima di abbandonare Kantokeino è giusto esporre alquante osservazioni di statistica, e di geografia riguardanti il paese. In tutto il distretto della parrocchia, che si estende per circa 200 miglia in lunghezza sopra 66 di larghezza, non vi sono che due luoghi occupati da stabilimenti di Laponi, i quali tutti insieme non contano più di dodici fuochi: gli altri abitanti sono tutti della classe de' pastori erranti; e per questa ragione non si può additare il numero degl'individui. I Laponi erranti durante l'inverno abitano paesi montuosi; e vanno colle loro tende, e colle loro renne da un luogo all'altro. In estate poi si volgono alle coste, onde avere più facile la pescagione. Ne' contorni di Kantokeino trovansi alcune belle praterie, e terre coltivabili, che danno orzo e segala, quanto per sei mesi possono gli abitanti consumarne. Qui non si hanno cavalli; e chi vuol viaggiare deve far uso delle sue gambe, o andare per acqua in battello, se è estate: in inverno si va colle slitte tirate dalle renne. Il fieno che si taglia serve per le vacche: le granaglie che si raccolgono, vengono messe in farina, poichè la farina è diventata un articolo di sussistenza sì necessario agli abitanti, che chi non ne ha per tutto l'anno è stimato poverissimo. Ma i Kantokeinieni si ajutano anche più colla pescagione, e cacciagione; ed un popolo avvezzo a tutte le vicende di una vita errante, preferisce alle laboriose occupazioni dell'agricoltore questi mezzi, comunque incerti, onde provvedere a' suoi bisogni. Il pesce che per loro è superfluo, lo cambiano in granaglia; e così fanno delle pelli d'orso, e d'altri animali. Bisogna però dire, che qui i fiumi, e i laghi sono tanto abbondanti di pesce, che vi si può fare sopra i conti con tutta sicurezza. Così un Lapone guadagna più sopra una pelle d'orso, che sul raccolto che potesse dargli un mezzo acro di terreno coltivato.

La maniera di dar la caccia all'orso in Laponia è la stessa che si usa in Finlandia; ma la caccia della renna selvatica esige sì violenta fatica, che non vi vuole che un Lapone per sostenerla. La renna selvatica non vive in compagnia, ama di star sola in mezzo de' boschi e nelle montagne; ed ha un incredibile istinto per guardarsi da ogni pericolo. Quando un Lapone la scopre, e lo fa alla distanza di un mezzo miglio, fa un giro sotto vento, e va insensibilmente guadagnando terreno, a forza di strascinarsi a quattro piedi, ed anche sul ventre, finchè possa giungere a tiro di fucile. Un Lapone mi ha assicurato d'essersi così strascinato attraverso del musco, e de' cespugli per cinque miglia per giungere a luogo più conveniente, onde prendere di mira la sua preda.

Ogni anno in febbrajo si fa una fiera in Kantokeino, alla quale accorrono i Laponi del vicinato, e i mercatanti di Tornea. Questi prendono pelli di renne, di volpi, d'orsi, di lupi, e guanti e stivaletti; e danno invece flanelle comuni, acquavite, tabacco, farina e sale.

Gli abitanti hanno delle vacche, le quali somministrano loro del latte; ed hanno montoni, della cui lana si giovano pei loro bisogni. Quando per nudrire le vacche non hanno fieno sufficiente, raccolgono il musco, di cui le renne si nudrono; e la necessità fa che le vacche se ne contentino. Pe' montoni v'ha sulle montagne una specie di musco, ch'essi mangiano volentieri; e come codesti animali non sono un oggetto di cambio, vengono generalmente venduti per poca cosa: per modo che noi, comprandone per nostro uso, non li pagammo più di 18 soldi l'uno.

Il popolo di questa contrada non è senza cognizione dell'uso della moneta; nè può dirsi senza passione di averne: di che ci fu prova, quando ci disponemmo a partire, l'esserci stato domandato un piccolo scudo al giorno per ognuno degli uomini, che dovevano accompagnarci; somma enorme per quel paese, e considerabile per noi, che avevamo bisogno di cinque persone. E quando il nostro interprete volle dire che tale pretensione era stravagantissima, seppero rispondere che nella stagione andando alla pesca avrebbero guadagnato di più. Nè mancarono certamente di calcolare, che siccome ben di raro si veggono viaggiatori in quelle contrade, se ne capitano alcuni fuori di fiera, e senza straordinaria evidentissima ragione, si deve credere che abbiano molto denaro, o che sieno mandati dal governo per esaminare il paese; e conseguentemente che sieno ben pagati dal re. In quanto poi a noi non avevamo altri del cui servigio giovarci. Ci acconciammo dunque a que' patti.

Il dì 9 di luglio fu quello della nostra partenza da Kantokeino. Il tempo era bello: il termometro di Celsius segnava all'ombra 25 gradi, e 40 esposto al sole: messo nell'acqua si abbassava ai 19. Le donne del villaggio vennero ad accompagnare i loro mariti sino al fiume; e ci diedero con molta cordialità il buon viaggio. Il viaggio che intraprendevamo era lungo e penoso; e nissuno delle nostre genti lo avea fatto mai in estate. Eravamo nove persone in tutto; ed avevamo due battelli. La nostra partenza privò il villaggio di due terzi della sua popolazione; e lasciò in vedovanza per qualche tempo i cinque ottavi delle donne maritate. Queste donne ci seguirono cogli occhi finchè una svolta del fiume tolse alla loro vista la nostra flottiglia. E quella sì lercia, e sì piccola moglie del maestro di scuola non fu la meno cordiale ad attestarci l'interessamento sentito per noi, e il rincrescimento suo in separarsi da' suoi amici, e da' suoi ospiti. Addio, buon popolo! Addio, buona gente! queste furono le ultime parole che noi udimmo fino alla distanza, in cui esse poterono giungerci.

Era il fiume Alten quello che prendevamo a navigare; e ci parve uno de' più belli, che fino allora avessimo veduto. Esso è formato nel suo principio da una successione di laghi, differenti per estensione, e per figura, con isolette varie, ornate di bei gruppi di betulle: onde lungi dall'avere un aspetto aspro, e selvaggio, il paese potrebbe piacere anche in un clima temperato. L'acqua poi era chiara come un cristallo, e le sponde coperte di una sabbia finissima.

Io debbo qui dire come, quantunque fossimo sempre durante questo viaggio sull'acqua, noi eravamo tormentati da una sete continua. L'acquavite ce la faceva crescere, e quella de' laghi, e de' fiumi, essendo troppo esposta all'azione continua del sole, ci nauseava. Ma se trovavamo una fontana ombreggiata da alberi, od uscente da qualche secreto sbocco di monte, oh! allora che delizia! Ne trovammo alcune di queste fontane, la cui temperatura non andava oltre i quattro, o cinque gradi; facevamo gozzoviglia da epicureo.

Proseguendo il viaggio incontrammo una doppia cateratta in un sito ove le acque dell'Alten si uniscono tutte in un canale, che vien chiuso da un masso enorme di rupi. Ivi la velocità, colla quale la corrente si precipita, produce nel letto inferiore una tale agitazione, che vi si alza una nube di vapori, in cui la luce del sole rifrangendo forma il più maestoso arco baleno, che possa vedersi. Ma ivi non può passarsi per la lunghezza di un miglio: onde dovemmo strascinare per terra i nostri battelli fino al sito, in cui il fiume era praticabile. I Laponi che ci guidavano, aveano sul lembo della cascata stabilito un magazzino di pesci che facevano seccare al sole. Noi, dopo avere ammirato le selvaggie bellezze della cascata, accendemmo sulla riva un fuoco per preparare di que' pesci, lessandone alcuni, ed altri arrostendone. Mangiato poi che avemmo ci rimettemmo ancora in viaggio, ed a misura che procedevamo, sempre più ci colpiva la magnificenza di quella cataratta; e i numerosi suoi accidenti spiegavano ognora più a' nostri sguardi l'ammirabile loro maestà. Noi cedemmo al piacere di disegnarla. Ma cosa è il disegno in confronto della realtà?

Noi prendemmo il cammino sopra un braccio del fiume, la cui corrente avea una tale rapidità, che al dire de' nostri Laponi in un quarto d'ora facemmo circa otto miglia; e per provarci il fatto c'invitarono a tener l'occhio ai nostri orologi; e la prova ci mostrò che avevamo impiegati 20 minuti per fare un miglio di Norvegia, il quale appunto equivale ad otto de' nostri. I nostri condottieri aveano allora bisogno di qualche riposo; e noi smontammo, ed alzammo le nostre tende presso la piccola chiesa di Massi alla dritta dell'Alten. Ivi accendemmo varii fuochi per difenderci da quegli eterni inimici, che trovavamo pronti da per tutto a succhiarci sino all'ultima stilla il nostro sangue. Intanto innanzi di riposare i nostri Laponi ci domandarono la permissione di andare a gittar la rete nel fiume, ove furono accompagnati dal nostro interprete. Un quarto d'ora dopo ritornarono con più di 200 pesci di diverse sorti, e grandezza; ed alcuni erano lunghi più di un piede. Se ne preparò una parte per nostro pasto: gli altri furono sventrati, e attaccati agli alberi perchè si seccassero.

La mattina seguente prima di rimetterci in viaggio andammo a visitare la chiesa di Massi, situata in mezzo a boschi, e macchie a circa 300 passi dal fiume. Se non avessimo ancora veduto Laponi, vedendo questa chiesa avremmo dovuto concludere che i Laponi sono uomini pigmei; ma come avevamo già veduto che i Laponi non sono pigmei, osservando la singolare picciolezza delle dimensioni, nelle quali questa chiesa è fabbricata, io mi sentii obbligato in coscienza a credere che si fosse qui fabbricato il modello della chiesa, anzi che la chiesa. Immaginatevi ch'essa ha una porta non alta più di tre piedi, un tetto alto ai fianchi sei piedi; e che l'edifizio totale, compreso il vestibolo, la nave, e la sacristia, non eccede in lunghezza 120, o 130 piedi, e i 12 in larghezza. Più che penso a questa chiesa pigmea, e più mi perdo in mille fantasie, che non mi so spiegare. Che siasi voluto fare la satira delle colossali chiese che si ammirano in tutti gli altri paesi? Ma nè i Laponi s'imbarazzano a far satire sui paesi che non conoscono; nè sono stati sicuramente i Laponi, che hanno disegnata, e fabbricata questa chiesa pigmea.

Avevamo navigato per venti miglia quando c'incontrammo in due Laponi di Kantokeino, venuti a cercar migliore pescagione. Nel sito, in cui eravamo giunti, dovevamo smontar di battello, e metterci a sgambettare sulla grande catena delle montagne, tra le quali l'Alten va serpeggiando, e ripiegandosi in mille giri. Esso presenta ivi varie cataratte, le quali rendono la navigazione impraticabile. I nostri cinque Laponi s'intesero con codesti due, onde si unissero loro ajutandoli a portare le robe nostre; e messi a terra i battelli, e bene assicurati ad alberi, ci ponemmo tutti a trottare per la montagna alla sinistra dell'Alten, vicinissimi ad un fiumicello chiamato Koinosjoki, il quale discende dal monte Kulli-tunduri. Questo fiumicello ha nel suo corso una cascata singolarissima in quanto che s'apre il passo attraverso di una rupe, che s'ha forata a modo di un ponte. Continuammo a salire per quattro buone miglia attraverso di betulle nane, e di un musco molto fitto: cosa che ci affaticava assai. Il cielo era coperto di nubi; ed il calore soffocante. Sarebbe bastato questo per una congrua penitenza della nostra temerità: ma, no signore: voleasi una giunta peggiore. La temperatura, che correva, era favorevolissima per le zenzale, che ad ogni nostro passo tra que' cespugli, e quel musco uscivano a sciami, e ci avviluppavano dalla testa sino ai piedi. Dopo le quattro miglia, che ho dette, la montagna cominciò a comparire arida e nuda: non più un albero, che potesse darci idea di distanze: tutto il suolo era coperto di musco ordinario, salvo dove quell'immenso tappeto veniva rotto da paludi, da bacini d'acqua, e da laghi, il complesso delle quali cose rendeva il paese malinconico e tristo oltre ogni dire. In quel deserto andavamo ogni momento a pericolo di perderci, mancando d'ogni segno d'indicazione. Alla cima della montagna attraversammo uno spazio di circa 15 miglia, ora smarriti tra le nubi, ora inceppati nelle nevi, quantunque fossimo nel cuor dell'estate; e là la temperatura era ben cambiata. Fortunatamente le zenzale non aveano ivi ospitalità favorevole; e se non avessimo dovuto passare fra cespugli, appena avremmo provato da que' crudelissimi nemici qualche assalto. Ma quelli, che sul principio del nostro salire la montagna avevamo fatti alzare, ci accompagnavano fedelmente anche lassù; e ci perseguitavano ancora in mezzo alla neve; nè aveamo mai un filo di vento che ci soccorresse. Nel passare per que' tremendi luoghi vedemmo un lepre bianco, ed alcuni uccelli proprii di quelle alture, e ci venne in pensiero di far uso delle nostre armi. Ma que' nemici ostinati c'impedivano anche questo piccol conforto per quanto stava in loro: imperciocchè dovendo noi cavarci i guanti per caricare, prender la mira, e toccare il punto, ci cadevano a migliaja sulla parte del corpo, che dovevamo lasciar nuda. Noi eravamo disperati, non avendo alla mano con che far fuoco, onde cacciare da noi quella peste. Andando in traccia di qualche albero ci abbattemmo fortunatamente in una capanna, che il più vecchio delle nostre guide ci disse essere stata eretta da alcuni mercadanti per luogo di loro riposo, e per iscaldarvisi in tempo d'inverno. Questa capanna non era più che un quadrato di otto, o dieci piedi, tutta di legno, e con in cima un'apertura per l'uscita del fumo. Noi facemmo chiudere quell'apertura per meglio conservare di dentro il fumo; e v'entrammo poscia quando accesovi il fuoco, fu piena di fumo tutta quanta. I malefici insetti allora furono obbligati ad abbandonarci. Noi eravamo lì stretti come le sardelle nel barile; ma così stretti, e così affumicati, non avendo per sedere, o giacerci che la nuda terra, dico apertamente che mi pareva di stare assai meglio, che in qualunque buona locanda d'Inghilterra, o di Francia. Primo nostro pensiero, così ammonticchiati tutti l'uno sull'altro intorno al fuoco, fu di prepararci la cena colla selvaggina procacciataci cammin facendo; e tuttochè non cessassero gli occhi di sgocciolarci pel fumo, andavamo lietissimi tracannando grossi bicchieri d'acquavite alla distruzione dei nemici, che ci tenevano bloccati. Dopo avere ben bevuto, e ben mangiato, e bevuto ancora, attortigliati insieme come le biscie ci addormentammo. Il tempo intanto si era mutato; ed un vento gagliardissimo erasi alzato, il quale minacciava di rovesciarci addosso la capanna. Non era quella capanna molto forte; ma grande consolazione era per noi il pensare che quel vento procelloso cacciava al diavolo quelle zenzale pestifere; e ad ogni fischio del vento ci dicevamo l'un l'altro: ecco i nostri nemici in piena rotta: l'assedio è finito; ed essi sono a qualche miglio lontani; e così dicendo ci addormentavamo placidissimamente di bel nuovo. Ma non era già vero che i nostri nemici fossero andati via; e ben ne feci io trista prova. La mattina corsi fuori della capanna senza guanti, senza velo, e senza cappello, avido di respirare l'aria fresca; e mi fermai ad osservare tranquillamente l'aspetto del paese, e volli anche fare un giro all'intorno della capanna per assicurarmi da me se noi fossimo in fine liberi dai nemici; quando eccoli uscire da una imboscata, e saltarmi addosso a sciami senza misericordia, e coprirmi in ogni parte. Come io mi dibattessi, come menassi e mani e piedi, lo lascio concepire a chi può farsi una giusta idea del flagello, sotto cui mi trovava. Corsi alla capanna, sperando nel fumo, che ivi avea lasciato; ma non ve n'era più ombra. Pare che il demonio avesse suggerito a que' tristi insetti di accovacciarsi in tempo della procella nel di dietro di quella catapecchia per difendersi dalla violenza del vento, col proposito di ripigliare i loro assalti tosto che fosse ritornata la calma. Ed in fatti appena ci rimettemmo in viaggio, li vedemmo assalirci in maggior numero pur anche di prima.

Noi dovevamo fare ancora 40 miglia prima di arrivare al villaggio di Alten. Il temporale durato tutta la notte non avea purgata l'atmosfera a modo che il cielo fosse rimasto chiaro; e lo spazio che dovevamo percorrere in quella giornata ci presentava una prospettiva quasi trista al pari dell'antecedente. Qualche volta considerando la quantità di neve che incontravamo, ci pareva di dover essere alti più che lo fossimo stati sulle montagne passate dianzi; e il nostro domestico in particolare non sapeva darsi pace vedendosi tanto vicino alle nubi, e parendogli d'essere lì lì per montare in cielo. Una volta, avendo voluto appressarsi ad una nube splendente di bei colori, tanto andò oltre, che si smarrì; e per qualche tempo lasciò noi incerti di sua sorte, poichè avendo sparati i nostri fucili per chiamarlo, tardò assai tempo a farcisi vedere. In fine incominciammo a discendere, e giungemmo come per incanto ad un paese ineffabilmente bello, e splendente, per la prospettiva maestosa che ne presentavano i monti, per la superba vegetazione, onde tutto era animato; e meraviglia, e contentezza ispirava agli animi nostri la confortatrice stupenda forma colossale, in che ogni cosa in quel nuovo mondo colpiva i nostri occhi. E crebbe ben presto il nostro piacere, singolarmente rivedendo di nuovo l'Alten, traente le sue acque fra ricchi prati, e con quella rapidità, che avevamo già ammirata nel nostro passaggio da Kantokeino a Koinosjoki. Da Kantokeino al bel luogo, ove allora ci trovavamo, spazio di 120 miglia, non avevamo incontrata mai altra faccia umana, che quelle dei due Laponi aggiuntisi alla nostra brigata. Qui trovammo un pescatore venutovi per cercar de' sermoni. Avea costui seco la sua donna, la quale quando sentì il calpestio nostro, fu così spaventata, che incominciò a persuadere al marito di prender la fuga insieme con lei per paura di rimaner preda di qualche bestia selvaggia, o di qualche incognito mostro. Ciò che dimostra come sia cosa assai straordinaria il trovare in que' boschi deserti figure umane. Quando giugnemmo presso que' due la donna non era rinvenuta ancora dalla paura. Quella donnetta era giovine; e il cangiamento che la paura avea portato nella sua fisonomia, la rendeva anche più interessante. Forse la solitudine, in cui eravamo, forse l'essere da tanto tempo privi del consorzio del bel sesso, contribuivano a destare in noi que' dolci sentimenti. Ma era in lei anche qualche cosa, che poteva più direttamente contribuirvi: chè quella cara donnetta non era indegna d'aver posto tra le bellezze del Nord. Avea gli occhi neri, i tratti regolari, i capelli castagni......, ed io non poteva levarle gli occhi d'addosso; nè altro oggetto fuori di lei mi attraeva. Suo marito avea una buona provvigione di sermoni eccellenti; ed avea anche un vaso, in cui cuocerli. Incominciò a tagliarne due, o tre in sottilissime fette; le mise a bollire, e le conciò con alcune erbe, con sale, e con un pugno di farina d'orzo, che portava in un sacco; e di questa vivanda quel buon uomo ci regalò. Non avevamo nè piatti, nè forchette, nè cucchiai: supplimmo con pezzetti di scorza di betulla; e facemmo un desinare eccellente.

Il battello di quel Lapone ci fu di grande utilità per discendere pel fiume, la cui corrente ci portò prestissimamente ad Alten, dopo tanta fatica fatta per quaranta miglia di sì aspra montagna. Ma altra giunta di fatica ci aspettava pur anco. Smontati del battello per entrare in un bosco, ove i sentieri che vedevamo, indicavano abbastanza che finalmente eravamo giunti in paese d'uomini, andavamo domandando alle nostre guide ad ogn'istante che andavamo innanzi, ove fosse Alten-Gaard; quante miglia avessimo fatte, e quante ci rimanessero da fare. Costoro non ne sapevano più di noi; e finimmo col riconoscere che ci eravamo intricati in un laberinto, sicchè dopo aver camminato un'ora e più ci trovammo precisamente sul luogo, in cui avevamo posto i piedi uscendo del battello. Ad onta però della fatica fatta, e di quella che dovevamo fare ancora, non potemmo trattenerci dal ridere, prendendo la cosa con filosofica disinvoltura; ma per non cadere di nuovo in errore, ricorremmo al nostro compasso, indicando alle guide il punto, a cui meglio doveano dirigersi. Ciò produsse buon effetto; ma ci rimanevano otto miglia di strada; ed eravamo tutti non mediocremente stanchi. Ci rifuggimmo in una casa, che per gran ventura trovammo; ed ivi prendemmo riposo. All'indomani arrivammo alla abitazione di un mercante norvegio, il quale è il solo, che con alcuni suoi uomini costituisca il popolo di Alten-Gaard, tanto da noi desiderato.

CAPO XV.

Situazione di Alten. Veduta dell'Oceano-glaciale. Abitanti di Alten, ed ospitalità avutane. Navigazione per l'Oceano-glaciale, e visita della costa. Monte Himelkar, e cascata che ne discende. Visita ad alcune abitazioni di Laponi. Stato de' Laponi stabiliti sulla costa. Laponi erranti: loro tende, loro beni, e loro renne.

Andando all'abitazione del mercante norvegio osservammo in un vicino pascolo due o tre cavalli. Da 500 miglia in poi questa specie di animali era sparita dagli occhi nostri; e il vederne allora ci denotava qualmente eravamo giunti all'abitazione di una persona educata in un paese incivilito, e per conseguenza estranea a questa contrada. La casa era situata sopra una eminenza, e guardava da un canto montagne che vi eran di contro, e masse di neve, delle quali esse sono perpetuamente ricoperte: dall'altro canto essa avea la vista dell'Oceano-glaciale, che da questa parte s'avanzava verso la terra, e formava una specie di golfo, vicino al quale essa casa era fabbricata. Quale fu mai la contentezza nostra trovandoci finalmente a sì poca distanza dall'oggetto che ci avea fatto risolvere ad intraprendere il nostro viaggio, e che metteva fine a tanti stenti! Il bel colore del mare, paragonato colla nudità delle masse che si vedevano da lontano; la brillante trasparenza delle azzurre sue acque, presentavano il più ridente spettacolo. Ma nulla più commoveaci, e ci dilettava, che la idea di essere ben riusciti nella sì pericolosa nostra intrapresa. La vista di quelle montagne coperte di neve, e il nome di Oceano-glaciale, o di Mar-gelato, in mezzo ad un calore grande come il maggiore che si senta in Italia, accrescevano il contrasto tra i due estremi, e distinguevano alla nostra immaginazione questo luogo come un fenomeno, che non può incontrarsi in nissun altro paese.

Per meglio approfittare de' godimenti, che allora provavamo, ci risolvemmo a tuffarci nelle onde di questo mare, in questa regione sì ospitale, e rifocillare le nostre membra defatigate con un sì grato bagno. Ma il Mercante, con cui avevamo già legata conoscenza, ci consigliò a non farlo, poichè nissuno il faceva per la quantità de' pesci cani, che frequentano in quella stagione le rive. Questa considerazione però, comunque di peso, nulla valse sulla nostra vanità, preferendo a tutto il piacere di poter dire: mi sono bagnato nell'Oceano-glaciale. Ma entrati in quelle acque non istemmo guari ad uscirne per la singolare freddezza delle medesime, così che ci si erano di tal maniera intirizzite le gambe, che stentammo assai assai a recarci sul lido.

Di ritorno all'abitazione ci eravamo un po' forbiti, e conciati, essendo sei giorni che non ci avevamo fatta la barba, quando ci si venne a dire, che la tavola era pronta. Fu per noi gratissima sorpresa il trovare ivi un lusso di apparecchio e di vivande, che non ci avevamo mai figurato in tali luoghi. Il piacere di essere giunti al Mar-gelato, che pur era grande, cedette a quello di vederci innanzi le tante buone e salubri cose, che per sì lungo tempo avevamo dovuto dimenticare, obbligati a contentarci di alimenti grossolani, mal condizionati, mal sani forse, e il più delle volte anche minori del bisogno. Ci parve d'essere stati trasferiti nel palazzo di una Fata. Aggiungevasi poi l'amenità della conversazione. La moglie del Mercante era una eccellente reggitrice di casa, e sapeva cucinar bene: un domestico assai intelligente serviva a tavola: tra' convitati v'era il balì di quella parte di Laponia, il quale rimasto vedovo era venuto a convivere con questa famiglia; codesto balì era una degna persona, generalmente stimato in tutto il cantone. Noi ci trovavamo qui tanto bene, che con vero rincrescimento incominciammo a parlare di continuare il nostro viaggio verso il Nord. Il tempo, e la stagione non permettevano che ritardassimo la gita. Secondo le informazioni prese, da Alten al Capo-Nord correvano circa 240 miglia, le quali era impossibile attraversare per la via di terra: bisognava dunque pigliare quella dell'Oceano. Ci si disse che tutta quella penisola era una catena di montagne rotte da laghi, che ci avrebbero interrotto ad ogni passo l'andar oltre; e ci si aggiunse, che quando pure fosse stato possibile per quella via il cammino vincendo ogni ostacolo, verisimilmente non potremmo arrivare al Capo-Nord in meno di 15 giorni. Ci si faceva in oltre osservare che un tal viaggio non era mai stato intrapreso da veruno in estate a cagione della sua lunghezza, e delle insormontabili difficoltà che presenta; e siccome il nostro tempo era limitato, e che avevamo una grande strada da fare per riportarci a Tornea, avremmo potuto perdere il vantaggio della stagione opportuna al ritorno. Che se per caso fossimo colti da qualche cattivo tempo, saremmo stati costretti a differire il ritorno fino a che l'inverno fosse bene inoltrato per poterci servire di slitte. Per tutte queste considerazioni ci risolvemmo a fare il viaggio per acqua, non senza però il pensiero di fare anche qualche escursione per terra quando fossimo alla meta del cammino.

Il terzo giorno adunque, dacchè eravamo giunti ad Alten, il Mercante ci procurò un battello scoperto, con quattro remiganti, uno de' quali avea già passato il Capo, e sapeva bene la strada: gli altri tre erano buoni marinai, usi a frequentare quel mare a cagione della pesca. Quegli, che faceva le funzioni di piloto, era di Norvegia; i tre altri parlavano la lingua finlandese, e la lapona. Con tutte le precauzioni e le intelligenze prese la nostra gita dovea essere interessante e dilettevole. Eravamo provveduti di cuscini, di materassi, di buoni vestiti, e di buone coperte: eccellente era tutto quello che portavamo con noi in vino bianco, in acquavite, in volatili, in sermoni, in vitello, in presciutto, in caffè, in tè, con tutti gli utensili necessarii per la cucina. Avevamo in somma con noi tutto quello che poteva risarcirci delle privazioni fino allora sofferte; e pareva che ci preparassimo piuttosto ad una partita di piacere, che a terminare un penoso viaggio sull'Oceano-glaciale. Il golfo, in cui incominciammo ad internarci, penetrando in diverse gole delle montagne, presentava dappertutto un aspetto magnifico, e interessante.

Partimmo da Alten il lunedì, 15 luglio, a due ore dopo mezzogiorno, e non arrivammo al Capo se non se la notte del venerdì venendo al sabato. A 3 miglia da Alten passammo su la dritta di una montagna chiamata dai Norvegi Himelkar, che vuol dire Montagna dell'uomo celeste , dalla quale cadono cinque o sei cascate, alte da cinque in seicento piedi. Più lungi ne trovammo un'altra più notabile ancora, e della cui acqua ben bene ci empimmo. Fummo poi curiosi di salire quelle montagne per vedere d'onde questa cataratta prendesse la sua origine; ma quando fummo giunti alla cima, trovammo con nostra sorpresa una prateria magnifica, alla estremità della quale era un'altra cascata proveniente da una montagna più alta. Io credo che tutte queste cascate sieno prodotte dallo scioglimento delle nevi, che vedevamo coprire i monti più lontani, e le cui cime ignude formavano il fondo del quadro. Questa ultima cascata precipitavasi giù di una piccola montagna, ornata su tre de' suoi fianchi di un bosco di betulle, che sorgeva in anfiteatro, e stando alla sua regolarità sarebbesi detto piantato da mano industriosa. A piccola distanza da questa cascata, la cui presenza animava que' luoghi, era una casetta di legno coperta di zolle di verdura, ed abitata da una famiglia di Laponi stazionarii. Io desiderava di visitarli; ma una delle nostre guide mi consigliò, nè senza ragione, a non presentarmivi a dirittura da me, e a farmi prima annunciare da qualcheduno, perchè quella famiglia sarebbe forse rimasta spaventata alla vista di un forestiere sì diverso da essi per la statura, e il vestito. Andò dunque egli stesso a quella casa; ma non vi trovò nessuno: la famiglia era ita a qualche spedizione di pesca, o tra le montagne a curare le renne. Gli architetti delle case di codeste coste sembrano stati alla scuola di quello che edificò la chiesa di Massi, quantunque codesti tugurii non possano stare in proporzione rispetto a quella chiesa, che in quanto le case nostre vogliansi mettere in proporzione colle nostre cattedrali: non so dire se ci contenessimo ne' termini di civile discrezione in quella visita; quello ch'è vero, si è, che non vi fu nè angolo, nè buco, in cui non volessimo mettere il naso, ponendo le mani fino nelle saccoccie di quella gente, giacchè i Laponi sono sì beati, che non hanno bisogno nè di chiavi, nè di serrature. Non vi trovammo alcun oggetto di lusso, se per avventura non fosse tale una scatola di resina, che cola da una specie di un abete proprio di quelle contrade, e che forse più che a senso di piacere essi usano a medicatura di ferite. Ritornammo non senza fatica al nostro battello dando un eterno addio a sì vago e piacente luogo, che non avremmo riveduto più, e che non invidia i luoghi più pittoreschi della Svizzera.

Perfetta calma regnava sul mare, e la violenza del caldo opprimeva tutti i remiganti nostri, che non potevano adoperare i remi senza disfarsi in sudore. Per dar loro un po' di riposo, e nel tempo stesso soddisfare alla nostra curiosità, andammo a ricercare tutti i Laponi stabiliti sulla costa, e i quali viveano generalmente alla distanza di otto, o dodici miglia l'una famiglia dall'altra. In tutte le loro abitazioni regnava l'abbondanza e la contentezza: ogni Lapone è possidente all'intorno della sua abitazione di un terreno, che ha un circuito di otto miglia: tutti hanno vacche, dalle quali traggono un latte eccellente, ed hanno prati, che loro danno fieno pe' loro bestiami l'inverno. Ciascuno ha poi provvigione di pesce secco, non solamente per proprio uso, ma ancora per barattarlo in oggetti di lusso, cioè in sale, in farina, in avena, e in qualche panno. Le loro case sono costrutte in forma di tende, ed hanno un'apertura in alto per ricevere la luce, e dar passo nel tempo stesso al fumo. Il fuoco sta nel centro della camera; ed essi vi dormono attorno gli uni presso gli altri. In inverno, oltre il calore del fuoco, godono anche di quello, che loro procurano le loro vacche, colle quali dividono l'abitazione all'uso de' montanari di Scozia, e degli abitanti delle isole settentrionali. In estate le porte delle loro case stanno sempre aperte; e quantunque in tale stagione non vi sia notte, essi sono accostumati a dormire alla medesima ora che gli altri Europei. Soventi volte siamo entrati ne' loro abituri a un'ora, o due della mattina, se è permesso così esprimersi, parlando della stagione attuale, e sempre abbiamo trovata la famiglia a letto, e dormiente, senza che la presenza nostra, e la nostra conversazione turbasse per un buon quarto d'ora la dolcezza del loro riposo. Essi dormono in quella placida sicurezza che ispira il non avere a temer nulla. Le sole cagioni de' loro timori sarebbero gli orsi, e i lupi; ma tali bestie non vanno mai verso le abitazioni de' Laponi che hanno fissa dimora: bensì vanno dietro le traccie de' Laponi nomadi, e delle loro greggie, così cercando di provvedere ai loro bisogni: d'altra parte niun animale velenoso chiama in queste aspre contrade la vigilanza dell'uomo, affine di preservarsi da ogni pericolo.

Il governo non ha nulla a fare per amministrar la giustizia; e questo popolo, il quale non ha di che piatire co' suoi vicini, non ha bisogno di una protezione, che gli riuscirebbe più onerosa che utile. Alcune orde di abitanti dispersi per una immensa estensione di terra hanno poche ragioni per darsi scambievoli assalti: l'eguaglianza di stato tra loro, il silenzio ordinario delle loro passioni, e la dolcezza del loro carattere, impediscono e l'occasione d'ingiurie, e i risentimenti, ch'esse alimentano. Vero è che i Laponi sono senza difesa; ma i rigori del loro clima, e più ancora la estrema loro povertà li rendono sicuri sul timore di una invasione. Vivono dunque senza protezione, e non hanno mai piegato servilmente il ginocchio d'innanzi ad un padrone. Nè è poi certamente in queste regioni boreali, che vengasi a cercare i tristi esempi delle tirannidi, de' quali è piena la storia; o delle fallacie, e degli spergiuri, sì frequenti tra le nazioni che si vantano di civiltà, e che a malgrado dell'orgoglio, che loro ispirano i vantaggi che dalla civiltà ritraggono, non mancano di commettere atti di barbarie ripugnanti ad ogni credenza.

In una delle famiglie visitate da noi fummo testimonii di una scena veramente toccante; e servì a convincerci che la sincera e viva cordialità non è estranea a queste latitudini gelate. Noi entrammo a tre ore dopo mezza notte in una casupola, ov'erano il marito, sua madre, una moglie giovine, e due piccoli ragazzi. Dormivano tutti, e noi aspettammo qualche tempo, onde potessero agiatamente svegliarsi. Aveano tutti il medesimo letto, cioè a dire il suolo coperto di frasche e foglie della odorosa betulla: le loro coperte erano pelli di renne. Dormivano alla maniera de' Laponi vicini al mare: intendo dire vestiti de' loro abiti, che erano larghissimi da ogni parte, e non nocivi per alcun modo alla circolazione del sangue. La giovine donna fu la prima a svegliarsi; e gettando gli occhi sopra uno de' nostri battellanti, che riconobbe, gli testificò il suo piacer di rivederlo, ed entrò in discorso con esso lui nella lingua lapona. Poco dopo svegliaronsi e il marito di essa, e la suocera; ma i ragazzi continuarono a dormire profondamente. La vecchia vedendo il Lapone diede tosto in un pianto dirotto; la nuora ne seguì l'esempio; e così fece il nostro battellante: poco stemmo a piangere anche noi, ma per una di quelle simpatie, che hanno per interprete il cuore, e non le labbra; quando entrato in casa il nostro interprete, e trovandoci piagnenti, ci domandò in finlandese la cagione della nostr'afflizione. Noi non potevamo dargliene alcuna; ma non così era della vecchia. Essa avea veduto quel battellante l'anno precedente; e allora essa godeva buona salute; ma da quel tempo in poi era stata colpita da apoplesia, che le avea tolto l'uso della favella. Dopo alcuni momenti dati a questa generale commozione, e quando ciascuno fu rimesso in calma, noi domandammo un po' di latte, e di formaggio di renna: immantinente la reggitrice della casa uscì, e ci condusse alla dispensa, la quale era un piccol casotto di legno, piantato sopra alcuni piuoli ad una certa distanza da terra, perchè le provvisioni ivi tenute non rimanessero alterate dalla umidità della neve in inverno; e fummo sbalorditi veggendo la quantità delle cose, che quella brava reggitrice teneva nella piccola dispensa. Ivi era molto pesce secco, e carne di renna secca anch'essa; e formaggio, e lingue di renne, e farina di avena; poi pelli di renne, pelliccie, ed abiti di lana, ed altre cose. Tutto annunciava uno stato agiato, ed anche ricchezza; e ciò che merita d'essere particolarmente osservato si è, che quella buona donna ci offrì tutto quello, di che avessimo bisogno nella più pulita e cordiale maniera, e senza mostrare che neppure per ombra pensasse a quanto potessimo noi darle in ricambio. Ben lontana da questo essa persistette a ricusare il denaro che le offrimmo per le cose da noi accettate. Io ho veduto pochi paesi, in cui gli uomini vivano in sì grande agiatezza, e in tanta beata semplicità, come sulle coste marittime della Laponia. Le loro casupole sono scure ed anguste: non hanno lettiere, non sedie, non tavola: assidonsi per terra; e in terra dormono sopra foglie di betulla. Ma che serve? essi in casa non mancano di alcuna cosa, che sia loro necessaria; e ciò loro basta. Quanto alla situazione, le loro case godono di un aspetto ridente, essendo per la più parte poste sulla riva del mare, fabbricate ora a' piedi, ed ora a' fianchi delle montagne, e sempre presso a luoghi, in cui la mano benefica della natura ha posto grassi pascoli, e fecondissimi, senza bisogno che alcuno li coltivi; ed è per certo sopra ogni cosa avventurosissima sorte, che possano dire qualmente il suolo che calcano co' piedi, e la terra che provvede ai loro bisogni, sono veramente roba loro, senza temere che un despota venga a turbarli nel loro possesso. I soli nemici che abbiano da temere sono alcuni mercanti, i quali vengono a stabilirsi sulle loro coste, e la cui avarizia e cupidità abusano di loro innocenza, e della loro inclinazione, per vender loro ad un prezzo eccessivo i liquori forti, ed altre cose, delle quali abbisognino.

Noi lasciammo quella casa per continuare la nostra navigazione. Ma fatte appena cinque, o sei miglia, la violenza del vento ci sforzò a ritornare a terra. Approfittammo adunque di questa nuova circostanza per fare una corsa nell'interno del paese, e cercare qualche oggetto capace di fissare la nostr'attenzione, come sarebbe stato l'incontro di Laponi nomadi colle loro greggie, e le loro tende. Facemmo da sette in otto miglia a piedi, e trovammo qua e là tra quelle montagne siti deliziosi, fresche vallate cinte da montagne coperte di betulle, e d'altri alberi. In mezzo alle nostre fatiche gustammo il piacere di riposarci all'ombra sulla riva di limpidi ruscelli, che serpeggiano per quelle vallate. In fine trovammo una tenda di montanari, ove la nostra curiosità trovò materia, su cui esercitarsi. Questa tenda avea forma conica, in ciò dissimile da quella che per ordinario hanno le altre tende. Ficcano in terra parecchi pali, o grossi rami d'albero tagliati di fresco, e li raffermano sopra un largo cerchio fatto a terra, e a que' pali, o rami, danno in alto una direzione diagonale in maniera che s'incontrano insieme nella loro estremità superiore. Foderano poi l'ossatura nel suo contorno di parecchie pezze di stoffa cucite le une colle altre. Il diametro di quella, in cui noi entrammo, avea alla sua base circa otto piedi: in mezzo era il fuoco, e presso questo era assisa la donna del padrone della tenda, suo figlio, ancor fanciullo, e alcuni cani poco ospitali, poichè non cessarono mai di abbajare finchè noi ci fermammo ivi. Presso la tenda era una catapecchia composta di cinque o sei pali obbliquamente disposti in modo che s'incrociavano alla cima, ove poi erano legati insieme tutti, e coperti, come la tenda, di pelli, e di pezze di stoffa. Sotto questa catapecchia que' Laponi custodiscono le loro provvisioni; e quelle ch'erano ivi, consistevano in formaggio, in una piccola quantità di latte di renne, e in pesce secco. Più lungi una cattiva palizzata fatta in fretta serviva di parco alle renne quando le radunano per mungerle. Quegli animali non erano ancora ritornati allorchè noi arrivammo; e stavano pascolando alla montagna, d'onde non doveano ritornare che alla fine del giorno. Come noi non ci sentivamo in gambe per andare a trovarle con pericolo di perderci per le strette de' monti, giacchè la troppa uniformità poteva ingannarci, pensammo far meglio offrendo a que' Laponi un poco d'acquavite perchè coi loro cani andassero a trovar le renne, ed a condurle al loro domicilio, o ad altro luogo che riuscisse a noi vicino. Appena que' Laponi ebbero assaggiata l'acquavite, che loro data avevamo come pegno di maggior ricompensa, sentimmo l'abbajare de' cani eccheggiare per le montagne; e i Laponi ci dissero quello essere il segnale dell'arrivo delle renne. Infatti un istante appresso vedemmo comparire e discendere dalle alture trecento renne per guadagnar le vallate, la cui erba fresca prometteva ad esse miglior pascolo. Noi insistemmo perchè le facessero entrare nel recinto della palizzata, onde osservare i loro andamenti, e gustare del loro latte munto al momento. Tutto si fece secondo il desiderio nostro; ma non era senza difficoltà, perchè quegli animali non avvezzi ad essere chiusi tanto presto resistettero per qualche tempo. Ma e gli uomini, e i cani la vinsero. Avemmo dunque tutto l'agio, posciachè le renne furono pel chiuso, di vedere quegli utili animali, che i primi nomadi estranei ad ogni civiltà seppero addomesticare e sottomettere. — Que' poveri animali erano magri magri: aveano un'aria di tristezza e di patimento: il loro pelo era basso, e il respiro, come lo mandavano fuori affannoso, dimostrava abbastanza, che una stagione sì calda gl'incomodava. La loro pelle inoltre qua e là era ulcerata per le morsicature di una specie di tafano, il quale cerca per tal maniera di aprirsi un luogo, in cui deporre le uova, con doppio tormento delle renne, sì per le piaghe che vi aprono sulle varie parti del corpo, sì pel rodimento che vi cagionano gl'insetti a mano a mano che in figura di vermi sbucciano da quelle uova. Io presi parecchi di quegli insetti, e molte di quelle uova colla intenzione di regalarne i miei amici entomologisti, che si dilettano di far raccolta di tali cose. In quanto al latte che assaporammo, era assai lontano da quello che le renne danno in inverno. In estate esso contrae un certo gusto di selvaticume e di forte, che si avvicina al rancido.

Ma le nostre guide ci avvertirono essere tempo di ridurci al battello, e di approfittare di un venticello fresco, che s'era alzato, e ch'era propizio alla nostr'andata. Prendemmo dunque congedo dai nostri Laponi, i quali ci testificarono il loro dispiacere per la sì presta nostra partenza, gittando uno sguardo di tutto cuore sul barilotto di acquavite che ci accompagnava.

CAPO XVI.

Delle renne: dell'indole di questi animali: del governo che i Laponi ne fanno: delle varie sorti di slitte che usano, ecc.

Ma poichè ho fatto menzione e qui ed altrove delle renne de' Laponi, è giusto che di questo sì interessante quadrupede dica qualche cosa di più particolare.

I più antichi naturalisti, che parlarono delle renne, le indicarono col nome di rangiferi . Il Linneo chiama la renna cervo dalle corna ramose, rotonde, colle sommità palmate ; e i caratteri che danno alla renna un'aria di famiglia co' cervi, sono la mancanza de' primi denti incisivi alla mascella superiore, il modo con cui le sue corna crescono, le quali divenute dure cadono tutti gli anni, e ripullulano ogni anno, come quelle del cervo. La differenza però tra la renna e il cervo si è, che la renna femmina ha le corna meno ramose, è vero, meno larghe e meno grandi, che quelle del maschio.

L'autunno è il tempo degli amori delle renne; e le femmine partoriscono in maggio. Una guerra sorge tra maschi quando s'incontra che desiderino la stessa femmina; ma il più attempato de' maschi, che è anche il più forte, vince nella lotta, e rimane il signore del gregge. Alcune femmine partoriscono ogni anno, altre ogni due: ve n'ha anche delle sterili. Quando la renna ha partorito perde le sue corna: i loro piccoli pochi giorni dopo essere nati, sono agilissimi, e possono correre quanto la madre. Ogni renna conosce i suoi parti per quanto numerosa sia la greggia, nella quale si trova. Se la madre è di pelame grigio-cinericcio, il figlio è rosso di pelo, con una striscia lungo la schiena; e quel colore diventa poi più cupo quando verso l'autunno il pelo cade. Alcune renne diventano bianche con macchie cenericcie sul corpo; ed ogni piccolo di color bianco procede da una madre che avea questo colore.

Le renne femmine sono più alte, e più forti di statura de' maschi. Molte hanno le corna ramosissime, ed alcune non ne hanno di nessuna sorta. Le corna cadono in autunno; le nuove sorgono da prima in figura di due piccoli tumori neri, che s'alzano sulla fronte. Quando le corna stanno per cadere, l'animale si mostra tristo; in questa circostanza le renne passano il loro tempo di riposo in mangiarsi reciprocamente que' pezzi di pelle, che al cader delle corna si sono distaccati, e che loro dà un aspetto schifoso. Questo è ciò che più volte ho avuto occasione di vedere, e che, per quanto io sappia, sono il primo a notare. Codeste corna sono di un tessuto al loro centro ben fitto, e molle alla loro radice: il tronco è rotondo; e si avanza insensibilmente in rami spianati. Soventi volte sono sì macchinose, che quando questi animali combattono insieme, si attaccano, e s'imbarazzano tanto, che bisogna che l'uomo accorra a liberarneli.

Le renne in estate sono tormentate da una mosca, la quale s'introduce pel naso, e penetra ne' seni frontali; e non se ne liberano che per mezzo dello sternuto, o di un respirar violento correndo. Soffrono anche di una malattia contagiosa, alla quale non si è ancora trovato rimedio, e che fa terribile strage di questi animali. La malattia, di cui parlo, consiste in un'affezione di milza. Si è altrove parlato del male, che alla renna fa il tafano. Un altro malanno, di cui le renne soffrono, è un panereccio, che loro viene all'unghia, e che il Linneo crede procedere dal tafano. Le renne femmine hanno sulle mammelle alcune piccole eruzioni, simili alla vaccina. Quando la renna può salvarsi da queste malattie, vive fino ai quattordici ed anche sedici anni: termine di sua longevità.

Il principal nudrimento delle renne in inverno è un musco biancastro, che i botanici chiamano licheno rangiferino : esse però se lo debbono guadagnare a forza di scoprirlo colle loro zampe di sotto alla neve. Guai, se la neve gelata l'indurasse tanto, che la renna non potesse giungere a penetrarla! Tutta la generazione delle renne perirebbe.

Le renne domestiche, le quali formano la ricchezza principale de' Laponi, in inverno non istanno mai al coperto. In estate trovano erba facilmente.

In alcuni luoghi della Norvegia s'impiegano le renne agli usi stessi, a cui s'impiegano i cavalli; e si tengono in inverno nelle stalle.

La renna ama appassionatamente l'orina dell'uomo; e fa meraviglia il vedere con che ardore lecchi la neve che ne sia imbevuta. Forse vi è attratta pe' sali, che l'orina contiene. Dicesi pure che faccia la caccia a que' sorci chiamati lemmi , de' quali però sembra non mangiare che la testa. La loro bibita è la neve, ch'esse vanno prendendo da mucchii, presso i quali passano quando sono attaccate alle slitte.

I più fieri nemici delle renne sono i lupi; ed i custodi di quegli animali non invigilano mai abbastanza per proteggerli dalla strage, che i lupi ne fanno. La loro diligenza diventa vieppiù necessaria in tempo di procella, tempo che i lupi spezialmente scelgono ponendosi in agguato per assaltare con buon successo le renne. Le renne stesse concorrono al proprio danno in tale circostanza, perchè invece di rifugiarsi alle tende de' pastori, ove sono chiamate, colte da terrore alla vista, od agli urli de' lupi, si sbandano fuggendo; e i lupi allora più agevolmente così disperse le assaltano, e le ammazzano. Dico le ammazzano, e non le divorano, poichè il missionario che ci ha informati, attesta di averne vedute stese sulla neve sei alla volta morte, senza che sul loro corpo apparisse ferita alcuna: sì violento colpo il lupo sa dare ad esse. Il che fatto, le strascina poi alquanto lungi dal luogo, ove le ha ammazzate, e là esso le mette a brani, e le divora. È notabile un'altra particolarità in proposito; ed è questa, che quando i lupi mettonsi alla caccia delle renne, il più delle volte sono accompagnati da molti corvi e cornacchie, il cui gracchiamento serve di avviso al pastore lapone che l'inimico si approssima; e a quel segnale si mette in guardia. Un'altra particolarità si è, che le renne, le quali sono con una corda raccomandate a qualche palo spessissimo vengono dai lupi risparmiate: laddove quelle che sono libere, soccombono.

I Laponi per distinguere le proprie renne da quelle degli altri, non ostante la confusione, in cui questi animali sono tenuti necessariamente in sì vaste solitudini, usano fare a ciascheduna un loro particolar segno all'orecchio mediante una incisione. Perchè poi ogni greggia possa esserne ben sorvegliata, e nissun animale si smarrisca, due volte al giorno conducono le renne al pascolo, e due volte le chiamano alle tende; e quest'uso sieguono anche nel cuor dell'inverno, quando le giornate sono brevissime, e le notti lunghe di sedici ore. A proposito di che chiunque abbia la più leggiera tintura del sistema solare, facilmente comprenderà perchè il sole in codesti climi rimanga per sette settimane sotto l'orizzonte; e perduto nella più bassa parte dell'emisfero non lascia che un debil luciore di alcune ore. Però per quanto rimanga allora l'atmosfera ottenebrata, non è mai nera tanto, che non si possa vedere quanto occorre per iscrivere, o per fare alcuna faccenda ordinaria, sempre che almeno il cielo non sia tutto coperto di nubi: il che s'intende dalle dieci ore della mattina sino all'un'ora dopo il mezzodì. Ciò succede nel solstizio d'inverno. Nel qual tempo il lume della luna, che costantemente splende, e quello delle stelle compensano. Passate poi le sette settimane accennate il sole comincia di nuovo a farsi vedere con uno splendore, che agli occhi di ognuno comparisce più brillante. Ciò arriva al primo di aprile, tempo in cui le giornate si sono tanto allungate, che le tenebre della notte generale principiano a sparire; e come nell'inverno il sole avea cessato d'illuminare per sette settimane la terra, nel solstizio estivo ritorna a rallegrare l'abitante comparendo sull'orizzonte, e brillando notte e giorno per lo stesso spazio di tempo. È però da notare che il sole della notte pare più pallido e brillante meno che il sole del giorno. Ma ritorniamo alle renne.

Quando esse recansi verso le tende, formano intorno ad esse un circolo, e vi rimangono giacenti finchè ritornano al pascolo. In inverno non potendo sperare per alimento che il musco del vicinato, debbono estendersi molto pel paese, onde procacciarsene; e sia tempo bello o sia cattivo, sono condotte al pascolo ad un'ora regolare. Come poi sovente i pastori per mettersi al coperto di una burrasca nevosa sono obbligati a ritirarsi dietro a qualche ammasso di neve, e vi si addormentano, succede qualche volta, che un lupo porta via una renna allontanatasi dalla greggia. La custodia di una greggia generalmente è affidata ai ragazzi, o ai servitori; e quando appartiene ad una famiglia formatasi di recente, e che non ha nè servitori, nè ragazzi, allora la cura rimane affidata alla moglie, la quale se per avventura ha un bambino, lo porta seco nella sua culla, e segue le renne, per quanto il tempo sia rigido. I cani, molti de' quali i Laponi mantengono, sono loro di grande ajuto per contenere e dirigere le renne, secondo l'occorrenza; e le renne ubbidiscon loro, ed essi ogni cenno intendono del custode; e tengono in buon ordine tutta la greggia. Quando nell'inverno questa è ricondotta alla tenda, e prende riposo, il Lapone, o la sua donna, esce per contare le renne, e per sapere se ne manchi alcuna, rimasta preda de' lupi; ed è raro il caso, che il Lapone a prima vista non iscopra la mancanza, se ve n'è, anche nel caso che la greggia sia composta di uno, o di due migliaja di teste.

Quantunque i Laponi delle montagne usino di condurre, come si è detto, due volte al giorno le renne al pascolo, in estate i maschi castrati e le femmine sovente si abbandonano ne' boschi a loro talento senza alcun pastore. In quella stagione le madri si lasciano allattare i loro piccoli, chiudendole in un parco fatto con rami d'alberi: parco che si costruisce a poca distanza dalla tenda. Ivi le donne hanno una facenda importante, ed è quella di sporcare le mammelle delle madri col loro sterco, onde quando sieno messi in libertà i loro piccoli non possano tettare. Dopo un certo tempo le femmine sono ricondotte a quel parco medesimo; e allora subitamente vengono le loro mammelle nettate; e come sono piene di un latte denso, si mungono. Ma le renne non soffrono molto pazientemente quella operazione; e bene spesso bisogna legarle per le corna con una corda. Una renna non dà più latte di una capra: contuttociò i Laponi ne hanno tante, che mai non mancano nè di latte, nè di burro, nè di formaggio.

Per la castratura de' maschi i Laponi usano un mezzo singolarissimo. Non ricorrono al coltello, nè fanno l'incisione preliminare; ma ammaccano co' denti le parti che altrove si tagliano. L'animale, che ha subita questa operazione, cresce di volume e di carne; ed è più forte de' lasciati interi: diventano quindi di un gran valore per chi n'è il padrone, di modo che quando si tratta di cose di molto prezzo, sempre si paragona alla renna castrata.

Un montanaro, le cui ricchezze in renne sono mediocri, spesso lascia le sue montagne, colla sua famiglia, e va a fissarsi presso la costa ove si occupa della pescagione, lasciando la cura delle sue renne a qualche persona che voglia incaricarsene.

Diciamo infine, che per quanto bene una greggia sia custodita, succede talora verso la stagione in cui diventano calde che vi si mescoli un maschio di razza selvaggia; e se sfuggendo il fucile del custode, ne copre una, dall'accoppiamento nasce un meticcio, che non si rassomiglia nè al maschio, nè alla femmina, ed è più piccolo della renna selvaggia, e più grosso della domestica.

Ho detto che i Norvegii servonsi delle renne come di cavalli. I Laponi non hanno cavalli; e suppliscono ai loro bisogni colle renne attaccandole alle loro slitte pel trasporto sì delle persone, che delle robe. Usano a quest'uopo de' maschi castrati. Ma l'assuefarle al servizio costa loro gran pena e gran tempo; e ve n'ha di quelle, che in nissuna maniera voglionvisi adattare. È inutile spiegare come compongano, e maneggino le redini, colle quali le dirigono, e come le leghino alla slitta. Basterà dire, che fanno tutto questo con molta industria. Molta industria pure dimostrano i Laponi nella costruzione delle slitte, le quali sono di quattro sorta. La prima è fatta per portare una persona, tutt'aperta, e breve tanto, che un Lapone assiso sulla parte di dietro tocca coi piedi il davanti, larga quanto basta per contenere le gambe e le cosce bene strette della persona, e sì poco alta, che il viaggiatore può toccare la neve che ha ad ognuno de' lati. Questa slitta è leggierissima per modo che, occorrendo, si può alzare, ed anche trasportare sulle spalle agevolmente. Più lunga, più profonda e più larga è la seconda, che serve al trasporto delle mercanzie: essa è coperta di parecchie pelli bene assicurate, per preservarla dalla neve che cade. Allo stesso oggetto serve una terza incatramata di fuori, e provvista di una pelle di foca posta a modo di coprire le gambe e le ginocchia del conduttore, e di una grossa coperta che s'alza sul petto del medesimo per difenderlo dalla neve quando ne cada. La quarta, anch'essa incatramata di fuori, serve parimente al trasporto delle robe; ed è più larga della prima e della terza; ed ha un ponte che va da una estremità all'altra, ed alcuni ingegni ottimamente inservienti alle occorrenze. Prima di salire sulla slitta il Lapone si mette i guanti, poi monta su pigliando la briglia, che è attaccata alla testa della renna, e ch'egli tiene raccomandata al suo pollice destro. In questo frattempo la renna si conserva quietissima: quando il viaggiatore è disposto a partire, scuote con violenza da un canto all'altro la briglia; e l'animale s'avvia colla maggiore velocità. S'egli vuole che la renna affretti di più, si mette sulle sue ginocchia, e con certi suoni, o parole le fa animo, e volendo che si fermi tira la briglia da dritta a manca, ed essa ubbidisce sull'istante. Quando la renna si ostina, o vuol fuggire, se il Lapone viaggia in compagnia d'altri, dà la sua briglia al conduttore della slitta che lo precede, il quale l'attacca alla slitta sua; e la renna è forzata così a procedere avanti. Mirabile poi singolarmente è l'industria de' Laponi in dirigere le renne nella discesa de' più scoscesi monti. Ove la discesa è tanto ripida da equivalere ad un precipizio, sicchè la slitta potrebbe correre sulle gambe della renna: per ovviare a tale inconveniente il viaggiatore attacca al di dietro della slitta una corda, la quale egli annoda alle corna dell'animale, che viene così a moderare la calata della slitta, la quale scivola pel proprio peso. Ingegni simili, variati, all'uopo usano i Laponi nel dirigere le renne, che attaccano alle altre tre sorti di slitte già mentovate. Del rimanente, se come molte volte succede, la neve è sì alta, che la renna non può aprirsi la strada attraverso della medesima, o che vi si affonda sino alla pancia, il viaggio per necessità diventa lento e penoso. Ma comunemente quando la strada è buona e ben battuta, e che la slitta non ha da rompere la neve, ma puramente da scorrervi sopra, la renna fa cinque a sei leghe all'ora. Ma ciò basti.

CAPO XVII.

Proseguimento della navigazione sul Mar-glaciale. Golfo delle Balene. Isola della Have-Sund, il più orribil sito, che possa vedersi. Isola Mageron. Arrivo al Capo-Nord. Descrizione di questo promontorio.

Entrati adunque nel nostro battello noi passammo il Whaal-Sund, ossia il golfo delle Balene. Esso era agitato da una violentissima correntia, e dal venticello gagliardo che soffiava in una direzione contraria alla nostra gita.

Le balene recansi in gran numero in quel golfo; e in que' mari, per quanto ci si disse, sono comunissime. Ma quantunque le nostre genti ci assicurassero che non aveano mai passato quello stretto senza averne vedute otto o dieci, noi non ne incontrammo nessuna. Smontammo abbordando alla casa di un mercante posta in un'isola presso l'Have-Sund. Ardisco dire che quella era la più orrida abitazione di tutta quanta la contrada. Il terreno del contorno non avea un solo albero, nè un solo cespuglio, nè un filo d'erba: nè vi si vedeva che nude rupi. L'abitatore di quel luogo non avea nulla, se non ne andava a cercare ben lungi; e così era persino della legna da scaldarsi. In quel luogo il sole stava assente dall'orizzonte per quasi tre mesi, di modo che senza le aurore boreali, che spargono una luce utilissima agl'indigeni, que' miserabili rimarrebbonsi sepolti nelle tenebre più profonde. Che soggiorno d'orrore per un abitante della zona temperata, se fosse condannato a passarvi la vita! L'amor del guadagno, e quello della pescagione, vi fissano nondimeno alcuni individui.

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Del rimanente più che si accosta al Capo-Nord, più la Natura sembra infoscarsi; la vegetazione debolissima, che fa ogni suo sforzo sulla superficie della terra, immantinente perisce, e non lascia presso di sè che rupi scarnate.

Continuando il nostro viaggio lasciammo alla sinistra lo stretto formato dall'isola deserta detta Mageron, e dal continente. Alla nostra destra aprivasi la vasta estensione dell'Oceano-glaciale; ed a mezza notte precisa arrivammo finalmente all'ultimo punto dell'Europa, cognito sotto il nome di Nord-Cap , o Capo-Nord .

Questo Capo-Nord, oggetto formidabile di una temerità vittoriosa di tanti ostacoli, di tanti pericoli, e di tante fatiche; scopo veramente colossale di un viaggio tanto lungo, intrapreso pel solo piacere di toccarlo, e perchè fosse detto una volta senza impostura che gli uomini non si erano arrestati se non dove era loro mancata la terra; il Capo-Nord presentandosi a' nostri sguardi s'impadronì di tutte le nostre facoltà. Al suo aspetto la nostra immaginazione si separò da tutto quello che la nostra vita si lasciava alle spalle; e il mondo non fu più per noi che in questo confine della terra. Il nostro orgoglio si fece grande per la riuscita avuta; ci trovammo spettatori della nostra propria audacia; e calpestando codesto suolo, che nissuno prima di noi avea calpestato, pareaci di camminarvi sopra, non da uomini, ma da creatori. — Ah! questo delirio ben presto svanì. La malinconia, la tristezza cupa e profonda succedettero al nobile entusiasmo del nostro trionfo. Le rupi senza ornamento, il terreno senza vegetazione, l'aria senz'abitanti ci dissero ben chiaramente che tanta costanza, tanti sudori, tante cure ed ansietà non aveano servito che a condurci ov'è la tomba della Natura.

Il Capo-Nord è una roccia, la cui fronte, ed i cui enormi fianchi spingonsi assai lungi nel mare. Gigantesco avversario de' flutti e degli uragani sembra sulla sua profonda base sicuro di comandare alla loro agitazione; ma assalitori instancabili que' flutti contro di esso sollevati, non gli lasciano altra tregua che quella, la quale di tratto in tratto la calma del cielo impone a' loro proprii furori; e terribili tosto che rimangano scatenati, tornano ad assalirlo, a batterlo, a minarlo. Ogni anno l'antica sua caducità si va vieppiù manifestando: i progressi di questa loro vittoria sono evidentissimi; e questo grande sostegno del globo si va distruggendo senza alcun testimonio della sua lunga e continua decadenza. Là tutto è solitario, tutto lugubre, tutto sterile: niuna foresta sulla cima di que' monti, niuna verzura sulle grigie asperità di quegli scogli: non un uccello terrestre rompe col suo volo la pacatezza dell'aria: niuna voce vi si ode fuori del muggito dell'onde marine, e del fischio delle tempeste. Un Oceano immensurabile, un cielo senza orizzonte, un sole senza riposo, notti senza risvegliamento: la infecondità, il silenzio, la desolazione, ecco i tratti di questo quadro sublime e tremendo: ecco il Capo-Nord . Qui le occupazioni, l'industria, e le inquietudini degli uomini non si presentano alla memoria che come un sogno: l'energia della natura animata, le sue forme diverse, le innumerabili sue modificazioni cancellansi dalla ricordanza. Non si vede più il globo che ne' suoi nudi elementi. Non è più il soggiorno della vita; è un punto del sistema dell'universo.

CAPO XVIII.

Effetti prodotti nelle menti de' viaggiatori dall'essere giunti al Capo-Nord. Visita del promontorio, ed osservazioni fatte nelle vicinanze. Angelica, e grotta. Roccie, licheni, alghe, crostacei, spugne, ecc. Uccelli di mare. Caldo e calma sofferti nel dare addietro dal Capo-Nord.

La ebbrietà, in che ci avea immersi la veduta del Capo-Nord; il vivo piacere d'essere giunti al termine de' nostri desiderii, e quella inesprimibile impressione che sugli animi nostri avea fatto lo spettacolo di codesti luoghi incogniti al rimanente degli uomini, finalmente sedaronsi: noi incominciammo a pensare a noi; e la prima riflessione che occupò le menti nostre fu quella della gran distanza, che ci separava dalla nostra patria; ed alla idea dell'immenso paese, che avevamo attraversato, si unì naturalmente quella dell'altro che dovevamo scorrere per rivedere i nostri amici, e le nostre famiglie. Noi avevamo da salire di nuovo le stesse montagne, da arrischiarci al trapasso degli stessi deserti, da cimentarci colle stesse cataratte, le quali cose tutte avendo per noi perduto il merito della novità, non ci si presentavano più che nel solo aspetto della fatica e dello stento. E come mai il desiderio solo di trovarci in sì abbandonato paese, ed a sì grave costo, avea potuto sedurci? In qualche momento saremmo stati tentati a condannarci giustamente di giovanil leggerezza, d'imprudenza, di temerità. Ma le parole hanno sulle menti degli uomini una forza, che difficilmente può calcolarsi: onde i nomi di Capo-Nord, di Mar-gelato, di estremità ultima della Europa riscaldavano ancora la nostra immaginazione, e ci davano nuove forze. Quindi la mano stendevasi alla matita per disegnare que' massi enormi che sono altrettante pagine formidabili degli annali de' secoli; ed allora tutti intenti all'opera gustavamo un genere nuovo di piacere, che ogni pensier tristo faceva fuggire da noi. Attraversando in idea la immensità del Mar-gelato, visitammo la Groelandia, e lo Spitzberg, e più lungi quelle montagne di ghiaccio, che rimarrannosi immobili in mezzo alle acque fin tanto che il globo si aggirerà sul suo asse invariabile. Allora concependo, dirò così, come cosa reale quel punto che si chiama Polo, ci godevamo di porvici sopra per ivi contemplare lo spettacolo dell'anno diviso in un solo giorno, ed una notte sola, e quello non meno meraviglioso del giro immenso intorno a noi di tutti gli astri, che adornano la metà dell'universo.

Ma finalmente era d'uopo rinunziare a sì seducenti e vaghi delirii. Abbandonammo quelle cime, e scendemmo al lido. Ivi con legne, che il mare avea gittate sulle sponde, accendemmo il fuoco per prepararci il pasto; nè questo ci era stato mai più necessario, perciocchè la nostr'agitazione morale, le fatiche fisiche, la vivacità dell'aria aveano aguzzato il nostro appetito; e il buon umore succeduto alla gravità di tanti pensieri, e sensazioni triste, condì di delizioso sapore quanto avevamo per ristorarci; e ci pose in istato di far più di un brindisi da que' confini ultimi della terra ai nostri amici de' paesi meridionali.

Cercando sul lido un luogo ove comodamente trarci a prendere il ristoro accennato, scoprimmo una grotta formata da tre rupi, le cui superficie liscie e lucenti dimostravano com'erano state battute dai flutti. Nel mezzo d'essa era una pietra rotonda, sotto la quale usciva un sottil filo d'acqua, che scendendo da una montagna vicina formava un ruscelletto, sul corso del quale trovammo alcune piante di angelica. Questa scoperta fu per noi di un pregio inestimabile trattandosi di una contrada sì estranea ad ogni specie di vegetazione, e dove per certo noi eravamo lontanissimi dal supporre che la natura volesse presentarci qualche cosa buona per la nostra tavola. Del rimanente la grotta era sì ben disposta, che sarebbesi facilmente creduta opera dell'arte, anzichè della natura. Il largo masso che vi si trovava in mezzo, ci servì di tavola; e vi ci sedemmo in modo che non avevamo se non da abbassarci per empiere i nostri bicchieri di un'acqua eccellentemente fresca, e dolce, quantunque fossimo a pochi passi dall'Oceano.

Dopo aver mangiato ci divertimmo a salire sul più alto sito della roccia, e di là a fare sdrucciolare al basso enormi pezzi di rupe, secondo che potevamo distaccarne: i quali precipitando facevano un rimbombo simile a quello del tuono, e rovesciavano quanto alla loro caduta si opponeva. Le roccie di quella costa sono quasi tutte di granito; e lo stesso Capo-Nord è un ammasso di roccie dello stesso genere, misto ad alcune vene di quarzo, e corrente da mezzodì a tramontana. In alcuni siti ci parve vedere della neve non ancora disciolta, i cui strati sulla riva erano quasi a livello del mare. Questa circostanza sarebbe in contraddizione colla opinione dei dotti, i quali hanno stabilito il sistema della regione della neve perpetua ad una cert'altura dell'atmosfera.

Noi non trovammo nè basalto, nè produzioni vulcaniche per quel poco tempo, che potemmo dare alla visita de' contorni. Le pietre più conosciute erano della natura del granito, delle pietre calcaree miste di mica, e di un marmo grisastro, attraversato da grandi vene di quarzo, il quale generalmente seguiva la direzione dal mezzodì a tramontana anch'esso.

I licheni coprono dappertutto la superficie delle roccie esposte all'aria: comunissimo vi è il licheno geografico del Linneo , e vi si trova pure quello che gl'Inglesi usano invece di cocciniglia per fare il loro bel rosso. Quest'ultimo è abbondantissimo su tutte le coste della Norvegia, di dove se ne trae ogni anno grande quantità.

Le alghe guarniscono il piede delle roccie, che il mare bagna. I Norvegii ne fanno soda abbruciandole; e la vendono cara agli Inglesi.

Al di sopra di queste alghe trovansi fitti prati di piccole conchiglie bivalve, e frantumi d'altri crostacei stretti talmente insieme per opera della natura, che si assomigliano ad un lavoro in mosaico. Innumerabili poi sono le ghiande di mare ( lepades balani ), le quali si attaccano, non solamente alle roccie, ai battelli, e alle navi; ma di una specie particolarmente ve n'ha, che sì forte si attaccano alle balene, ch'esse non possono liberarsene. Abbiamo trovato ancora nelle nostre corse su questi lidi l' echinus esculentus , il buccinum glaciale , il dimidiatum , il pecten , qualche specie della venus meretrix , l' helix crepidularossa , ed altre, che il mare avea spezzate, e frantumate a modo da non essere più riconoscibili. Ma per la più parte aveano colori poco brillanti, e poco grati agli occhi.

Le spugne anch'esse trovansi qui, e ne vedemmo di gittate sulla riva dalla forza de' flutti anche a grande distanza. Ma questi zoofiti si tengono ad una certa profondità nel mare, e i pescatori sono bene spesso quelli che le distaccano colle loro reti. Vi ho vedute spugne di somma bellezza, formanti ramificazioni dell'altezza di un metro e più; e ve n'ha di perfettamente bianche, ma le loro fibre sono meno tenaci, e più tenui di quelle, di cui ordinariamente si fa uso.

Madrepore, stelle di mare, millepore, e tali altre cose qui pure abbondano: ma non vi si trovano coralli.

Diverse specie di uccelli di mare chiamavano la nostr'attenzione, e la tanta loro quantità ci compensò della mancanza degli uccelli di terra. Le alche fra gli altri, in que' luoghi comunissime, e tra queste quella che si distingue col nome di artica , veniva di tempo in tempo presso il nostro battello più dell' alca , e della pica ; e pareva che intendesse di provare quanto fossimo abili a tirare al volo. Essa ha due qualità, che possono farle perdonar tanta baldanza. Sa stancare il cacciatore coi mille giri, e rigiri, ch'egli è obbligato a fare inseguendola; ed ha sì fitta la piuma, che per ammazzarla bisogna averla ad una mediocrissima distanza. Del rimanente l'alca artica in aria rassomiglia molto al pappagallo per la figura del suo becco blù e rosso, ricurvo e spianato perpendicolarmente.

Anche le anitre, che ivi sono di molte specie, e numerosissime, furono un oggetto di nostro divertimento, e particolarmente quelle che portano alla coda due penne assai lunghe, e forcute come quelle della rondine. Codesta specie è indigena de' paesi settentrionali; e il Linneo l'ha chiamata anitra iemale .

Ma essendosi levato un venticello settentrionale i nostri uomini ci persuasero ad approfittarne per avvicinarci ad Alten; e non avevamo fatto più di tre, o quattro miglia quando ci venne a sorprendere la calma, la quale obbligò i nostri battellanti a lavorare di remi, e di braccia. Osserverò qui di passaggio, che nelle acque, in cui ci trovavamo, qualche volta la calma è oppressiva al pari di quella che ci viene descritta da chi ha navigato nel mare del Sud. Il calore del sole alza una specie di sottil nebbia a sei, o sette piedi sopra la superficie del mare, che rende l'aria sì grave, e soffocante, da non poter respirare che a stento. Senza ombrello adunque, e senza tenda, o coperta di sorte noi rimanevamo arrostiti dal sole, e tenendo la bocca aperta aspiravamo quel poco d'aria esteriore, che n'era presso. Il mio compagno di viaggio diceva di non avere provato mai un calore sì costante: però stando alle dimostrazioni del termometro trovavamo che quel grande soffocamento procedeva piuttosto da quella nebbia disossigenata, che dal calore.

Verso sera, o per parlare con più esattezza, quando il sole era nel punto, in cui più si avvicina all'orizzonte, in luogo del venticello rinfrescante, il calore crebbe, e il termometro che alla mattina indicava 12 gradi, allora ne segnava 20. I nostri remiganti non facevano che bere acquavite per rinfrescarsi, e non potevano lavorare. Il battello appena appena movevasi: e pareva che in quel momento la natura fosse sepolta in un tristo silenzio: il solo colimbo artico , co' suoi gridi lugubri, e di mal'augurio, empiva quelle acque solitarie de' suoi tuoni funebri, e raddoppiava nei nostri cuori la noja.

CAPO XIX.

Ritorno ad Alten per diversa strada. Isola di Maaso: suoi abitanti, e loro ospitalità. Vantaggio di chi viaggiando è tenuto per un principe. Hammerfest. Penisola Hwalmysling. Fregata inglese. Arrivo in Alten. Corsa a Felwig: gran mercato di pesce.

Non ritornammo ad Alten per la strada tenuta dianzi: ma approfittando della occasione visitammo tutto quello che ci si era detto meritare attenzione nelle isole che sorgono presso la costa. La prima fu l'isola di Maaso, abitata da un ministro, da un mercante, e da una trentina di famiglie. Il mercante ci accolse colla più alta distinzione: ci offrì diverse qualità di liquori; ci regalò alcune delle spugne che trovansi sulle coste, di alcune conchiglie, e di un'alca, che suo figliuolo avea impagliata. Poscia ci fece vedere i contorni della sua abitazione, i quali non erano che semplici rupi, e caverne, ove andava a caccia di lontre. Alla nostra partenza alzò padiglione, e ci salutò con tre colpi di cannone. Questi segni di rispetto, e, se vuolsi, di sommissione, erano senza fallo meno l'effetto della semplice ospitalità, che un omaggio ch'egli credeva di rendere a due principi, i quali per curiosità viaggiassero in codesto paese in incognito , per godere di maggior libertà. Questo errore era fondato sopra un avvenimento precedente. Un figlio dell'ultimo duca d'Orleans dopo avere attraversata tutta la Norvegia, venne di là su questa costa montato sopra un vascello: da quest'isola passò ad Alten, e da Alten continuò la sua strada a cavallo, accompagnato da un giovine chiamato Montjoye . Tutti e due seguivano a un di presso la stessa direzione, che tenemmo noi; e tutti e due viaggiavano sotto finti nomi; il primo sotto quello di Müller , e l'altro sotto quello di Fröberg , che in alemanno significa lo stesso che il nome francese. L'anno appresso i mercanti furono informati dai loro corrispondenti, che uno d'essi era il principe d'Orleans; e da quel tempo in poi tanto in Norvegia, quanto sulla costa di Laponia si credeva che ogni forestiere accompagnato da un amico, e da due domestici, dovess'essere un principe viaggiatore o per propria istruzione, o per piacere. Per formarsi poi una giusta idea della ospitalità da noi ricevuta a Maaso sarebbe necessario sapere, se i due personaggi accennati ricevessero le stesse dimostrazioni di rispetto, che si usarono con noi. Io viaggiai in appresso col mio compatriota Bellotti attraverso della Norvegia, ove fummo trattati della stessa maniera, ricevendo i più distinti onori; e mi compiaccio di ricordare con viva riconoscenza l'ospitalità che in quel paese si praticò con noi. Se non che senza mancare alla verità non posso dispensarmi dal dire che dappertutto eravamo tolti per principi italiani venuti verso il Nord per passarvi il tempo delle turbolenze, che regnavano ne' loro paesi; e cercavasi in tutti gli almanacchi che principi potessimo essere. Il mio compagno, di una complessione e di una ciera delicatissima, passava pel principe incognito; ed io, più forte e robusto, era il suo segretario, o il suo Mentore. Alcuni lo riguardavano come il figlio del duca di Parma; altri lo prendevano pel figlio di quello di Modena; ed alcuni più scrupolosi nelle loro ricerche, dicevano ne' loro scrutinii genealogici, che confrontando la sua età con quella d'altri principi mentovati negli almanacchi, potevano con sicurezza asserire ciò che affermavasi della sua condizione. Voglio credere che questa opinione influisse sopra una certa classe di persone nelle principali città di Norvegia, ove passammo alquanti giorni.

Da Maaso andammo ad Hammerfest, luogo, ove sono due, o tre mercanti, un ministro, ed alcune famiglie. Tutti questi stabilimenti sulla costa hanno molta somiglianza fra loro. Dappertutto si vede la stessa sterilità, la nudità stessa, e lo stesso taglio delle rupi. In quest'ultimo sito scorre un fiumicello, che passa attraverso di una bella stretta ombreggiata di betulle; e vi si pescano sermoni eccellenti. Alla riva direttamente posta all'incontro di Hammerfest v'è una penisola chiamata Hwalmysling, in cui trovansi molte lepri, le pelli delle quali fruttano al padrone ogni anno i dugento e trecento risdalleri. Uno de' mercanti di Hammerfest ci disse vagamente, che al tempo de' suoi predecessori una fregata inglese, sette od otto anni all'incirca indietro, era venuta sulla costa con due astronomi, uno de' quali inalzò un osservatorio sopra una montagna vicina, mentre l'altro, per quanto egli credeva, era andato a fissare la sua residenza per alcun tempo sul Capo-Nord. Ma non si ricordava nè in quale anno quella fregata inglese fosse comparsa colà, nè i nomi degli astronomi: tutto quello che sapeva dire, si era, che l'apparizione di quella fregata avea fatta tale impressione sugli abitanti della costa, che andarono tutti per vederla, e ritornaronsi colla terribile apprensione, che non forse portasse la guerra, e la distruzione in tutto il loro circondario. Il ministro era sì grosso di persona, sì robusto, e di una statura sì gigantesca, che se il suo ingegno avesse potuto sostenere un parallelo colla statura, egli sarebbe stato il più gran teologo della età nostra. Egli parlava latino e tedesco; e pareva molto sollecito per sapere tutto ciò che appartenesse a politica. Gran piacere ebbe in veder noi, persuaso che potremmo dargli delle nuove più fresche di quelle ch'egli aveva. E si può farsi una idea della lenta comunicazione di questa parte del globo col rimanente d'Europa, da questo, che eravamo ai 19 di luglio del 1799, e il ministro di Hammerfest non aveva ancora udito parlare de' grandi affari politici seguiti dopo la battaglia navale di Aboukir, accaduta nell'agosto del 1798.

Noi trovammo in Alten una persona, che io avea incaricata di farci una raccolta di piante e d'insetti, ed un'altra per darci un saggio della sua abilità in sonare il violino, onde poter conoscere lo stato della musica in questa parte d'Europa. Ivi ci fermammo parecchi giorni per fare i preparativi necessarii pel nostro ritorno verso il golfo di Botnia. Durante questa fermata facemmo una piccola corsa a Felwig colla intenzione di vedervi i Laponi, i quali vi capitavano da tutte le parti per vendere i loro pesci. Chiamasi Felwig un piccolo porto tre miglia distante da Alten; e vicinissimo a quel porto è un villaggio abitato da alcuni mercanti, e da un ministro: vi si vede pure una chiesiuola.

CAPO XX.

Imbarco, e navigazione sull'Alten. Tre singolari cataratte. Motivi di rimontarne una, e sforzi inutili. Viaggio per le montagne, e gran cambiamento di temperatura. Si ripiglia la navigazione dell'Alten. Arrivo a Kantokeino. Passaggio ad Enontékis. Viaggiatori inglesi, e loro memorie. Memoria di un emigrato francese. Estratto di un manoscritto del curato di Enontékis. Partenza da Enontékis per Tornea ed Uleaborg.

Io risparmierò al mio lettore le particolarità del nostro ritorno attraverso del deserto; e lo condurrò rapidamente a Tornea presentandogli in compendio la sostanza del mio giornale.

Noi rimontammo il fiume Alten in due battelli, avendo contro di noi tutte le cataratte, che con uno sforzo incredibile di perseveranza superammo in più lunga misura, che mai si fosse fatto. Il cammino pel fiume presenta vedute pittoresche quante, e quali la immaginazione di un pittore possa mai desiderare. Le sponde dell'Alten qualche volta sono graziosamente ornate di belle betulle, e qualche volta presentano un orrido aspetto, la cui asprezza non si vede però senza un certo secreto diletto; ed è là che veggonsi masse di rupi a picco, ed inaccessibili, fra le quali apronsi precipizii profondi. Seguendo il fiume trovammo una cascata che veniva giù perpendicolarmente da una rupe, che sarebbesi presa per le ruine di una gran cattedrale. A' piedi di quella rupe era un laghetto avente sulle sue sponde degli scaglioni tagliati naturalmente nello scoglio: il che dava ad un tale accidente della natura l'apparenza di un tempio antico. Qui noi vedemmo un orso venuto al fiume per bere; ma appena ci ravvisò, corse ad internarsi nel bosco. Anche una volpe venne sul sito medesimo per bere; e si tenne nel suo cammino direttamente in faccia alla tenda, sotto cui avevamo passata la notte: declinò però anch'essa a quella vista, ma senza mostrar paura.

Più lungi fummo colpiti dalla vista di due cascate opposte l'una all'altra, e tutte e due precipitantisi da un banco del fiume Alten, il quale a poca distanza forma anch'esso una cascata insormontabile. Tre cataratte tanto vicine l'una all'altra in sì piccolo spazio sono un fenomeno di tal genere, che non ne avea ancora veduto l'esempio; e se lo avessi veduto presentato in un quadro, io l'avrei preso più per un capriccio ideato da pittore immaginoso, che operato realmente dalla mano della natura. Noi facemmo tutti gli sforzi possibili per rimontare la cataratta del fiume, sebbene mostrava di ridersi del nostro disegno; e dover essere il non plus ultra della nostra navigazione. Per riuscire nella impresa disponemmo i nostri Laponi in diverse maniere, facendo loro tenere in mano delle corde per fermare il battello, ed altre legando alle nostre reni pel caso, che il battello venisse a spezzarsi sopra uno scoglio, o cedendo al vortice si affondasse. E mancò poco infatti, che così non succedesse: se non che fortunatamente il Lapone, che teneva la corda ferma al di dietro d'esso battello, seppe tirarla a tempo. I pericoli da noi corsi su questa cataratta non sono qui presentati con esagerazione: essi furono reali; e noi non vi ci esponemmo, che per evitare la fatica de' lunghi giri, che avremmo dovuto fare per terra.

Noi stavamo sufficientemente bene in quel nostro battello; ma se dopo tutte le pene sostenute la navigazione che rimaneva da farsi per quel fiume si fosse renduta impraticabile, non avremmo avuto altro partito che quello di attraversare la catena di montagne terribili, e di fare un lungo, e faticoso viaggio a piedi con grande pericolo di perderci ne' deserti. Al contrario più che noi ci fossimo internati nel paese seguitando il fiume, più la nostra strada per terra sarebbe riuscita breve. Superando poi questa cataratta era a presumere, che il fiume divenendo piano di più, e navigabile per un più lungo spazio di via, potrebbe permetterci l'uso de' nostri remi; e queste presunzioni erano abbastanza fondate per impegnarci a fare qualche sforzo: noi facemmo tutti i possibili; ma inutilmente.

Ripigliammo adunque la strada delle montagne facendo nuove giravolte per evitare fiumi e laghi; e non passò gran tempo che ci trovammo in un'altra temperatura, poichè il termometro di Celsius cadde ai 4 gradi; e alcune nubi che passavano sulle nostre teste ci coprivano di fiocchi di neve. Camminammo dodici ore di seguito prima di riguadagnare l'Alten; nè ci fermammo che per qualche istante, necessitati a pigliare un po' di fiato. Il timore di qualche mutazione di tempo, o di qualche temporale procelloso ci faceva menar le gambe ben bene: per questo non facemmo mai in questa traversata alcuna fermata vera; e il cammino non fu meno di cinquanta miglia. Finalmente giungemmo al sito, ove avevamo lasciati i Laponi di Kantokeino coi loro battelli: essi aspettavanci per ricondurci a quel villaggio. Avevamo già spedito loro qualcuno per avvertirli del nostro ritorno, ed impegnarli a venirci incontro. Un venticello di settentrione alquanto forte risparmiò alla nostra gente la fatica di remigare contra la corrente; e alcune frasche di betulla in questa stagione tuttora verdi, piantate a poppa, ci tennero le veci di vela.

Arrivati a Kantokeino fummo costretti a fare un altro lungo viaggio a piedi fino ad Enontékis, luogo che volevamo conoscere per collocarlo nel nostro itinerario. Non si sapeva a quel tempo che ne fosse aperta la strada, nissuno avendola per l'addietro praticata. Le montagne, che separano Enontékis da Kantokeino, non sono della metà alte come quelle che separano Alten-Gaard da Massi; ma noi eravamo destinati ad incontrare qui difficoltà maggiori che le provate nella Laponia norvegia. Ci bisognò passare fiumi a guazzo: poi ci trovammo in mezzo a paludi estesissime, e in qualche sorta perduti in orrendi deserti. I nostri buoni Laponi non ne sapevano più di noi: erano in continui dispareri; e senza il soccorso del nostro compasso correvamo pericolo di errare in que' boschi sino all'approssimarsi dell'inverno, o d'essere obbligati a ritornare a Kantokeino. Per fortuna finalmente scoprimmo la punta del campanile di Enontékis dopo una strada di due giorni e mezzo, ed una corsa di quasi cento miglia. Vi arrivammo il dì appresso che n'erano partiti due Inglesi, i quali aveano intrapreso l'istesso viaggio, che noi: ma essendo uno d'essi stato preso da febbre, furono obbligati a dare addietro dopo essersi ivi fermati alcuni giorni. Erano questi il sig. Clook , e il sig. Cripps , due giovani molto bene istruiti, e studenti del collegio di Gesù in Cambridge. Il sig. Clook era stato in Italia, e sapendo che un italiano viaggiava verso il Nord, e che potrebbe prendere forse la strada verso questo luogo, avea scritto sul registro tenuto dal ministro quattro versi dell' Ariosto , che eccellentemente si appropriavano alla mia situazione, e che dipingevano al naturale le fatiche del mio viaggio. Eccoli.

Sei giorni me ne andai mattina e sera

Per balze e per pendii orride e strane ,

Dove non via, dove cammin non era ,

Dove nè segno, nè vestigia umane.

Questi due Inglesi aveano passata una settimana in casa del curato, ed erano stati trattati da tutta la famiglia colla più cordiale amicizia. Durante il tempo di malattia, che li obbligò a fermarsi, vollero dare uno spettacolo assai proprio per attirare i Laponi di tutti i cantoni del vicinato, e capace di fare sulle anime di questo popolo semplice la più viva impressione: consisteva questo spettacolo in alzarsi in aria entro un pallone. Ignoro l'effetto che la vista di un tal prodigio avrebbe prodotto sopra questa gente; ma sarei tentato a credere che il concorso non sarebbe stato numeroso. Mancarono loro i mezzi materiali per eseguire il loro divisamento. Alla loro partenza scrissero i loro nomi sul registro coll'apostrofe seguente: Straniero, qualunque tu sii, che visiti queste contrade remote del Nord, ritornando al tuo paese nativo, di' a' tuoi, che la filantropia è insegnata presso le nazioni incivilite, ma che non si pratica se non là, dove la sua teoria non penetrò mai. Sulla pagina opposta del libro era il nome di M. Vesvroti , venuto ivi per far sapere ai Laponi, come lo avea annunciato ai Filandesi, in un latino infranciosato, ch'egli era stato in addietro presidente del Parlamento di Dijon. Ecco la sua nota: Libertatem querens, seditionisque theatrum fugiens, hic fuit die quindecimo martii anno millesimo nonagentesimo secundo Carolus Richard de Vesvroti, dijionensis, praeses in suprema rationum Curia Burgundiae.

Il ministro di Enontékis era persona istrutta: egl'impiegava il tempo dalle sue funzioni lasciatogli libero in ricerche statistiche e filosofiche. Avea fatte molte raccolte in istoria naturale; avea anche scritto un picciol libro contenente le risposte a varie domande fattegli da un naturalista svedese che viaggiò in codeste contrade pei progressi della storia naturale. Avendo egli nella sua sposa una donna di molta intelligenza, ed assai bene educata, noi ad essa facemmo varie ricerche sulla popolazione, e sulle produzioni naturali di questa porzione di mondo; ed ella per dispensarsi dal lungo proloquio, che la materia richiedeva, per tutta risposta ci diede il libro di suo marito dicendoci che vi troveremmo quanto desideravamo di sapere da lei. Il manoscritto era diviso in cinque capitoli: il primo trattava della popolazione della parrocchia, il secondo degli affari ecclesiastici; il terzo delle colonie stabilite ne' contorni; il quarto de' Laponi nomadi, ossia pastori; e il quinto delle produzioni naturali del paese. Feci qualche transunto del manoscritto, che io inserisco qui più brevemente che mi sia possibile.

La popolazione del villaggio di Enontékis è di circa 930 abitanti: 258 sono coloni, Laponi fissi, e 662 sono nomadi, ossia famiglie erranti, che vivono nelle montagne, e che non si occupano che della cura delle loro renne. Il manoscritto taceva sulla rendita che il ministro traeva da' suoi parrocchiani; ma si estendeva molto sulla rinomanza della chiesa di Enontékis, della quale parlavasi fino alle estremità del Nord!!

I Norvegi, diceva il manoscritto, quando si dispongono a lungo e pericoloso viaggio sogliono mandare un cereo da bruciarsi in questa chiesa, ed altri piccoli doni votivi. Assicurava, che malgrado tutto ciò ch'egli avea potuto fare per recare la luce evangelica in mezzo alle montagne più lontane, i Laponi non conservavano meno un residuo di paganesimo. Trovansi qua e là, diceva egli, nel deserto delle pietre, le quali hanno qualche somiglianza colla figura umana; e quando mutando stazione colla loro famiglia e i loro armenti passano presso a codeste pietre, offrono ad esse un sacrifizio; e vi si veggono sempre messe all'intorno parecchie corna di renne. — I Laponi hanno tra le loro mani molte monete, che usano seppellire sotto terra: ond'è che centinaja di risdalleri vanno perdute quando chi le ha sepolte, sorpreso da malattie gravi ed acute muore prima d'aver potuto significare ad alcuno il luogo del suo tesoro.

In quanto al vestito de' Laponi, il manoscritto diceva, che appena v'è qualche differenza tra quello de' Laponi erranti, e quello de' Laponi che hanno domicilio stabile: eccetto che questi usano in estate di vestirsi con stoffe di lana in vece di pelli di renna, e che portano camicie; laddove i Laponi erranti di queste non ne hanno.

Il manoscritto parlava di una specie di mucilaggine, o colla, fatta col corno della renna, che ben preparata possiede grandi virtù. Vi si leggeva pure che la malattia più comune tra le renne era quella che attacca l'epiploon, contro della quale non v'ha rimedio che valga; e che l'animale che ne sia attaccato, forza è che muoja nello spazio di un anno. I mali di testa, di fegato, di cuore, e de' piedi erano fra questi animali frequentissimi. Il manoscritto si estendeva ancora sul numero spaventoso dei lupi, i quali nel corso del 1798 aveano fatto un esterminio nelle renne: particolarità che il ministro attribuiva alla guerra di Finlandia.

Quanto a produzioni naturali vi si leggeva, che i pomi di terra riuscivano assai bene ne' contorni; ma che con grande difficoltà le radiche, ed altre piante di cucina crescevano nella loro stagione; che l'orzo e l'avena potevano essere seminate con utilità. Del rimanente qui per lavorare la terra si usa un aratro particolare al paese, ed appropriato a questo suolo, ove bisogna evitare nell'arare le grosse pietre.

Parlava in oltre il manoscritto del lampone artico, che ivi cresce naturalmente, ma non sì bene come quello che dà il così dai botanici detto rubus chamaemorus . Faceva pur menzione degli uccelli; ma non diceva nulla degli insetti, come sarebbe stato il desiderio nostro. Ne avea però il buon ministro fatta una raccolta, che avea mandata a Stockholm ad uno de' suoi corrispondenti, come pure all'Accademia, dalla quale riceveva una pensione annua di sessanta risdalleri per ajutarlo a proseguire le sue ricerche statistiche, e scientifiche, a continuare le sue osservazioni, e ad occuparsi con buona riuscita delle cose appartenenti alla storia naturale.

Il nostro viaggio da Enontékis a Tornea si continuò lungo il fiume: arrivammo a Muonionisca, dove vedemmo il nostro amico, il curato, e l'eccellente nostro piloto, Simone . Facemmo visita a tutte le persone che avevamo conosciute ne' diversi luoghi, ne' quali eravamo stati accolti tanto bene; e spezialmente a Kengis, e ad Uper-Tornea, ove salutammo il ministro della parrocchia, e le sue amabili figlie. A Tornea non lasciammo di rivedere i nostri amici, il rettore, e il mercante, che ci riguardarono con venerazione, meravigliati del viaggio, che avevamo fatto; e finalmente entrammo trionfanti in Uleaborg, dove esponemmo alla vista degl'increduli amici le conchiglie, gli uccelli, le spugne, e gli altri oggetti di storia naturale proprii del Mar-gelato: cose tutte raccolte da noi come prove autentiche del viaggio fatto al Capo-Nord, ultima e più remota estremità dell'Europa, a' 71 gradi, e 10 minuti di latitudine settentrionale.

CAPO XXI.

Costituzione fisica de' Laponi. Loro origine e loro lingua. Robustezza ed agilità de' Laponi, e lavori. Loro religione e moralità; e cause di corruzione. Vestito: incombenze dei due sessi. Abitazioni, letti, cibi, cucina, e mobili di casa. Caccia delle renne selvaggie: caccia d'altri animali del paese. Alcuni particolari usi de' Laponi. Loro nozze, e loro giuochi.

Molte cose nel decorso di questa relazione sono state dette riguardo ai Laponi; ma non quante possano interessare la curiosità di un lettore, che ami istruirsi. Si darà qui un compendio delle più importanti notizie, che finora hannosi di questa razza d'uomini.

Il complesso de' tratti, che nella sua persona il Lapone presenta, lo fa vedere di una razza veramente particolare. Egli nasce, e nella sua prima età si mostra grosso, grasso, e direbbesi gonfio in tutto il corpo: cresciuto poi, rimane piccolo di corpo, e magro, con capelli neri, distesi, e corti, e coll'iride degli occhi tendente al nero. Bronzino n'è il color della pelle e tendente al nero: larga è la sua bocca, scavate le gote, il mento alquanto lungo ed aguzzo. I suoi occhi sono deboli, e sgocciolano continuamente: il che facilmente può attribuirsi tanto al fumo, che ne riempie l'abitazione, quanto al riverbero della neve, che copre tutto il paese. Alcuni scrissero d'aver veduto Laponi coperti di pelo come gli animali: ne avrebbero avuto bisogno; ma egli è molto probabile che chi disse pelosi i Laponi confondesse coll'abito, di che erano vestiti, la loro pelle. Altri dissero che i Laponi aveano un occhio solo. Questi non videro mai Laponi; e si contentarono di ripetere favole udite.

Chi abbia dato il nome di Laponi a questa generazione d'uomini, è cosa da nissuno indicata; nè è indicato da qual tempo in qua tale denominazione si usi. Solo si nota che il nome di Lapone comprende tre etimologie della lingua svedese: lapp è la prima, che vuol dire lusso ; la seconda è lappa , che significa pipistrello ; la terza è lapa che significa correre . Si è creduto giustificata la prima dall'abito, la seconda dal brutto aspetto; e la terza dalla vita errante. Se ciò è, hanno ragione i popolani della Norvegia e della Finlandia, abitanti sui confini della Laponia, di sdegnarsi quando si sentono chiamare col nome di Laponi.

Ma quale è l'origine di questo popolo? La storia anteriore per tre e più mil'anni all'era nostra volgare lo direbbe, s'essa fosse stata scritta ne' debiti tempi. Tutto ciò, che la sana critica può permettere di credere, si è che per la famosa irruzione degl' Hiong-nu ne' paesi meridionali della Siberia e Tartaria, tra le generazioni, che dovettero dar luogo a quella bellicosa moltitudine, vi fosse pur quella, da cui sono derivati i Laponi. Nel primo loro concetto adunque essi sono a modo nostro di dire Sciti o Tartari. I popoli per tale motivo profughi si spinsero avanti, accomodandosi come poterono; ma non è credibile, che scegliessero spontaneamente gli aspri climi, ne' quali li vediamo stabiliti: nè uno fu l'urto, nè di un'epoca sola. Le stesse cagioni produssero gli stessi effetti più volte; e le orde più deboli furono costrette a ripararsi come poterono; e la necessità le portò a contentarsi del ricovero, che trovarono nella più settentrionale striscia del continente. Il tempo e il clima hanno poi operati in que' popoli i caratteri, che ora li distinguono. Chi sapesse a fondo le lingue tartare, e coi debiti sussidii le potesse paragonare con quelle che parlansi dai Finlandesi, Norvegii, Samojedi, Laponi ed altri, troverebbe forse non poche traccie della origine comune. È poi fuori di ogni dubbio, che i costumi e gli usi de' Laponi conservano profondi indizii della loro provenienza scitica, o tartara che vogliam dire; e che le aspre contrade situate verso l'Oceano-glaciale dal Kamtschatka in qua, sono abitate da razze d'uomini simili in tutto ai Laponi.

Del rimanente parlando della lingua particolare de' Laponi, essa è interamente distinta da qualunque altra, eccettuatane la finlandese, colla quale sembra avere qualche analogia, minore però di quella che si noti tra la lingua danese e la tedesca. Anzi è da dire, che quantunque la lingua lapona contenga molti termini somigliantissimi alla lingua della Finlandia e della Danimarca, o per dir meglio di quella di Norvegia, essa differisce tanto da queste lingue nella maniera generale di parlare, che pronunciando certi termini il Lapone, il Finlandese e il Danese o Norvegio non potrebbero intendersi, sempre che ciascuno usasse il proprio dialetto. La comunione poi di tali vocaboli presso codesti popoli altro infine non proverebbe che una origine comune. Questa induzione però cesserebbe d'essere giusta, se si applicasse a que' termini notati nella lingua lapona che sanno di somiglianza a voci ebraiche. Tutto rispetto agli Ebrei è nuovo, se si confronti coll'epoche precedentemente da noi indicate; e in meno remoti tempi che relazione si può egli sognare tra Laponi ed Ebrei? E coloro i quali si arrischiarono di pensare che i Laponi possono avere avuta origine dagli Ebrei, perchè hanno in quelli notati alcuni usi proprii di questi, non hanno fatto che abusare del senso comune.

La lingua lapona per attestazione del missionario Leemens , che ne ha scritta una gramatica, è commendabile per una elegante concisione, poichè esprime con una sola parola ciò che in altre lingue ne richiede parecchie. Una proprietà di questa lingua si è l'abbondanza di diminutivi: il che le dà grazia ed espressione. Un'altra proprietà sua è di annunciare in plurale i nomi de' fluidi, de' metalli, de' grani, dell'erbe e de' frutti.

Il Lapone, piccolo com'è di corpo, secondo che abbiamo notato, non è meno robusto e gagliardo di forza: il che deve e alla sua naturale costituzione, e al costante esercizio. Egli in ogni suo intraprendimento ha pazienza e coraggio meraviglioso. Ma quantunque dotato d'organi vigorosi e di membra esercitate alla fatica, non è meno degli altri Europei viventi in migliori climi esposto a malattie. Però in essolui codeste malattie hanno un certo carattere di benignità, così che i rimedii più semplici le dissipano, e loro rendono la salute quando almeno la causa non sia acuta. Ciò è un gran compenso nella impossibilità, in cui sono di procurarsi grandi soccorsi. Per questo il più prezioso regalo, che possa farsi ad un Lapone è quello di pepe, di zenzero, di cannella, di noce moscata, di tabacco e di droghe simili, per quanto piccola ne sia la dose.

Uno de' loro caratteri fisici assai notabile è la somma loro agilità. Le loro membra hanno una flessibilità stupenda. È sorprendente cosa il vedere in che numero sanno ammucchiarsi insieme in un luogo, che non potrebbe capirne che la metà, od un terzo. A questa loro agilità può riferirsi la maniera, con cui quando le montagne sono coperte di neve, discendono dalla cima delle medesime giù per un fianco scosceso e dirupato, armati di una specie di scivolatojo fatto di legno, e di una certa lunghezza, curvato in forma di un quarto di circolo, in mezzo del quale piantano il piede. Coll'ajuto di questo scivolatojo scansano di profondarsi nella neve, ed agevolano il cammino, venendo giù con tale velocità, che l'aria fischia nelle loro orecchie, e i loro capegli si sparpagliano al di dietro della testa. E sono sì valenti in conservar l'equilibrio, che per quanto forte sia l'impulsione che hannosi data, possono senza fermarsi levare da terra il loro berretto, se per caso sia caduto, o tutt'altra cosa che trovino sul loro passaggio. Incominciano ad esercitarsi in questa facenda sin da fanciulli.

Quando i Laponi viaggiano sulle loro renne, la celerità del marciare di codeste bestie non può concepirsi, se non se n'è stati testimoni. Le renne giungono con tanta prestezza sia alla cima, sia a' piedi delle montagne, che il moto delle reni del cavalcante può appena distinguersi. I Laponi della costa sono singolarmente svelti nel maneggio de' loro battelli.

Alcuni Laponi sanno scolpire il legno e il corno, quantunque non abbiano altro stromento che un piccolo coltello ordinario; e con esso fanno piccoli mobili, come tavole, cucchiai e cose simili, come dirò qui appresso. Le loro slitte, nella maniera colla quale sono costruite, provano in essi sagacità e antiveggenza. Anche le donne sono industriosissime; e ne fanno una prova i begli ornamenti delle loro cinture. Questo popolo sì abile alla caccia in addietro non usava che l'arco e le freccie: oggi conosce l'uso delle armi da fuoco; e sono divenuti eccellenti nel tirare.

Tutto fa presumere, che fin verso la metà del Seicento i Laponi vivessero nelle tenebre del paganesimo, e senza alcuna cognizione di lettere. Federico IV , re di Danimarca, salito al trono nel 1619, stabilì una missione religiosa, continuata poi da Cristiano VI , da Federico V e da Cristiano VII . Molti Laponi sanno a memoria non solamente il catechismo, ma parecchi salmi e parte degli Evangelii. Hanno poi in grande venerazione i loro missionarii e curati; e spesso li regalano di latte gelato, di lingue e di grasso delle loro renne. Sono attentissimi ad osservare le feste; e allora si guardano dallo spergiurare e dal maledire, vizii ordinarii tra i Norvegii; ed in generale è giusto dire che menano una vita veramente pia e regolata: raro è che commettano fornicazione ed adulterio; e il furto è un delitto poco o nulla cognito presso di loro: perciò sono per essi inutili spranghe, catenacci e serrature. In Norvegia v'ha qualche mendicante: in Laponia non ve n'ha; e quando per caso si trovi uno, che l'età, o la infermità riduca alla indigenza, egli è abbondantemente soccorso: ma non ha nulla, se la sua povertà non sia scusabile.

Il commercio, che i mercanti danesi, svedesi, olandesi hanno aperto, gli uni sulla costa, gli altri nell'interno, ha portata qualche corruzione in alcuni Laponi. L'acquavite li ha talora indotti ad ubbriacarsi; e tante volte ingannati da chi viene a trafficare con loro, hanno imparato a diventare ingannatori. Per esempio: le pelli di renne valgono più, o meno, secondo che gli animali sieno stati uccisi piuttosto in una stagione, che in un'altra; ed alcuni, se non hanno paura d'essere scoperti, danno la scadente per l'ottima. Così, la pelle di primavera viene guasta da un insetto, che vi depone le uova; e il Lapone cerca di chiudere il buco; e dà questa pelle per buona, con aggiunte di quelle bugie, che usano tutti i merciai da noi.

Molte esagerazioni sono state scritte sui vestiti de' Laponi. La verità si riduce a questi termini. Portano in testa un berretto della forma di un pane di zucchero, fatto di grosso panno per lo più rosso, con un fiocco alla punta, e con un orlo di pelliccia; i Laponi russi vi mettono l'armellino. Però v'ha famiglie che vanno a testa scoperta; e v'hanno altre che non usano se non se una calotta. Alla caccia, o alla guardia delle renne nella cattiva stagione adoperano un cappuccio, che vien giù sino al petto, coprendo le spalle; questo cappuccio ha una piccola apertura corrispondente agli occhi. I più tengono sempre il collo scoperto, e se lo coprono, adoprano a tal effetto una stretta striscia di grosso panno con un giro solo intorno al collo. L'abito principale è una tunica, o camiciotto di pelle di montone, colla lana di dentro: questo camiciotto non ha altra apertura che al basso, e sul petto; e secondo la condizione, o il gusto della persona: ha qualche ornamento in alto, fatto di panno, ed una guarnizione di pelliccia. Un'altra guarnizione di panno, o di pelliccia, consistente in una piccola striscia, è apposta sul lato sinistro; e sul destro, spezialmente nella tunica delle donne, v'ha una piccola specie di nastro con qualche piastrella di stagno, o di argento. Simile guarnizione orna le maniche, e il petto. Il vestito sopra posto è fatto di un grosso panno, e qualche volta di una pelle di renna di un color grigio. Questo vestito ha un colletto duro, che s'alza sino al mento, ed abbraccia il collo. Anche questo ha ornamenti di ricamo; ed altri ornamenti sono sopra ambe le spalle, fatti di pezzetti di panno tagliati in diverse figure, e scelti di varii colori. Il basso dell'abito è pure ornato anch'esso con liste di diversi colori. I Laponi non hanno ai loro abiti scarselle: invece portano un sacchetto, che pende loro sul petto, e contiene il battifuoco, ed altre cosucce d'uso.

Il gran freddo, che fa nel paese, freddo sì forte, che i fiumi, e i laghi gelano fino a sei, e sette piedi, obbliga i Laponi a ben coprirsi per ogni verso di pelliccie, e ad usare molte provvidenze per tenersi calde tutte le parti del corpo. Così non solo si fanno guanti, e stivaletti, e scarpe di pelli con pelo; ma mettono di più nelle scarpe e ne' guanti uno stoppaccio molle al pari del cotone, fatto da una pianta, che raccolgono l'estate, detta dai botanici cavax vesicuria , la quale fanno con istropicciamento divenir morbida, ed in appresso cardano.

Nè uomini, nè donne usano calzette, ma pantaloni stretti alle cosce ed alle gambe, fatti di grosso panno, o di cuojo concio; e alcuna volta della pelle delle gambe delle renne.

Le scarpe de' Laponi non hanno che una suola; per ordinario lasciano il pelo di fuori, con che le rendono più sdrucciolevoli, massime sul ghiaccio, finchè il pelo non sia consunto. Per questa, od altra maniera ridotte a superficie ineguale servono principalmente ai ragazzi, i quali altrimenti correrebbero pericolo di cadute funeste.

Gli uomini portano cinture guernite di ornamenti di stagno; e vi attaccano una borsa pel tabacco che masticano: d'altra parte a questa cintura per mezzo di striscie di corame ornate di perlette di stagno, appendono il coltello. Le donne sono quelle che fanno ed adornano queste cinture.

In quanto al vestito delle donne, primieramente diremo ch'esse portano un berretto di stoffa di lana, e più spesso ancora di tela, orlato di stoffa di varii colori, e di laminette di stagno; talora vi attaccano un nastro di tela di colore d'oro, o di argento. Prima di mettersi il suo berretto la donna lapona vi aggiusta sulla cima un fiocco rotondo in figura di bottone; e messo che se l'ha in testa, lo assicura con una specie di fettuccia attaccata a quel fiocco. Se hanno bisogno di meglio garantire la testa, a tal uopo usano un berretto più grande, simile ad una corona più larga nella parte superiore, e restrignentesi al basso. Alla parte sinistra vi appongono un pezzo di panno di differenti colori, e qualche volta una correggia, la cui estremità è guernita di talco, e di una piccola palla di argento dorato. L'abito è di poco diverso da quello degli uomini, tunica cioè, e vestito soprapposto. Differisce la tunica delle donne da quella degli uomini in quanto ha delle pieghe d'avanti e di dietro, ed è più lunga, e serrata di più sul petto. In oltre ha un colletto, che s'alza dritto coprendo il collo, e le orecchie, e trapassa l'abito sopra posto. Questo poi, che è di pelle di renna, simile in tutto a quello degli uomini, in ciò solo n'è diverso, che gli uomini lo hanno lungo sino al tallone, e le donne lo portano corto a segno, che appena arriva loro al ginocchio. Per gli ornamenti, poco più, poco meno, questo vestito è del pari simile; e poche sono le differenze sì de' guanti, che de' pantaloni, e delle cinture: solo che ognuno dee figurarsi, che le donne nelle cose loro mettono un poco più di eleganza alla loro maniera; ed usano nelle cinture, oltre le laminette di stagno, o di talco, degli anelli di rame, o d'argento, se sono ricche. In fine usano una specie di mantello di tela russa, o di cotone qualche volta bianco, e qualche volta stampato. Usano pure di piccoli grembiali di tela russa: i bianchi sono sempre guarniti di una frangia. Le lapone russe portano alle orecchie anelli, e qualche volta collane d'argento, che cingendone il collo sono con de' cordoni attaccate alle orecchie. Non rimane da aggiungere se non che quando le donne lapone sono in viaggio, o quando vegliano di notte alla custodia delle loro renne, portano un doppio vestito, il primo de' quali protegge loro la testa, il collo, le spalle, e il mento; e che in generale è sì poca la differenza degli abiti degli uomini, e delle donne, che spesso è accaduto che un uomo ed una donna per errore avendoli cambiati, li hanno conservati ciascheduno tutta la giornata.

Del rimanente a cura delle donne è abbandonato quanto riguarda gli abiti, le pelliccie, le pelli, i guanti, le scarpe, ed ogni altr'oggetto di questo genere. Gli uomini badano al governo della casa, alla cucina, e a tutt'altro, che in altri paesi è commesso alle donne. Le donne fanno ancora diversi mobili; e sono opera loro le più belle scolture, di cui i mobili sono ornati.

Questo discorso ci conduce a parlare delle abitazioni de' Laponi. Le capanne di quelli che abitano la costa sono fatte con quattro lunghi pali, che si uniscono curvati alquanto alla cima, ove si lascia un'apertura per la uscita del fumo. Scorze di betulla, e masse di terra la ricoprono. Bassissima è la porta, per la quale s'entra dentro, e bassa è la capanna medesima, in cui non si può star ritto in piedi, se non nel punto di mezzo, in cui però sta il focolare. La famiglia tutta siede all'intorno di quel focolare, su cui si mantiene vivo il fuoco, e che è formato di due massi di pietra paralleli l'un l'altro. Al di sopra del focolare per un palo messo attraverso pende la marmitta. I Laponi prima di mettersi a dormire estinguono il fuoco, e cessato il fumo chiudono l'apertura superiore con una tavola. Varii piccoli compartimenti ha quella capanna per se stessa già piccola, i quali possono chiamarsi camerette, quali destinate a contenere le masserizie, e quali a dormitorio. Ed ecco come si preparano per dormire. Se nella capanna non istà che una famiglia, il marito e la moglie mettonsi in una di quelle camerette, e i figli e i domestici stanno nelle altre. Se capita un missionario, che abbia a dormire presso questa famiglia, se gli dà per onorarlo la cameretta de' conjugi. Se nella stessa capanna abitano due famiglie, il focolare diventa comune, ed una delle famiglie sta da una parte, l'altra dall'altra, secondo i compartimenti accennati; nè mai succede contrasto, o querela tra quelle due famiglie, chè anzi sono un esempio di cordialità, e di fraternità. I montoni, e l'altro bestiame hanno un luogo espressamente ad essi assegnato accanto alla capanna, e vi entrano per la porta medesima, per la quale entra la famiglia, di cui fanno parte. I Laponi della costa hanno un altro luogo per conservare il fieno. Costruiscono questo luogo in modo, che sotto il tavolato, su cui posa il fieno, hanno la comodità di conservare i loro vestiti, le pelli di renne, e molti loro utensili. Se finiscono presto il fieno, vanno a levare la scorza agli alberi per darla in pasto al loro bestiame; e se tanto è il freddo, che per la neve fortemente gelata le renne non possano procacciarsi il musco sepolto sotto la medesima, i Laponi vanno a tagliare grossi abeti, ed altri alberi per prenderne i licheni, e i muschi, che crescono sotto quelle piante. Con che si vede che esterminio essi fanno delle più belle piante così ridotte a imputridirsi. Spesso danno ai loro animali delle radici, e spesso pure fanno bollire teste, ossa, e viscere di pesci insieme con paglia, e con qualche pugno di varec ( fucus serratus ); e questa miscela è gustata eccellentemente dalle loro vacche.

Poco da codesta mentovata capanna differiscono le tende d'inverno de' Laponi montanari, salvo che questi dispongono diversamente il luogo della cucina. Essi andando a dormire lasciano acceso il fuoco, che fa loro le veci di lampada. Questi Laponi usano costruire alcune tende ne' boschi, ove ogni giorno vanno a cercar legna da scaldarsi. A poca distanza poi dalla tenda principale erigono una capannuccia, che serve di magazzino per tutte le loro robe e provvigioni. La tenda che usano in estate, è simile a quella dell'inverno, con questo che l'alzano sulle montagne alla portata delle alture fredde, ove le renne possano andare al pascolo: essa non è coperta che con un pezzo di grossa saglia. Piccolissima è la tenda de' cacciatori che vanno in cerca delle renne selvatiche. Per alzarla il Lapone leva dal suolo tutta la neve; e d'essa si fa intorno una specie di muraglia: raccoglie poi le pietre, che ivi trova, per farne il suo focolare; e si prepara il mangiare con una specie di pignatta, che si porta dietro con altri arnesi. Una tenda simile usa il Lapone della costa quando si mette in mare sul suo battello, di quella servendosi abbordando a terra, secondo che ne ha occasione.

Rimane a dire de' letti de' Laponi. Questi letti consistono in una pelle di renna stesa sul suolo sopra uno strato di foglie. Per capezzale usano il loro soprabito: per coperta hanno una pelle di montone, la cui lana tengono dalla parte della persona; e a quella coperta altra ne soprappongono di lana che ha lungo pelo. I letti non sono separati gli uni dagli altri che per un pezzo di legno posto da ciascun lato. L'uomo e la donna dormono alla estremità: i figli nella divisione seguente; e i domestici presso la porta, secondo i compartimenti già accennati, e che impropriamente abbiamo detti camerette. Sono poi gli uni sì vicini agli altri, che l'uomo e la donna possono colle loro mani toccare i figli, e quasi i domestici. V'è però qualche eccezione da notarsi. In estate le zenzale, ed altri insetti volanti infestano orribilmente i Laponi montanari. Per difendersi da quel flagello, e non crepare di caldo sotto una coperta, che li soffocherebbe, hanno trovato il modo di tener alzata la coperta nel mezzo del letto mediante una corda, o cosa simile che da un capo è attaccata nel centro alla coperta, e dall'altro ad un legno della tenda perpendicolare al letto; e la coperta anche così elevata giugnendo colle sue tre estremità a terra, salva chi dorme dalle beccate di quegl'insetti. Essi sono di varie specie; ma una ve n'ha fra le altre più fiera di tutte, perchè penetra per le cuciture p. e. de' guanti, e lascia tante beccate quanti ne sono i punti. La beccata produce un pizzicore incomodo, una leggiera gonfiezza, e tante piccole ulceri bianche, per le quali, quando una persona ritorna da di fuori, e ch'essa è stata attaccata da uno sciame di questi insetti, si stenta a riconoscerla: tanto il suo volto è pieno di pustole. Fuggono questi crudeli nemici di ogni vivente, se un vento viene a soffiare con forza; ma cessato appena, ritornano con un ronzìo fastidiosissimo esso solo. Assaltano al pari degli uomini i bestiami tutti, e le renne; e lasciano la pelle di queste povere bestie tutte insanguinate per le tante morsicature. Finora non si è trovato altro rimedio che quello del fumo. Ed è crudele disgrazia de' poveri Laponi, che mentre sono per ripigliar vita dopo il lungo inverno, che ha durato dal s. Michele sino al s. Pietro, incontrino colla bella luce di un giorno di tre mesi continui un sì desolante flagello. Ma passiamo a parlare de' cibi de' Laponi, e della loro cucina.

Il latte delle renne è la base del loro nudrimento. In due maniere i Laponi lo preparano secondo la stagione. In estate fanno bollire col loro latte finchè si quagli una specie d'uva spina che cresce nelle praterie interposte alle loro più alte montagne: agitandolo continuamente mentre bolle, ne separano il siero, e cuocono di nuovo il quagliato, che poi mettono entro vesciche, e queste seppelliscono sotto terra, usandone nella breve stagione corrente. In inverno tengono altro modo; essi mettono il latte in barili, o vasi simili: il freddo lo fa gelare; e con ciò si conserva più facilmente. Il latte munto in appresso si mesce a bacche dell'uva spina, detta de' cervi, che sono nere; e lo ripongono in ventricoli di renna: il latte si congela subito, e volendone far uso lo spezzano in fette con una scure. Non esponendosi al fuoco nel mangiarlo assidera i denti. L'ultimo latte munto l'inverno, che si ripone in piccoli vasi fatti con legni di betulla, si congela anch'esso subito, ma passa pel più delicato. Per usarne si mette appresso al fuoco, ed a misura che si fonde, si mangia col cucchiajo: ma bisogna tenerlo coperto; altrimente per poco che l'aria sia fredda ingiallisce e irrancidisce. — Il formaggio di renna si fa come siegue. Si mesce acqua col latte, perchè essendo questo troppo denso, stenterebbe a quagliarsi: e scaldato quindi sufficientemente vi si mette il presame: e separatone il siero, il latte quagliato si avviluppa in un pezzo di tela; e premuto gli si fa prendere una forma rotonda. Allora si mangia tanto freddo, quanto lessato, od arrostito: ma se si appressa troppo al fuoco, a cagione del molto burro che contiene, corre pericolo d'infiammarsi.

I Laponi della montagna fanno del burro col latte di renna, ma riesce meno buono di quello che i Laponi della costa fanno col latte di vacca, di pecora, e di capra.

Il desinare e il cenare de' Laponi della montagna si fa costantemente con ciò che dà loro in inverno la caccia. Ogni settimana ammazzano una o due renne selvaggie, più o meno, secondo il numero degl'individui componenti la famiglia. Ecco tutta la loro cucina. Il cacciatore che ha ammazzata la renna, la taglia in pezzi, e mette questi nella marmitta senza badare nè al sangue, nè ad altro imbratto. La bollitura fa alzare il grasso, che si schiuma e si mette in una conchiglia, la quale serve di piatto, e vi si getta un poco di sale. Cotta, o creduta cotta la carne si cava dalla marmitta con una forchetta di legno, e si depone sopra un piatto, lasciando nella marmitta il brodo. Tutti siedonsi intorno al piatto, e ciascuno bagna il pezzo di carne che ha tolto, colla punta del suo coltello nella conchiglia del grasso schiumato; e di tempo in tempo beve un cucchiajo di brodo rimasto nella marmitta; così que' Laponi cominciano e finiscono il loro pasto. E sono essi tanto economi, che neppure degli ossi fanno grazia ai loro cani; perciocchè dopo averli ben bene piluccati li spezzano minutamente, e li fanno bollire di nuovo per trarne una gelatina. Ma i Laponi mangiano la carne anche arrostita; e in luogo di spiedo infilzano la loro selvaggina in un palo aguzzo, che piantano d'innanzi ad un gran fuoco, e di quando in quando lo rivoltano, onde per tutti gli aspetti la carne sia penetrata dal calore; ma non usano poi percottarla col burro. Qualche volta per variare affumicano la carne; e perchè prenda bene il fumo le fanno qua e là molte incisioni: nel resto l'appendono all'alto della loro tenda. I Laponi viventi sulla costa mangiano bue, montone, orsi, volpi, e lontre, e vitelli marini, ed ogni altro animale, che lor riesca di uccidere, salvo però il porco, pel quale hanno un'avversione orribile. Que' che si danno alla pescagione, mangiano sermoni, che fanno seccare al sole; e non vi fanno altra concia che quella dell'olio di balena. La madre ne dà de' bocconi masticati al suo bambino, che ancora allatta; e così il Lapone contrae il gusto di quest'olio, che riguarda come la miglior cosa del mondo. Quando trovano finite le loro provvisioni, raccolgono le teste, e le spine, e gli ossi de' pesci che abbiano ancora qualche bricciolo di carne; fanno arrostire queste cose; poi le mettono a bollire in una marmitta con fette di coscia del vitello marino: ma hanno la precauzione di porre questi ossami nel ventre di una foca, e di tenerveli, onde s'imbevano meglio dell'olio di quell'amfibio: quest'olio si serve poi come salsa. Arrostiscono parimente il pesce, come fanno della carne. Hanno una singolar passione pel pesce, che i naturalisti hanno battezzato col nome di gadus eglesinus ; e vivanda per essi squisitissima è il fegato del medesimo, pesto, e conciato con certe loro bacche. Il mangiare di queste genti con tant'abbondanza di grassume, e di olii, potrebbe far credere che loro cagionasse varie malattie: ma essi non soffrono nè malattie croniche, nè dissenterie, nè febbri, nè altri malanni del genere, che soffronsi nei nostri paesi: la sola, che singolarmente li affligga, è una colica spasmodica, che viene attribuita a' vermi, della quale si parlerà, e che è più incomoda, che inquietante. Nè usano, nè conoscono il pane: al più fannosi con farina ed acqua alcune piccole focaccie, che cuocono sul focolare. Bensì hanno certe delicatezze di loro gusto per aguzzar l'appetito; e sono i soli ricchi, che le usano: una è la scorza più interna dell'abete presa di recente dall'albero, e tenuta per darle maggior sapore al fumo, e intinta nell'olio di balena. A compimento de' loro pasti godonsi dell'angelica, di cui mangiano fusto, foglie, e radici fino che è fresca; e la mangiano pure bollita nel latte. Dopo il pasto è loro delizia il tabacco o fumato, o masticato. È inesprimibile la loro passione per questa pianta irritante.

La bevanda comune de' Laponi è l'acqua, che l'inverno procacciansi facendo fondere la neve al caldo. Se sono vicini ad un fiume, rompono il ghiaccio per provvedersene.

Rimane a far qualche cenno de' mobili di casa, che i Laponi usano; e l'inventario di questi è corto. I Laponi erranti non potrebbero averne molti ancor che volessero, poichè oggi sono attendati qua, domani là, e le loro tende sono assai piccole. Nè, siccome si è già accennato, sono più ampiamente alloggiati quelli, che hanno ferma residenza, onde nemmeno quelli della costa s'imbarazzano di tavole, di scranne e di simili cose. Tutto adunque si riduce ad una marmitta, a qualche piatto, ad alcuni cucchiai di corno o di stagno; ed è un gran lusso de' pochi più ricchi un qualche cucchiajo di argento. I montanari nella lunga notte di tanti mesi non hanno altro lume, che quello che si procacciano col fuoco continuo. L'abitante delle coste per veder lume empie un guscio di conchiglia d'olio di foca, vi pone uno stoppino fatto di giunco; e questo è il suo mobile più pregiato. Ma veramente il mobile più pregiato, in quanto il Lapone vi mette tutto il suo ingegno a farlo e ad ornarlo, si è la culla destinata a contenere il frutto del suo amore. Questa culla è fatta di un tronco d'albero ben incavato e fregiato di scolture. La madre l'attacca con alcune correggie alle sue spalle quando viaggiando ha da portar seco il suo bambino; ed ha l'attenzione di fargli pendere sul davanti raccomandata ad un mezzo cerchio una filza di globetti, onde giacendo sulla schiena, ed avendo libere le mani e le braccia, il figliuoletto possa divertirsi.

Si è detto delle renne, del governo e dell'uso che i Laponi ne fanno; qui non occorre che accennar qualche cosa della caccia che danno alle selvaggie. Non vi si abbandonano però che accidentalmente, tutte le loro cure essendo intese alla custodia delle domestiche. È in inverno spezialmente che vanno in traccia delle selvaggie, correndo a piedi sulla neve con quelle loro scarpe, che abbiamo chiamate scivolatoi, medianti le quali vanno più spediti della renna medesima, al cui corso l'altezza della neve fa grande ostacolo. Raggiungendola adunque l'ammazzano con qualche colpo sulla testa: diversamente le tirano sopra con arma da fuoco: usano ancora, secondo la circostanza de' luoghi, di un laccio, in cui l'animale imbarazza le sue corna. Hanno anche la destrezza di ridurle o a certi parchi, o in qualche stretta, da cui le renne, entrate che vi sieno, non possono più uscire.

Col fucile o con lacci i Laponi prendono le lepri che abbondano nel paese. Questi animali in inverno hanno bianco il loro pelo. Abbondano pure nel paese le volpi; e ve n'ha di diverse specie, altre essendo rosse di colore, altre aventi sulla schiena, e su quel rosso una croce nera; alcune nette nere; altre nere, ma aventi sulle vertebre un lungo pelo di un grigio di cenere; e queste sono di gran prezzo in tutti i mercati d'Europa. Ve ne sono anche di bianche colle orecchie, e i piedi neri, e colle code bianche, e macchiate di peli neri. V'ha pure de' martori. Quelli di montagna hanno il pelo corto, e nericcio, giallastra la coda, e grigio di cenere il petto: il martore detto di betulla, perchè spesso si trova dove quest'albero cresce, è giallo di pelo, ha la coda porporina, e bianco il petto. Più rara è la donnola, chiamata dai naturalisti mustella martri , la quale ha per proprietà di saltare sulla schiena della renna, ed a forza delle unghie e dei denti di ucciderla.

Anche la Laponia ha castori; e talora se ne sono veduti dei bianchi, i quali non sono, che una specie di mostruosità della natura. Troppo è nota l'indole singolare di questo animale perchè noi non commettiamo qui una superfluità parlandone. Diremo piuttosto dell'animale chiamato dai Laponi zhjestes del quale v'ha tre specie: quello di mare, il cui pelo è giallo pallido, e molto fitto; ed una sua pelle costa ordinariamente in Danimarca uno scudo: il secondo è detto delle baje e delle paludi, più piccolo dell'altro, la cui pelle di un color nerastro è più brillante di quella dell'altro; e vale tre scudi e mezzo. Il terzo è quello d'acqua dolce, col petto bianco e la schiena nera come le penne del corvo; e vale cinque e più scudi.

Lo scojattolo e l'armellino sono altri animali preziosi per le loro pelli. Di questi e degli altri, che abbiamo accennati, i Laponi vendono le pelli ai Russi, che le adoperano quali nelle loro manifatture, quali facendone pelliccie, o per uso del paese, o per traffico con altri popoli. A tutti questi animali vanno unite alcune specie di sorci; e spezialmente quella, che i Laponi chiamano lemmick , che ivi sono in immenso numero. Va pure unito l'orso, di cui si è altrove già parlato abbastanza. Tocca a' filosofi spiegare lo strano fenomeno, che in questa estrema parte del continente, in mezzo ai rigori di sì inclemente clima, gli animali tanto selvaggi, quanto domestici, sono di una singolare fecondità. Le stesse pecore danno due volte all'anno de' gemelli; e le capre due gemelli costantemente, e qualche volta tre.

Nelle edizioni inglese, e francese di questo viaggio si parla a lungo de' pesci , degli uccelli , degl' insetti , de' vegetabili , e de' minerali della Laponia: quelli che di tali cose in particolare si dilettano, consulteranno quell'edizioni. Qui si parlerà piuttosto di alcuni usi proprii de' Laponi, come argomento che può interessare i più de' lettori.

I Laponi sono oggi quelli che erano nel secolo XII, in cui furono conosciuti sotto il nome di Skrit-Fiani. Quantunque posti sotto la zona boreale, hanno qualche costume degli abitanti dell'India: per esempio, dovendosi il Lapone presentare ad un magistrato, o al suo pastore, non lo fa mai senza regalarlo o di un formaggio, o di qualche pernice, o pesce, o di un agnello, o di alcune lingue di renne, ecc.; e ne riporta un po' di tabacco, una bottiglia d'idromele, od un fiaschetta d'acquavite, o dello zenzero, del pepe, e simili droghe.

In addietro per dinotare le loro feste, ed i giorni lieti, o funesti, facevano uso di un bastone con tacche: questo era il loro almanacco. E sa di quel uso il complimento che incontrandosi praticano, abbracciandosi scambievolmente, e gridando eurist , che vuol dire: dio ti salvi da ogni pericolo . — L'isolamento, in cui vivono le famiglie lapone, non permette di aver ricorso alle mammane per ajutare le partorienti: quest'officio è esercitato dagli uomini. Un altro uso è, che al neonato si assegna una renna, come una specie di patrimonio, la quale quando sarà grande sarà sua insieme con quanto potrà provenirne: che vuol dire ch'egli avrà un bell'armento; nè per alcun titolo, o pretesto vi si può mettere su le mani.

In Laponia il ministro del culto è maestro di scuola, è sacristano, è tutto, poichè pochissime sono le funzioni religiose. — Se la famiglia nell'andare a provvedersi per bisogni della giornata non può menarsi dietro i piccoli figliuoletti, lasciandoli nell'abitazione, capanna, o tenda che sia, i piccini lega nella culla, onde non cadano movendosi troppo, e que' di due, o tre anni lega per una gamba ad una corda raccomandata ad un piuolo, onde salvarli dal pericolo di cadere sul fuoco. — Le donne lapone radono fino alla pelle la testa de' loro figli, essendo inimicissime degl'insetti, che altrove divorano la pelle de' ragazzi, e di chiunque non si tenga netto.

Quando un giovine ha deliberato di prender moglie, lo dice alla sua famiglia, la quale va in corpo alla famiglia della ragazza con provvisione d'acquavite, e con qualche regalo per la figlia, che si ricerca. Entra nella tenda, o nella capanna quello che è destinato a parlare, e gli altri lo sieguono: il solo giovine rimansi fuori finchè non sia chiamato. L'oratore comincia dall'empiere un gran bicchiere d'acquavite, e l'offre al padre della ragazza, il quale, se lo accetta, è riputato acconsentire; e allora si dà acquavite in giro a tutti. È ammesso a questa libazione anche il futuro, il quale ottiene il permesso di parlare in proprio nome alla ragazza. L'oratore intanto dice quanto può, e sa dire in favore di lui; e quando i genitori della medesima hanno dato il loro assenso, il giovine mette fuori i regali destinati alla sposa, p. e. una cintura, un anello, o cosa simile; e ai genitori di lei promette abiti da nozze. Se per avventura si ritrattasse l'assenso dato, tutte le spese incontrate anche per quelle cose che rimasero consumate, restano a carico di chi ha data occasione alla novità intervenuta. Del resto quando le parti si sono accordate, il giovine ha il permesso di far la corte alla sua bella e si veste da festa andando a trovarla, e in lode di lei compone canzonette piene di affetto. Il che prova, che se i Laponi stimolati a cantare, fecero cattiva figura, o non ebbero conveniente eccitamento, od erano i più ignoranti Laponi del mondo. Chi non si trova abile a fare delle belle canzoni alla sua fidanzata, supplisce regalandole tabacco, acquavite, o cose simili. Il dì delle nozze la sposa è vestita all'incirca coi soliti abiti; ma ha nuda la testa, e cinti sulla fronte i capelli con qualche striscia di stoffa di varii colori, e nel resto porta i capelli sparsi ed ondeggianti sulle spalle. Il Lapone è frugale anche nel pasto nuziale, e i convitati di qualche agiatezza regalano lo sposo di alcuna moneta, o suppliscono con una renna, od altro equivalente. In Laponia però nè suoni, nè canti, nè balli conosconsi, come segni del tripudio, che dappertutto accompagna le nozze. Lo sposo per un anno comunemente vive coi genitori della moglie: poscia va a piantar casa da sè; e ne ottiene qualche montone, una marmitta, e qualche altra di quelle piccole cosuccie, che sono necessarie in una famiglia lapona, e che si sono di sopra indicate.

La grande semplicità, in cui vivono i Laponi, fa che non abbiano altri giorni di riposo, e di festa, che quelli della stanchezza per le fatiche sostenute; e quando voglionsi ricreare, non fanno che passare da un esercizio ad un altro. Perciò i loro divertimenti non consistono, che in prove di forza, o di destrezza. Spesso usano tirare a segno, o giuocare alla palla, che uno getta, e l'altro deve respingere con un bastone. Hannosi un giuoco prediletto, che chiamano della volpe, e delle oche, che si fa in due, ed è ingegnosissimo: ne hanno un altro, che chiamano del salto, proponendosi di saltare al di là di un palo posto orizzontalmente ad una certa altezza; un altro consiste in una lotta che due, o più sostengono, ma in numero pari per ogni parte; e la sostanza sta in questo, che tenendosi da ciascun lato un bastone attaccato alla stessa corda che l'altro, debbesi per le forze rompere la corda; e perde chi vacilla, o cade, od abbandona il bastone. Lottano ancora, o pigliandosi per la cintura, e cercando di alzare in aria l'emolo, o con esso maneggiandosi in altre maniere. Le scommesse in questi giuochi sono di qualche piccola moneta, o di un poco di tabacco, o d'altra cosa simile. Questi giuochi, ed altri di egual natura contribuiscono mirabilmente alla conservazione della robustezza, della destrezza e della sanità.

CAPO XXII.

Malattie de' Laponi. Vajuolo. Colica spasmodica, oftalmia. Preservativo contro lo scorbuto. Rimedio pe' geloni, per le ferite, per le fratture, e lussazioni. Affezioni inflammatorie, reumi, lombaggine. — Funerali de' Laponi, sepolture, convito mortuario, anniversarii. Pietà verso i defunti. Giurisprudenza sulle eredità. — Religione degli antichi Laponi. Montagne Sante, tutt'ora in venerazione. Maghi. Affezione de' Laponi al loro paese.

Abbiamo detto altrove, che ad onta del clima, delle fatiche, e de' cibi, i Laponi generalmente sono esenti da quelle tante malattie, che regnano ne' bei climi meridionali. Ma i Laponi hanno avuta la disgrazia degli Americani; quella di partecipare del vajuolo, dacchè un giovine Scozzese lo recò a Berg, dove fatalmente infettò chi per cagione di commercio era ito colà dal fondo delle terre settentrionali. I Laponi adunque furono alcune volte furiosamente minacciati di esterminio da questa malattia; e le invasioni della medesima formano per loro un'epoca di loro età. Ma il vajuolo è venuto da di fuori: propria di loro dee ben dirsi quella colica spasmodica, di cui abbiamo fatto menzione, e che essi chiamano ossem , o helmé . Essa sembra avere i caratteri del cholera-morbus delle Indie: imperciocchè ha la sua sede nelle viscere verso la regione ombelicale: i dolori che cagiona, si estendono sino al basso ventre, facendosi sentire a riprese, come quelli del parto; e le angosce che reca, sono tali, che l'infelice il quale n'è preso, si dibatte, e rivolta per terra, ed ora non può espellere l'orina, ed ora la emette sanguigna, come se fosse attaccato da calcoli. L'accesso dopo qualche ora, e sovente dopo alcun giorno, termina con un ptialismo, che dura un quarto d'ora. I Laponi viventi nelle montagne non ne sono attaccati giammai; bensì quelli delle vallate, e spezialmente nella stagione estiva, quando loro avvenga di bere l'acqua corrotta delle paludi riscaldate dal sole. Fanno poi fronte a questa malattia con radici d'angelica, con ceneri, ed olio di tabacco, e con castoreo liquido. — Endemica malattia loro è l'oftalmia, che spesso precede la cecità. Il continuo fumo, in mezzo al quale vivono tutto l'anno, può esserne una cagione; un'altra la vivacità del fuoco, a cui sono sino dalla infanzia esposti, sicchè vien loro a disseccarsi l'umidità della congiuntiva. Aggiungasi il riflesso de' raggi solari sulla neve, e la sì lunga, ed universale presenza della neve. Si dice che soffrano anche di una cataratta imperfetta, o piuttosto di un'affezione della congiuntiva, se il singular modo che usano per guarirne abbia a tenersi per incontrastabilmente efficace. Il modo è questo: pigliano un pidocchio umano, e lo fanno entrare tra l'occhio e la pupilla; il fregamento che l'insetto eccita sul globo, basta, per quanto dicesi, a distruggere una membrana, la quale stesa sulla cornea è la prima cagione dell'affezione morbosa.

Parrebbe che i Laponi dovessero andar molto soggetti allo scorbuto, come tutti i popoli vicini ai mari del settentrione; ma poco ne soffrono; e dicesi ciò avvenire per l'uso copioso che fanno della fina pellicola che si trova sotto la scorza dell'abete, di cui fanno raccolta in maggio; la seccano, la riducono in polvere, e la mescolano colla farina, di cui fanno le piccole focacce, che stanno loro in luogo di pane. Se forse meglio non abbiasi ciò ad attribuire al siero acetoso che usano cotidianamente, e all'abitudine di piantare le tende sull'alto delle montagne ad un grado medio di temperatura, ove la umidità de' fondi non possa loro nuocere. Può contribuirvi fors'anco l'uso che fanno nell'inverno della carne fresca di loro cacciagione, e di quella delle loro renne; non meno che il continuo esercizio, in cui vivono; le pelliccie, di cui sono coperti, e l'aria poco umida, quantunque fredda, che respirano. I ragazzi soffrono i geloni: per questi, e per altri mali che procedono dalle stesse cagioni, usano l'applicazione del formaggio di renna. Per le ferite e contusioni applicano la gomma che spontaneamente cola dagli alberi resinosi. Per le fratture, e le lussazioni fasciano strettissimamente la parte offesa dopo aver rimesse bene le ossa al posto; ma prima fanno prendere alla persona una pozione, che dicono efficacissima per dissipare i dolori, e sollecitare la guarigione. Non è detto di che quella pozione sia composta; ma la giunta che vi mettono di limatura d'argento, o di rame, non sembra molto persuasiva; e forse sarà superflua; come superflua è da credere la cura che dannosi nella scelta de' nervi, coi quali fasciano le lussazioni, e gli storcimenti; mentre prendono dalle renne femmine quelli che applicano agli uomini, e dalle renne maschie quelli che applicano alle donne.

Finalmente i Laponi sono soggetti ad affezioni infiammatorie di petto, a doglie reumatiche, affini alla lombaggine. Dapprima ricorrono per guarire alle unzioni di grasso d'orso, e in appresso ai cauterii, procurando per mezzo dell'abbruciamento un'escara, alla caduta della quale la malattia cessa. Così i Laponi fanno per pratica ciò che il padre della medicina spiegava per teorica, e colla pratica consecrava. Ma bastino queste indicazioni in proposito delle loro malattie, e de' loro rimedii; e diciamo piuttosto delle loro cerimonie funebri, giacchè i Laponi in fine muojono come tutti gli altri uomini; benchè quasi tutti, se particolar caso non intervenga, giungono alla età chi di settanta, chi di ottanta, chi di novant'anni; e v'hanno parecchi che passano i cento.

Quando un Lapone è gravemente ammalato, chiamasi un indovino, il quale dica se guarirà, o se morrà. Se il presagio è funesto, il primo capitato, che si trovi presso di lui, gli fa un sermoncino divoto; ma più sovente quelli che sperano qualche porzione della eredità, badano più a cominciare i funerali, ancorchè l'infermo sia ancora alle prese colla morte. Morto poi che l'infermo sia, e per qualunque genere di malattia, ognuno esce della capanna, in cui è il cadavere, credendo che ivi rimanga ancora qualche cosa dell'anima del defunto. Alcuni giorni poi dopo ritornano per seppellire il corpo, e rendergli gli ultimi officii. Se fu persona pe' fatti suoi commendevole, il corpo si avvolge in una tela, quanto può aversi più fina; se non lascia cosa di valore, si adopera un pezzo di tela grossa. Così si pratica con chi professa il cristianesimo. Alcuni però sono vestiti de' loro abiti migliori, e collocati in una bara da una persona nominata, o pagata per quest'officio; e il parente prossimo del morto dà a quella un anello di tombacco, ch'essa subito si pone al braccio destro, come preservativo d'ogni male, che potesse volerle fare lo spirito del defunto, di cui non abbandona il cadavere fino a tanto che questo non rimanga sepolto. Prima che i Laponi fossero cristiani, ed anche molto tempo dopo, seppellivano i morti nel primo luogo, che credessero opportuno, e spezialmente ne' boschi, come fanno anche oggi, se sono lontanissimi da una chiesa. Il modo del seppellimento è di rovesciar sulla bara, e sul cadavere deposto in una fossa la slitta, su cui n'è fatto il trasporto, e di gittarvi sopra delle zolle verdi e delle frasche. Se trovasi a portata una qualche caverna, in essa si depone il cadavere, e se ne chiude l'ingresso. Quelli che non sono attaccati al cristianesimo che assai debolmente, e sono i più, mettono col cadavere una scure, un battifuoco, dicendo che il morto può trovarsi in luoghi oscuri, ed aver bisogno di lume: la scure poi gli gioverà per aprirsi la strada tra boscaglie, per le quali egli abbia a passare. Alle donne, invece della scure danno forbici, ed aghi. Si aggiunge poi una provvigione di viveri: il che renderebbe assai probabile l'opinione di alcuni, i quali dicono darsi dai Laponi ai loro morti la scure, le forbici, e gli aghi, perchè suppongono, che al mondo di là debbano lavorare come lavoravano in questo. Quando si può trasportare a qualche chiesa il cadavere, questo può seppellirsi o nel cimitero, o in chiesa, ottenendosene la permissione: ma v'è gran difficoltà a trovare chi voglia scavare la fossa, anche ben pagato. In questo caso si osservano le cerimonie del culto cristiano; e quelli che hanno accompagnato il morto, esprimono il lutto co' più miseri abiti, che trovinsi avere. Quando il seppellimento è fatto nel cimitero, si lascia sulla fossa la slitta, e sotto di questa mettonsi i vestiti del morto, la sua coperta, e la pelle che gli serviva di letto. Tre giorni dopo le esequie la famiglia si unisce al banchetto funebre, in cui la vivanda principale si è la carne della renna, che ha condotto il morto alla sepoltura: le ossa della quale mettonsi in una specie di cassa, sulla quale scolpisconsi i principali tratti del defunto; e vassi a seppellirla ove si è seppellito il cadavere. Quando si tratta di un ricco, all'anniversario suo si sacrifica una renna; e ciò si ripete per anni.

I Laponi conservano una lunga memoria di quelli che hanno perduti, massime se sono parenti; nè fanno ostentazione della loro tristezza con esterne espressioni e segni. Durano bensì degli anni ad andare al sepolcro, e forano de' buchi sui fianchi della fossa, mettendovi un poco di tabacco, od altra cosa, di cui, mentre viveva, il defunto dilettavasi, immaginandosi che la felicità dell'altra vita non consista che in mangiare, bere, e fumare.

L'eredità de' Laponi sta principalmente in bestiame, in denaro, in utensili di rame, o di ottone, in pelliccie, e in vestiti. Ma il forte della sostanza sta nelle renne, che qualche Lapone è giunto ad averne fino a tre mila, e forse più. Parlandosi della divisione della eredità è da avvertire, che quella che consiste in denaro, va per lo più perduta, per l'uso che abbiamo detto regnare fra Laponi di nasconderlo; e sono sì attaccati a quest'uso, che si ha l'esempio di uno, il quale sollecitato ne' suoi ultimi momenti a rivelare il sito del suo tesoro, ostinatamente ricusò d'indicarlo, perchè, diss'egli, gli eredi se lo avrebbero appropriato, mentre avrebbe potuto averne bisogno egli. Dunque trattandosi de' beni ostensibili, il fratello ne prende due terzi, e la sorella uno, secondo che porta la legge svedese: ma in questo riparto non entrano le renne, che hanno fatto parte della sua dote; nè quelle che alla sua nascita furono donate al ragazzo, e che assai volte sonosi moltiplicate copiosamente: se si tratta di beni fondi, i due sessi trovansi a pari condizione; e questo è statuto di Carlo IX , il quale concedette ad ogni famiglia una porzione di terre, di laghi, di boschi, e di montagne, coll'obbligo di pagare un certo canone annuo.

Sarebbe facile confrontando varii usi, e varie opinioni, che abbiamo accennate dominare fra Laponi, cogli usi, e colle opinioni di generazioni o scandinave, o tartare, rilevare i varii gradi di affinità sussistenti tra questi popoli. Ma a ciò potrebbe contribuire forse più quanto si sa della religione de' Laponi, non affatto dimenticata anche dopo che abbracciarono il cristianesimo. Eccone gli elementi principali.

Le divinità adorate da questo popolo possono dividersi in quattro classi. 1.º Le Sopra-Celesti ; ed erano due. 2.º Le Celesti , due parimente. 3.º Le Sotto-Celesti . 4.º Le Sotterranee . Quelle della terza classe erano anch'esse due; e tre quelle della quarta: tutte poi avevano il loro nome particolare.

La prima delle Sopra-Celesti , detta Radien-Atshic , era la divinità suprema, il cui potere estendevasi sopra tutte le altre; ed in virtù del nome venivasi ad intendere, che tutte le altre da questa traevano l'esistenza, e la forza. La seconda era detta Radien-Kiedde ; e riputavasi il solo figlio della prima, la quale non creava nulla, ma trasferiva nel figlio la potenza creatrice: e queste due divinità dominavano sopra quelle della seconda, e terza classe, le quali erano in grande venerazione presso i Laponi, perchè inclinate per indole loro a fare il bene. — La prima delle Celesti , detta Beiwe-Ailekes , rappresentava il sole, fonte della luce e del calore, per beneficio delle quali cose le renne trovavano il loro nudrimento. A questa divinità offrivano canapa. La seconda dicevasi Alilekes-Olmak : pare che questa rappresentasse la luna, illuminatrice benigna delle lunghissime notti. — Le Sotto-Celesti occupavano la regione dell'aria. Alla prima davano il nome di Maderatje , residente più vicina al sole, e davano il nome di Madarakka , e di Oragalles ad altre, abitanti le regioni di sotto al sole: le più vicine alla terra erano distinte coi nomi di Sarakka , e di Juks-Akka : le quali per la vicinanza potevano facilmente assistere chi loro chiedeva soccorso. Oragalles significava il tuono, il quale in tempo delle procelle sembra indicare una convulsione negli elementi che compongono l'atmosfera; e i Laponi adoravano questa divinità per placarne la collera, e fare che risparmiasse le loro persone, e le loro renne. Madarakka era la dea proteggitrice delle donne lapone, e la invocavano in tutte le circostanze particolari del loro sesso. Essa avea per isposo Radien-Kiedde , il potere di crear tutto. Sarakka era la figlia di Madarakka , adorata dalle donne lapone anch'essa insieme colla madre, Juks-Akka era un'altra figlia di Madarakka , la quale avea cura de' bambini, che a lei erano votati fino dal momento della loro nascita.

I pericoli, a cui potevano essere esposti spezialmente i Laponi montanari nello scorrere co' loro armenti vastità di paese pieno di precipizii, e d'acqua d'ogni maniera, fecero loro considerare per divinità Saiwo , e Saiwo-Olmak , invocati appunto in circostanze critiche; essi davano a chi li consultava le risposte in sogno. Un'altra divinità, che chiamavasi Saiwo-Guelle , era incaricata di guidare le anime in mezzo alle tenebre inferiori.

I Laponi facevansi un dio della Morte, chiamata da essi Jabme-Aikko ; e regione di Jabme-Abimo dicevasi la terra, in cui questo dio soggiornava; ed ivi le anime dei defunti vestivansi di nuovi corpi in luogo di quelli ch'erano rimasti ne' sepolcri; e godevano di nuovo, e più ampiamente delle dignità e dei diritti, de' quali erano stati distinti sulla terra. Anche l'inferno avea il suo dio; e le regioni soggette al suo impero chiamavansi Rota-Abimo : ivi erano mandate le anime de' perversi per istarvi senza alcuna speranza; laddove i mandati a Jabme-Abimo avrebbero un giorno veduto Radien , e sarebbero stati con esso lui in luoghi beati. Ma quando dal raccomandarsi a tutte le altre divinità non aveano tratto alcun soccorso, volgevano l'ultima loro speranza a Rota . Lo aveano per un dio cattivo e potente insieme quanto gli altri: onde credendo che da lui venissero le malattie loro e de' loro armenti, tentavano di placarne il mal talento.

Questa mitologia, qualunque sia il carattere, sotto il quale essa apparisce a noi, non può essere la creazione di uomini rozzi, come i Laponi a noi si presentano. Gli uomini rozzi possono soltanto averla in qualche parte alterata. Sembra adunque che siamo abilitati a supporne altrove l'origine, la quale non può essere stata che in un paese ben lontano dalla Laponia, e presso una nazione, dalla quale gravi calamità e violenza insuperabile distaccarono i padri degli attuali Laponi. Nell'esame delle varie religioni, che o per intero o per rottami possono riscontrarsi ne' paesi dell'Asia, s'avrebbe forse qualche elemento per meglio conoscere l'origine vera di questo popolo. Giusto è intanto osservare che le tenebre, in cui per sì lunga porzione dell'anno i Laponi vivono, e gli orrori del sì rigido loro clima, non hanno punto comunicato alla loro religione quel carattere di tristezza e di abbattimento, che in secoli di errori d'ogni genere accompagnò la più pura e santa delle credenze. Similmente i sacrifizii che facevano alle loro divinità, non erano punto dissimili da quelli, che usaronsi dai popoli più civili. Anzi tra questi qualche volta la divinità fu oltraggiata coll'offerta di sangue umano; nè di tale infamia i Laponi macchiarono mai il loro culto. Una renna, un montone, e qualche volta una foca, erano le vittime de' loro sacrifizii; e più spesso non usarono che libazioni di siero e di latte, a cui si aggiungeva talora l'offerta di un formaggio.

I Laponi aveano anche i loro dei penati, che collocavano sotto il focolare: aveano montagne riguardate come luoghi santi; ed erano delle più difficili da salire, e dove nondimeno andavano ad esercitare qualche atto religioso. Anche oggi giorno v'ha chi visita codesti luoghi vestito de' migliori suoi abiti; e se non vi si offrono più sacrifizii, se n'ha però tanta venerazione, che per niun conto si ardirebbe piantarne in vicinanza le tende, nè in que' contorni attaccare un orso, una volpe, un animale qualunque; e la donna, che viaggia, volta dall'altra parte la testa, e si copre la faccia colle mani così mostrando il suo rispetto alla santità del luogo.

Fenomeni, di cui rimaneva ignota la causa, poterono facilmente far nascere l'idea di potenze invisibili; e forse fatti che non doveansi che al caso, indussero uomini semplici a credere che qualche mezzo vi fosse per far muovere secondo il bisogno a pro nostro quelle potenze. Che il caso ancora, o la buona fede sostenuta da una immaginazione esaltata, abbia dato valore ad un'applicazione nulla in tutt'altre circostanze, questa non è cosa impossibile. Che qualche ardito ingegno, o ingannato da proprie prevenzioni, o da vanità, o d'altro interesse spinto a farsi impostore, abbia preteso di fondare una scienza occulta; questa è cosa possibile. La magia non ha dominato, siccome la superstizione, che presso nazioni e uomini ignoranti. Che meraviglia se ciò sia seguito anche presso i Laponi? Si dice che Odino portò questa scienza nel nostro settentrione; i più antichi annali della Norvegia parlano di mirabili cose operate da alcuni re di quel paese. Strumento dell'arte è il tamburo runico, fatto come un cembalo con tanti anelli e sonagli intorno, che al più piccolo movimento fanno grande strepito, e pieno di figure e di emblemi misteriosi. Il tamburo runico gode tuttora presso i Laponi dell'antico credito; e più si stima quello che è più vecchio; e inapprezzabili sono quelli, i quali può provarsi che passarono di padre in figlio in una lunga serie di professori dell'arte. Si dissero dai Laponi questi maghi Noaaids , e naturalmente godevano di molta riputazione: ma oggi stannosi nascosti, perchè i curati li tengono troppo d'occhio. In generale le grandi famiglie hanno uno de' tamburi runici, che tengono nella più segreta parte dell'abitazione, e se ne servono nelle circostanze più gravi, come di malattie, di mortalità del bestiame, e d'altre calamità: nè mancano di cercare l'opera di qualche Noaaid , poichè si suppone che questi abbiano la scienza e le tradizioni de' loro antichi. Chiamato adunque uno di costoro incomincia dal fare un mondo di sberleffi e di contorsioni spaventevoli, bevendo acquavite e fumando tabacco, quanto mai può. Ridotto per tali mezzi ad una specie di ubbriachezza cade in un profondo sonno, che tutti gli astanti prendono per estasi; e quando si sveglia, dice che la sua anima è stata trasportata in qualche montagna santa, di cui indica il nome; e prende a rivelare il discorso che ha avuto colla divinità, aggiungendo che ad onore della medesima si dee fare un sacrifizio; che per ordinario è di una delle più grosse e più grasse renne. Il sacrifizio si fa, di cui il Noaaid gode la parte migliore. Non succedendo quanto si vorrebbe, se ne chiama un altro, e poi un altro ancora; e molti consumano il fiore del loro armento senza costrutto. Oltre il tamburo runico in queste operazioni entrano le così dette mosche ganiche , sotto il qual nome s'intendono maligni spiriti, i quali sono interamente nella dipendenza del Noaaid , che si presume averne ereditato il comando per lunga successione da' suoi maggiori. Questi spiriti, come ragion vuole, sono invisibili a tutti fuorchè al mago che li tiene chiusi in una scatola finchè abbia occasione di servirsene. Non debbesi poi tacere, che il Noaaid canta una certa sua canzone in mezzo alle sue operazioni, la quale i Laponi chiamano Juvige ; ma anzi che cantata dee dirsi urlata: chè di armonia non v'ha nulla.

Del rimanente più che ad altri propositi l'impostura di questi maghi può riuscire nel fatto di trovare cose perdute, o derubate. Ed ecco come il Noaaid procede quando possa immaginare il luogo ove trovare il detentore della cosa perduta, o il ladro. Egli va colà; versa dell'aceto in un piatto, d'onde vien riflessa la fisonomia della persona che vi si guarda. Ed è chiamata a guardarvisi la persona caduta sospetta; ed intanto il Noaaid le fa contro mille sberleffi, e mostra di fissarla e contemplarla ben bene: poscia chiaramente l'accusa del furto commesso; dice di averne la prova sul volto di lui ben figurato sul piatto, e la minaccia di farla coprire da uno sciame di mosche ganiche, le quali la tormenteranno finchè abbia restituito ciò che non le appartiene. Ognuno qui vede come la riuscita del Noaaid dipende tutta dalla paura della persona sospetta, la quale, se veramente è colpevole, non manca mai di rimettere quanto ritiene d'altrui, od ha rubato, ponendo però nel restituire la segretezza stessa, che avea usata nel furto. Del resto i Noaaids de' Laponi hanno molta somiglianza cogli Angelochi de' Groelandesi.

Terminiamo col dire, sempre sulla scorta del missionario Leemens , dell'attaccamento, che i Laponi hanno pel loro paese. Cristiano VI , re di Danimarca, incaricò quel missionario a mandargli un qualche giovine Lapone: a cento, con cento proposizioni vantaggiosissime il missionario fece la proposta inutilmente: infine ne trovò uno che accettava il partito, ma la madre guastò tutto, la quale disse apertamente al missionario, che la maledizione di Dio, e la sua sarebbero cadute sulla testa di lui, se avesse continuato a volere separarla da quanto essa avea di più caro al mondo; aggiungendo, che se nel prossimo suo parto le fosse accaduta qualche disgrazia, l'avrebbe attribuita a lui come autore di tanto suo affanno. Questa espressione toccò il cuore al missionario, il quale non insistette di più.

Non ci si dice, come poi ciò non ostante quei giovine andasse a Copenaghen: bensì lo stesso missionario racconta, che quantunque eccellentemente per ogni verso trattato colà, nell'autunno seguente cadde ammalato, languì sino alla fine dell'anno, e poi morì: nè Leemens esita ad attribuirne la morte al subitaneo cangiamento d'aria, ed alla nuova maniera di vivere. Che può mai un Lapone sostituire in Copenaghen alle abitudini contratte nel suo paese? Fuori di questo per lui tutto il mondo è una prigione; e fuori de' suoi compatrioti e delle sue renne, tutto per lui è un complesso di barbarie. La Danimarca non ha potuto avvezzare al suo clima, a' suoi modi, a' suoi piaceri nè Laponi, nè Groelandesi.

CONCLUSIONE

«Così, dice Regnard , terminando la sua relazione del viaggio da lui fatto in Laponia, finì il penoso nostro viaggio, il più curioso che mai fosse intrapreso, il quale io non vorrei aver fatto per nessuna somma di denaro, e che però per nissun guadagno vorrei ricominciare».

Egli è a presumere, che al tempo di Regnard questo viaggio dovesse presentare maggiori difficoltà che al presente. Tuttavolta io credo di dover notare qualmente anche al presente non solo è difficile, ma eziandio in certe circostanze riesce impossibile. Se, p. e., avvenisse che l'estate fosse umida, che le pioggie fossero abbondanti, e per conseguenza che le paludi non avessero tempo di asciugarsi, non so vedere in che modo si potessero attraversare. Bisogna badare però che quando io parlo d'impossibilità presunta di questo viaggio, s'ha il mio discorso da intendere rispetto alla strada che noi abbiamo voluto tenere, e non a quella che seguì Regnard . In quanto a questa, essa è sempre praticabile, ed anche facile. Il fiume Tornea, se si eccettuino alcune cataratte, è costantemente navigabile sino alla sua sorgente a Tornea-Treske.

Sono ben lontano dal cercare, esagerando le nostre fatiche, e gli ostacoli da noi superati, di distogliere gli altri dal seguire il nostro esempio per riservare a noi soli il merito straordinario della esecuzione di tale impresa. Al contrario debbo piuttosto temere che il poco interesse che i lettori avranno trovato nella mia opera, non sia il più efficace motivo di allontanarli dal fare un viaggio, che sembra prometter loro sì pochi mezzi di accrescere le loro cognizioni.

La Laponia non pertanto presenta all'osservatore un vastissimo campo d'istruzione. La mediocrità de' miei talenti, e la rapidità colla quale mi è convenuto percorrere una tanto immensa estensione di paese, non mi hanno permesso, che di sfiorare le cose. Dico però, e lo dico con fondata persuasione, che in codeste regioni tutto è ancora vergine; i fiumi, i laghi hanno i loro popoli particolari; le montagne nascondono nelle loro viscere miniere sfuggite tuttora alla cupidigia dell'uomo, del pari che al suo studio. La renna, il ghiottone, specie d'orso appartenente a codeste zone, il lemningo, razza di sorcio, sono animali incogniti nelle altre parti d'Europa. Gli Ornitologisti troveranno ivi uccelli particolari a quelle elevate regioni; e l'Entomologista, ad ogni passo che farà, potrà arricchire le sue raccolte d'insetti più rari e più preziosi. Per quanto numerosi sieno i luoghi, sui quali il Linneo portò le sue ricerche, e per quanto grandi sieno state le sue scoperte, egli nelle sue corse lasciò nondimeno molti punti da percorrere. Il Quenzel ed altri naturalisti non hanno eglino dopo di lui trovati molti, e molti insetti, singolarmente della classe delle farfalle, o come essi dicono lepidopteri, i quali attualmente formano articoli interessantissimi nelle collezioni di questo genere? E quantunque il Plinio svedese abbia portata un'attenzione, che potrebbe dirsi anche minuziosa, su tutti gli oggetti di botanica; quantunque abbia scrupolosamente vangato, dirò così, il suolo delle regioni che ha scorse, per iscoprire ogni pianta, che al dire di Goldsmit

Per non esser veduta s'era tratta

In que' deserti, e si facea un velo

Dell'aria, d'onde solo il cupid'occhio

La potrebbe scoprir, se l'ali avesse;

i suoi successori troveranno ancora da impiegare il loro tempo in vantaggio della scienza vegetale, e di quelli che la coltivano: segnatamente nella criptogamia, alcuni individuali oggetti appartenenti alla quale sono stati sottomessi a processi chimici, e possono aprire una nuova sorgente d'industria nelle manifatture, e perciò nel commercio.

Un grande vantaggio poi pel viaggiatore, vantaggio che gli permetterebbe di aggiungere un interesse grande alla relazione del viaggio suo, sarebbe quello di possedere l'arte del disegno, e di potere coll'ajuto d'essa presentare agli occhi non solo dei dilettanti, ma eziandio de' consumati artisti quelle scoscese montagne, quelle cascate maestose, que' fiumi con tanto fracasso precipitanti le loro acque per que' loro letti sì profondi, o menandole pacatamente per la larghezza delle vallate. Cotanta folla di siti, di paesaggi, di punti di vista infine o magnifici, o selvaggi, o romantici, ma tutti sì nuovi, sì incogniti in altri climi, sì veramente fatti per ingrandire il genio delle arti, e la cui rappresentazione con tanto diletto ricondurrebbe lui medesimo sopra i suoi trascorsi pericoli, sopra le fatiche sofferte e i gustati piaceri.

Se l'inverno non gli presentasse scene cotanto variate, pienamente lo compenserebbero di sua pazienza mille oggetti degnissimi della sua attenzione. La sua immaginazione colpita dalla forza de' quadri di questa natura insensibilmente si esalterebbe, e questo entusiasmo sì naturale sarebbe seguito da quella dolce, e viva malinconia, che l' Hume riguarda come il sintomo dell'anima umana tocca dall'amore, e dall'amicizia. Questa profonda malinconia, il cupo silenzio sparso sopra codeste contrade isolate, porteranno indubitatamente chi le percorrerà da filosofo, a domandare a se medesimo a che fine sieno entrati nell'ordine della creazione luoghi per così dire estranei alla vita. Con che disegno sono poste nella economia della natura quelle aurore boreali, quegli spettacoli sì brillanti dell'aria, e que' laghi, e que' fiumi, e quelle cataratte, se tale teatro magnifico, eternamente deserto, debb'essere perpetuamente estraneo all'uomo. Ebbene! L'uomo non iscioglierà mai codesta questione fin tanto che si terrà persuaso ch'egli è il re delle cose create, e si abbandonerà alla idea presuntuosa che tutte le cose poste su questo globo non per altri esistono che per essolui. E non hanno al pari di noi un egual diritto di moltiplicare le loro specie codesti uccelli, che fanno eccheggiare pe' boschi i loro canti, che coprono a sciami le paludi, i fiumi, il cielo; e che l'estate emigrano da tutte le parti d'Europa verso la Laponia per ivi costruire i loro nidi, ove debbono sbucciare i loro piccoli dalle uova, che vi deporranno? Esposti dappertutto alle insidie dell'uomo sì inclinato a crearsi de' bisogni, che non gli diede la Natura, perchè questa madre comune, sì saggia e sì pia, non avrebbe riserbato loro degli asili, ove senza timore abbandonarsi all'amore, e alla dolcezza degli affetti, che la propria prole ispira ad ogni vivente?

La Laponia presenta dappertutto al filosofo bramoso di conoscere la natura nel suo stato di semplicità, soggetti degni della più profonda riflessione, e di una contemplazione tanto più seducente, quanto che essa è fatta per alimentare vie più il suo intelletto. È un importantissimo punto in istoria naturale quello di sapere quanto in fatto sia fondata l'opinione di Mairan , di Buffon , di Bailly , e d'altri filosofi su quello, ch'essi chiamano calore centrale. Si domanda se dopo la formazione della terra vi fosse mai un periodo, in cui le regioni artiche fossero più calde di quello che lo sieno al presente; se possa supporsi che sia avvenuto un cangiamento di clima, e che nel corso de' secoli sia succeduta una differenza essenziale nella temperatura delle nostre zone. Queste domande potrebbero naturalmente essere fatte da un filosofo, che viaggiasse in Laponia. Ma confesso che non ho veduto nulla, su cui fondare una passabile risposta. Tutto ciò che io posso dire si è, che durante il breve tempo, in cui sono stato in Laponia, non ho scoperta cosa che si possa considerare come atta a conservare sì sublime teoria. Non ho incontrate sorgenti calde, nè altra traccia di temperatura stata più calda, come non ho avuto nissuno indizio di popolazione più numerosa, non reliquie di antichi abitatori, o d'arti che possano riferirsi a tempi antichissimi. Ma ho io veduto tutto? Troppo vasto è il campo delle investigazioni occorrenti per risolvere con materiale elemento tanta quistione. Vuolsi adunque che altri e con grande zelo e con grande perseveranza si mettano alla prova. Perchè non potrà trovarsi in Laponia, ciò che hanno rivelato fin qui in Siberia e in America, paesi posti a latitudini eguali a quella della Laponia?

Finalmente, per continuare il primo discorso dirò vero essere che le arti non fioriscono in queste contrade; che non vi s'inalzano templi per isfidare il potere del tempo, e per pubblicare alle razze venture la vanità di coloro, che li fecero edificare: non si veggono palazzi, e case pompose, oltraggio altrove sì comune alla miseria dell'uomo che ricco della sua coscienza, è inattaccabile da rimorsi, perchè nè sa, nè può prestarvi materia. Rottami adunque di colonne, avanzi di monumenti ivi non indicano al viaggiatore l'orgoglio di que' potenti dell'antichità, che comparvero per qualche tempo sulla scena della vita per disgrazia di coloro che vissero sotto la loro dominazione. Che ne' paesi nostri l'archeologo passeggi sulle sparse ruine degli edifizii rovesciati dalla successione de' secoli; e che in mezzo a que' frantumi cerchi a sbrogliare il caos della storia, onde ricco de' fatti che ne avrà tratti, trovar materia di meravigliarsi sulle azioni de' primi uomini. Il filosofo in mezzo della Laponia, più saggio forse ne' suoi desiderii, non si fermerà meno dilettevolmente sullo stato attuale, in cui troverà codeste contrade, convinto, che possono abbastanza pascere il suo ingegno. Ivi egli studierà i primi elementi della vita sociale: ivi conoscerà la società umana sotto la forma più antica, la quale si può riguardare come la primitiva. Non andrà colà per ammirare le opere dell'uomo incivilito; ma bensì per contemplarvi la natura, l'ordine, l'armonia, prevalenti in tutte le produzioni della creazione, l'immutabil legame della catena delle cose, e la suprema Sapienza impressa su tutti gli oggetti della prima formazione. Qua, e là verrà egli acquistando nuovi mezzi di estendere le sue cognizioni, di riscaldare il suo zelo, di stralciarsi una via più facile verso il ben essere, a cui egli medesimo aspira. Può egli ripromettersi tanto l'archeologo dagli oggetti, che scelga per le sue investigazioni? e l'oggetto di queste può stare in paragone di quello delle investigazioni del nostro filosofo?

Ah! come sarebbe ammirabile un viaggio fatto in Laponia collo spirito, che accenno, quando fosse intrapreso da un saggio delle regioni meridionali, coraggioso a segno di sfidare tutti gli accidenti, che potesse incontrare. Un viaggio in Laponia fatto così filosoficamente da un curioso che venisse dalle contrade del mezzogiorno! Quale altro, più capace di produrre in lui le più utili riflessioni, e le lezioni più salutari! Quanto non guadagnerebb'egli di più che quelli, i quali nati nel Nord si tolgono ai rigori del loro clima per recarsi tra noi, e farsi schiavi de' piaceri che loro esso ricusa? Essi non portano seco ritornando ai loro paesi che il vano desiderio di godere del cielo, che debbono abbandonare. Non provano al loro ritorno che privazioni: con rincrescimento ricordansi dei diletti, che loro prodigalizzava per alcune ore un sole più dolce; sospirano dietro il piacevol senso in essi eccitato dalle scienze, e dalla coltura delle belle arti; ed obbliano che il vero ben essere dovrebbe comporsi delle cognizioni acquistate, piuttosto che della reminiscenza de' piaceri, che non hanno potuto trasportar seco. Al contrario il viaggiatore meridionale, che penetra nel Nord, presto è chiamato al confronto degli oggetti presenti, e di quelli che ha lasciati nel suo paese; e nella nuova scena, che gli si apre d'innanzi, una potente voce della sua coscienza gli svela tutte le illusioni, tutte le vanità, tutti gli errori degli uomini, che nella ebrietà di un esagerato incivilimento non avveggonsi come si sono lasciati allontanare dalla vera via della natura; e che seguendo le lusinghe di un perfezionamento non giustamente inteso, s'inabissano ognor più in un vortice seduttore, ove la natura è smentita, la virtù falsata, e la vera felicità ottenibile sulla terra è tanto più sospinta lungi da noi, quanto più ardentemente da noi è cercata. Egli sarebbe un predicatore fallito, se prendesse a voler disingannare una generazione troppo profondamente avanzata in una sì deplorabil carriera. Ma il suo spirito si è fortificato nella fede della verità. La verità ch'egli ha veduta nel suo più chiaro splendore, è divenuta la reggitrice delle sue morali abitudini. So quanto è apprezzabile tutto ciò, che mette i suoi concittadini in delirio; e senza esporsi a predicare al deserto, colle sue opere e colla sapienza de' suoi principii farà ancora qualche bene.

FINE DEL VIAGGIO.